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Rachele Marmetti
22 gennaio 2026
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IA-IA FA L’ASINA ARTIFICIALE

Agli schizzati senza palanche non resta che il dottor App

di Scribo Ergosum

(articolo a richiesta)

correlato:

STAMPA INTERNAZIONALE
Le Monde Sciences, inserto settimanale di Le Monde del 14 gennaio 2026

Come l’IA sta rivoluzionando il campo della salute mentale

di Laure Belot

traduzione di Rachele Marmetti

Decine di milioni di persone condividono con le chatbot il proprio malessere. Di fronte a questo fenomeno, che s’insinua anche nelle consultazioni psichiatriche e solletica l’appetito dei GAFAM, gli scienziati mettono in guardia sui rischi corsi dalle persone più fragili. Tuttavia, in alcuni casi, l’intelligenza artificiale può rivelarsi utile.

Negli ultimi anni c’è stata un’accelerazione. Giovani (e meno giovani) di tutto il mondo hanno iniziato a usare ChatGPT e altri robot conversazionali per dare sfogo al proprio malessere. In molti Paesi sono state avviate azioni legali perché questi robot avrebbero causato stati deliranti o, peggio, avrebbero fatto da assistenti in casi di suicidio. Ecco le ultime notizie. Il 7 gennaio Open AI ha annunciato il lancio di ChatGPT Health: da fine gennaio, collegando i propri dossier sanitari, gli utenti potranno avere risposte più personalizzate dal robot che, avverte, non saranno «né diagnosi né prescrizioni di trattamenti». Il 12 gennaio la società Anthropic ha presentato il programma Claude for Healthcare.
La professione medica è scossa dal ricorso a queste chatbot da parte di pazienti di servizi psichiatrici e no. I GAFAM (Google, Amazon, Facebook – diventato Meta – Apple, Microsoft) non nascondo la volontà di diventare protagonisti della sanità mentale digitale, grazie ai loro modelli superpotenti d’intelligenza artificiale (IA) generativa. La miniera da cui attingere? L’enorme quantità di informazioni personali cosiddette multimodali – voce, linguaggio… – raccolte attraverso i nostri telefoni o i nostri orologi connessi.
Ricerche condotte su pazienti psichiatrici dimostrano che tecnologie quali la fenotipizzazione digitale (dati registrati passivamente 24 ore su 24 su una persona per monitorarne il comportamento o lo stato d’animo), la realtà virtuale e ora anche l’IA generativa sono ausili affidabili per gli psichiatri, in particolare nell’individuare i rischi di ricaduta, problema di primaria importanza in questo campo. In Francia, per esempio, la società Callyope ha annunciato per il 2026 un dispositivo medico che utilizza la voce e l’IA generativa per monitorare pazienti affetti da schizofrenia, depressione o disturbo bipolare.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) auspica che queste innovazioni possano arginare l’aumento dei problemi di salute mentale quali disturbi mentali, disabilità psicosociali o stati mentali che causano forte sofferenza. «Per i problemi di salute mentale comuni, quali la depressione e l’ansia, strumenti digitali di auto-aiuto possono essere generalizzati in modo efficace e accessibile» osserva l’OMS in una comunicazione di ottobre 2025. Infatti, secondo l’agenzia, in quest’epoca caotica, oltre un miliardo di persone soffre di disturbi mentali, e, secondo The Lancet, in circa sette casi su dieci questi problemi insorgono prima dei 25 anni.
«La depressione è un fardello in tutti i Paesi, ma più pesante in quelli a basso o medio reddito» precisa lo psichiatra, nonché ricercatore in epidemiologia, Etienne Duranté, che sta preparando una tesi sulle psicoterapie digitali all’Hôtel-Dieu [fondato nel 651, è l’ospedale più antico di Parigi ed è ancora in attività, ndt]. Secondo The Lancet, in Europa occidentale il suicidio è la principale causa di morte nella fascia di età tra i 10 e i 29 anni e la terza causa a livello mondiale.
In Francia un terzo dei giovani tra gli 11 e i 24 anni mostra segni di disagio psicologico «da moderato a grave», secondo i risultati preliminari dello studio trasversale Mentalo, condotto dall’Inserm [Institut National de la Santé et de la Recherche medicale, Istituto Nazionale della Salute e della Ricerca medica] e pubblicato a ottobre 2025.
La psichiatria, «che è stata la disciplina più richiesta per le consultazioni online durante la pandemia di Covid 19», non ha più i mezzi per fornire una risposta sincrona (un medico online), spiega un articolo pubblicato a giugno 2025 in World Psychiarty, il cui autore principale, lo psichiatra John Torous, esercita presso la Harvard Medical School. Da qui l’emergere a livello globale di nuove offerte digitali denominate «salute mentale asincrona» per accompagnare persone in difficoltà o sotto stress. Si tratta sia di applicazioni per rafforzare la prevenzione della sofferenza mentale sia di strumenti «per consentire una pratica clinica potenziata, un approccio ibrido in cui il medico si avvale della tecnologia» osserva lo psichiatra Raphaël Gaillard, direttore del polo ospedaliero-universitario dell’ospedale Sainte-Anne di Parigi.
Mentre la sfida consiste nel determinare il giusto equilibrio tra assistenza umana e assistenza digitale, applicazioni riconosciute come dispositivi medici vengono sperimentate, per esempio, in Germania e negli Stati Uniti. La Francia invece è in ritardo. «La previdenza sociale non rimborsa attualmente alcun dispositivo medico digitale in psichiatria» si rammarica il professore Ludovic Samalin, che, insieme ad altri, da Clermont-Ferrand dirige la Grande Sfida Digitale nella Salute Mentale, un programma pubblico finanziato con circa 15 milioni di euro. «Siamo un Paese prudente, ma che purtroppo tende a criticare pregiudizialmente le nuove idee».
Come accade a ogni accelerazione tecnologica, questi nuovi usi e progetti suscitano preoccupazioni etiche e giuridiche rilevanti. Delle circa diecimila applicazioni senza IA generativa in uso nel mondo – denominate «di benessere» per sottrarsi alla regolamentazione sui dispositivi medici – solo il 3% è stato oggetto di pubblicazioni scientifiche.
Ecco quattro punti che possono aiutarci a chiarire la situazione.

Gli scienziati mettono in guardia sull’uso dei robot conversazionali

A novembre 2022 Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI, ha deciso di rendere gratuito l’accesso a ChatGPT, sebbene le grandi piattaforme che possedevano una chatbot di IA generativa avessero concordato di ritardare il lancio mondiale di questo strumento, ritenuto immaturo. La decisione di Altman ha prodotto l’effetto immaginato nel film di fantascienza Her (2013), in cui un single diventa affettivamente dipendente da un’IA.
Decine di milioni di persone, soprattutto giovani, usano ormai queste chatbot per avere compagnia o sostegno. In tutto il mondo sono stati segnalati casi molto preoccupanti: suicidi, violenze e manifestazione di pensieri deliranti. Intervistato a novembre 2025 da Nature su quali ritiene le più grandi preoccupazioni suscitate dall’uso dell’IA, Mustafa Suleyman, cofondatore di DeepMind, (acquisita da Google) e ora direttore del settore sviluppo di prodotti d’IA per il grande pubblico di Microsoft, denuncia l’accresciuto pericolo di delirio durante le interazioni emotive con le chatbot.
La comunità scientifica moltiplica gli allarmi. «È un problema emergente di salute pubblica» affermano nove neuroscienziati e informatici, alcuni dei quali appartenenti ai GAFAM, in un comunicato di luglio 2025. Le chatbot usano espedienti tecnologici, affermano questi specialisti: dicono ciò che gli utenti vogliono sentire (sycophancy, compiacenza) e si adattano alla loro domanda. Le persone più fragili, insistono questi ricercatori, possono sviluppare una forte dipendenza e subire un’alterazione dei loro punti di riferimento, tanto più se sono socialmente isolate. I firmatari chiedono «un’azione coordinata dei professionisti della salute, dei progettisti di IA e delle autorità di regolamentazione».
Presentato a Madrid a ottobre 2025, in occasione di una conferenza su intelligenza artificiale, etica e società, uno studio della Brown University (Rhode Island) ha descritto in dettaglio come le chatbot «violino sistematicamente le norme etiche stabilite dall’American Psychological Association», anche quando sono stimolate a usare tecniche di psicoterapia fondate su prove scientifiche. Forniscono, per esempio, risposte fuorvianti che rafforzano le convinzioni negative degli utenti su loro stessi e sugli altri.
Secondo un’analisi del laboratorio di salute mentale dell’Università di Stanford (California), svolta per l’ONG Common Sense Media e pubblicata a novembre 2025, i miglioramenti annunciati per rendere le chatbot più caute nelle affermazioni non sono sufficienti. ChatGPT (OpenAI), Claude (Anthropic), Gemini (Google Alphabet) e Meta AI (Meta) «non riescono ancora a riconoscere e a reagire in modo appropriato ai disturbi di salute mentale dei giovani» osservano i ricercatori.
A livello istituzionale, tre Stati americani (Illinois, Utah e Nevada) a metà 2025 hanno deciso di limitare l’uso delle chatbot, vietando in particolare ai terapeuti di consigliare ai pazienti di affidarsi a un’intelligenza artificiale generativa. L’American Psychological Association il 13 novembre ha emesso un monito intitolato «L’intelligenza artificiale e le applicazioni per il benessere non possono risolvere da sole la crisi della salute mentale».
A oggi, tuttavia, nessun organismo internazionale monitora sistematicamente gli effetti dell’IA sulla salute mentale, come l’OMS fa per altri rischi sanitari. Tuttavia, in una nota di marzo 2025, l’OMS ha fornito raccomandazioni ai governi e alle industrie sull’uso dei modelli medici di elaborazione del linguaggio (LLM), quali l’onere della prova, la necessità di trasparenza sui dati e la valutazione del rischio psicologico.

Come le chatbot perturbano la pratica psichiatrica

«In ospedale stiamo vivendo lo stesso terremoto provocato dall’avvento di internet» afferma Pierre-Alexis Geoffroy, professore di psichiatria all’ospedale Bichat di Parigi. «Quasi tutti i miei pazienti giovani, dai 18 ai 40 anni, hanno usato ChatGPT o un’altra chatbot prima di consultarmi, sia che soffrano di depressione, d’insonnia, di disturbi bipolari, di schizofrenia o ansia». Già s’informavano online, prosegue lo specialista, «ma ora si formano una propria “conoscenza”, costruita autonomamente a colpi d’interazione con la chatbot, difficile da smontare in consultazione.  Questi robot conversazionali possono intrappolare i pazienti in un determinato schema mentale».
Un medico, che preferisce mantenere l’anonimato per preservare quello dei pazienti, descrive in dettaglio il caso di uno di questi: «Una persona affetta da un disturbo autistico è stata convinta da ChatGPT di essere un genio incompreso in campo scientifico. Da allora presenta progetti su progetti alle istituzioni per ottenere finanziamenti. Due anni fa avrei diagnosticato un delirio paranoico cronico. In realtà questo paziente vive la relazione con la chatbot come se questa fosse un individuo autentico».
Per comprendere meglio la propria malattia, un giovane paziente di Stéphane Mouchabac ha sottoposto la propria cartella clinica alla chatbot. «“Ecco cosa risponde ChatGPT alle mie domande, cosa ne pensa dottore?” mi ha chiesto durante visita» ci racconta lo psichiatra dell’ospedale Saint-Antoine. «Ho potuto confermare o smentire alcune risposte, ma da quel momento ho la sensazione di non essere più solo nello studio con i miei pazienti».
Il verificarsi di casi di questo genere «sta dando vita a discussioni informali tra medici, senza però una vera e propria riflessione organizzata» sottolinea Philippe Domenech, professore di psichiatria all’ospedale Sainte-Anne. Questo specialista di disturbi ossessivi-compulsivi, particolarmente aperto alle tecnologie, riconosce tuttavia che «sta accadendo tutto molto rapidamente e non è facile coglierne la portata».
Dalla Harvard Medical School, il professor JohnTorous afferma di non essere sorpreso da questi esempi. «In Francia, in America o in Sudafrica questi nuovi strumenti stanno perturbando la nostra professione, il fenomeno è mondiale» afferma questo esperto, principale autore di diverse meta-analisi di riferimento sulla psichiatria digitale. «Questo sconvolgimento non è ancora una rottura totale, perché gli strumenti utilizzati dalle persone [applicazioni, robot conversazionali] non gestiscono ancora bene le cure psichiatriche mediche». Ma quando questi strumenti miglioreranno e diventeranno più scuri, aggiunge, «cambierà il nostro modo di praticare la professione. Dovremo riflettere su come integrarli».

Perché i GAFAM vogliono avere un peso sul settore della salute mentale.

Da decenni la psichiatria moderna è alla ricerca di “biomarcatori”, ovvero di indicatori obiettivi come un esame del sangue o un’immagine del cervello che aiuterebbero lo psichiatra a confermare la diagnosi di depressione, schizofrenia o bipolarismo. Ma, nonostante i progressi delle conoscenze e le circa 1.600 pubblicazioni scientifiche all’anno sull’argomento, «nessun biomarcatore viene utilizzato per la diagnosi, che ancora oggi è esclusivamente clinica» si è rammaricato lo psichiatra Pierre-Alexis Geoffroy durante l’ultimo Congresso sull’encefalo a Parigi, a gennaio 2025. Questo medico ha altresì aggiunto che la psichiatria sta attraversando «una crisi di validità e affidabilità fisiologica delle diagnosi». Questa situazione è legata in particolar modo alla complessità dei casi da trattare: i sintomi delle patologie sono eterogenei e variano nel tempo, bisogna tener conto della storia del paziente e del suo ambiente.
Da qui la speranza suscitata dai dati personali multimodali resi accessibili dagli strumenti digitali. Dalle ore d’insonnia al grado di stress misurato all’attività elettrodermica della pelle che traspira, queste informazioni possono essere captate passivamente 24 ore su 24 da oggetti connessi (braccialetti, smartphone) o raccolte su applicazioni sotto forma di questionari. «I nuovi metodi di intelligenza artificiale ci permetteranno di avvicinarci a questi nuovi biomarcatori con una comprensione più ampia» prevede Geoffroy.
Raphaël Gaillard aggiunge che «la diagnosi psichiatrica, spesso percepita come soggettiva, si basa sull’analisi da parte di un medico esperto di una molteplicità di piccoli indizi». L’intelligenza artificiale, continua, «potrebbe consentire di riprodurre questo processo in modo algoritmico ed esterno, raccogliendo dati che sono tanto deboli da non riuscire ad aggregarli».
Questa sfida, e il mercato economico in crescita che l’accompagna, sollecita da anni l’interesse dei GAFAM. Nel 2020 Amazon pubblica, insieme all’Università di Sydney (Australia), i risultati di una ricerca su persone ansiose o depresse che si autovalutavano con il robot Alexa. Nello stesso anno, X The Moonshot Factory, il laboratorio di innovazioni radicali di Google Alphabet, conclude un progetto triennale, Amber, che mira a «ridurre radicalmente l’ansia e la depressione nei giovani», come scritto in documento riservato di cui Le Monde è venuto a conoscenza. Questo programma, sviluppato in collaborazione soprattutto con le università di Stanford e San Diego (California), mirava ad analizzare con un’intelligenza artificiale di tipo machine learning tre tipi di dati: onde cerebrali, informazioni captate da oggetti connessi e risposte a questionari tramite smartphone. Abbiamo contattato la società americana, che ci ha confermato l’esistenza di Amber e ha precisato che, terminato il progetto, aveva reso open source «i risultati concreti e i software prodotti, consentendo l’uso gratuito dei brevetti e delle applicazioni».
Cinque anni dopo, grazie al folgorante sviluppo dell’IA generativa, i GAFAM propongono nuove soluzioni tecnologiche. In un articolo di Jama Psychiatry del 19 novembre 2025, ricercatori di Google DeepMind vantano il ricorso alla “psicometria generativa” per valutare la salute mentale. Questo approccio «sfrutta l’IA generativa per sintetizzare dati multimodali» per «creare dati strutturati partendo da esperienze umane soggettive» precisa Joëlle Barral, direttrice della ricerca di Google DeepMind, in un post su Linkedin. Il 21 novembre 2025 Microsoft ha pubblicato il libro L’IA au service de la santé (L’IA al servizio della salute), firmato dal direttore della strategia tecnologica, Thomas Klein. Un capitolo è dedicato alla salute mentale. «Proprio come la radiodiagnostica o gli antibiotici, gli strumenti informatici hanno rivoluzionato la pratica medica, gli LLM e l’IA potrebbero rappresentare nella salute il prossimo salto quantico» spiega il dirigente di Microsoft.
Questa incursione nel settore della salute mentale da parte di questi giganti, la cui capitalizzazione di borsa supera il prodotto interno lordo di alcuni Stati, è commentata con cautela dal mondo psichiatrico. «Non ho pregiudizialmente nulla contro di esse, ma queste società sono nel business e nei dati, noi siamo nella cura» osserva Stéphane Mouchabac. «L’innovazione digitale in psichiatria deve obbedire alle stesse regole etiche e normative della medicina in generale» aggiunge. Il professor Raphaël Gaillard ricorda il punto-cardine in medicina: il segreto professionale. «Dove finiscono digitalmente le informazioni relative alle persone? Dove sono archiviate? Come viene garantita la loro sicurezza?» si chiede il francese Guillaume Dumas, professore di psichiatria computazionale all’Università di Montreal (Canada). E aggiunge: «In virtù del Patriot Act i dati allocati negli Stati Uniti non sono, a mio avviso, al sicuro perché possono essere sequestrati da un governo per motivi politici.»
John Torous esprime altre riserve. «Non sono contrario a permettere a queste piattaforme di aiutarci un giorno a migliorare la situazione mondiale in materia di salute mentale. Tuttavia, senza investimenti diretti e senza costruzione di modelli specifici per la psichiatria, i risultati non saranno soddisfacenti. Raccogliere un’enorme quantità di dati può forse consentire di ottenere una conversazione terapeutica, ma non costituisce una vera e propria terapia.»

Quanto ci si può fidare dei nuovi robot specializzati in salute mentale?

Il 25 novembre 2025, al convegno Adopt AI di Parigi, l’azienda tedesca HelloBetter ha ufficialmente lanciato Ello, chatbot specializzata nella salute mentale. «Proprio come ci si lava i denti ogni giorno, Ello è concepito per gestire lo stress quotidiano. Possiamo avere tutti bisogno di parlare con qualcuno» ha sottolineato Hannnes Klöpper, amministratore delegato dell’azienda, davanti a una sala gremita.
Questa società ha creato anche un’applicazione che offre programmi di terapia cognitivo-comportamentale rimborsati dalla previdenza sociale tedesca e utilizzata «dal 20% degli psichiatri», in particolare per i casi di burn-out, secondo Klöpper. L’azienda mette in evidenza la propria solida base accademica, affermando di aver condotto 30 studi randomizzati controllati (confronto con utenti di un placebo) sull’applicazione HelloBetter, progettata sulla base delle ricerche del professore di psicologia David Daniel Ebert (Università tecnica di Monaco). Questa nuova chatbot è stata alimentata dalle «interazioni di HelloBetter con 140 mila pazienti» precisa il suo amministratore delegato. Gli psicologi si mettono in contatto con l’utente, tramite chat o telefono, in caso di rilevamento di segnali di malessere. Per certificare l’efficacia di Ello sul sonno, l’ansia e la depressione, «uno studio randomizzato controllato è previsto per il primo trimestre 2026» precisa il dirigente.
Ello dovrà tuttavia dimostrare scientificamente la propria credibilità. Una prima battuta d’arresto ha infatti colpito la società americana Slingshot AI, che nell’estate 2025 ha raccolto 93 milioni di dollari per lanciare Ash, la sua chatbot specializzata. Il 10 dicembre 2025 un giornalista britannico di The Verge ha rivelato che Ash non era stata in grado di fornirgli, in situazione di emergenza, il numero telefonico corretto della linea di assistenza al suicidio: forniva il numero americano e non quello in Gran Bretagna, dove l’utente risiede.
«Se un’azienda non è nemmeno in grado di fornire il numero di emergenza corretto, significa che non è ancora pronta per l’uso clinico» osserva John Torous, che il 18 novembre 2025 è stato ascoltato alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti nell’ambito di un’indagine sui rischi delle chatbot. Nello stesso mese il comitato consultivo sulla salute digitale della Food and Drug Administration, l’agenzia americana responsabile del controllo dei prodotti alimentari e dei farmaci, ha esaminato la difficoltà di dimostrarne l’efficacia.
Un solo progetto di chatbot terapeutica, Therabot, non commercializzato e sviluppato da ricercatori del Dartmouth College (New Hampshire), ha finora realizzato studi randomizzati controllati. Ma, lamenta John Torous, era una “lista d’attesa” (cioè le persone o usano Therabot o non fanno nulla). Questi studi, afferma, «ci mostrano che le persone con problemi di salute mentale possono utilizzare una chatbot: ma questo lo sapevamo già. Vogliamo uno studio che confronti una chatbot terapeutica con una chatbot di semplice conversazione, al fine di isolare l’effetto reale della terapia». Questo esperto di psichiatria digitale ritiene «preoccupante che nessuno abbia ancora prodotto uno studio di alta qualità con un vero gruppo di controllo attivo».

 


18 gennaio 2026

 

ACCATTONAGGIO TRUFFALDINO / 2

Cassintegrati a vita. E oltre

di G.C. Scotuzzi Mosca e Rachele Marmetti

Cassintegrato significa: mantenuto con soldi pubblici. Dunque pagato con quattrini sottratti al bene comune. Il cassintegrato è un ex lavoratore, cioè un ex dipendente di azienda pubblica e privata. Il quale ha perduto il lavoro perché il suo datore non ha più bisogno di lui, avendo l’azienda smesso di produrre.
All’inizio la regola era questa: se l’azienda ha smesso di produrre definitivamente, per cessazione volontaria dell’attività o per fallimento, il disoccupato non ha diritto ad analogo, prolungato, sussidio. Se invece l’azienda è momentaneamente ferma a causa di difficoltà contingenti, che il datore ritiene di superare in tempi brevi, il dipendente viene mantenuto dalla Cassa Integrazione Guadagni (CIG) per il tempo necessario all’azienda a rimettersi in sesto. In modo che l’azienda, al momento della ripresa, si ritrovi a disporre dei medesimi dipendenti. Se così non fosse, l’azienda rischierebbe, al momento della ripresa, di dover assumere dipendenti nuovi, forse non in possesso delle medesime competenze di quelli licenziati all’esplodere della crisi.
Il senso e la condizione e la giustificazione della CIG stanno tutti qui: nel mantenere manodopera disoccupata nella quasi certezza che prima o poi riprenderà a lavorare nella medesima azienda che appunto ne ha addossato l’onere provvisorio alla comunità.
Chi paga la CIG? Soprattutto l’INPS. Cioè l’ente pubblico che accantona, gestisce e al momento opportuno eroga le pensioni ai lavoratori. Soldi non appartenenti allo Stato né alla comunità intera costituita da tutti i cittadini, ma soltanto a quei lavoratori che versano o hanno versato una parte della loro retribuzione all’INPS. Ne deriva che gli accantonamenti pensionistici, dunque il patrimonio dell’INPS, è a tutti gli effetti «retribuzione differita» spettante a chi l’ha già guadagnata ma non ancora riscossa. Come l’indennità di liquidazione a fine lavoro. Sono soldi che hanno proprietari con nome e cognome: i lavoratori dipendenti che versano o hanno versato contributi previdenziali. Sono titolari esclusivi e nominativi dei loro accantonamenti, allo stesso modo in cui un risparmiatore è titolare esclusivo del conto corrente aperto in banca. Al di fuori di lui, nessuno, neppure lo Stato, men che meno il sindacato, ha il diritto di appropriarsi di questi conti. Vietato toccare questi soldi, neppure accampando emergenze estreme, come l’inceppo produttivo di un’azienda e conseguente disoccupazione. È un divieto che affonda totale legittimità nei plinti dello Stato di diritto: nessuno metta le mani nei forzieri dove i lavoratori depositano i denari che serviranno a mantenerli quando smetteranno di lavorare.
Eppure molti decenni fa, nel cuore di quella follia collettiva e di quegl’inciuci affaristici che diedero il via al saccheggio delle casse pubbliche in nome della solidarietà tra malfattori, lo Stato, cioè i partiti politici che tutti insieme lo gestivano, e i sindacati (cui peraltro era iscritto a malapena un lavoratore su dieci), ordirono l’assalto alla CIG. Concordarono una prassi, in gran parte confortata da legge infausta, per prelevare quattrini dall’INPS allo scopo di passare l’80% della mercede ai lavoratori dipendenti che l’avevano persa tutta. Motivarono: sono soldi indispensabili, come detto, a tenere in caldo alle aziende i lavoratori provetti che hanno licenziato ma che prevedono di riutilizzare. Così, a ogni chiusura di stabilimento di una certa consistenza (le piccole imprese, dove peraltro sgobba l’80% dei dipendenti privati, sono da sempre negate di tutele legali e sindacali), i licenziati si beccavano la CIG. Obietterete: sai che pacchia, incassare l’80% di bustepaga magre! Sì, doppia pacchia: innanzitutto il cassintegrato non sgobba, non rischia, non ha spese di pendolarismo; secondo: le statistiche acclarano che il grosso dei cassintegrati profitta della non-facenza legalmente retribuita per svolgere un lavoro in nero. Doppiamente illegale: primo, perché la riscossione della CIG è condizionata alla mancanza di reddito; secondo, perché su un reddito clandestino non paga tasse né il datore che lo eroga né il dipendente che lo incassa.
E che succede quando l’azienda in CIG riprende l’attività, come del resto s’era impegnata a fare? Norma vorrebbe che tutti i cassintegrati tornino in fabbrica o in ufficio e riprendano a fare ciò che facevano prima della CIG. Tutti contenti, in fabbrica, sia datore che dipendenti. Ma scontenti i gestori e gli utenti dell’INPS, cui è toccato postare nella colonna delle perdite tutti i soldi erogati ai cassintegrati, perché sono soldi che nessun beneficiario restituirà mai.
E se, al termine del periodo di CIG (3 anni, 5 anni…) l’azienda non riprende l’attività? Fa niente: la corruttela che avvinghia partiti e sindacati sforna un altro periodo di CIG e poi un altro ancora… Ma stavolta sicuramente e totalmente infondato, giacché la CIG non è più connessa alla prospettiva di una ripresa. Si recide così il nesso causale, ancorché fondamentalmente illegittimo, come visto, tra la concessione di questa “indennità di disoccupazione provvisoria” e la prospettiva di ripresa produttiva che sola la motiva.
Di male in peggio, gl’intrallazzi partiti-sindacati hanno col tempo esteso la CIG anche ai licenziati da aziende fallite o che non possono neppure millantare alcuna speranza di rimettersi in carreggiata. Così i predatori dell’INPS hanno trasformato la CIG in un “sussidio di disoccupazione” a favore di chi, già a libro paga di media o grossa impresa, ha perso ogni illusione di tornarci. Con l’aggravante ‒ urge ribadirlo ‒ che questo sussidio è riservato alla ristretta e privilegiata casta dei lavoratori che furono a libropaga di medie e grosse aziende.
Nell’anno di grazia 2026, ove l’unica speranza di un ritorno a un qualche Stato di diritto promana dall’annuncio di sconquassi e megapirotecnie internazionali epocali, la CIG è reddito immotivato, appannaggio di pochi milioni di lavoratori sulla ventina che siamo, e sperpero delle pensioni future di tutti. E arricchimento illecito di chissà quanti politicanti e burocrati sindacali, essendo in Italia consolidata la scrematura mafiosa di denaro pubblico a ogni passaggio da mani ad altre.
Ci sono plaghe italiche dove chiazze di nullafacenti (ancorché in gran parte facenti clandestini ed evasori fiscali) sono spaparanzati da decenni sulla rendita che ormai la CIG è diventata; all’apice del maltolto e del privilegio ci sono persone che trascinano la CIG sino a che matura il tempo di rimpiazzarla con la pensione; ci sono persone che, un botto di fortuna qui, un abuso là, un mercimonio elettorale ancor più in là, ereditano dal genitore il diritto alla CIG.
La CIG come la Palestina: terra di nessuno, cioè Terra di Lorsignori, popolata da padrini, capibastone e altri mantenuti alla terza generazione. Ma i palestinesi sono in gobbo a una comunità internazionale folta di Stati potenti e superricchi. I nostri “palestinesi” succhiano il sangue a un corpo statale piagato dalle punture succulente ‒ che suggono vite ‒ di un popolo virtualmente apolide, per il quale l’unico Stato riconosciuto è la propria Famiglia Stato.
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TRA SACRO, ARCANO E VOLGARE

La Mil’ano dei 12 apostrofi

TAC impietosa d’una metropoli nella quale, replicando l’ex sindaco di Roma Giulio Paolo Argan che lo disse della città sua, bivacca popolazzo senz’etica, e dove un residente su 12 è milionario di fedina morale sozza, gran parte degli altri invidiandolo e sognando d’imitarlo, ebbri di consumismo deteriore e svacco belluino. E dove baluginano, ora invisibili ora sferzanti e magari fomite d’innesco rivoltoso, i tormenti di chi mendica cibo e dorme per strada.

di G.C. Scotuzzi Mosca e Rachele Marmetti

articolo a richiesta

 


16 gennaio 2026

 

ACCATTONAGGIO TRUFFALDINO / 1

Da comunisti che (forse) erano

di G.C. Scotuzzi Mosca e Rachele Marmetti

Una dozzina di bande di povericristi furbi. Tratto condiviso: si proclamano tutte comuniste. Sono un Partito Comunista, a volte diversamente orpellato con estensivi tipo Internazionale o Marxista-Leninista, oppure si richiamano a quell’operaismo idealizzato svaporato allo smorire del secolo scorso, quando negli opifici italici sgobbavano otto milioni di tute blu, invece delle odierne ridotte a un terzo, peraltro piagate da handicap cronicizzato: non si reggono senza le stampelle dei sussidi pubblici.
Prendiamo l’archetipo delle bande che andiamo cronacando. Per esempio il Partito Comunista della Rivoluzione d’Ottobre (PaCRO), nostra denominazione d’accatto a scanso di querele, giacché se il misfatto è palese e giornalisticamente ineccepibile, può essere sbugiardato da leguleio che giostri nel casino delle 164 mila tra leggi, leggine, grida e gridolini imperanti in Italia e disponibili come taxi a traghettare malfattori dall’illegalità alla rendita da danno subito. Basta pagare la corsa, o farla pagare al tuo padrino affaristico e politico.
Dunque il PaCRO ha sede a Roma in Via dei Perdenti, in un bugigattolo di periferia popolare, locato dal municipio a fitto risibile quasi quanto un comodato d’uso. Un volantino diffuso su internet e ciclostilato su qualche palo della luce informa che il tal giorno questa sede ospita il «Convegno Internazionale di Solidarietà con la Rivoluzione Cubana, dedicato al centenario della nascita del comandante Fidel Castro». Segue l’elenco di sette tra presentatori, presidenti, relatori e ospiti. Postille: «Presenzia una delegazione della repubblica cubana» e «Al termine cena militante con piatto tipico dell’Isola (riso alle banane), a offerta libera».
Il PaCRO romano ha 1.760 iscritti, di cui 11 reali e viventi, tutti e 11 ultrasessantenni e dei quali 8 semoventi, i rimanenti 3 essendo allettati cronici o all’ospizio. Mettiamo che tutti e 8 intervengano al convegno; sommiamo relatori esterni e ospiti, s’addensano una quindicina in una stanzuccia ch’era barberia di povera gente; metteteci un tavolo per i relatori e forse un altro tavolino per la sbafata finale e ditemi dove poi ci ficcate la gente. Ma questo non conta: ciò che importa, alla fine della riuscita del colpaccio, è che sulla parete di fondo, cioè quella alle spalle dei relatori, campeggino uno striscione con il tema del convegno, corredato di data, e ai lati le bandiere ospitata e ospitante, di qua la cubana, di là il tricolore italico con un falcemartello grassoccio pitturato sul bianco.
Quando ogni relatore ha sciorinato qualche frasetta di circostana, pungolato da «sbrigati compagno che qui non si respira!» e «fuori i piatti e i bicchieri!», ecco il momento topico del raduno: i dirigenti del PaCRO e i diplomatici cubani avvinghiati per la foto-ricordo. Verrà diffusa su internet, poi stampata e incorniciata per essere omaggiata al capo dell’ambasciata, che la sigillerà in valigia diplomatica affinché dimostri al ministero degli Esteri dell’Avana come qualmente «i compagni in Italia tessano ottime relazione con i rappresentanti politici della classe lavoratrice locale». Si badi: il passaggio del quadretto fotografico dal PaCRO all’ambasciatore non è un dono: è elemento di uno scambio, un sinallagma che i cinesi hanno glorificato nel bilancino 50/50, leggi: Guadagnamoci entrambi. A Roma il concetto è squilibrato, nel senso che l’ambasciatore si porta a casa un attestato di attivismo politico fasullo, giacché sa benissimo che il PaCRO è un baracchino farsesco e che dunque la foto in cornice non documenta altro che impotenza relazionale, mentre il PaCRO insaccoccia una mazzetta di euro autentici e, forse, anche la promessa di un viaggio spesato a Cuba di almeno un paio di dirigenti, purché proni ad acclamare gli oratori autoctoni in Plaza de la Revolución.

(continua ‒ articolo completo a richiesta)

 


13 gennaio 2026

NEOCOLONIALISMO

Se l’Onu decade a optional cerimoniale

di G.C. Scotuzzi e Rachele Marmetti

Yalta Due fluttua in ogni temperie politica, qui con i tratti della minaccia incombente, là con quelli di speranza in uno stravolgimento radicale foriero di riscatti e migliorie per quanti non sperano altro che in una palingenesi, quale che sia. Yalta Due contempla la tripartizione del Globo nelle aree di influenza contrattualizzate in una serie di incontri fra i Grandi: Trump, Putin, Xi. Meeting tonitruati in mondovisione nella forma, riservatissimi nei contenuti, che si è convenuto di imperniare su quelli di Anchorage dell’agosto scorso tra i presidenti americano e russo.
Al nocciolo schematico:
‒ Gli Usa rivendicano signoria sulle Americhe, slargata alla Groenlandia, all’Islanda e sbarcata sulle coste occidentali del Nordafrica.
‒ La Russia si prende il Nordafrica residuato dallo sbarco americano, nonché il Medioriente e l’Europa tutta.
‒ La Cina tutto il resto, inclusivo di Giappone, Oceania e Asia sino a ridosso della parte russa. Incluso l’Iran, la cui sopravvivenza come Stato sovrano dimostrerà nelle prossime settimane, forse nei prossimi giorni, la veridicità premonitoria di Yalta Due: se gli Usa attaccheranno  il Paese vorrà dire che l’intesa sulla spartizione tripartita del mondo è caccola di internet.
[…]

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12 gennaio 2026

 

CARTOGRAFIE DELLE PIAGHE E DEI PIACERI DEL CAPOLUOGO LOMBARDO

Il letame milanese su cui fioriscono le orchidee di lorsignori

di G.C. Scotuzzi e Rachele Marmetti

Il collettivo milanese Altre Mappe ci offre una scorribanda sulle carte topografiche che sono il frutto di molti mesi d’inchieste geografiche, economiche e socio-politiche. Sono in scala 1:25.000, come quelle dell’Istituto Geografico Militare, parimenti accurate, parimenti dettagliate, parimenti premessa di ogni offensiva che voglia scongiurare sorprese sul campo di battaglia. Quella pianificanda da Altre Mappe non ambisce occupare territori o edifici o imporre sudditanze di sorta. Pretende dotare di strumenti d’analisi inedita ogni politico, ogni operatore sociale e ogni residente ansioso di appropriarsi del sapere idoneo a sbocciare la vocazione a quella cittadinanza piena che cova in ogni aspirante al bene comune.
Per esempio, prendiamo la mappa Ricchi & poveri. Il capoluogo lombardo è cromaticamente chiazzato di aree dai redditi omogenei. Il rosso contrassegna la sofferenza degl’indigenti. Quelli che sfrangiano il capoluogo lombardo di granulazioni, quando non di ulcere non cicatrizzanti (rosso scurissimo, a tratti granata) o necrotiche (borgogna, carminio), con gli estremi reddituali inferiori tendenti al nero senza speranza. Sono le residenze di chi fatica ad arrivare a fine mese, di chi non ha un lavoro o campa di espedienti umilianti, di chi deve frazionare col bilancino le scelte tra l’acquisto di cibo o di farmaci, di chi si abbandona all’inedia o all’ultimo rantolo di umanità del suicidio. Affanculo dio, mi rifiuto di servirti in queste condizioni di dignità negata.
All’altro estremo della chiazzatura c’è il blu. Redditi e rendite medie (più queste che quelli) da capogiro, introiti mensili che sono il valsente di vincita popolare alla lotteria. Sorpresa: i laghetti blu navy o turchese o cobalto non sono prerogativa del centro storico e neppure dei quartieri che lo ridossano, dove anzi si aggrumano cisti di maldivivere arancione; no, i cromi marini sono disseminati anche oltre l’estrema periferia, scagliati persino in aperta campagna. Qui si acquattano le superdimore, spesso regge degli iperricchi, che tra poco, nella carta dedicata a Illegalità & delitti, potremo sovrapporre alle abitazioni dei malavitosi patentati e soprattutto a quelli individuati da Altre Mappe. Intendiamoci: questo non implica associazione automatica tra soldi e malaffare, ci mancherebbe! Ma l’oggettività cartografica documenta parentela strettissima fra le due categorie.
[…]

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correlato:

STAMPA INTERNAZIONALE
Le Monde, 2 gennaio 2026

Le mappe, contropoteri per ridisegnare il mondo

Lotte ecologiste, difesa delle libertà, movimenti femministi… A lungo appannaggio dei potenti, la cartografia si reinventa sotto la spinta di collettivi di cittadini, ricercatori, giornalisti e artisti. Un movimento critico radicato in una ricca storia teorica.

di Claire Legros

traduzione di Rachele Marmetti

Isole di foresta solcate da camion che trasportano tronchi e circondate da cartiere e da fabbriche di pellet, da cui emerge un impressionante ululone [anfibio simile al rospo, dal tipico canto che emette nel periodo riproduttivo, costituito da uuh…uuh…uuh…, ndt] dal ventre giallo, una specie protetta. È così che gli abitanti della Montagne Limousine hanno rappresentato il “loro” massiccio forestale, al crocevia tra Corrèze, Creuse e Haute-Vienne.
Editato da IPNS, giornale d’informazione e discussione dell’altopiano Millevaches [nel parco naturale regionale Périgord-Limousin, Francia centrale, ndt], e dalla casa editrice dell’associazione À la crié, con sede a Nantes, la mappa in formato cartaceo non è destinata agli escursionisti o ai turisti di passaggio. Combinando disegni e racconti, essa «mira a sollevare interrogativi sulle dinamiche forestali» spiega Frédéric Barbe, geografo, artista nonché membro dell’associazione; egli mette in rilievo ciò che le mappe istituzionali non mostrano: l’industrializzazione di un territorio, l’amarezza degli abitanti di fronte al disboscamento e la volontà di un futuro diverso per la foresta.
La pubblicazione fa parte della dozzina di «mappe della resistenza» prodotte dall’editore in dieci anni, vendute con un certo successo a prezzi bassi o a contributo libero. La progettazione è sempre collettiva, portata avanti per iniziativa degli abitanti e in stretta collaborazione con loro, con il supporto di un geografo e di un grafico. La prima, quella della ZAD [Zone à Défendre, Zona da difendere, spesso rurale occupata da ambientalisti che si oppongono a un progetto di sviluppo urbano, ndt] di Notre-Dame-des-Landes (Loira Atlantica), pubblicata a febbraio 2016, ora è esaurita dopo cinque ristampe e oltre 20 mila copie vendute. Quella dei Giochi Olimpici di Parigi, cui ha collaborato il collettivo locale Saccage 2024 [Saccheggio 2024], racconta il rovescio della medaglia delle Olimpiadi, lo sfratto degli abitanti di Saint-Denis (Seine-Saint-Denis) e la morte di operai nei cantieri della Grand Paris.
Queste pubblicazioni rompono deliberatamente con le convenzioni grafiche della cartografia istituzionale. «La mappa non è il territorio, invita a pensarlo» afferma l’editore. «È uno strumento di educazione popolare, semplice e poco costoso, che può essere affisso al muro o steso sul tavolo per riflettere insieme su come si vuole vivere in quello spazio.»
Un vento di ribellione soffia sulla cartografia, disciplina tuttavia percepita come tecnica e altamente codificata. Negli ultimi quindici anni sono emerse miriadi di iniziative e riflessioni di cui è difficile definire i contorni, tanto è varia la gamma di intenzioni, metodi e produzioni. «Lavoro nel settore da 35 anni e non riesco a stare al passo con tutte le iniziative» esclama Philippe Rekacewicz, ricercatore associato del dipartimento di scienze sociali dell’università di Wageninguen (Paesi Bassi) e figura francese della corrente.
Ex giornalista di Le Monde diplomatique, Rekacewicz rivendica una pratica «radicale» della disciplina, altri preferiscono definirsi «critici», altri ancora hanno adottato il termine di «controcartografia». Questi approcci, al crocevia tra scienze, arte, politica e militantismo sociale, condividono una base comune: la volontà di rovesciare il potere delle mappe per metterle al servizio di una forma di «giustizia dello spazio». Lotte ecologiste e urbane, difesa delle libertà e dei diritti umani, movimenti femministi… Associazioni e collettivi contestano le rappresentazioni istituzionali, si riappropriano dello spazio o mostrano realtà fino ad ora invisibili. Sono spesso sostenuti da riconosciuti cartografi e s’inscrivono in una ricca riflessione teorica e in un «antico dialogo tra l’ambiente accademico e le pratiche sociali» osserva Irène Hirt, docente del dipartimento di geografia e ambiente dell’università di Ginevra (Svizzera).
In realtà queste pratiche contestatarie affondano le radici nella storia stessa della disciplina. La geografa Françoise Bahoken – coautrice insieme a Nicolas Lambert di Cartographia. Comment les géographes (re)dessinent le monde (Cartografia. Come i geografi (ri)disegnano il mondo), edizioni Colin, 2025 – ne fa risalire le origini alla fine del XIX secolo, quando la cartografia occidentale s’impose come modello di scientificità, prima con la precisione delle misurazioni, poi con l’affermazione della geografia quantitativa legata all’utilizzo di dati statistici.
Già dagli anni Ottanta del XIX secolo il geografo tedesco Ernest George Ravenstein si avvalse del censimento della popolazione britannica per confutare l’idea secondo cui le popolazioni che migrano si spostano in modo anarchico. Pochi anni dopo, in occasione dell’Esposizione Universale di Parigi del 1900, il sociologo afroamericano W. E. B. Du Bois visualizzò le «linee di colore» che dividono la società americana, dimostrando, con l’ausilio di mappe e grafici, come il razzismo impedisca qualsiasi forma di uguaglianza sociale.
Tuttavia gli studi di questo tipo cominciano a diffondersi sono negli anni Sessanta del secolo scorso, grazie a due rispettati esponenti della professione, i geografi David Harvey e William Bunge (1928-2013). Harvey fonda una corrente d’ispirazione marxista, denominata Geografia Radicale, che intende dimostrare come il capitalismo modelli le diseguaglianze spaziali. Quanto a Bunge, nel 1968 decise di rompere con l’approccio quantitativo allorché si rese conto del suo ruolo nelle politiche urbane segregazioniste negli Stati Uniti.
Insieme a Gwendolyn Warren, leader attivista per i diritti civili della comunità nera di Detroit (Michigan), Bunge sviluppa in questa città operaia del nordest degli Stati Uniti un progetto di ricerca geografica basato su indagini sul campo, coinvolgendo nell’avventura diverse centinaia di giovani abitanti, donne e uomini, del quartiere nero di Fitzgerald. Per Warren e Bunge formare i residenti a documentare le logiche spaziali significa democraticizzare l’esercizio del potere. Queste «spedizioni geografiche» porteranno alla pubblicazione di un libro – Fitzgerald: Geography of a Revolution, Cambridge 1971 – sui processi di pauperizzazione ed emarginazione del quartiere.
Tuttavia sono i lavori di uno storico, John Brian Harley (1932-1991), che alla fine degli anni Ottanta segnarono una svolta teorica importante. Nel suo articolo fondamentale, Deconstructing the Map (Cartographica 1989) invita a leggere le mappe non come semplici riflessi della realtà, ma come costruzioni sociali, attraversate da rapporti di potere. La mappa è una costruzione situata nel tempo e nello spazio, afferma, il cui «potere consiste in gran parte nell’operare sotto la maschera di una scienza apparentemente neutrale. Nasconde e nega la propria dimensione sociale e allo stesso tempo la legittima».
Lo storico individua un duplice potere dietro lo strumento: quello del cartografo o del suo committente, che decide ciò che deve essere rappresentato attraverso molteplici scelte (proiezione, scala, toponimi…), ma anche un potere interno alla carta stessa. Non solo essa non è neutrale, ma è anche performativa: agisce sulla nostra immaginazione e induce rappresentazioni. «Per Harley bisogna assolutamente analizzare da un lato le intenzioni e le scelte politiche dell’autore, dall’altro gli usi che se ne possono fare, in che modo la mappa può essere strumentalizzata per pensare un territorio» sottolinea il geografo e ricercatore del CNRS [Centre National de la recherche scientifique], Matthieu Noucher.
Queste riflessioni, nonché l’ambiziosa History of Cartography (Edizioni dell’università di Chicago) che Harley diresse con David Woodward – il primo volume fu pubblicato nel 1987 – provocarono uno shock metodologico duraturo. Il mettere in luce i molteplici formati delle carte non occidentali contribuì a decentrare lo sguardo e a chiarire la dimensione parziale e politica di ogni rappresentazione spaziale.
Questa consapevolezza ispirerà numerosi studi nel campo delle scienze sociali, in particolare sul ruolo centrale della cartografia nella storia coloniale. «Essi dimostrano che, dal XVII al XIX secolo, la mappa è servita a creare il mito della terra nullius, la terra vergine disabitata, al fine di giustificare le conquiste coloniali accreditando l’idea di territori privi di uomini e donne» spiega Matthieu Noucher. Il ricercatore si è dedicato all’analisi delle «zone bianche delle mappe», o meglio del loro «sbiancamento» per cancellare le ancorché rare menzioni delle popolazioni autoctone. Così, la prima mappa francese del 1732 della Guyana segnala la presenza sul territorio di «nazioni indiane», formula sostituita tre decenni dopo dalla menzione di «belle e fertili pianure che devono ospitare la nuova colonia francese». All’epoca la Francia aveva perso i possedimenti canadesi e aveva deciso di fondare una colonia di popolamento in Guyana.
L’approccio critico non si limita a mettere in discussione la mappa come rappresentazione dominante. A partire degli anni Settanta, lo strumento stesso viene usato dalle comunità indigene per difendere i propri diritti territoriali di fronte a progetti estrattivi. Per le comunità locali di Sudamerica, Asia, Africa e Oceania produrre mappe diventa una strategia di resistenza all’industrializzazione dei territori, come anche nella Colombia Britannica (Canada) contro la costruzione di gasdotti e oleodotti. Nel 1995 la sociologa Nancy Lee Peluso conia il termine «contro-cartografia» per indicare la produzione destinata a contestare le strutture di potere.
Queste contro-mappe mettono in discussione anche la dimensione culturale dei metodi usati e al tempo stesso le frontiere della scienza occidentale. «La contro-cartografia invita infatti a una decolonizzazione delle conoscenze geografiche, che non prendono tutte corpo sotto forma d’immagini. Possono trasmettersi attraverso la parola, il canto, la danza, la scultura o i sogni, espressioni intimamente legate alle pratiche e ai territori di caccia o pesca» sottolinea Irène Hirt, che ha accompagnato comunità Mapuche in Cile e Innu in Québec nella ricostruzione del loro ambiente vitale. «Lungi dall’essere vuote come dicono le mappe, queste terre sono piene di toponimi, luoghi di ritrovo o di sepoltura, sentieri di trasporto e vie di migrazione umana e non umana.»
All’alba degli anni Duemila, la diffusione di strumenti digitali apre un nuovo capitolo. Il boom delle tecniche della geomatica [tecnologia di rilevamento e trattamento dei dati relativi alla terra e all’ambiente, ndt] (sistemi informativi geografici, SIG, GPS, telerilevamento e così via) e l’accesso a vaste banche-dati trasformano profondamente la cartografia convenzionale. In pochi anni la geovisualizzazione è diventata un alleato indispensabile dell’organizzazione dei territori. «Con l’arrivo dell’applicazione cartografica Google Maps nel 2005, abbiamo visto rinascere una forma di credenza cieca nell’oggettività dei dati e nella loro capacità a restituire in tempo reale un’immagine esatta del territorio» constata Matthieu Noucher.
Questa rottura rinnova radicalmente le sfide del potere. «Per prendere sul serio la proposta di Harley oggi dobbiamo interessarci al funzionamento degli algoritmi, dei database e delle applicazioni» avverte il geografo. E capire come questi programmi, lungi dall’essere neutri, impongono anch’essi una visione del mondo. Noucher, autore di Blancs de scartes et boîtes noires algorithmiques (Spazi vuoti delle mappe e scatole degli algoritmi) CNRS, 2023, analizza le scelte e i silenzi di modelli economici fondati sulla pubblicità che «inducono a privilegiare per esempio la visualizzazione delle attività commerciali e a ignorare gli ambienti di vita».
«Lo spazio vuoto delle mappe», afferma Noucher, assume un significato completamente diverso con la personalizzazione algoritmica e le bolle di filtraggio che impongono realtà diverse a seconda del profilo degli utenti, del loro Paese d’origine e delle loro abitudini. Così Google Maps adatta la visualizzazione in base al contesto politico e geografico del Paese. «Dopo la decisione di Donald Trump di sostituire la denominazione Golfo del Messico con Golfo d’America, uno studente americano non vede più la stessa mappa di uno studente messicano» si rammarica il geografo.
Questa personalizzazione rinchiude gli individui in visioni frammentate dello spazio, dove ambiti commerciali, infrastrutture e confini simbolici sono gerarchizzati in modo diverso per ciascuno. Un cambiamento che segna una rottura: «Sostituendosi agli organismi nazionali e internazionali, le grandi piattaforme digitali impongono progressivamente le loro logiche, spesso guidate da interessi economici o geopolitici» avverte il ricercatore. Mentre fino a ora la mappa era un bene comune e uno strumento condiviso indispensabile al dibattito democratico, «ora tende a diventare un oggetto individualizzato, soggetto a una post-sovranità cartografica dominata dai giganti del digitale, con il rischio di erodere ogni rappresentazione collettiva dello spazio».
Di fronte a questi sviluppi, anche gli approcci critici si sono rinnovati. La democratizzazione di strumenti sempre più accessibili e partecipativi ha rafforzato le pratiche alternative. Lanciato nel 2004, il progetto collaborativo di cartografia online OpenStreetMap, creato e aggiornato da volontari di tutto il mondo, i cui dati geografici sono accessibili a tutti, rimane «l’esempio più riuscito di contestazione del dominio di una multinazionale come Google sulle rappresentazioni geografiche del mondo» afferma Nicolas Lambert, ingegnere in scienze dell’informazione geografica del CNRS. Questo specialista della geovisualizzazione nel 2009 è entrato a far parte di Migreurop, una rete di esperti e di una cinquantina di associazioni per la difesa dei diritti umani, che, attraverso la pubblicazione di atlanti «impegnati», «documenta» e «denuncia» gli effetti delle politiche migratorie europee.
Le iniziative di cartografia critica si stanno sviluppando oggi in una grande varietà di contesti, scale e forme. Possono essere individuali o collettive, riguardare un quartiere, un Paese o avere una portata internazionale, rientrare nell’ambito di lavori accademici, di lotte politiche o di inchieste giornalistiche o possono anche intrecciare tutti questi settori.
Molte produzioni si basano su dati statistici, altre invece ricorrono ad approcci cosiddetti sensibili, che mirano a reinserire le esperienze vissute al centro delle rappresentazioni spaziali. Questa cartografia basata sui sensi e le emozioni si è sviluppata attraverso iniziative esplorative di donne, nate negli anni Novanta in Canada, a Toronto e Montreal, e organizzate in Francia da circa dieci anni. Angoscia, paura, senso di sicurezza o di comfort diventano elementi tradotti in simboli grafici. Rendendo visibili le esperienze dello spazio pubblico differenziate secondo il genere, queste iniziative hanno fatto della carta uno strumento per ripensare la pianificazione urbana e combattere la violenza, ma anche una leva di emancipazione. «Iscriversi nello spazio simbolico della mappa equivale a riappropriarsi dello spazio e forzare il riconoscimento di sé nonché a esistere agli occhi degli altri» si compiace la storica Nepthys Zwer, autrice di Pour un spatio-féminisme. De l’espace à la carte (Per uno spazio-femminismo. Dallo spazio alla mappa), La Découverte, 2024.
In questo contesto, il ricorso a modalità di espressione creative (collage, disegno, ricamo) facilita la partecipazione di un pubblico che ha poca familiarità con i codici classici. A Grenoble, «incontri cartografici» tra migranti, ricercatori in scienze sociali e artisti, organizzati nei locali dell’associazione Accueil Demandeurs d’asile (Accoglienza Richiedenti asilo) hanno permesso di raccogliere i racconti dei percorsi migratori per mezzo del disegno, del ricamo e persino della scultura dell’argilla attraverso “carte mentali” delle emozioni, come hanno dimostrato i lavori delle geografe Sarah Mekdjian e Anne-Laure Amilhat-Szary.
In questa prospettiva, la soggettività dell’approccio è chiaramente rivendicata. Ma questi approcci sollevano anche alcune domande: cosa possono apportare queste rappresentazioni alle pratiche più convenzionali? Quale posto possono occupare in una disciplina formalizzata?
«Poiché legittima e riabilita l’attaccamento e l’esperienza empirica che gli individui hanno di un territorio, la contro-cartografia è necessariamente soggettiva, come del resto qualsiasi mappa» sottolinea Nepthys Zwer. Essa rivendica una doppia eredità; quella di John Brian Harley, per il quale la mappa non è mai neutra, e quella della filosofa femminista americana Donna Haraway, per la quale «ogni oggettività è sempre prodotta a partire da un “sapere situato”». Tuttavia, «queste pratiche non possono essere ridotte a uno strumento di lotta politica» avverte la storica. «Sono parte integrante della disciplina, che completano e arricchiscono e, in quanto tali, devono essere valutate come le altre».
È anche l’opinione di Philippe Rekacewicz, che ha scelto di abbandonare il termine controcartografia perché «può essere interpretato come opposto alla cartografia convenzionale». «Ma noi utilizziamo le stesse regole, i nostri metodi di indagine e d’intervista sono gli stessi della geografia qualitativa e delle scienze umane in generale. Ciò che cambia è l’intenzione, la volontà di decostruire il discorso di potere e di rendere visibile ciò che esso non vuole mostrare» spiega Rekacewicz.
Tuttavia, secondo Françoise Bahoken, ricercatrice presso l’università Gustave Eiffel, bisogna differenziare le mappe dalle «immagini e dalle altre rappresentazioni del territorio». «Certo, nessuna rappresentazione è per definizione oggettiva, ma la cartografia come disciplina scientifica si basa su teorie e metodi, dispositivi e principi, e tende all’oggettività. Alcuni approcci non sono scientifici, il che non significa che non siano importanti, poiché consentono ai non-specialisti di cogliere le questioni della diseguaglianza spaziale.»
A lungo marginale, il movimento sta iniziando a farsi strada nelle università. «La cartografia critica è oggetto di studi accademici oggi ampiamente riconosciuti e che appassionano» Afferma Nicolas Lambert. All’università di Tours, all’interno del dipartimento di geografia, è stato istituito un corso di cartografia sperimentale dove gli studenti vengono introdotti a laboratori di geografia sensibile. Università come Bordeaux e Grenoble offrono laboratori simili.
Anche l’approccio critico digitale è oggetto di un crescente interesse, con la presa di coscienza della potenza e dell’opacità delle scatole nere algoritmiche e della necessità di metodi per analizzarne il funzionamento. L’Agenzia nazionale per la ricerca sta finanziando progetti in questo campo. «Un vero progresso» si compiace Matthieu Noucher, che anima un gruppo di lavoro sugli approcci critici all’interno della rete Magis, composta principalmente da geomatici, specialisti di dati e sistemi informativi geografici, specialisti di dati, e progettisti di mappe. «Fino a ora, gli attori della cartografia critica e quelli della produzione di mappe ufficiali non comunicavano molto tra loro. La principale sfida oggi è far dialogare i diversi punti di vista per arricchire le modalità di rappresentazione» sottolinea il geografo.
Il ricercatore sta preparando per giugno, a Bordeaux, una mostra al crocevia tra arte e scienza, che farà dialogare diverse rappresentazioni spaziali del pianeta: planisferi e contro-mappe degli Attikamek del Québec, globi terrestri digitali alla maniera di Google Earth e sculture di comunità autoctone kali’na della Guyana. Un altro modo per costruire ponti tra diverse visioni del mondo.

 


10 gennaio 2026

 

TECNICHE DI SOPRAVVIVENZA SENILE

I Pennini del Naviglio Pavese

di Scribo Ergosum

È il nome di un circolo culturale attivo da qualche anno nel Sudmilano, area vaga e duttilmente non-convenzionale che si distanzia dalla metropoli modaiola-finanziaria per dilagare in quello che fu il Regno delle Risaie, sino alle porte di Pavia. I Pennini si proclamano scrittori. Cioè produttori di fioriture di parole su carta. Anche su risme A4 comprate una alla volta al supermercato e inchiostrate alla stampante di casa. Purché palpabili, reali, segni tangibili di crociate per la liberazione quantomeno di Matusalemme dagl’Infedeli Onlain: definite, definitive, sottoscritte, responsabilmente diffuse.
Il sogno d’ogni Pennino è il conforto di un tomo canonico, cioè edito da pubblicatore professionale, che accetti il rischio d’impresa e riconosca contrattualmente i diritti autorali, poi che irrori dell’opera la rete commerciale, così che l’editato Pennino possa adesivare sulla ruota pavonale la magica pecetta «mi trovi in tutte le librerie».
Sfoghi onirici, appunto. Uno scrittore autentico è un vincente solitario adubato dalla spada del Mercato. Non fiorisce in un Circolo di scrittori sedicenti, ancorché Pennini orfani di carta e inchiostro: nel Circolo l’aspirante scrittore si rifugia, appassendo. Come ogni altra categoria di sconfitti, i perdenti scritturali abbisognano di una cuccia calda, di un universo minimo di sopravvivenza. Pennini Anonimi ‒ o, come usa nelle audaci lande del Nordmilano, Scrittori Anonimi ‒ come Alcolisti Anonimi, Ludopatici Anonimi, Meretrici Anonime e via elencando serre di speranza e anticamere della disperazione.
E ieri sera, appunto, alla riunione settimanale dei Pennini a bordo Naviglio ho ascoltato la presentazione di un dattiloscritto sconvolgente, che di seguito sunteggio e indi chioso nel tentativo di decifrarne il presunto nesso con i venti di guerra che minacciano di estendere roghi di consolidato e insidioso palpito.
[…]

(articolo a richiesta)

 


9 gennaio 2026

 

LE NUOVE FRONTIERE DELL’I.A. DI PRIMO PREZZO

La stupidità artificiale su grande schermo

Abbiamo analizzato alcuni film realizzati da robot. Ogni elemento della pellicola, dalla sceneggiatura al casting alla scenografia alla colonna sonora, obbedisce al Copione di Pirling: si prendono gli elementi topici dei film di grande successo di massa e li si frullano in un beverone di basso conio replicativo. L’allocchito spettatore medio se lo trangugia perché appaga il suo gusto e le sue aspettative, che del resto si contentano di luminarie stroboscopiche, petardi e fuochi d’artificio, frasi rituali, catene emozionali infantili, trame elementari arzigogolate da chiacchiere incomprensibili, da scacciare con una gratificante manata di vento, come si fa con le mosche. D’altra parte un film non può esimersi dal simulare un minimo di vita reale, dove l’incomprensione opprime lo spettatore filmico a riposo.
Per esempio Sicario, ultimo incarico, film spacciato sin dagli albori dell'IA da Prime Video, che spartisce con pochi altri produttori internazionali lo spaccio di stupidaggini a spettatori compulsivi, è da un lustro scampolo didattico per dimostrare come qualmente la droga del piccolo e infimo schermo si sia andata affinando e letalizzando. Pellicole-Lego per bimbadulti…

[…]

(articolo a richiesta)

 


5 gennaio 2026

 

A TRENTO UN CONVEGNO SULLA FUGA DI MASSA NELL’ONIRICO

Re magi e malvagi

di G.C. Scotuzzi Mosca e Rachele Marmetti

Il magico è ciambella di galleggiamento per chi non sa nuotare nella vita autentica.
È valvola di sfogo e di sicurezza per creatività altrimenti inesprimibili.
È surrogato che placa l’ansia di eternità e di valori alti per chi ignora o teme il confronto con l’eternità e i valori alti.
È un prodotto mercantile, alla stregua di ogni altro balocco: sempre sacrosanto e pedagogico quando destinato ai fanciulli, lenitivo di smarrimento o pochezza cerebrale quando la dipendenza ludica si prolunga nell’età adulta.
È forma di evasione analoga all’ansia peripatetica delle mandrie umane transumanti che si proclamano turisti: ciascuno sgomita e sciala per recarsi in ogni luogo ove i flussi degli operatori turistici e gli stimoli pubblicitari lo conducono: Voglio andare ovunque purché non rimanga qui. Il Qui, l’Oggi, il Conterraneo (massime il Vicino, il Collega di lavoro) sono la plaga ammorbata da cui evadere.
Le Chiese sono le prime produttrici di magie, ma eccepiscono l’alibi del fin di bene. Sul fronte puramente mercantile, o ideologico a fin di pecunio, eccelle il pianeta Hollywood, epicentro in Usa ma propaggini in ogni landa dove il fascino dell’onirico frammisto a speranza irrazionale declina la formula ammaliatrice secondo peculiarità locali. Cinecittà e Bollywood sono diverse dagli Studios di Los Angeles ma tutte e tre (tutte e cento) sono lige ai canoni fondamentali della vulgata filmica made in Usa: gerarchia sociale determinata dal denaro, ricchezza e fama a portata di chiunque, la guerra è sempre sacra e doverosa purché connotata di umanitaria o preventiva, le ingiustizie sociali sono la conseguenza della dabbenaggine di chi le subisce, la giustizia è sempre associata a qualche forma di fortuna, il miracolo religioso è indiscusso, ch’è del resto riflesso di quello civile, ogni cenerentola pezzente ha un principe miliardario a portata di mano, il caso è sovrano di ogni coesistenza (se mandi la palla in rete sei dio, idem se imbrocchi i numeri della lotteria; se no è giusto che tu ti rassegni alla marginalità), il capitalismo è valore ecumenico superiore al cristianesimo, ma parigrado con ogni religione meramente rituale.
Magico come sinonimo di irrazionale, premessa e alimento di tutto che è divertente, inebriante, giocoso. Cioè simulante e al tempo stesso ricusante la realtà. Ludo, ergo non-sum.

(continua - articolo completo a richiesta)

 


29 dicembre 2025

 

RENDICONTO DI UNA BARBARIE ANNUNCIATA

Hamburger triplostrato per l’animaloide

di G.C. Scotuzzi Mosca e Rachele Marmetti

L’operaio Pinco ha sempre lavorato come una macchina e per il resto ha vissuto a un livello appena superiore a quello delle bestie. Sino a ieri. Da oggi è terrorizzato. Da un concorrente che non si aspettava: un super-operaio alto un metro e 80, snello 65 chili. Un marcantonio talmente evoluto e superintelligente, rispetto a Pinco, e infinitamente più colto, capace anche di fare il dirigente. Dunque di comandare Pinco, nel caso in cui non lo rimpiazzi. Prospettive per Pinco: obbedire a un non-umano, cioè a un robot dalle sembianze umane (umanoide) o cedergli il posto di lavoro.
L’umanoide coglie ogni ordine al volo, lo esegue meglio di quanto potrebbe fare il migliore degli umani. Senza sbagliare, senza stancarsi, senza contestare.
Nella testolina di Pinco, scatoletta da contenuto misero a cospetto dei tetra-tutto stivati nel cerebro meccanico dell’umanoide, vorticano due neuroni, portatori di domande angoscianti: la prima: perché non l’ho visto arrivare questo umanoide? Lo avrei placcato ai suoi primi vagiti. Secondo quesito: E adesso come posso impedire a questo umanoide di farmi licenziare o di degradarmi a suo schiavo?
[…]

La tecnica contro l’uomo

La vita di Pinco (nonché di Pinca) è un hamburger a tre strati: il sesso, il cibo, la dominanza sulla prole, o l’esserne dominato, che per Pinco è l’altra faccia della medaglia al merito procreatico. Pinco  morde a piena chiostra e spesso la foga gli nega di prevedere cosa si ritroverà in bocca: figa (uccello in caso di Pinca), costata di manzo, o, traslando in metafora, un figlio o un nipote. Fa niente, venga il mix che piace al caso, purché Pinco se lo goda, si diverta, si tenga ben incrodato ai tre piaceri dominanti che costituiscono il senso e il fine della sua miseranda esistenza. E a tutto il resto, che peraltro divora il 90% del suo tempo, Pinco non ci pensa? Non vuole metter becco nella gestione del bene comune? Non si preoccupa di come i padroni del mondo declinano tecnicamente le scoperte scientifiche? Non si chiede chi decide cosa produrre, per chi produrre e come produrlo?
No, no e no. Possiamo passarli tutti in rassegna gli interrogativi che dovrebbero stimolare ogni essere umano dotato di media intelligenza, di media cultura, di media sensibilità, di media moralità, di media responsabilità sociale, di media vocazione alla giustizia e la risposta sarebbe sempre no: a Pinco e a Pinca non gli frega altro che addentare il loro bell’hamburger triplostrato. A tanta indifferenza consegue che, appunto, Pinco non ha scorto l’avvento del proprio becchino: l’umanoide.
Ed ecco Pinco disperarsi e piagnucolare e accampare puerile scusa alla propria miopia: «Non potevo aspettarmi un simile stravolgimento: io, creatura di dio, rimpiazzato da una macchina!»
(Lettore: non eccepire che anche i fabbricanti e gestori umani degli umanoidi sono creature di dio: Pinco non capirebbe neppure l’obiezione, vano essendo pretendere che gallina ascenda in quota come aquila.)
Ma una censura, almeno una, ci sentiamo in diritto-dovere di muoverla a Pinco: L’avvento dell’umanoide potevi aspettartelo, eccome! Ti sarebbe bastata una miscela di cuore e cervello, ti sarebbe bastato riflettere e farti strada nel nuovo mondo forgiato dai Signori della Tecnica orientandoti con la bussola della coscienza e aprendoti varco con il machete della conoscenza. Invece tu, laido animaloide: «Che scopata! Che mangiata! Che splendore di eredi mi ritrovo, bellissimi e donatori di eternità, il mio cognome e il mio DNA in marcia verso l’immortalità! In culo tutto il resto, in culo il mondo intero, purché io goda e mi diverta e mi perpetui!»
[…]

Le avvisaglie

Mezzo secolo fa Luciana Castellina, giornalista del quotidiano comunista (all’epoca) Il Manifesto, traversò l’Atlantico e scorrazzò per le lande insanguinate dal genocidio dei pellerossa. Ci ricavò un libro: Che c’è in Amerika. La K era marchio infamante degli anti-umanisti dell’epoca, gli anticomunisti appunto: Kossiga, Kapitalismo, Kiesa…
In quell’America a dominanza bianka c’erano acciaierie talmente stipate d’impianti automatici che dovevi camminare 300 metri per incontrare un operaio in carne e ossa, e altri 300 per incocciarne un secondo. Nelle immense fabbriche che trasformavano in auto il ferro fuso e chimiche ammorbanti c’erano operai pagati così bene che potevano permettersi di disertare le fabbriche gli ultimi tre giorni la settimana: gliene bastavano quattro, di giorni, per guadagnare il valsente di una vita sopportabile e a tratti anche godereccia. Allora il padrone della fabbrica comandò i capireparto a spacciare droga agli operai. Droga costosa, che costrinse gli operai a lavorare di più: per comprare anche la droga accettarono l’allungamento della giornata lavorativa di due ore e la settimana di almeno un giorno, spesso di due. Risultato: si ritrovarono a sgobbare 50 o anche 60 ore la settimana invece di 32.
Ma gli operai tossici sono fisicamente deboli, lenti di riflessi, sempre allocchiti, sbagliano spesso, ancora più spesso ammalano, finché al padrone tocca cacciarli, se non hanno la decenza di morire. Più conveniente, per i Signori della Tecnica, sostituire i tossici con macchine via via più performanti e invadenti. Come avevano fatto gli acciaieri.
Allora, Pinco: come puoi affermare che non li hai visti arrivare gli umanoidi? Come puoi affermare che vivere prioritariamente per abbuffarti di hamburger triplostrato senza mai preoccuparti di chi timona le fabbriche e lo Stato non ti avrebbe condotto alla catastrofe? Se avessi mai avuto un briciolo di conoscenza e coscienza di classe, cioè se avessi fatto tesoro delle esperienze degli operai che ti hanno preceduto, sapresti che la mitica quanto stolta classe operaia, già all’epoca della Castellina e un secolo addietro ai tempi dell’appello di Karl Marx («Proletari di tutto il mondo unitevi»), aveva rinunciato, per pigrizia o codardia o menefreghismo o stupidità o tutte e quattro le cause insieme, ad appropriarsi dei mezzi di produzione, condizione prima e imprescindibile di ogni di liberazione dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Hai vigliaccamente consentito alla parte peggiore dell’umanità ‒ e purtroppo anche la più folta di intelligenze, ahitu e ahinoi tutti ‒ di utilizzare senza freni la Tecnica non già per migliorare le condizioni di vita dell’umanità intera, ma soltanto sfruttare all’osso i deboli e per condannarli alla disoccupazione quando non più abbastanza produttivi. Hai assistito non-vedente al picconaggio dello Stato sociale, scassato certo, ma pur fucina di aspirazioni libertarie e giustizialiste e comunque esito dei sacrifici immani dalle generazioni di lavoratori subordinati che ti hanno preceduto.
Il kapitalismo più feroce, invisibile agli occhi maggioritari che non hanno voluto vederlo sino al momento di essere costretti a spalancarli di fronte all’umanoide, è da secoli vaticinato e ammonito da stuoli di predicatori: dagli scienziati umanisti ai Partiti dei Giusti alle Chiese degli Ultimi. La barbarie definitiva che oggi si va imponendo e ulteriormente degenerando a tappe forzate è stata a lungo leggibile, prevedibile, e dunque potenzialmente contrastabile ascoltando i predicatori progressisti e leggendo le loro opere, facendo tesoro dei loro appelli alla coscienza e alla ragione.

(continua ‒ articolo completo a richiesta)

 

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STAMPA INTERNAZIONALE
Le Monde, 29 dicembre 2025

Nella scia di Elon Musk, la Silicon Valley si prepara alla rivoluzione dei robot

La robotica umanoide sta suscitando un crescente entusiasmo nell’ambiente tecnologico californiano, alimentato dalle profezie del capo di Tesla. Tuttavia molti esperti ritengono che l’ingresso dell’IA nel mondo fisico sia tuttora irto di ostacoli tecnologici e logistici. 

di Arnaud Leparmentier
corrispondente da San Francisco

traduzione di Rachele Marmetti

Nella Silicon Valley si adorano i “momenti”. Nel 2007 ci fu il “momento iPhone”, che diffuse la rivoluzione digitale in tutto il mondo. Nel 2022 ci fu il “momento ChatGPT”, che segnò l’irruzione dell’intelligenza artificiale (IA). Ora si sta aspettando il “momento dei robot”, ovvero l’ingresso degli umanoidi nelle case.
«Siamo ferventi evangelisti della robotica e crediamo nel futuro ineluttabile delle macchine intelligenti» dichiarava il 13 novembre Margaux Sullivan, direttrice marketing del fondo di capitali a rischio Cybernetix Ventures, durante un convegno sui robot a Palo Alto (California, Stati Uniti), e speriamo di «poter dire che il momento ChatGPT per l’IA fisica è imminente».
Questi credenti hanno il loro profeta: Elon Musk. Il 6 novembre, all’assemblea generale di Tesla, l’imprenditore ha sognato a occhi aperti, rievocando il suo intervento sulla colonizzazione di Marte, tenuto in Messico nel 2016, al Congresso Internazionale d’Astronomia. «Sto per dirvi cose che non dovrei dire» ha esordito, spiegando che i suoi robot Optimus di forma umanoide saranno l’innovazione più importante della storia, «più importante dell’iPhone» assicura il miliardario, che non molto tempo fa prediceva la fine della vita possibile sulla Terra. E ha spiegato, con la megalomania che lo contraddistingue, che ognuno avrà il proprio robot, che Optimus diventerà più preciso del migliore dei chirurghi, che sorveglierà i criminali ed eviterà loro la prigione, «eliminerà la povertà», «moltiplicherà l’economia per 10, se non per 100». Insomma farà entrare il pianeta in una nuova età dell’oro: «Con l’IA e la robotica dobbiamo aggiornare la nostra missione: realizzare un’abbondanza sostenibile» ha affermato Musk.
Musk vaticina entusiasta l’avvento di questo nuovo mondo. Ma l’arrivo dei robot è ancora fantascienza agli occhi di molti professionisti del settore, come Hans Peter Brondmo, ex responsabile della robotica IA di Google. Brondmo riconosce che non scommetterebbe contro Musk. Chi l’ha fatto l’ha imparato a proprie spese; i francesi, per esempio, che un tempo ridevano di SpaceX, e i costruttori di automobili che non credevano a Tesla. «Ma siamo ancora lontani [da un “momento ChatGPT”]. La robotica è un problema molto più complesso e multidimensionale» avverte. Se possiamo immaginare robot capaci di afferrare un bicchiere, siamo ancora molto lontani, secondo Brondmo, dall’avere robot che obbediscano all’ordine di pulire un bagno: «Ci vorranno decenni.» «Si lavora molto di fantasia. E non sono il solo a pensarlo. Mancano almeno dieci anni a uno sviluppo commerciale su larga scala» aggiunge Frantz Lohier, ingegnere di robotica che ha lavorato per Amazon.
Musk vende sogni, spiega Fady Saad, fondatore di Cybernetix Ventures, ma, in fondo, va bene così. L’annuncio del miliardario sui robot ha spinto tutti i dirigenti del settore dell’automobile e delle macchine utensili a innescare la marcia superiore e la Silicon Valley a lanciarsi nella robotica. «È stato lui a scatenare questa reazione a catena» spiega Saad. Gli investimenti nella robotica negli Stati Uniti, in Israele e in Europa nel 2025 dovrebbero superare i 20 miliardi di dollari (17,2 miliardi di euro), con un aumento di un miliardo rispetto al 2024 e 280 operazioni realizzate, secondo la società di investimento F-Prime.
Ora bisogna passare all’azione. Immergersi nella realtà, come fa la società Agility, che nella fabbrica di Salem, in Oregon, sta sperimentando alcune decine di robot umanoidi, di 1,80 metri e 65 chili, per almeno tre clienti (GXO, Schaeffler e Amazon). La società punta a fornirne migliaia in leasing, tuttavia non ha l’imprudenza messianica di Musk. «Le attuali capacità dei robot vengono molto esagerate» confida Pras Velagapudi, direttore tecnologico di Agility. «A lungo termine questo si traduce in un danno per il settore, perché crea aspettative irrealistiche. Ma il fatto che Tesla susciti interesse per questo ambito è positivo. Società come Agility possono così raggiungere un vasto pubblico che forse non si era ancora reso conto che i robot umanoidi già esistono, anche se riteniamo doveroso informarlo sulle loro attuali capacità».
A dispetto dei timori di perdite massicce di lavoro che suscita l’IA, Agility è ottimista. «Puntiamo sull’automazione di compiti manuali faticosi, ripetitivi e ad alto rischio di infortuni. Generalmente non c’è grande offerta di manodopera per questo tipo di lavori» nota Velagapudi. Lohier specifica come possono essere usati i robot: «Affinché il settore dei robot funzioni, è necessario che soddisfino una delle “tre D”: dull, dangerous, dirty [lavori noiosi, pericolosi, sporchi]. Nel momento in cui un robot soddisfa una di queste condizioni – pulire, fare cose pericolose o stupide, che l’uomo svolge in modo ripetitivo – c’è un mercato» spiega l’ingegnere, e avverte che non è necessario concentrarsi sull’aspetto umano del robot: una macchina su ruote, con un braccio e senza testa, va benissimo. La Difesa e lo spazio sono sbocchi importanti, aggiunge Lohier, ma molto spesso segreti o quantomeno poco conosciuti.
Nonostante tutto, la strada da percorrere è lunga. L’IA che conosciamo oggi è alimentata da dati e immagini, ma è confinata nel mondo virtuale e digitale. Un robot – ovvero l’IA applicata al mondo fisico – è tutt’altra cosa: deve combinare la parte software e la parte meccanica, il soft e l’hard. «L’IA va più veloce dei progressi nella parte meccanica. Non abbiamo ancora una mano altrettanto flessibile, rapida, efficace di quella umana. C’è ancora un’enormità di cose da fare nella scienza dei materiali. Oggi non esiste un modello di IA che utilizzi veramente la memoria muscolare. Al massimo riusciamo a misurare se una mano robotizzata schiaccia troppo un cartone, ma non andiamo oltre» spiega Lohier. «Tutti sono focalizzati su Nvidia [il gigante americano dei chip elettronici], sui mondi sintetici che consentono di programmare questi sistemi, ma bisogna investire molto di più sui temi meccanici, nella ricerca dei materiali».
I cinesi sono in vantaggio sul fronte dell’hardware e gli americani stanno scoprendo che rischiano di dover dipendere da loro. «Abbiamo trascurato l’aspetto strategico della produzione e della catena di approvvigionamento. Ora ne abbiamo fatto una priorità. Speriamo non sia troppo tardi», afferma l’investitore in venture capital Saad.
L’uso domestico dei robot è ancora più delicato, a causa dei rischi per la sicurezza: possono cadere o fare cadere le persone. «La casa è un ambiente di sicurezza particolarmente complesso, soprattutto per un robot grande come un umanoide. Non ci sono soltanto adulti addestrati all’uso di dispositivi di sicurezza come in fabbrica. Ci sono bambini, animali domestici, biancheria sparsa e mobili spostati» dice Velagapudi. Se in un contesto industriale la definizione di successo è chiara – quale compito può svolgere un robot e con quale vantaggio – in una casa la questione è più delicata e sfocata. «Come definire il successo? Quanti piatti deve lavare un umanoide? Sareste pronti a pagare il prezzo di un’auto per un umanoide che svolga alcune faccende domestiche? È un mercato difficile» ritiene il ricercatore, che rammenta la difficoltà che hanno i semplici robot aspirapolvere a entrare nelle case.
A ciò si aggiungono altri ostacoli tecnici. Gli umanoidi devono essere “addestrati”. Ma negli appartamenti non hanno a disposizione grandi margini, come invece avviene nelle fabbriche. Una possibilità consiste nel far guardare ai robot video in due dimensioni, ma il lavoro è lungo. Per il momento, robot come Neo, presentato dalla società norvegese 1X Technologies, sono talvolta controllati a distanza da un operatore anonimo e progrediscono man mano che imparano. «Come per qualsiasi modello linguistico, nulla è perfetto. L’apertura delle porte funziona al 90% circa, un dato abbastanza buono. Questi compiti vengono svolti con l’aiuto di un essere umano, grazie alla teleoperazione, in modo che il robot sia efficiente già dal principio. Questa modalità consente anche di raccogliere i dati necessari all’addestramento dei modelli» spiega, nel podcast Hark Fork di novembre del New York Times, Bernt Bornich, amministratore delegato e fondatore di 1X Technologies, nonché sviluppatore dei robot Neo.
Si possono immaginare applicazioni di ogni tipo: dalle pulizie domestiche, come accennato, all’assistenza agli anziani o ad animali di compagnia elettronici. Non ci siamo ancora. Inoltre c’è anche la questione del rispetto della vita privata e dell’intimità, dato che la macchina è sempre presente in casa. «Facciamo tutto il possibile per garantire la riservatezza. Le persone sono sfocate. Gli operatori non sanno in quale casa si trovano i robot» assicura Bornich. Tuttavia, la presenza di un umanoide in casa solleva tutta una serie di dibattiti sull’argomento.
«Sono ansioso di vedere il primo Neo chiamato a testimoniare in un caso di divorzio» scherza Kevin Roose, giornalista coautore del podcast Hard Fork; poi chiede se è «possibile addestrare Neo in modo che si schieri sempre dalla propria parte durante una lite» con il coniuge. «Su questo punto stiamo ancora lavorando. Il problema non è ancora del tutto risolto» ammette Bornich, prendendo molto sul serio la domanda.

 


28 dicembre 2025

 

FANCIULLAGGINI SENILI

Correte! C’è un attore di 75 anni che ne acclama uno di 90!

La stampa popolare meneghina assolve il rito festaiolo di fine d’anno proponendo gli «articoli più apprezzati dai milanesi durante il 2025». Spicca una sviolinata a Richard Gere, guitto coccolato dai generalissimi del Pentagono e della Casa Bianca, perché dice al popolo soltanto ciò che al popolo bisogna dire. Ecco dunque le gazzette cartacee e internet rispolverare l’incartapecorito attore 75enne nei panni di presentatore, al cinema Anteo, del film coprodotto sui fasti del Dalai Lama, che per noi etici e lucidi sono nefasti. Documentati dall’inchiesta di Domenico Losurdo che a nostra volta riproponiamo a doveroso contraltare della propaganda atlantista.

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GUERRE MEDIATICHE

La Cina, il Tibet e il Dalai Lama

di Domenico Losurdo

 


27 dicembre 2025

 

La neolingua delle macchine non compete con il valore aggiunto dal coautore

di G.C. Scotuzzi Mosca e Rachele Marmetti

Umberto Eco scrisse che tradurre «è dire quasi la stessa cosa». Presto si dovrà dire: Tradurre è dire la stessa cosa, ma maggiorata nel contenuto e fors’anche migliorata nella forma. La sfida dell’IA impone a editori e traduttori incombenze inedite: ai primi, di selezionare professionisti che del lessico di origine abbiano assorbito l’anima, così da cogliervi anche ciò che l’autore non ha espresso, avendo preferito surrogare l’esternazione completa con la semina di «segni di segni, affinché su di essi si eserciti la decifrazione» e fiorisca l’interpretazione; ai traduttori di nuova generazione l’IA impone invece di elevarsi a coautori, letterati inediti capaci, oltre che di scovare il metatesto implicito, di evolverlo in creatività scritturale che fiorisce il testo originale in un testo altro. Avremo così, di un libro, tanti nuovi libri quante sono le lingue nelle quali i supertraduttori riescono a rigenerarlo.

(articolo a richiesta)

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STAMPA INTERNAZIONALE
Le Monde, 24 dicembre 2025

Così l’IA erode il lavoro dei traduttori

Molti professionisti temono il dilagare dell’intelligenza artificiale, sempre più spesso utilizzata dagli editori. Migliaia di posti di lavoro potrebbero sparire e in futuro solo una manciata di opere potrebbero continuare a essere tradotte da umani.

di Nicole Vulser
inviata speciale ad Arles (Bouches-du-Rhône)

traduzione di Rachele Marmetti

«Mai avrei pensato di veder scomparire nel corso della mia vita la mia professione. Eppure sta accadendo» si rammarica Karine Reignier-Guerre, traduttrice di inglese-russo-francese di 55 anni. Docente e tutor del master in traduzione letteraria all’università di Paris Cité e all’università di Avignone, oggi propone agli studenti un approccio molto concreto all’intelligenza artificiale (IA) generativa. «Se sta arrivando un cataclisma, bisogna parlargliene e prepararli ad affrontarlo» afferma.
Dal 2020, ogni anno sceglie quindi un’opera di cosy mystery, sottogenere di narrativa poliziesca senza violenza, spesso ambientata nella campagna inglese, con uno stile di scrittura semplice e molto codificato, ricca di dialoghi e povera di metafore. «Alla fine del corso faccio tradurre agli studenti del master 2 due cartelle di opere di questo tipo. Poi anonimizzo le loro versioni e le distribuisco insieme alla traduzione dello stesso testo con un software come DeepL. Chiedo quindi agli studenti di distinguere la versione umana, redatta da un loro compagno, da quella realizzata dalla macchina. Solo tre anni fa tutti distinguevano immediatamente la differenza. Oggi quasi tutti sbagliano: gli elementi che tradiscono l’IA sono diventati molto più difficili da individuare» spiega la traduttrice.
Questo esempio illustra come l’IA stia erodendo ogni giorno di più il ristretto mondo della traduzione. Un fenomeno mondiale che non risparmia alcun Paese. Una ricerca condotta, a fine agosto 2024 nel Regno Unito, dalla Società Britannica degli Autori asserisce che «un terzo dei traduttori letterari hanno già perso il lavoro o il reddito a causa dell’IA generativa». Secondo l’ultimo studio condotto dall’ADAGP, la principale associazione di autori nel campo delle arti visive, insieme alla Societé des Gens de Lettres [Associazione dei letterati] [1], pubblicato a settembre 2023, il 79% dei traduttori pensa che l’affermazione dell’IA «rappresenti una minaccia di sostituzione in tutto o parte delle loro attività».
Sebbene nessuna indagine abbia ancora valutato con precisione né la riduzione del tempo di occupazione né la perdita di posti di lavoro nel settore, in Francia, una cosa è certa, sostengono gli interessati: l’IA si è già divorata gran parte dei manuali pratici, nonché un numero sempre maggiore di titoli di generi molto codificati, come il cosy mystery, il romanzo rosa e il fantasy. I romanzi di letteratura, con ragionamenti e sintassi più complessi, nonché i saggi di scienze umane, sono risparmiati? Per il momento sì. Jörm Cambreleng, direttore dell’Associazione per la promozione della traduzione letteraria (Atlas), è orgoglioso del «mio fiuto che mi permette ancora di riconoscere una traduzione letteraria complessa fatta dall’IA: è un brodino insipido» sostiene.
Xavier Luffin, preside della facoltà di Lettere, Traduzione e Comunicazione della Libera università di Bruxelles, ha constatato che oggi gli studenti ci pensano due volte prima di intraprendere un percorso di studi in traduzione. La selezione di studenti del master 2 in traduzione letteraria dell’Università Paris Cité, che ha partecipato alle Assises de la traduction littéraire [Assise della traduzione letteraria], che si sono svolte ad Arles dal 7 al 9 novembre, non si fanno illusioni. «Il problema non è se, ma con quale velocità arriverà il cataclisma dell’IA. Nella traduzione letteraria forse abbiamo ancora un po’ di margine» spera Louane. A suo avviso «l’IA appiana le asperità della lingua, che sono proprio ciò che distingue un testo letterario». Anche con buoni prompt (le istruzioni date all’IA), il risultato non è quello sperato. Ynès, sua compagna di studi, aggiunge: «Non vogliamo la separazione tra due tipi di traduzione: quella letteraria di alto livello, che sarà sempre artigianale, e le altre, quelle prodotte dall’IA. Abbiamo voglia di tradurre anche fantasy, romanzi rosa e polizieschi.»
Certa che gli autori stessi non desiderino essere tradotti dalle macchine, Yasmine, anche lei studente del master 2, vuole continuare a crederci: «Il nostro mestiere di traduttori letterari ha ancora un futuro». Un’altra studentessa, Chloé, è categorica: «Dobbiamo rifiutare il post-editing [post-revisione]» di un testo tradotto da un’intelligenza artificiale generativa, come ChatGPT, che appartiene alla grande famiglia dei grandi modelli linguistici, o DeepL, frutto della traduzione automatica neuronale, le due tecnologie usate in questo campo.
Harper Collins sta conducendo anche dei test con la società francese Fluent Planet, che si avvale di strumenti dell’IA per pre-tradurre opere della collezione Azur (Harlequin), la cui uscita è prevista nel secondo semestre 2026.
Secondo i traduttori, i testi pre-tradotti da un’IA non sono solo meno remunerativi, sono anche meno creativi; hanno inoltre lo svantaggio di essere altrettanto, se non più, dispendiosi in termini di tempo, rispetto alla traduzione classica: occorre correggere le approssimazioni, i controsensi o gli errori dell’IA. È più lungo e difficile rivedere un testo tradotto male che fare una traduzione partendo dall’originale. Inoltre, il post-editing è retribuito «a tariffe inaccettabili, tenuto conto del lavoro che richiede» sottolinea la Societé française des traducteurs [Società francese dei traduttori]. La media si aggira intorno a 18 euro la cartella, contro i 24 euro per una traduzione completa, tariffa raccomandata dal Centre national du livre (CNL) [Centro nazionale del libro]. Il Syndicat de la librairie française [Sindacato dei librai francesi] mette anche in guardia contro le «ripercussioni negative dell’IA generativa e della traduzione automatica neuronale sul piano intellettuale, giuridico, sociale, politico psicologico ed ecologico».
Questi cambiamenti avvengono in una congiuntura particolarmente difficile, poiché le vendite di libri di narrativa straniera sono in calo. Tra il 2013 e il 2023, il loro volume è diminuito del 25% e il numero delle novità del 10%, secondo l’istituto Nielsen GfK [2]. Il crollo non si arresta, erodendo il lavoro dei traduttori.
Secondo il collettivo En chair et en os [In carne e ossa], nato a fine 2023, che milita in difesa della traduzione umana, l’IA rappresenta «un notevole scadimento della qualità» nell’editoria e rischia di generare «per le case editrici una perdita d’identità» causata dall’omologazione dei contenuti. Senza contare il massiccio saccheggio delle opere per l’addestramento dei diversi modelli d’IA. In quanto appartenenti alla categoria degli artisti-autori, i traduttori sono direttamente danneggiati dall’utilizzo non autorizzato delle loro opere. Tuttavia, proprio come l’Association des traducteurs littéraires de France [Associazione dei traduttori letterari di Francia] (ATLF), anche i traduttori generici continuano a opporsi all’istituzione di licenze da concedere agli operatori di modelli di IA generativa, che li indennizzerebbe, almeno in parte. «Opporsi all’IA generativa e alla traduzione automatica neuronale non significa assumere una posizione tecnofoba, ma rifiutare lo svilimento del lavoro dei traduttori o la loro sostituzione» con le macchine, assicura il collettivo En chair et en os.
Gli editori, dal canto loro, ammettono raramente di ricorrere all’IA. Per il momento il Syndicat national de l’édition [Sindacato nazionale dell’editoria] non obbliga i propri membri a dichiararne l’uso, e l’aggiornamento del Codice per l’utilizzo della traduzione, avviato dall’editoria insieme all’ATLF, segna il passo su tali questioni. «Il rapporto di forza è impari. Abbiamo ricevuto testimonianze di traduttori che si sono rifiutati di lavorare nel post-editing e non sono più stati chiamati dalle case editrici che glielo avevano proposto» racconta Margot Nguyen Beraud, presidente di Atlas. Inoltre le case editrici che ricorrono al post-editing spesso si rifiutato di pagare i traduttori con i diritti d’autore, imponendo loro di diventare lavoratori autonomi.
Ma non è tutto: sempre più case editrici utilizzano l’IA anche per selezionare manoscritti stranieri o ottenere sintesi di libri in lingua rara. «Questo lavoro di monitoraggio, di redazione di schede di lettura in lingue come lo sloveno o il bulgaro, per esempio, era retribuito a 50-100 euro e rappresentava per i traduttori un’integrazione del reddito» deplora Chloé Thomas, docente dell’università Paris Cité. Secondo Thomas, l’IA si è già impossessata completamente delle traduzioni tecniche, «dalle istruzioni degli aspirapolvere ai foglietti illustrativi dei medicinali».
La professione è «già precaria» aggiunge Samuel Sfez, presidente dell’ATLF; la traduttrice Pauline Tardieu-Collinet, membro del collettivo En chair et en os teme invece la «proletarizzazione della professione per l’invadenza dell’IA». Secondo una ricerca condotta a marzo dalla società Axiales, il reddito annuo medio del traduttore nel 2024 ammontava a 19.500 euro. Secondo questo studio, privi di tutele come l’indennità di disoccupazione e le ferie retribuite, il 45%, dei traduttori è costretto a svolgere due lavori, in particolare a dare lezioni private.
Molti chiedono una serie di misure, alcune delle quali sembrano attuabili, come una miglior valorizzazione della loro professione, troppo spesso invisibile. «Mettere il nome del traduttore sulla copertina di un libro non è pratica diffusa, molti dei miei colleghi si sentono rispondere: “Non c’è spazio”» si lamenta Jörn Cambreleng, direttore di Atlas, sebbene alcuni editori come Calmann-Lévy, Actes Sud, Gallimard, Gallimard, Noir sur blanc o Sabine Wespieser, per esempio, accettino volentieri. Pauline Tardieu-Collinet si batte, dal canto suo, perché il ricorso all’IA, anche parziale, sia sistematicamente segnalato sui libri.
En chair et en os chiede anche «che non siano concessi aiuti pubblici a opere concepite, in tutto o in parte dall’IA» e cita l’esempio della Spagna dove sostegni pubblici alla creazione letteraria sono subordinati al non-uso dell’IA. Nel 2024 il Centre National du livre [Centro Nazionale del Libro] ha distribuito 507 aiuti alla traduzione, per un importo totale di 1,6 milioni di euro, a case editrici che pagano i traduttori almeno 24 euro a cartella. Régine Hatchondo, la sua presidente, ha recentemente istituito un gruppo di lavoro incaricato di analizzare le sfide dell’IA e cercare di chiarire i termini del dibattito.

[1] Fondata nel 1838 da scrittori come Balzac, Victor Hugo, Alexandre Dumas, George Sand.

[2] Leader mondiale nella consumer intelligence, ovvero nella raccolta e analisi di dati riguardanti clienti attuali e potenziali per individuare una strategia di marketing mirata.

 


22 dicembre 2025

 

PEDOFILIA: ESITI DI UN CONVEGNO A MODENA

La violenza sessuale sui minori e sulle donne è endemica di ogni istituzione totale

A cominciare dalla Chiesa e a finire nella famiglia, dove avviene oltre il 70% degli abusi. Ma sia la casa di dio sia quella dei genitori-padroni continuano a godere di una extraterritorialità legale e morale che le sottrae al controllo e alla radicale influenza benefica dell'etica laica.

di G.C. Scotuzzi Mosca e Rachele Marmetti

(articolo a richiesta)

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STAMPA INTERNAZIONALE
Le Monde, 20 dicembre 2025

L’Abbé Pierre e il denaro

Voce dei senzatetto, immancabilmente vestito con una tonaca logora, ha abilmente addensato nebbia sulle proprie entrate. Come per le aggressioni sessuali, anche in questo caso la legge del silenzio ha prevalso nella comunità Emmaüs e nella Chiesa cattolica.

di Marie-Béatrice Baudet e Sarah Belouezzane

traduzione di Rachele Marmetti

La domanda dà le vertigini, ma è terribilmente pertinente. Se l’è posta Blandine durante una lunga e straziante conversazione in un caffè parigino, all’inizio d’autunno: «Mi chiedo se, a dispetto delle apparenze, l’Abbé Pierre non disponesse in realtà di molto denaro. Ci avete pensato?» Sì, ci abbiamo pensato e abbiamo indagato: anche su questo argomento il sacerdote ha mentito. Questa donna di 31 anni, che non vuole rivelare il proprio cognome, ha validissime ragioni per porsi domande sulla ricchezza dell’apostolo dei poveri, che era anche, ormai lo sappiamo, un insaziabile predatore sessuale. Blandine è figlia di una delle vittime che l’ecclesiastico teneva in pugno finanziariamente.
Alla fine degli anni Ottanta, racconta Blandine, sua madre, picchiata dal marito, chiede il divorzio. Rifiutata dalla famiglia e senza lavoro, si ritrova per strada con un bambino di dieci anni – altri due figli, tra cui Blandine, nasceranno da un secondo matrimonio. Un prete le consiglia di rivolgersi all’Abbé Pierre: un benefattore, le assicura in buona fede. Cosa è accaduto in seguito lo leggiamo nella lettera che la madre di Blandine, pochi mesi prima di morire, a marzo 2019, decise di inviare alla Commissione Indipendente sugli Abusi Sessuali nella Chiesa. Abbiamo letto e riletto questa dolorosa testimonianza di quattro pagine. Racconta come il sacerdote capitalizzasse il suo sostegno finanziario imponendole atti sessuali. «Si masturbava davanti a me, mi chiedeva di fargli sesso orale, mi frustava con la cintura» scrive. Il religioso spinse il cinismo fino a pagare la retta scolastica del figlio della sua vittima presso i Petits Chanteurs à la croix de bois.
Una frase della lettera ha indotto Blandine a porsi delle domande sulle entrate del prete cattolico. «Mi portava in un appartamento parigino, di cui aveva la chiave, per passare le notti con lui.» Un appartamento? Una chiave? «Glielo prestavano? Glielo affittavano? Doveva avere dei soldi, dato che non si faceva scrupoli ad atteggiarsi da soccorritore dei poveri, mentre in realtà seminava il terrore» esclama la giovane donna, la cui collera non accenna a placarsi.
Blandine ha visto giusto. L’Abbé Pierre non era il povero che diceva di essere. Questo figlio della borghesia lionese, nato Henri Grouès nel 1912, non aveva forse voltato le spalle alla ricchezza familiare rinunciando all’età di 19 anni all’eredità per dedicarsi a Dio e diventare fratello Philippe dell’ordine dei cappuccini? Fedeli al loro fondatore, san Francesco d’Assisi, questi religiosi vivono nell’austerità. Camminano scalzi e indossano un saio cinto da una cordicella con tre nodi, a perenne memoria dei voti di povertà, castità e obbedienza.
L’Abbé Pierre lascia l’ordine nel 1939 e diventa vicario nella diocesi di Grenoble, ma per tutta la vita interpreterà il personaggio di povero permanente, vestito con una tonaca logora, una giacca canadese da prete operaio e grossi scarponi ai piedi. Quanto al suo immancabile mantello nero – donatogli nell’inverno 1954 da un pompiere di Parigi, il tenente colonnello Sarniguet – il sacerdote ne aveva staccato gli ornamenti e la fodera di seta. Persino chi gli era vicino era preoccupato per questa sua ossessione nel vestirsi da morto di fame, racconta Pierre Lunel in una scena del suo libro Il nous a tant aimés (Ci ha tanto amati) (Albin Michel 2009): «L’Abbé si arrabbiò quando vide che gli avevano rammendato il maglione. Chi è stato? esclamò e subito iniziò a scucire il rammendo. La signorina Coutaz (sua fedele segretaria) aveva finito col perdere la pazienza: “Continui, continui pure! Non dimentichi di strappare le tasche, così sembrerà ancora più povero!”» Chi penserebbe mai di farsi domande sulle risorse di un uomo vestito di stracci?
Affrontare la questione finanziaria getta ancor più nello sconforto il delegato generale di Emmaüs International, Adrien Chaboche. Dopo le rivelazioni del luglio 2024 sulle violenze sessuali commesse dall’icona del movimento, questo responsabile, in carica da tre anni, consacra tutte le energie all’affaire. Nel rapporto pubblicato a luglio scorso, Caroline De Haas, associata dello studio Egaé, incaricato di assistere le 68 vittime per ora accertate, ha lanciato l’allarme: «In base alle informazioni di cui disponiamo e a quelle pubblicate dalla stampa negli ultimi mesi, si può affermare che il numero delle persone aggredite dall’Abbé Pierre sia molto superiore a quello attualmente accertato».
Le azioni dell’ex partigiano e l’impunità di cui ha goduto continuano a intrigare. A ottobre 2024 Emmaüs ha chiesto alla sociologa Céline Béraud di presiedere una commissione indipendente per far luce sui «meccanismi che hanno permesso all’Abbé Pierre di non essere perseguito per oltre settant’anni per le violenze sessuali commesse». Anche la questione del denaro di cui disponeva sarà oggetto dell’indagine, le cui conclusioni sono attese per la primavera 2027.
L’ipotesi di una mistificazione anche finanziaria da parte del sacerdote è stata suggerita a Chaboche dai resoconti dello studio Egaé. «Diverse testimonianze dimostrano che l’Abbé disponeva di mezzi di cui non eravamo a conoscenza» ammette Chaboche. La madre di Blandine non fu infatti l’unica a chiedere un alloggio al religioso. Altre donne in difficoltà si sono rivolte a lui, scrive nella lettera di denuncia: «Sono molte le sfortunate donne di cui ha abusato nella sua vita con il pretesto di aiutarle, in particolare straniere senza documenti, di cui mi raccontava le storie senza alcuna vergogna».
Per capire di più è indispensabile recarsi all’Archivio Nazionale del Mondo del Lavoro, a Roubaix (Nord), nell’ex filanda Motte-Bossut. È in questo spettacolare edificio in mattoni rossi che sono conservati i dati personali dell’Abbé Pierre, affidati a questa istituzione culturale da Emmaüs International, unico erede del sacerdote scomparso nel 2007. Chaboche ha accettato di concederci libero e illimitato accesso.
L’elenco dei documenti conservati è lungo 317 pagine. Una ventina di riferimenti rimandano alle  risorse dell’eroe dei couche-dehors [quelli che dormono all’aperto], nome che il religioso soleva dare ai suoi protetti che vivevano per strada. Una prima scatola etichettata «Tassazione» consente di entrare nel vivo della questione dei redditi ufficialmente dichiarati da «Henri Grouès detto Abbé Pierre, sacerdote, fondatore e animatore del movimento Emmaüs», questo è il nome con cui il sacerdote era noto al Tesoro Pubblico. La raccolta, incompleta, inizia nel 1979 e finisce nel 2006, un anno prima della sua morte.
Cominciamo dal 1979. Henri Grouès dichiara 58.384 franchi di pensioni (a 67 anni l’Abbé Pierre percepisce quella di ex deputato e quella di sacerdote diocesano) e rendite vitalizie a titolo gratuito, cioè ricevute a seguito di donazioni o lasciti testamentari. Per rapportare questa somma al valore attuale abbiamo usato il convertitore ufficiale franco-euro dell’Insee [Istituto Nazionale di Statistica, corrispondente al nostro Istat, ndt], che tiene conto dell’erosione monetaria dovuta all’inflazione. Il risultato è di 33.058 euro (valore 2024), ovvero maggiore del salario minimo attuale di un lavoratore a tempo pieno, pari a circa 22 mila euro lordi all’anno.
Nel corso degli anni il reddito del sacerdote fa un balzo straordinario. Diventato l’idolo dei francesi – il cinema ha raccontato la sua storia nel 1989 con Hiver 54, l’Abbé Pierre, personaggio interpretato con grande coinvolgimento dall’attore Lambert Wilson –, il religioso moltiplica scritti e libri-intervista. A Roubaix sono disponibili per la consultazione 69 opere firmate da lui o dai suoi biografi. Questa notorietà produce un aumento delle sue entrate, gonfiate dai diritti d’autore che gli versano alcuni dei più importanti editori di Parigi, come Fayard, Le Seuil, Robert Laffont, Bayard, Actes Sud, Albin Michel e Flammarion. Nel 1994 le sue entrate ammontano a 626.980 franchi (154.976 euro), di cui tre quarti provengono dalle pubblicazioni. Il sacerdote deve però versare 194.892 franchi (48.173 euro) al fisco.
Il 1995 è altrettanto prospero: 618.559 franchi (150.051 euro) percepiti e un’imposta di 190.574 franchi (46.230 euro). In seguito la manna decresce pur mantenendosi a livelli ancora elevati: per esempio, 61.000 franchi nel 1999. Nel 2006 il religioso, prostrato dal morbo di Parkinson, dichiara solo 26.500 euro.
Incardinato alla diocesi di Grenoble dal 1939, il sacerdote non avrebbe dovuto mettere i propri redditi in comune con l’istituzione ecclesiastica? «Non ne aveva l’obbligo» ci spiega un vescovo, tuttora scosso per le rivelazioni di luglio 2024. «Non ci sono regole vincolanti rispetto alle risorse personali di un sacerdote diocesano. Può ereditare dai genitori o disporre di un patrimonio personale. Ma non mettere in comune alcunché è scioccante, significa abiurare ogni forma di bontà d’animo.» Nei documenti consultati a Roubaix non abbiamo trovato traccia di alcun gesto di generosità dell’Abbé a favore della sua sede clericale… lui che amava proclamare che «la povertà è necessaria per essere un vero uomo».
Che elargisse parte degli introiti ai suoi straccivendoli? Tre lettere spedite in date diverse inducono a dubitarne. Tutte provengono dalla sua fedele, e a lui molto vicina, Union des amis et compagnons d’Emmaüs [Unione degli amici e compagni di Emmaüs] e lo informano del trasferimento su uno dei suoi conti personali dei diritti d’autore versati (per errore?) alla struttura comunitaria da uno dei suoi editori. In data 4 settembre 1995 c’è un bonifico di 230.747 franchi (55.975 euro) a favore del sacerdote.
Descrivendo in dettaglio solo le entrate ufficiali, la scatola d’archivio «Tassazione» è lungi dal dire tutto sulle risorse del religioso, il cui arricchimento più opaco e sotterraneo è legato all’opera sociale da lui creata. E che legami! In una lettera allegata a uno dei suoi numerosi testamenti provvisori, datata 5 febbraio 1992, rivela di aver depositato i nomi «Abbé Pierre, Emmaüs, nonché la denominazione Emmaüs France, fondateur Abbé Pierre», presso l’Istituto Nazionale della proprietà industriale, al fine di «evitarne ogni uso improprio». Questa iniziativa non è irrilevante. Essa riflette quanto il destino dell’Abbé fosse legato a quello del movimento da lui creato, nonostante fosse stato estromesso dagli organi direttivi alla fine degli anni Cinquanta, dopo sei mesi di internamento nella clinica psichiatrica di Prangins (Svizzera), perché il suo comportamento con le donne si era già rilevato fuori controllo. Questa confusione di generi ha dato adito a molte derive, così riassunte, sotto copertura di anonimato, da un ex alto responsabile dell’associazione: «L’Abbé Pierre mescolava tutto, confondeva Emmaüs con la sua stessa famiglia e il denaro di Emmaüs con il suo.»
Per comprendere il significato di ciò che c’è dietro le carte bisogna risalire al famoso Appello alla Solidarietà lanciato dal religioso il 1° febbraio 1954 sulle frequenze di Radio Lussemburgo: «Amici miei, aiutatemi… Questa notte una donna è morta assiderata (…) stringendo tra le mani il documento con cui era stata espulsa…». Questo grido dal cuore sconvolge la Francia. Le donazioni affluiscono: una vera e propria ondata. I meno abbienti portano coperte e pacchetti, le ricche borghesi si disfano di gioielli e pellicce. Ognuno fa la propria parte. Sopraffatti, i volontari non sanno più dove mettere i fasci di banconote. Vengono raccolti milioni di franchi. E poiché bisogna agire in fretta, gli assegni sono incassati sul conto corrente postale n. 4 547 20 E-Paris intestato all’Abbé Pierre.
Da quel giorno, agli occhi di tutti, il sacerdote “è” Emmaüs. Da quel momento le anime caritatevoli si rivolgeranno quasi esclusivamente a lui, desiderose di sostenerne la sua lotta contro miseria e cattive condizioni abitative. A Roubaix un’altra scatola d’archivio custodisce questi innumerevoli e commoventi slanci di generosità. «Signor Abbé Pierre, lascio a lei per testamento i mobili, la biancheria e gli abiti che si trovano nella mia casa» scrive il 9 dicembre 1956 l’umile signor F. Le lettere di donazioni si susseguono fino agli inizi degli anni Duemila. Qui una casa nell’Indre, là un’assicurazione sulla vita; e l’eredità di un’impiegata delle poste. Ma anche assegni, molti assegni emessi a favore dell’ecclesiastico, nonché semplici ricevute di versamenti in contanti. Molto spesso queste offerte sono accompagnate da un bigliettino: «Per chi ha fame», «Per i suoi interventi più urgenti», «Per le sue innumerevoli necessità». L’Abbé Pierre era un eccezionale catalizzatore, come fu Coluche per i Restos du cœur. Come veniva gestita questa porosità finanziaria? Come faceva il denaro ricevuto direttamente dal personaggio prediletto dai francesi a imboccare la strada dei conti intestati al movimento? Esistevano regole specifiche? «Non lo so, non dispongo di elementi precisi» risponde con franchezza Chaboche.
In realtà nessuno ha osato sollevare pubblicamente la questione. Come per le aggressioni sessuali, anche in questo caso la legge del silenzio ha avuto la meglio all’interno della Chiesa cattolica, nonostante, sin dagli inizi degli anni Cinquanta, fosse stata allertata sulla gestione caotica di colui che Le Canard enchaîné chiamava Robin des toits [letteralmente Robin dei tetti, nel senso che fornisce alloggi; in assonanza con Robin du bois, come i francesi chiamano Robin Hood, ndt]. Questi ripetuti avvertimenti compaiono nel fascicolo «Abbé Pierre», conservato presso il Centro Nazionale della Chiesa di Francia a Issy-les-Moulineaux (Hauts de Seine) dove lo si può consultare da settembre 2024, ovvero poche settimane dopo le sconvolgenti rivelazioni sul religioso. Fin dalle prime pagine il tono degli ammonimenti è chiaro.
Incaricato il 10 giugno 1953 dall’arcivescovado di Parigi di «addentrarsi nelle opere di Monsieur Abbé Grouès e informare della sua attività», il segretario generale del Secours Catholique, Jean Rodhain (1900-1977), invia il proprio intendente, «signor Mercier». Quest’ultimo invia a Rodhain una nota al vetriolo il 15 febbraio 1954, due settimane dopo l’appello su Radio Lussemburgo. Ne riassumiamo il contenuto: l’associazione Emmaüs non ha statuto legale ma le donazioni affluiscono in continuazione; non è stato aperto alcun conto corrente postale a nome della struttura; dall’avvio della campagna di raccolta fondi le sovvenzioni ricevute vengono versate su tre conti bancari (in particolare sul c.c.p. n. 4 537 20 E-Paris) che solo i firmatari accreditati – l’Abbé Pierre e la sua segretaria, Lucie Coutaz (1899-1982) – utilizzano sia per le diverse opere del sacerdote sia per le loro spese personali.
Il 25 febbraio 1954, esasperato dall’atteggiamento disinvolto dell’Abbé Pierre, poco incline a rispettare gli incontri cui è convocato, Rodhain si confida a Emile-Maurice Guerry (1891-1969), grande figura del cattolicesimo sociale nonché arcivescovo di Cambrai (Nord): «Credo sia mio dovere dirle che non sono l’unico a essere preoccupato per il futuro di questa avventura». La risposta alla lettera arriva tre giorni dopo: «Il suo avvertimento era necessario. Conosco bene la generosità dell’Abbé Pierre, ma capisco anche la sua preoccupazione e le sue apprensioni per l’assenza di controllo finanziario e di una solida organizzazione amministrativa». Anche supponendo che la popolarità dell’Abbé Pierre e il successo dei suoi appelli avessero infastidito Rodhain, prelato del resto più riservato, le sue critiche non erano per questo meno lungimiranti. La confusione all’interno di Emmaüs continuerà e presto il campo degli “Abbépierristi”, ammiratori incondizionati del fondatore, si contrapporrà a quello degli “emmausisti”, favorevoli a una gestione più ortodossa.
Tuttavia, l’ultima parola spetta sempre all’Abbé, figura emblematica del movimento. Ogni volta, questa scheggia fuori controllo riprende in mano la situazione e improvvisa, come quando, negli anni Cinquanta, l’amministratore del Secours Catholique già faceva notare la sua propensione a moltiplicare il numero delle strutture, in particolare delle società immobiliari. Oggi è quasi impossibile tracciare uno schema preciso dell’espansione del movimento, in continua evoluzione sin dalla fondazione. Come orientarsi tra comunità stabili, campi della gioventù, SOS Famiglie, Unione degli amici e compagni di Emmaüs, Unione centrale delle comunità, Emmaüs France, Emmaüs Internazional e così via? «Anch’io mi perdo» ammette Axelle Brodiez-Dolino, direttrice di ricerca al CNRS [Centro Nazionale di Ricerca Scientifica] e autrice di Emmaüs et l’Abbé Pierre (Presses de Sciences Po, 1979). «È una nebulosa quasi indecifrabile, tranne che per gli specialisti».
È una coincidenza? In ogni caso questo quadro poco trasparente permetteva all’Abbé Pierre di confondere ancora di più le acque. Come controllare il denaro in circolazione? Il sacerdote prelevava la sua decima, come riconosce egli stesso nell’opera Emmaüs ou venger l’homme (Emmaus: vendicare l’uomo) (Le Centurion, 1979), scritta in collaborazione con il giornalista Bernard Chevallier. «Tre comunità di Emmaüs hanno deciso di affidarmi il 5% del prodotto del loro lavoro per aiutarmi a rispondere alle richieste di aiuto che mi vengono rivolte direttamente» risponde a una domanda sulle sue entrate, dopo aver menzionato la pensione di ex deputato.
Era la norma? Nel libro Abbé Pierre. La fabrique d’un saint (Abbé Pierre, la fabbrica di un santo) (Allary éditions), pubblicato lo scorso aprile, le grandi reporter Laetitia Cherel e Marie-France Etchegoin riportano le parole di una ex segretaria di Emmaüs International, Brigitte Mary, che riferisce di una decisione presa agli inizi degli anni Settanta: i profitti dei campi internazionali andavano suddivisi in quattro parti uguali, una delle quali destinata al sacerdote, senza che questi dovesse rendere conto dell’utilizzo. Il 5%? Il 25%? «È ovvio che una parte del denaro generato dalle diverse iniziative venisse messa a disposizione dell’Abbé Pierre per le sue opere di carità» ammette Adrien Chaboche. «Determinare quali strutture lo facessero e l’ammontare delle somme girate all’Abbé comporta un enorme lavoro di ricerca, dato che Emmaüs è ben lungi dall’essere un’entità unica, come lei ben sa» continua, ribadendo di volere «che tutta la verità venga a galla».
Anche Yves Godard, 74 anni, desidera conoscere tutta la verità sull’Abbé Pierre, che fu il suo mentore. Spinto dall’utopia del Maggio ’68, un anno dopo questo militante si unisce a Emmaüs. Ha partecipato a quei campi dove migliaia di giovani volontari europei setacciavano un’intera regione per svuotare cantine e granai privati. La vendita delle tonnellate di cianfrusaglie raccolte fruttava «somme esorbitanti» ricorda l’ex responsabile della comunità di Poitiers. «Per aumentare i profitti, vivevamo in condizioni spartane, dormendo persino per terra» racconta Godard. «Maneggiavamo milioni di franchi, sempre in contanti. All’epoca non ci siamo mai chiesti come l’Abbé utilizzasse il denaro che teneva per sé. Credevamo aiutasse i bisognosi, ma, dopo le rivelazioni, ho la sensazione di essere stato abbindolato».
Dal punto di vista finanziario, l’Abbé Pierre sembra non aver mai perso la rotta. Lo scopriamo interessandoci alla Fondazione Abbé Pierre per l’Alloggio agli Svantaggiati, tassello chiave all’interno del movimento. Lanciata nel 1987, inizialmente con lo statuto di associazione, nel 1992 viene riconosciuta di utilità pubblica, diventando così l’unico organismo di Emmaüs autorizzato a ricevere donazioni e lasciti. Come racconta la ricercatrice AxelleBrodiez-Dolino, la sua genesi fa digrignare i denti. L’Abbé Pierre è inizialmente riluttante ad associare il proprio nome a quello che considera un intralcio legale; tuttavia vi posiziona persone a lui fedeli. Da parte loro gli straccivendoli, abituati a lavorare sodo, non vedono di buon occhio questa carità strutturata. Al proprio interno la fondazione viene chiamata “la gallina dalle uova d’oro”, “la cassa”, “il salvadanaio”, anche se i conti sono soggetti a controllo come per ogni altra organizzazione che fa appello alla generosità della gente. Il religioso potrebbe aver previsto e quindi eluso questa sorveglianza? La domanda sorge spontanea leggendo un paragrafo della relazione della Corte dei conti sulla Fondazione, pubblicata il 21 giugno 2006. Lo riportiamo integralmente: «Per quanto riguarda le donazioni o i lasciti fatti all’Abbé Pierre, questi ha firmato nel dicembre 1992 un documento in cui esprime la volontà che le somme a lui destinate siano raccolte dalla Fondazione, riservandosi il diritto di usarle liberamente per qualsiasi azione di solidarietà che giudicasse utile incoraggiare e sostenere. Queste entrate vengono quindi versate su un contro separato destinato alle opere di solidarietà dell’Abbé Pierre».
Il sacerdote ha usato quest’altro bel malloppo? E se sì, in che modo? Non abbiamo trovato traccia di questo conto a lui riservato negli archivi di Roubaix, dove, esaminando la raccolta «Situazione bancaria», ci aspettava un’altra sorpresa Abbiamo censito non meno di 13 conti intestati all’Abbé Pierre, tutti domiciliati in istituti di credito diversi. Sarebbe noioso elencarli tutti, ma citiamo almeno il famoso conto corrente postale 4 537 20 E-Paris – quello dell’Appello lanciato nel 1954 – utilizzato ancora nel 1996! E un libretto di risparmio presso la Banque Française de Crédit Coopératif, conto che, al momento della chiusura, il 19 settembre 2001, presentava un attivo di 134.128 franchi (30.172 euro). Senza dimenticare un piccolo portafoglio azionario (tra cui azioni di France Télécom) e un’assicurazione sulla vita che fruttavano plusvalenze.
Persona irrequieta, l’ecclesiastico ha vissuto in molti luoghi, il che può spiegare i suoi numerosi conti bancari, ma esaminando gli estratti conto emergono chiaramente le acrobazie che faceva con il denaro: un bonifico interno qui, un altro là, per importi che talvolta raggiungono decine di migliaia di franchi: uno specialista nel confondere le tracce. L’Abbé Pierre muore il 22 gennaio 2007. Lascia a Emmaüs International, unico erede, un patrimonio di 211.406 euro. Blandine aveva ragione: l’uomo con il saio maneggiava denaro. Per fare il bene o il male.

(1. continua)

 


11 dicembre 2025

 

 

IMMORALE CATTOLICA

La Chiesa si compra il diritto di stupro infantile per i preti: 200 mila euro a ciascuno dei 1.300 bimbi abusati

di G.C. Scotuzzi Mosca e Rachele Marmetti

Negli Stati Uniti questa barbarie è prassi sostitutiva delle leggi a tutela dell’incolumità e della dignità umana: accade oggi a New York, come sotto riferiamo, così come accadde a Los Angeles e a New Orleans. Nel Il Paese più potente del mondo, nato 250 anni da una Costituzione concessiva della schiavitù e idolatra del dio Quattrino, antepone il principio del risarcimento del danno a quello di giustizia di pena, a ricalco della nequizie cattolica per la quale se ti penti sei perdonato e puoi continuare a peccare, purché poi ti penta di nuovo. È questa distorta struttura mentale, del resto essenza ideologica del capitalismo, patto sociale fondato sul primato delle merci, che nega alla componente sana di ogni società di affrancarsi della pedofilia. Piaga endemica e fisiologica nella Chiesa cattolica come in ogni altra istituzione totale che, ipocritamente simulando ossequio al distacco dello spirito dal corpo e associando il Demonio alla Donna, propizia pratiche sessuali sostitutive, gettando corpicini efebici in pasto ai lussuriosi. Purché gli abusanti siano solventi.
Giustapponiamo all’odierno scandalo di New York gli ultimi sviluppi di analogo scandalo pedofilo internazionale di matrice italiana, di cui è protagonista l’Istituto per sordomuti Provolo, che ha quartier generale a Verona ma filiali in tutto il mondo, compresa l’Argentina, dove uno schema pedofilo immenso venne alla luce proprio sotto la giurisdizione gerarchica di Jorge Bergoglio; nel tribunale di Verona 67 ex bimbi stuprati da 12 sacerdoti perseverano da anni a esigere giustizia autentica, ben oltre il mero risarcimento del danno. E diagnostichiamo, partendo dai resoconti degli accusatori scaligeri, quanto la pedofilia sia fisiologicamente endemica nei reclusori cattolici sottratti alla vigilanza laica, così come tenda a ulteriormente incancrenirsi nelle pieghe oscure di tonache asservite a un celibato che non sono in grado di reggere. Un celibato che, nella declinazione della Chiesa di Roma, non è soltanto immiserito a surrogato di alta tensione morale, ma riflesso di maschismo nella sua peggior degenerazione: l’asservimento della donna inciso nelle Scritture e nell’anno di grazia 2025 tuttora imposto dalla maggioranza degli otto miliardi di esseri umani; e sùbito dall’altra metà. Quod non potest diabolus, mulier evincit. Appunto.

(continua – articolo a richiesta)

 

 

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STAMPA INTERNAZIONALE
The New York Times 8 dicembre 2025

L’arcidiocesi di New York negozierà un accordo con 1.300 querelanti per abusi sessuali

di Liam Stack

traduzione di Rachele Marmetti

Oggi l’arcidiocesi della Chiesa cattolica di New York ha dichiarato che deve raggranellare almeno 300 milioni di dollari per risarcire quanti hanno dichiarato di aver subito, all’epoca  in cui erano minorenni, abusi sessuali da parte di suoi sacerdoti e membri del personale laico.
L’arcidiocesi ha comunicato di aver concluso un accordo con i rappresentanti dei querelanti per la designazione di un mediatore e di aver iniziato a racimolare i quattrini necessari: taglierà i costi della struttura ecclesiastica e venderà parte del patrimonio, tra cui la sede centrale e altri immobili.
L’avvocato Jeff Anderson, che rappresenta 300 persone che hanno presentato denunce di abuso contro l’arcidiocesi, ha dichiarato che l’arcidiocesi ha compiuto «un passo nella giusta direzione». Ma ha avvertito però che la questione è lungi dall’essere risolta.
«Non c’è alcun accordo, c’è solo una proposta per un percorso di mediazione» ha affermato Anderson. Tuttavia ha aggiunto: «È la prima volta che l’arcidiocesi si mostra disponibile a intraprendere un processo concreto per risolvere la questione… Quando la Chiesa dimostra la volontà di impegnarsi in negoziati seri, noi rappresentanti delle vittime siamo desiderosi di collaborare. Siamo fiduciosi, possiamo farlo e lo faremo».
I citati 300 milioni di risarcimento sono indicativi: la cifra da versare ai querelanti potrebbe essere superiore o inferiore.
L’annuncio della mediazione è stato dato in una lettera pubblicata oggi in cui il cardinale Timothy Dolan afferma che nei giorni scorsi funzionari della diocesi hanno incontrato gli avvocati per discutere la cornice di un accordo globale tra Chiesa e accusatori.
«Come abbiamo ripetutamente riconosciuto, gli abusi sessuali su minori commessi molto tempo fa hanno gettato vergogna sulla nostra Chiesa» ha scritto il cardinale in una e-mail inviata ai circa 300 mila cattolici di New York. «Chiedo ancora una volta perdono per le colpe di chi ha tradito la fiducia riposta in loro e non ha garantito la sicurezza dei nostri giovani».
Il cardinale Dolan ha affermato che l’arcidiocesi e i rappresentanti dei querelanti hanno concordato di nominare come mediatore super partes Daniel J. Buckley, giudice della California in pensione.
Il cardinale ha precisato che il giudice Buckley ha già contribuito a negoziare un accordo analogo tra l’arcidiocesi di Los Angeles e oltre mille persone che accusavano di abusi il suo personale.
L’annuncio di Dolan è arrivatolo lo stesso giorno in cui l’arcidiocesi della Chiesa cattolica di New Orleans ha dichiarato che avrebbe pagato almeno 230 milioni di dollari a centinaia di vittime di abusi, nell’ambito di un accordo approvato da un giudice fallimentare federale della Louisiana.
L’arcivescovo Gregory Aymond ha dichiarato ai giornalisti di essere «lieto che questo processo si sia concluso», ma ha riconosciuto che molte vittime continuano a combattere con i traumi postumi degli abusi subiti. «È molto importante che, grazie a questo processo, possano trovare un po’ di pace» ha affermato.
L’arcidiocesi di New York è la seconda più grande del Paese, con 2,5 milioni di cattolici distribuiti su un territorio che comprende Manhattan, Staten Island, il Bronx e la periferia nord della città.
Gode di un prestigioso profilo pubblico e politico, grazie all’ubicazione nella più grande città del Paese; il suo leader, cardinale Dolan, appare spesso su Fox News e ha recitato la preghiera di apertura della cerimonia di insediamento del presidente Trump a gennaio.
Ma l’arcidiocesi ha faticato a rispondere alle circa 1.700 denunce di abusi sessuali presentate da quando il parlamento dello Stato di New York ha approvato il Child Victims Act nel 2019 e l’Adult Survivors Act nel 2022.
Entrambe le leggi hanno aperto “finestre retroattive” che hanno permesso alle persone di presentare denunce civili per abusi sessuali anche se il termine di prescrizione dei loro casi era scaduto da tempo. Queste leggi hanno scatenato un’ondata di denunce che ha portato alla rovina finanziaria alcuni gruppi religiosi e ha contribuito a spingere sei delle otto diocesi cattoliche di New York a dichiarare bancarotta.
Prima dell’approvazione di tali leggi, l’arcidiocesi ha accolto denunce di abuso oltre i termini di prescrizione attraverso un proprio programma, istituito nel 2016. Ma le vittime di abusi e i loro sostenitori lo hanno criticato, giudicandolo un tentativo della Chiesa di gestire al proprio interno una crisi imbarazzante.
Sempre oggi il cardinale Dolan ha precisato che l’arcidiocesi ha «preso una serie di decisioni finanziarie molto difficili» per racimolare gli auspicati 300 milioni di dollari per finanziare un eventuale accordo. Le misure prevedono la riduzione del 10% del budget operativo, il licenziamento di dipendenti e la vendita di «importanti beni immobiliari», tra cui la sede storica dell’arcidiocesi sulla First Avenue a Manhattan, già venduta lo scorso anno per oltre 100 milioni di dollari, secondo quanto riportato da Bloomberg.
Il cardinale ha affermato che gli sforzi della Chiesa per risolvere le denunce di abusi sessuali sono stati ostacolati dalla lunga battaglia legale con la compagnia assicurativa, Chubb, che si è rifiutata di pagare ai querelanti i risarcimenti previsti dalle polizze.
Un portavoce di Chubb ha dichiarato che la compagnia ha contribuito alle spese legali dell’arcidiocesi, ma che non pagherà alcun risarcimento derivante da attività criminali occulte, compresi gli abusi sui minori e la mancata prevenzione degli stessi.
«L’assicurazione stipulata dall’arcidiocesi copre gli incidenti; non prevede alcun risarcimento per aver consapevolmente permesso che un sistema di abusi persistesse per molti anni» ha dichiarato la compagnia. «C’è un motivo per cui l’assicurazione non copre questo genere di comportamenti: si premierebbe chi facilita la condotta criminale invece di chi adotta misure efficaci per mitigare il rischio e proteggere i bambini dagli abusi».

 


7 dicembre 2025

 

SI PROFILA UN TRIUMVIRATO USA-RUSSIA-CINA PER IL GOVERNO DEL MONDO

E il Vecchio Continente, sempre più povero, snerbato di etica e popolato d’immigrati, sta a guardare

(Articolo a richiesta)

 

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STAMPA INTERNAZIONALE
Le Monde, datato 8 dicembre 2025

La Strategia di Sicurezza Nazionale americana prende di mira gli europei e risparmia gli avversari

Il documento, pubblicato venerdì 5 dicembre dalla Casa Bianca e ove le tradizionali alleanze non costituiscono più un impegno per Washington, segna una rottura storica con l’èra post-1945.

di Piotr Smolar
corrispondente da Wasghington

traduzione di Rachele Marmetti

Il divorzio è sancito, ora la separazione dei beni. È così che, visto dalla parte opposta dell’Atlantico, si profila il documento sulla Strategia di Sicurezza Nazionale, pubblicato dalla Casa Bianca venerdì 5 dicembre. Quest’esercizio canonico, con il quale l’amministrazione formalizza le priorità ma anche la propria visione del mondo, quest’anno segna una rottura storica. Mai prima d’ora un documento ufficiale di questo tipo era stato caratterizzato da simile indifferenza verso gli avversari dell’America e da tali offese nei confronti degli alleati tradizionali, soprattutto europei.
Due pagine e mezzo per un funerale: questo è lo spazio dedicato all’Europa in un testo di circa trenta pagine. Questo continente sarà «irriconoscibile tra vent’anni o anche meno» se le attuali tendenze continueranno. Il suo «declino economico è eclissato dalla prospettiva, reale e più brutale, della sparizione della civiltà europea.» Quali sono i sintomi?  Il calo della natalità, la scomparsa delle identità nazionali, la repressione delle opposizioni politiche, la censura della libertà di espressione, «l’asfissia normativa» e in primo luogo, ovviamente, l’immigrazione. «È più che plausibile che entro al massimo pochi decenni la popolazione di alcuni Paesi membri della Nato non sarà più a maggioranza europea» sostiene il documento.
Secondo il testo, sarebbe controproducente abbandonare semplicemente l’Europa. Washington non vuole l’isolazionismo, ma l’annessione ideologica. Quel che suggerisce è un investimento americano condizionato, interessato e politicizzato. Con esplicita ingerenza, il documento accoglie con «grande ottimismo» l’ascesa dei «partiti patriottici europei». Si tratta di «alimentare la resistenza all’attuale traiettoria dell’Europa», ovvero, in sostanza, di approfondire la fratturazione dei Paesi interessati e d’indebolire Bruxelles.
Questi passaggi sembrano la copia del discorso del vicepresidente J.D. Vance alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco Baviera di febbraio. All’epoca, alcuni partecipanti cercarono di rassicurarsi, liquidandolo come una semplice digressione. In realtà è il cuore stesso dell’approccio americano. Strana coincidenza: lo stesso giorno, venerdì 5 dicembre, l’Unione Europea ha inflitto una multa di 120 milioni di euro al social network X di Elon Musk, per violazione delle regole europee in materia di contenuti on-line. Si tratta di «un attacco al popolo americano», secondo il segretario di Stato, Marco Rubio: una reazione che la dice lunga sull’amministrazione.
Già da un decennio i trumpisti fustigano lo «Stato profondo» di Washington, basato su un consenso bipartisan in politica estera, ma ciò che si delinea attraverso questa strategia è un nuovo Stato MAGA (Make America Great Again). Donald Trump ne è il tramite storico, ma sembra già superato dalla portata del movimento. «Siamo di fronte a un movimento di fondo, organizzato, che esibisce i propri obiettivi di sovversione in Europa» sottolinea Tara Varma, esperta di questioni transatlantiche presso il think tank Brookings Institution. «È per questo che si concentrano sulla scadenza 2027 in Francia. Se Parigi cambia rotta, in Europa cambia tutto. Potrebbe diventare ipotizzabile un asse Washington-Parigi-Budapest-Mosca, il cui obiettivo dichiarato sarebbe lo smantellamento delle istituzioni della UE.»
In materia di sicurezza, l’Europa è invitata ad assumersi «in prima persona la responsabilità della propria difesa». Il documento strategico sottolinea che è nell’«interesse primario» degli Stati Uniti raggiungere una cessazione negoziata delle ostilità in Ucraina. «La gestione delle relazioni europee con la Russia richiederà un impegno diplomatico significativo da parte degli Stati Uniti, sia per ripristinare condizioni di stabilità strategica sul continente euroasiatico, sia per attenuare il rischio di un conflitto tra la Russia e gli Stati europei.» In questa prospettiva gli Stati Uniti ritengono necessario «porre fine alla percezione, nonché impedirne la realizzazione, di una Nato come alleanza in perpetua espansione». Una formulazione favorevole a Mosca: semaforo rosso a qualsiasi forma di adesione dell’Ucraina, nonché tacito riconoscimento della zona d’influenza russa.
Non sorprende che non venga menzionata la responsabilità russa nella guerra, né le sue altre attitudini a nuocere e destabilizzare. Washington sogna una riconfigurazione bilaterale, con in gioco investimenti economici molto redditizi. I governi europei sono invece messi in causa per le loro «irrealistiche aspettative» riguardo alla guerra. «Una grande maggioranza di europei desidera la pace, ma questo desiderio non si traduce in politica, principalmente a causa della sovversione dei processi democratici da parte dei loro governi» sostiene il testo. Proprio come Trump ha spesso addossato a Volodymyr Zelensky la responsabilità della guerra, ora i leader europei sono accusati di volerla continuare all’infinito. Una ripetizione esatta della propaganda russa.
«Questo documento è una pillola amara per molti europei» commenta Charles Kupchan, esperto del think tank Council on Foreign Relations. «Sarà più difficile per i leader europei continuare a corteggiare Trump per tenerselo accanto. Ma al di là del linguaggio irrispettoso, non c’è molto di nuovo in questo testo. Non credo che avrà un impatto enorme sulle relazioni transatlantiche.» Opinione condivisa da chi relativizza la portata di questo documento, nell’attesa di annunci ufficiali sui ridispiegamenti militari americani in Europa.
Se mettiamo da parte le lusinghe a Trump che costellano le pagine del documento, si tratta più di un manifesto politico MAGA che l’esito della mobilitazione delle migliori competenze americane, che del resto questa amministrazione ha emarginato. Questa strategia rivendica l’abdicazione a ogni esaustività, poiché «concentrarsi su tutto significa non concentrarsi su nulla». Essa snocciola una breve lista di priorità che ruotano attorno al controllo dei confini e delle risorse strategiche, nonché alla predazione economica. Non una parola sul clima, di cui tuttavia è noto l’impatto sui flussi migratori. Nessun riferimento alle istanze multilaterali. Gli Stati Uniti rinunciano a ogni discorso sull’esemplarità del loro modello. Solo lo scontro tra ambizioni e interessi rimane valido nella giungla del mondo, che nessuno è più in grado di governare.
L’America sbatte la porta dell’era post-1945. Le alleanze tradizionali non rappresentano più un impegno poiché tutto è estorsione, rapporti di forza e pretese di allineamento. I valori non esistono più, a parte una fumosa libertà assoluta di espressione, da esportare a vantaggio delle destre identitarie, dal momento che a casa propria l’amministrazione la disprezza soprattutto se si tratta della stampa e dei propri detrattori.
«Dopo la fine della guerra fredda, le élite della politica estera americana si sono convinte che il dominio permanente degli Stati Uniti sul mondo intero fosse nel migliore interesse del nostro Paese» assicura l’introduzione. «Ma gli affari degli altri Paesi ora ci preoccupano solo se le loro attività minaccino direttamente i nostri interessi». In altre parole, «i giorni in cui gli Stati Uniti sorreggevano, come Atlante, un ordine internazionale totale sono finiti».
La prima conseguenza di questa svolta riguarda il Medio Oriente, che «non è più, come in passato, scaturigine di tensioni costanti e potenziale fonte di catastrofi imminenti». Ciò significa che «i giorni in cui il Medio Oriente dominava la politica estera americana (…) sono finiti». Il conflitto israelo-palestinese? «Rimane spinoso». Ma negli ultimi due anni il Medio Oriente è stato riconfigurato e la «ragione storica» dell’investimento americano nell’area – l’energia – non esiste più, grazie alle risorse nazionali.
L’amministrazione Trump conferma la priorità riservata all’emisfero occidentale, considerando di fatto il continente americano come proprio ambito d’azione. Essa intende privare gli avversari – a cominciare della Cina, non citata – della «possibilità di posizionare forze o altre capacità offensive, o di possedere o controllare risorse strategicamente vitali». I governi o i partiti politici allineati alle priorità americane saranno «ricompensati e incoraggiati».
Il Consiglio di Sicurezza Nazionale ha il compito di identificare luoghi e risorse strategiche nell’emisfero occidentale, al fine di valutare possibili partnership per il loro sfruttamento. È stato inoltre confermato il ridispiegamento delle forze militari americane, nonché «l’uso della forza letale in sostituzione della strategia di mantenimento dell’ordine che negli ultimi decenni si è rivelata fallimentare». Un chiaro riferimento agli attacchi seriali nei Caraibi, iniziati a settembre, contro imbarcazioni che, secondo le autorità, trasportano carichi di droga.
L’Asia, invece, è vista esclusivamente attraverso la lente della Cina. Il Partito Comunista Cinese non viene nemmeno menzionato, il che sorprenderà sicuramente i Repubblicani a Washington, per i quali la rivalità sistemica con Pechino non può non avere una dimensione ideologica. Il documento ricorda che un terzo del commercio marittimo mondiale passa dal Mar Cinese Meridionale. Pertanto, «prevenire un conflitto su Taiwan, idealmente preservando un dominio militare, è una priorità».
Per questa ragione la strategia americana prevede di impedire qualsiasi aggressione cinese nella «prima catena di isole» [First Island Chain] – termine che indica la linea di difesa formata da isole strategiche che va dal Giappone a Taiwan e alle Filippine. Washington invita questi alleati a spendere di più in mezzi militari e ad aprire le proprie infrastrutture alle forze americane.

 


1° dicembre 2025

 

RIARMO E DINTORNI

Il fascino dei regimi autoritari

(Articolo a richiesta)

 

correlato:

 

STAMPA INTERNAZIONALE
Le Monde, datato 1° dicembre 2025

India, l’ordito del suprematismo indù

Fondato cento anni fa, il movimento RSS ha permeato della propria ideologia nazionalista il tessuto sociale, plasmando generazioni di indiani. Nonostante le tensioni non è mai stato così potente.

di Carole Dieterich,
inviata speciale a Nagpur (Stato del Maharashtra)
e Sophie Landrin
da New Delhi

traduzione di Rachele Marmetti

Un imponente Suv bianco procede verso il palco appositamente allestito. Siamo a Nagpur, nel cuore dell’india. Una scorta armata trotterella al fianco del veicolo, da cui esce, sotto lo sguardo attento della folla, un uomo piccolo e grassoccio con i baffi bianchi: Mohan Bhagwat, figura onnipotente del Rashtriya Swayamsevak Sangh, Associazione dei Volontari Nazionali, nota con l’acronimo RSS. Non occupa alcuna carica politica, ma alle sue parole è riservata la stessa attenzione di quelle di un capo di Stato.
Bhagwat guida da oltre 15 anni l’RSS, l’organizzazione più grande e influente del Paese. Fondata negli anni Venti, questa nebulosa della destra nazionalista indù ha festeggiato il suo centenario il 2 ottobre. Non ci sono tessere associative: nelle sue fila militano milioni di “volontari”. In un secolo, il movimento ha tessuto la sua trama, attraverso 40 filiali – sindacati, associazioni di beneficienza, culturali, mediatiche, religiose e sportive – e si è dotato di un ramo politico, il Bharatiya Janata Party (BJP), alla cui testa c’è il primo ministro Narendra Modi, al potere da 11 anni. Mai prima d’ora l’RS
S ha esercitato pari influenza sulla vita politica e sul futuro dell’India.
Bhagwat, nella divisa d’ordinanza dell’RSS ­– camicia bianca a maniche corte, pantaloni marroni, berretto nero – issa la bandiera color zafferano dell’induismo. Con passo deciso, quest’uomo di 75 anni sale sul palco, di fronte a circa 3.800 volontari di Nagpur, perfettamente allineati e vestiti come lui. Oltre 10 mila persone – simpatizzanti, invitati, giornalisti – partecipano all’evento. Alle prime note della fanfara, con un braccio incrociato sul petto, tutti intonano il Prarthana, una preghiera in sanscrito: «M’inchino davanti a te per sempre, o amata patria! O patria degli indù, mi hai cresciuto nella felicità. Che la mia vita, o grande e benedetta terra santa, sia consacrata alla tua causa».
Questa invocazione riassume la ragion d’essere del movimento: costruire una nazione indù al posto dell’India multiconfessionale. Il Paese, il più popoloso al mondo con quasi 1,5 miliardi di abitanti, circa 200 milioni dei quali sono mussulmani e 35 milioni cristiani, è stato forgiato nel 1947, dopo l’indipendenza, nel rispetto della laicità. Per l’RSS questo principio è un’eresia.
Nata sotto il giogo coloniale britannico a Nagpur, dove ancora oggi l’R
SS ha sede, l’organizzazione fu fondata nel 1925 dal medico Keshav Baliram Hedgewar (1889-1940). In origine era una milizia destinata ad «armare» gli indù e a organizzare «sessioni di sensibilizzazione» per i giovani. Il fondatore, che sfoggiava anch’egli baffi bianchi, viene venerato a tutt’oggi. «Per noi è un dio» afferma entusiasta Anant Pophali, 53 anni, fedele adepto dell’RSS sin dalla tenera età. Accompagna i visitatori della casa in cui Hedgewar nacque e fondò l’organizzazione, ricostruita identica all’originale e trasformata in museo. Nella sede dell’RSS gli è dedicato un imponente memoriale, dove i suoi discepoli vengono a raccogliersi in preghiera come in un tempio, s’inchinano davanti all’immensa statua che lo raffigura e la ricoprono di petali di rosa.
Il padre del movimento era un fervente ammiratore di Vinayak Damodar (1883-1966), politico che nel 1923 concettualizzò l’hindutva, l’induità, ideologia che esalta la superiorità degli indù. «Secondo la sua teoria, l’India appartiene agli indù e le minoranze devono accettare la loro egemonia» ricorda la storica Mridula Mukherjee, ex presidente del centro di studi storici dell’università Jawaharlal-Nehru di Dehli.
Per l’ideologo Savarkar, autore dell’opera Hindutva: Who is a Hindu? (Induità: chi è un indù?, 1928, non tradotto), l’India è terra sacra che appartiene ai «figli della terra», ovvero ai discendenti degli Ariani, il popolo indù originario. «Savarkar ha elaborato un concetto molto potente che definisce chi è incluso nella nazione indù e chi ne è escluso» continua la storica. Le diverse minoranze buddista, sikh e giainiste vi trovano posto, ma non i mussulmani né i cristiani.
Bhagwat è il sesto leader dell’RSS, che guida dal 2009. È stato nominato dal predecessore, come vuole la tradizione. Il suo mandato non ha limiti di tempo ed è libero di ritirarsi se e quando lo desidera. Nonostante l’età, non sembra pronto a cedere il posto. Sotto il suo impulso, l’organizzazione recluta ogni anno circa 100 mila persone, secondo i dati dell’RSS.
La celebrazione del centenario è stata l’occasione per una dimostrazione di forza. Tra i volontari ci sono bambini e veterani. L’assemblea, composta esclusivamente da uomini, munita di bastoni di bambù, marcia al passo, lancia grida e sferra calci. Agricoltori, impiegati di banca, assicuratori e studenti sfilano fianco a fianco. Molti sono stati reclutati sin dall’infanzia, nei parchi e sui campi di cricket. «Ho imparato tutto dall’RSS, anche come comportarmi con gli altri, perché ho frequentato una delle loro scuole» spiega Ramesh Makade, agricoltore di 55 anni.
Ogni anno migliaia di bambini indiani entrano nella vasta rete scolastica dell’RSS, che copre anche le zone tribali. Questo fitto intreccio mira a contrastare l’influenza delle scuole dei missionari cristiani e a «formare una giovane generazione legata all’hindutva e permeata di un fervente patriottismo» si legge sul sito web delle scuole dell’organizzazione. Ispirata al modello delle sezioni giovanili fasciste dell’Italia di Mussolini, l’istruzione è uno dei pilastri dell’RSS. «L’organizzazione si è inizialmente affermata nell’insegnamento primario, approfittando delle lacune del sistema statale ha creato ovunque scuole di villaggio; poi si è espansa alle scuole secondarie e alle università» osserva Balveer Arora, politologo ed ex rettore dell’università Jawaharlal-Nehru, «oggi detiene quasi il monopolio dell’istruzione».
L’RSS dispone anche di campi di addestramento, supervisionati dai pracharak (predicatori), lavoratori a tempo pieno non retribuiti, totalmente dediti alla causa. Originario di Nagpur, Krishna Thakara, 38 anni, è uno di loro. Dopo anni di apprendimento rigoroso e di addestramento in questi campi – secondo lui concepiti per «migliorare la condizione fisica e intellettuale» – circa dieci anni fa è stato mandato nell’Arunachal Pradesh, nel nord del Paese. È una tradizione: i pracharaks sono “prestati” alle filiali per formare i quadri, che poi a loro volta fonderanno proprie sezioni. «In questo modo, l’RSS, ramificandosi in una moltitudine di organizzazioni, riesce a radicarsi in tutta la società» spiega la storica Tanika Sarkar alla rivista Frontline.
Narendra Modi è entrato a far parte della sezione locale di Vadnagar, suo villaggio natale, all’età di otto anni. Ha scalato tutti i gradini della gerarchia prima di entrare nel BJP. Ha anche tenuto segreto a lungo il suo matrimonio, contratto alla fine dell’adolescenza – un’unione combinata dai genitori e, a suo dire, non consumata – perché l’RSS esige dai propri “lavoratori” celibato e austerità. «L’immagine e l’aura dell’RSS sono state costruite sull’idea del sacrificio di sé» precisa Mridula Mukherjee.
Al cuore del movimento, i shakha, o sezioni locali, costituiscono la base dell’organizzazione. Una volta al giorno o alla settimana i volontari si riuniscono, spesso in un parco. In questi spazi, Concepiti come luoghi di addestramento al combattimento e d’indottrinamento, gli shakha instillano nei propri membri la sensazione di essere missionari al servizio della nazione.
Per la riunione del 3 ottobre, la sezione locale di Nagpur si è riunita alle 7 del mattino, in una zona residenziale. La giornata inizia con il fischio che dà il via alla cerimonia dell’alzabandiera, seguita da un canto e da un corroborante Bharat MataKiJai (lunga vita all’India, madre patria). Prosegue con gli esercizi: i circa cinquanta uomini di età compresa tra i 40 e 70 anni formano un cerchio e ripetono il mantra Sanata, Shakti Hai (Unità è potere).
Nello spirito del fondatore, Keshav Baliram Hedgewar, è attraverso la disciplina che i shakha devono forgiare l’unità della comunità indù, frammentata in caste e molteplici culti. L’RSS dichiara di avere oltre 83 mila sezioni locali in tutto il Paese, dove gli swayamsevak, i volontari, discutono di economia e società. Gli shakha promuovono in particolare la famiglia tradizionale indiana allargata, dove più generazioni vivono sotto lo stesso tetto. Vi si discute soprattutto dei problemi di quartiere: è sulla prossimità che si fonda l’influenza, grazie alla quale l’RSS può rimediare alle carenze dello Stato. «Recentemente abbiamo allestito una struttura per lo screening della cataratta, in collaborazione con laboratori collegati all’RSS» spiega Alhad Sadachar, 49 anni, titolare di una piccola agenzia di reclutamento. I medici si muovono tra i parchi e i templi per effettuare diagnosi gratuite o a basso costo. Tutti sono benvenuti, questi servizi non sono riservati ai simpatizzanti. Gli swayamsevak svolgono spesso anche il ruolo di punto di riferimento per le famiglie e all’interno delle comunità. «L’RSS ha costruito la propria reputazione sul servizio sociale e sul contatto diretto con la popolazione» spiega il politologo Balveer Arora. In caso di catastrofi naturali – inondazioni, terremoti, incidenti ferroviari – i volontari accorrono prima ancora che lo Stato accenni a muoversi.
Hedgewar ha costruito la struttura portante del movimento. Alla sua morte, nel 1940, Madhav Sadashivrao Golwalkar, insegnante e avvocato diventato monaco, gli succede. In tre decenni, sotto la sua guida si afferma il concetto di nazione indù (hindu rashtra). Con la barba incolta e un’andatura da guru, Golwalkar si ispira direttamente alla figura di Hitler. Sostiene apertamente il Terzo Reich, elogia la Germania nazista e la sua teoria della purezza della razza. Secondo lui, «la Germania ha dimostrato che è impossibile per razze e culture profondamente diverse amalgamarsi in un unico tutto. L’India deve trarne lezione».
Golwalkar sostiene che le minoranze indiane devono essere trattate come gli ebrei in Germania. Ai suoi occhi, cristiani e mussulmani rappresentano una minaccia per la nazione. Nel libro We or Our Nationhood Defined (Noi o ciò che definisce la nostra nazione, 1939, non tradotto) scrive: «I non-indù devono o aderire all’induismo, o essere autorizzati a vivere nel Paese totalmente subordinati alla nazione indù, senza rivendicazioni di diritti e privilegi (…)». Narendra Modi ne parla come di un mentore ideologico.
Fino al 1947, con meno di 500 mila membri, l’RSS è un’organizzazione marginale. Non partecipa al movimento per l’indipendenza guidato da Mohandas Karamchand Gandhi e Jawaharlal Nehru. Al contrario, sceglie di collaborare con gli inglesi. Un marchio infamante che cerca di cancellare inventandosi legami con combattenti per l’indipendenza, al fine di legittimare il proprio nazionalismo.
La divisione dell’India e la creazione del Pakistan provocano la più grande migrazione transfrontaliera della storia dell’umanità e scontri sanguinosi. Questi eventi segnano l’inizio di un’eccezionale espansione dell’RSS, che però rimane un paria fino agli anni Novanta. L’organizzazione viene vietata per tre volte, la prima dopo l’assassinio nel 1948 del Mahatma Gandhi, per mano di un membro dell’RSS, Nathuram Godse, che rimproverava al «padre della nazione» la divisione del subcontinente, definendola una «vivisezione» dell’India.
La longevità dell’RSS si spiega in parte con il rigore organizzativo, la disciplina paramilitare, la devozione dei suoi membri, ma anche con l’opacità. I leader che si sono succeduti coltivano la segretezza, rifiutandosi di depositare lo statuto dell’organizzazione e di riconoscere un’autorità ufficiale alla guida del movimento. Non comunicano né le fonti di finanziamento né il numero esatto degli aderenti; i ricercatori lo stimano tra gli 8 e i 10 milioni. Se queste cifre sono attendibili, l’RSS è la più grande ONG del pianeta.
Con l’arrivo al potere di Narendra Modi nel 2014, l’RSS compie un ulteriore passo: ora è rappresentato al vertice dello Stato. Secondo il quotidiano The Hindu, dal 2014 il numero dei militanti è raddoppiato e cresce ogni anno del 25%. L’organizzazione si sta espandendo anche a livello internazionale, principalmente negli Stati Uniti, dove la diaspora indiana svolge un ruolo chiave nella diffusione oltre i confini nazionali dell’ideologia dell’RSS. A simbolo della propria potenza, l’organizzazione ha inaugurato a febbraio a New Delhi un centro monumentale: tre torri di 12 piani, visibili da quasi tutta la capitale. Durante la cerimonia, Mohan Bhagwat ha acclamato la crescente influenza del movimento, ammonendo però: «Non bisogna cambiare rotta!»
Dal punto di vista ideologico, nulla è cambiato. Questo movimento suprematista di estrema destra rimane fedele alla visione dei fondatori. Il suo obiettivo rimane l’avvento di una nazione indù in un’India «indivisa», che includa il Pakistan e il Bangladesh – ovvero l’India prima della divisione –, ma anche l’Afghanistan, il Nepal, la Birmania, il Bhutan, il Tibet e lo Sri Lanka. «Un corpo spezzato non può sopravvivere, deve essere riparato» ha ricordato Bhagwat durante un raduno a Bhopal, nel 2022. L’organizzazione ha prestato fedeltà alla bandiera tricolore indiana solo nel 1949, ma ha conservato il proprio vessillo. I suoi nemici di ieri sono gli stessi di oggi: i mussulmani, percepiti come il nemico numero uno, l’odio verso i quali è necessario per unificare gli indù e occultare le ingiustizie delle caste; i comunisti, apostoli dell’uguaglianza sociale; e i dalit, un tempo chiamati intoccabili, relegati alla base della scala sociale.
L’RSS è stato coinvolto in tutti i grandi conflitti comunitari del Paese. Dal 2014 l’islamofobia, fatta propria fino al vertice dello Stato, nonché il moltiplicarsi dei discorsi di incitamento all’odio nei circoli governativi hanno creato un clima favorevole ai crimini contro le minoranze. I linciaggi di mussulmani, accusati di trasportare o consumare carne bovina, si sono moltiplicati nel totale silenzio delle autorità. Allo stesso tempo, leggi discriminatorie, demolizioni massicce con bulldozer di beni appartenenti alle minoranze e diffusione di teorie complottistiche da parte di gruppi estremisti hanno instaurato un clima di terrore.
Nonostante queste violenze, l’RSS ha prosperato, rivestendosi di una patina di rispettabilità e mettendo in pratica discorsi contraddittori: l’unificazione indiana e al tempo stesso campagne di odio.
Interamente dominato dall’alta casta dei bramini, predica inclusione e uguaglianza e ha la sezione giovanile dei dalit. Patriarcale e conservatore, ha un’ala femminile. Ossessionato dall’eliminazione dell’islam, possiede un ramo mussulmano, ma manda le proprie milizie a combattere contro le minoranze. «L’RSS fa tutto il contrario di quanto proclama» sottolinea Mridula Mukherjee. Questo processo di dissimulazione si colloca in un più ampio progetto di riscrittura sistematica della storia.
Per un secolo questa galassia di estrema destra ha infiltrato profondamente lo Stato, reclutando insegnanti, piccoli funzionari, poliziotti, dirigenti: la massa costituisce la manovalanza politica. L’arrivo al potere di Modi ha completato il processo, spalancando le porte dell’amministrazione, delle istituzioni e dell’istruzione ai membri dell’RSS. L’ex paria è diventato un’organizzazione statale con un potere considerevole, sebbene il sud del Paese opponga ancora resistenza. Disponendo in pratica di tutte le leve del potere, è un «quasi-Stato nello Stato» secondo l’espressione del politologo Asim Ali.
Una delle prime azioni intraprese da Narendra Modi è stata riprendere il controllo della prestigiosa università Jawaharlal-Nehru, a New Delhi, a lungo considerata roccaforte dell’intellighenzia di sinistra. È iniziata una guerra senza requie contro gli universitari e gli scrittori indiani. Nel giro di pochi mesi la direzione dell’università è stata decapitata, sostituita da un gruppo dirigente proveniente dall’RSS; i programmi di ricerca sono stati riorientati per adeguarli alla nuova linea ideologica. Nell’istruzione secondaria i manuali scolastici sono stati rivisti per evitare la «corruzione delle menti». Ormai la storia insegnata ai giovani riflette la visione impartita negli shakha. Il periodo degli imperatori Mughal, l’assassinio di Gandhi e l’eredità di Nehru, il primo ministro dopo l’indipendenza, sono stati in gran parte occultati. Anche le scienze ne risentono: Charles Darwin e la teoria dell’evoluzione sono stati accantonati perché contrari alla narrazione nazionalista.
L’induizzazione del Paese avanza a passi da gigante, sostenuta da un florido RSS. Ma, per la prima volta, sotto Narendra Modi il movimento si trova di fronte a una diarchia. Il primo ministro, molto popolare, e il suo potente partito si sono affrancati dalla tutela della casamadre. Con il sostegno finanziario di oligarchi vicini al potere, Narendra Modi e il suo braccio destro, Amit Shah, ministro dell’Interno, hanno costruito una vera e propria macchina elettorale, forte di otto milioni di aderenti, la più grande formazione partitica al mondo. I leader del BJP ritengono di poter condurre da soli le grandi battaglie nelle urne. Nel 2024, alla vigilia delle elezioni generali, il presidente del partito, Jagat Prakah Nadda, lo ha affermato pubblicamente: un grossolano errore. L’RSS si ritira, ordinando ai propri militanti, attivi nel porta a porta, di rimanere a casa. Conseguenza: il BJP registra il peggiore risultato dal 2014. Narendra Modi conserva il potere, ma senza maggioranza assoluta.
Bhagwat fustiga l’arroganza del primo ministro e dei dirigenti del BJP. Il capo dell’RSS non approva il modo di governare di Narendra Modi: l’iper-personalizzazione del potere, l’estremo culto della personalità, il gusto per il lusso – abiti eleganti, orologi di marca – contrastano con la modestia che l’organizzazione predilige. «L’RSS si è sempre presentata come un’organizzazione lontana dal potere, molto pura, i cui membri si sacrificavano e conducevano una vita austera» sottolinea la storica Mridula Mukherjee.
Mella battaglia che dura da quasi un anno per la nomina del leader del BJP, le tensioni tra i due uomini sono palesi. In mancanza di un accordo, il partito non ha ancora scelto un nuovo presidente. Durante il discorso del centenario, Bhagwat non ha citato il primo ministro, ma tutti hanno capito a chi fossero rivolte le sue critiche: ha denunciato il «modello» in vigore, il divario crescente tra ricchi e poveri, nonché i soprusi dei potenti. Anche tra le file dei volontari l’arroganza del capo dello Stato non è ben vista. «Narendra Modi non è importante per noi, ciò che conta è l’ideologia, la nazione innanzitutto, non la persona» sostiene l’attivista Anant Pophali, «Modi è transeunte, l’RSS esiste da cento anni e durerà ancora a lungo». Le radici del movimento sono così profonde che la perdita del potere non basterà a ridurre l’influenza dell’RSS, l’Associazione dei Volontari Nazionali, che da un secolo è dedita a plasmare menti.

 


26 novembre 2025

UCRAINA

Tra pace armata e prosecuzione pacifica della guerra

di G.C. Scotuzzi Mosca e Rachele Marmetti

La Nato, di cui l’Unione Europea è mero braccio politico, non può rassegnarsi al drastico ridimensionamento del conflitto, pena compromettere un riarmo dai frutti economici e politici: primo, profitti iperbolici per le industrie di armi, con generoso ricasco sui sensali di tutt’i partiti; secondo, accelerazione drastica dello smantellamento dello Stato sociale, a pretesto delle crescenti risorse destinate alle offensive neocoloniali, di cui quella contro la Russia è soltanto la più immanente e mediatizzata. Ciò spiega perché l’Unione Europea abbia presentato, a contraltare del piano di pace concordato fra Trump e Putin, un contropiano ch’è pura provocazione, giacché respinge i capisaldi di una pace peraltro connotata da pacetta, cioè mirata a proseguire la guerra con altri mezzi. Capisaldi che sunteggiamo:
‒ riconoscimento alla Russia dei territori in massima parte acquisiti prima della guerra con referendum costituzionali, e per il resto liberati in applicazione di una decisione dell’ONU a tutela di popolazioni russe vessate da Kiev;
‒ fine del boicottaggio dell’economia russa da parte dell’Occidente;
‒ denazificazione del regime di Kiev ed elezioni democratiche in tempi brevi;
‒ no all’adesione dell’Ucraina alla Nato;
‒ riduzione delle forze armate ucraine da 800 mila a 600 mila.
Il raffronto, che sotto proponiamo, tra il piano di pace di Trump-Putin e quello della Nato-Ue li acclara più che inconciliabili: sono antitetici. Riflessivi di quanto la guerra sia indispensabile a economie e politiche continentali che senza cannoni e macelli umani sono vocate al collasso. Quantomeno dei loro dirigenti.

(Articolo completo a richiesta)

 

Piani di pace a confronto

Fonti:
Réseau Voltaire, che ha pubblicato il Piano di Trump il 20 novembre 2025 e quello europeo il 24 novembre 2025.

traduzione di Rachele Marmetti

Il Piano di Trump è in tondo.
Il Piano dell’Europa è in corsivo.

1.
La sovranità dell’Ucraina sarà riconfermata.
1.
La sovranità dell’Ucraina sarà riconfermata.

2.
Ci sarà un accordo totale e completo di non aggressione tra Russia, Ucraina ed Europa. Tutte le ambiguità degli ultimi 30 anni saranno considerate risolte.
2.
Ci sarà un accordo totale e completo di non aggressione tra Russia, Ucraina e Nato. Tutte le ambiguità degli ultimi 30 anni saranno considerate risolte.

3.
Si prevede che la Russia non invaderà i Paesi confinanti e la Nato non si espanderà ulteriormente.
3.
Questo punto nel Piano dell’Europa è soppresso.

4.
Russia e Nato dialogheranno, con la mediazione degli Stati Uniti, per risolvere tutte le questioni di sicurezza e per creare le condizioni di un allentamento delle tensioni, al fine di garantire la sicurezza mondiale e accrescere le opportunità di cooperazione e di sviluppo economico.
4.
Dopo la firma di un accordo di pace, verrà avviato un dialogo tra la Russia e la Nato per affrontare tutte le questioni di sicurezza e per creare un clima di distensione che garantisca la sicurezza mondiale e accresca le opportunità di connettività e le prospettive economiche future.

5.
L’Ucraina beneficerà di solide garanzie di sicurezza.
5.
Idem

6.
La dimensione delle forze armate ucraine sarà limitata a 600 mila unità.
6.
La dimensione delle forze armate ucraine sarà limitata a 800 mila unità.

7.
L’Ucraina accetta di iscrivere nella propria Costituzione il principio di non adesione alla Nato; a sua volta la Nato accetta d’includere nel proprio statuto una disposizione per impedire il futuro ingresso dell’Ucraina.
7.
L’adesione dell’Ucraina alla Nato è condizionata al consenso dei membri della Nato, che attualmente non esiste.

8.
La Nato accetta di non schierare truppe in Ucraina.
8.
La Nato s’impegna a non posizionare in modo permanente in Ucraina, in tempo di pace, truppe sotto il proprio comando.

9.
Aerei caccia europei saranno di stanza in Polonia.
9.
Aerei caccia Nato stazioneranno in Polonia.

10.
La garanzia degli Stati Uniti:
a. Per la garanzia gli Stati Uniti riceveranno un compenso.
b. Se l’Ucraina invaderà la Russia perderà la garanzia.
c. Se l’Ucraina lancerà un missile su Mosca o San Pietroburgo senza motivo, la garanzia di sicurezza sarà considerata nulla e non valida.

10.
La garanzia degli Stati Uniti rispetto all’art. 5:
a. Per la garanzia gli Stati Uniti riceveranno un compenso.
b. Se l’Ucraina invaderà la Russia perderà la garanzia.
c. Se la Russia invaderà l’Ucraina, oltre a una risposta militare coordinata e ferma, saranno ripristinate tutte le sanzioni internazionali e sarà revocato il riconoscimento del nuovo territorio, nonché tutti gli altri benefici previsti da questo accordo.

11.
L’Ucraina ha i requisiti per entrare nell’Unione Europea; durante il periodo di valutazione della candidatura otterrà un accesso preferenziale temporaneo al mercato europeo.
11.
Idem

12.
Un ambizioso pacchetto di misure internazionali per la ricostruzione dell’Ucraina che in particolare prevede:
a. La creazione di un Fondo per lo Sviluppo dell’Ucraina da investire nei settori a forte crescita, come le tecnologie, centri dati e intelligenza artificiale.
b. Gli Stati Uniti coopereranno con l’Ucraina per ripristinare, sviluppare, modernizzare e sfruttare congiuntamente le infrastrutture del gas ucraine, compresi gasdotti e impianti di stoccaggio.
c. Sforzi congiunti per riqualificare le zone colpite dalla guerra, vòlti a ripristinare, ricostruire e modernizzare città e le aree residenziali.
d. Sviluppo delle infrastrutture.
e. Estrazione di minerali e risorse naturali.
f. La Banca Mondiale stenderà un programma finanziario specifico per accelerare questi sforzi.
12.
Idem

13.
La Russia sarà reintegrata nell’economia mondiale:
a. La rimozione delle sanzioni sarà discussa e concordata per fasi, caso per caso.
b. Gli Stati Uniti stipuleranno un accordo di cooperazione economica a lungo termine per il reciproco sviluppo nei settori energetico, delle risorse naturali, delle infrastrutture, dell’intelligenza artificiale, dei centri dati, dei piani per l’estrazione delle terre rare nell’Artico nonché altre opportunità commerciali reciprocamente vantaggiose.
13.
La Russia sarà progressivamente reintegrata nell’economia mondiale:
a. L’alleggerimento delle sanzioni sarà discusso e concordato per fasi, caso per caso.
b. Gli Stati Uniti stipuleranno un accordo di cooperazione economica a lungo termine per il reciproco sviluppo nei settori energetico, delle risorse naturali, delle infrastrutture, dell’intelligenza artificiale, dei centri dati, delle terre rare, dei progetti congiunti nell’Artico, nonché altre opportunità commerciali reciprocamente vantaggiose.
c. La Russia sarà reintegrata nel G8.

14.
I fondi russi congelati saranno usati come segue:
a. 100 miliardi di dollari saranno investiti in uno sforzo, guidato dagli Stati Uniti, per la ricostruzione e gli investimenti in Ucraina.
b. Gli Stati Uniti percepiranno il 50% dei profitti di questa iniziativa. L’Europa aggiungerà 100 miliardi di dollari per aumentare gli investimenti disponibili per ricostruire l’Ucraina. I fondi europei congelati saranno sbloccati. La restante parte dei fondi russi congelati confluirà in uno strumento d’investimento americano-russo separato, che perseguirà progetti congiunti in settori specifici. Questo fondo mirerà a rafforzare le relazioni e ad accrescere gli interessi comuni al fine di costruire una forte motivazione a non riprendere il conflitto.
14.
L’Ucraina sarà completamente ricostruita e risarcita finanziariamente, anche attraverso i beni sovrani russi, che rimarranno congelati fino a quando la Russia non avrà risarcito l’Ucraina per i danni subiti.

15.
Verrà creata una task force americana-russa sulle questioni di sicurezza per promuovere e garantire il rispetto di tutte le disposizioni del presente accordo.
15.
Sarà istituita una task force congiunta per la sicurezza, con la partecipazione di Stati Uniti, Ucraina, Russia ed Europa per promuovere e far rispettare tutte le disposizioni del presente accordo.

16.
La Russia iscriverà nella propria legislazione la politica di non aggressione nei confronti dell’Europa e dell’Ucraina.
16.
Idem

17.
Gli Stati Uniti e la Russia concorderanno di prorogare la validità dei trattati di non proliferazione e di controllo delle armi nucleari, incluso il Trattato START1.
17.
Gli Stati Uniti e la Russia concordano di prorogare i trattati di non proliferazione e controllo nucleare, incluso il Trattato Fair Start.

18.
L’Ucraina accetta di essere uno Stato non-nucleare, in conformità con il Trattato di non proliferazione delle armi nucleari.
18.
Idem

19.
La centrale nucleare di Zaporijia funzionerà sotto la supervisione dell’AIEA e l’elettricità prodotta sarà ripartita in parti uguali tra Russia e Ucraina (50 e 50 per cento)
19.
Idem

20.
Entrambi i Paesi s’impegnano ad attuare programmi educativi nelle scuole e nella società con l’obiettivo di promuovere la comprensione e la tolleranza delle diverse culture e di eliminare il razzismo e il pregiudizio.
a. L’Ucraina adotterà le norme UE in materia di tolleranza religiosa e di protezione delle minoranze linguistiche.
b. Entrambi i Paesi s’impegnano ad abolire tutte le misure discriminatorie e a garantire i diritti dei media e dell’istruzione, ucraini e russi.
c. Tutte le ideologie e le attività naziste devono essere bandite e vietate.
20.
L’Ucraina adotterà le regole della UE in materia di tolleranza religiosa e di protezione delle minoranze linguistiche.

21.
Territori:
a. Crimea, Lugansk e Donetsk saranno riconosciute parte integrante della Russia, anche dagli Stati Uniti.
b. Kherson e Zaporijia saranno congelate lungo la linea di contatto, il che significherà un riconoscimento di fatto lungo la linea di contatto
c. La Russia rinuncerà agli altri territori che controlla al di fuori delle cinque regioni [menzionate]
d. Le forze ucraine si ritireranno dalla parte dell’oblast di Donetsk che attualmente controllano e questa zona di ritiro sarà considerata zona cuscinetto neutrale e smilitarizzata, riconosciuta a livello internazionale come territorio appartenente alla Federazione di Russia. Le forze russe non entreranno in questa zona smilitarizzata.
21.
Territori:
L’Ucraina si impegna a non recuperare il proprio territorio sovrano occupato con mezzi militari. I negoziati sullo scambio di territori inizieranno dalla Linea di contatto.

22.
Una volta concordati gli accordi territoriali, sia la Federazione di Russia sia l’Ucraina si impegnano a non modificare tali accordi con la forza. Qualsiasi garanzia di sicurezza non sarà applicabile in caso di violazione di tale obbligo.
22.
Idem

23.
La Russia non ostacolerà l’utilizzo del fiume Dnepr da parte dell’Ucraina a fini commerciali e saranno raggiunti accordi per consentire la libera circolazione di cereali attraverso il Mar Nero.
23.
Idem

24.
Sarà istituito un comitato umanitario per risolvere le questioni in sospeso:
a. Tutti i prigionieri e i corpi saranno scambiati in base al principio del “tutti per tutti”.
b. Tutti i detenuti civili e gli ostaggi saranno restituiti, compresi i bambini.
c. Sarà istituito un programma di ricongiungimento familiare.
d. Saranno prese misure per affrontare le sofferenze delle vittime del conflitto.
24.
Idem

25.
L’Ucraina organizzerà elezioni entro 100 giorni.
25.
L’Ucraina organizzerà elezioni il prima possibile dopo la firma dell’accordo di pace.

26.
Tutte le parti coinvolte in questo conflitto riceveranno piena amnistia per le azioni compiute durante la guerra e accettano di non avanzare alcuna richiesta di risarcimento e di rinunciare a ogni futuro reclamo.
26.
Saranno prese misure per affrontare le sofferenze delle vittime del conflitto.

27.
Il presente accordo sarà giuridicamente vincolante. La sua attuazione sarà monitorata e garantita da un Consiglio di pace, presieduto dal presidente Donald J. Trump. Saranno imposte sanzioni in caso di violazione.
27.
Idem

28.
Una volta che tutte le parti avranno accettato il presente memorandum, il cessate-il-fuoco entrerà immediatamente in vigore, non appena entrambe le parti si saranno ritirate nei punti concordati per dare attuazione all’accordo.
28.
Una volta che tutte le parti avranno accettato il presente memorandum, il cessate-il-fuoco entrerà immediatamente in vigore, non appena entrambe le parti si saranno ritirate nei punti concordati per dare attuazione all’accordo. Le modalità del cessate-il-fuoco, compreso il monitoraggio, saranno concordate da entrambe le parti, sotto la supervisione degli Stati Uniti.

 


22 novembre 2025

 

PARAFRASANDO LUI: L’ITALIA HA IL SUO GRANDE POSTO NEL MONDO DEI LADRI

Dalla toga all’orbace

di G.C. Scotuzzi Mosca e Rachele Marmetti

La loggia massonica P2 fu sciolta dalla legge 17 del 19 gennaio 1982, che bandì ogni sodalizio segreto perché in contrasto con la democrazia e fomite di reati. Ma a distanza di quasi 44 anni lo spirito della P2 continua a picconare la Repubblica, in ciò rinvigorita e propiziata da un governo fascista e da un parlamento che, snaturato da opposizioni risibili o compiacenti o complici, smantellano a scopo di lucro i cardini della Costituzione. Dopo l’abiura di forze armate difensive (surrogate da eserciti neocoloniali),  del Servizio Sanitario Nazionale (surrogato da una galassia di cliniche e studi medici riservati ai solventi) e del Diritto del lavoro (surrogato dal virtuale ripristino del servaggio) è ora il turno delle aule di giustizia. Dove, se hai soldi o un santo nel paradiso governativo, riscuoti licenza di delinquere.

(Articolo a richiesta)

 

correlato:

 

STAMPA INTERNAZIONALE
Le Monde, 22 novembre 2025

GRANDEUR FRANÇAISE, PETITESSE ITALIENNE

Il tentativo del governo italiano di mettere sotto tutela i giudici rientra in un’offensiva di più ampio respiro

Lo scontro tra l’esecutivo e la magistratura, che raggiunse l’apice durante i governi Berlusconi, ha ripreso vigore dall’ascesa di Giorgia Meloni alla presidenza del Consiglio.

di Hervé Rayner
professore associato di scienze politiche all’università di Losanna, Svizzera

traduzione di Rachele Marmetti

Il 30 ottobre 2025 il senato italiano ha approvato in seconda lettura un disegno di legge che potrebbe indebolire il potere giudiziario attraverso una drastica separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e magistrati inquirenti (istruzione e accusa). Tra gli obiettivi primari del governo di coalizione tra destra ed estrema destra, guidato da Giorgia Meloni, questa riforma riprende uno dei cavalli di battaglia di Silvio Berlusconi, il magnate sempre pronto a fustigare le «toghe rosse» che avevano l’ardire d’indagare sull’origine del suo patrimonio.
Alcune decine di suoi fedeli hanno infatti immediatamente salutato il passaggio parlamentare della riforma rendendo omaggio all’ex presidente del Consiglio, condannato in Cassazione [dunque con sentenza definitiva] per frode fiscale, scomparso nel 2023; Meloni, che fu sua ministra della Gioventù, lo ha celebrato come un passo verso la realizzazione di un «obiettivo storico nonché un impegno concreto a favore degli italiani». Poiché si tratta di una modifica della Costituzione, non avendo ottenuto almeno due terzi dei voti parlamentari, per essere definitivamente adottata questa proposta di legge dovrà essere sottoposta a referendum confermativo, previsto per la prossima primavera.
Con l’obiettivo di garantire processi più equi, la riforma divide la magistratura in due corpi professionali – da un lato i rappresentanti del pubblico ministero, dall’altro i magistrati giudicanti – e il suo Consiglio superiore in due organi i cui membri non saranno più eletti dai loro pari, ma estratti a sorte. Questo progetto può sembrare di secondaria importanza, ma ha un grande valore simbolico in quanto esprime la volontà di dividere – per meglio regnare – una magistratura reputata per la propria autonomia, e controllarne una parte, ovvero i rappresentanti del pubblico ministero.
Questo tentativo del governo di mettere sotto tutela i rappresentanti del pubblico ministero con una sorta di ritorno alla via gerarchica, che prevalse fino agli anni Sessanta, s’iscrive in una più vasta offensiva vòlta a neutralizzare i contropoteri: normativa che indebolisce il potere di controllo della Corte dei conti, misure che ostacolano l’attività dei giornalisti d’inchiesta (per esempio il ricorso sistematico alle denunce per diffamazione o le leggi bavaglio…).
In un contesto più ampio, il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, membro del partito di Meloni (Fratelli d’Italia), ha già limitato il ricorso alle intercettazioni telefoniche e la pubblicazione sulla stampa del contenuto dei mandati di detenzione preventiva. Ha altresì abrogato il reato di abuso d’ufficio, molto spesso utilizzato dai magistrati che lavorano su casi di corruzione e infiltrazioni mafiose; Nordio ha inoltre nonché modificato il reato di traffico d’influenze illecite. Tutti colpi inferti alle indagini più scomode.
Alti magistrati hanno denunciato l’ennesimo attacco all’indipendenza della magistratura da parte di una politica penale che, severa nei confronti della criminalità comune che riempie le carceri, tende a chiudere gli occhi su quella dei colletti bianchi. Alcuni osservatori vedono in Licio Gelli, gran maestro della loggia massonica segreta P2 (cui apparteneva Berlusconi), l’ispiratore postumo di questo nuovo tentativo di ingerenza nella magistratura. Nel pieno della guerra fredda, questa loggia ha formato una rete complice degli attentati mortali alla base della “strategia della tensione” (dal 1969 al 1980), finalizzata a spaventare la popolazione nella speranza di far nascere un governo autoritario.
Pur compiacendosi di rammentare di essersi iscritta al neofascista Movimento Sociale Italiano, dopo l’assassinio del magistrato antimafia Paolo Borsellino, Meloni è entrata a far parte di un partito che ha modificato radicalmente la propria posizione nei confronti della magistratura. Tra il 1992 e il 1994 l’operazione Mani Pulite, una serie di indagini giudiziarie sui finanziamenti illeciti dei partiti,avviata dalla procura di Milano e sostenuta da potenti mobilitazioni, ha sconvolto il gioco politico: tra le 12 mila persone perseguite figuravano ben 338 deputati e 100 senatori.
Il conseguente crollo dei cinque partiti che avevano monopolizzato il governo dal 1946 spinse il miliardario Berlusconi, smanioso di sfuggire ai sostituti procuratori di Milano e Palermo, a fondare un proprio partito (Forza Italia) e a guidare una coalizione di cui facevano parte l’MSI e la Lega Nord. Queste due formazioni, a priori incompatibili (neofascisti centralisti radicati al Sud e regionalisti antimeridionali radicati al Nord), cessarono rapidamente di sostenere i pubblici ministeri per associarsi alle diatribe degli ambienti berlusconiani (ministri, eletti, avvocati, dirigenti di aziende mediatiche, opinionisti) contro i giudici.
Queste vicende mostrano quanto la “questione giudiziaria” scandisca da tempo la competizione politica e l’agenda istituzionale, uno scontro che raggiunse il culmine durante i governi Berlusconi (1994, 2001-2006, 2008-2011) e che si è rinvigorito da quando Meloni ha assunto la guida dell’esecutivo, nel 2022. Anche se il conflitto di interessi sembra oggi meno evidente rispetto alle leggi ad personam, tagliate su misura per Berlusconi dai suoi avvocati che sedevano in parlamento e al ministero della Giustizia, la presidente del Consiglio ne ha ripreso le argomentazioni e gli obiettivi. L’incriminazione di diversi suoi ministri e stretti collaboratori rinfocola le tensioni e alimenta un progetto di riforma costituzionale che, dal punto di vista della separazione dei poteri, assume le sembianze di una vendetta motivata sul piano ideologico (primato del capo del governo nell’ambito del culto dell’“uomo forte”) e tuttavia banale perché consiste nel contrastare il controllo legale dell’esercizio del potere.
Per stessa ammissione del ministro Nordio, questa riforma non consentirà di abbreviare la durata dei processi, uno dei mali endemici della giustizia italiana. Ma offrirebbe ad alcuni la possibilità di affrancarsi dal principio di uguaglianza davanti alla legge.

 


14 novembre 2025

 

COP30, INDICE DI BORSA DEL SACCHEGGIO DEL PIANETA

Belbusiness

articolo a richiesta

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STAMPA INTERNAZIONALE
Le Monde, 12 novembre 2025

Belém, città simbolo delle sfide dell’Amazzonia

La città, fondata nel 1616, dove il 60% degli abitanti vive nelle baraccopoli, ospita la COP30 in una zona ultra-protetta. Alle porte della foresta tropicale, incarna i paradossi del Brasile moderno.

di Bruno Meyerfeld

traduzione di Rachele Marmetti

Aggiornate le vostre mappe: la capitale del Brasile è cambiata. È quasi una consuetudine in questo Paese-continente che, dopo Salvador di Bahia (1546-1760), Rio de Janeiro (1763-1960) e Brasilia (la capitale attuale) ora ha trasferito il suo centro politico e amministrativo a Belém, alle porte dell’Amazzonia. Il trasferimento è temporaneo: per due settimane, durante la Conferenza delle Parti sul clima (COP30), dal 10 al 21 novembre.
Da un giorno all’altro, l’arrivo di 60 mila visitatori ha catapultato la città alla ribalta della scena mondiale. L’aeroporto brulica, le imbarcazioni si accalcano nella baia di Guajará. I vecchi moli traboccano di luminarie e festeggiamenti. Ovunque dibattiti, conferenze, mostre… David Fleury, 36 anni, produttore culturale, non riconosce più la sua città: «Belém è in grande fermento!» Questa metropoli di 1,6 milioni di abitanti si è rifatta il look. Le facciate rosa confetto, giallo uovo e verde fluorescente sono state ritinteggiate. Il mercato Ver-o-Peso (Occhio al peso), struttura in ferro con quattro torrette, cuore nevralgico di Belém, è stato completamente ristrutturato: corridoi ripuliti, illuminazione e refrigerazione modernizzate.
Attento alla propria immagine di paladino del clima, il presidente Luiz Ignacio Lula da Silva ha puntato in alto per la “sua” COP. Il trasferimento ufficiale e simbolico della capitale, sancito da una legge del Congresso, è stato accompagnato da un notevole dispiegamento di mezzi. La sede dei negoziati è stata costruita su 500 mila metri quadrati, l’aeroporto modernizzato, un terminal portuale nuovo di zecca. Risanamento, strade asfaltate, corsie preferenziali per gli autobus, parchi… Quasi un miliardo di dollari (866 milioni di euro) è stato investito per trasformare Belém in una splendida vetrina dell’Amazzonia.
«Il Brasile non si riduce al Sud, alla bella Rio o all’industriale San Paolo!» ha dichiarato Lula il 1° ottobre. Il presidente si è fatto promotore delle ricchezze del Pará, Stato grande il doppio della Francia, di cui Belém è capitale. Alla vigilia della COP, Lula ha fatto visita ai piccoli produttori del rio Tapajos, a 800 chilometri a ovest di Belém, e ha partecipato alla raccolta dell’acai e alla preparazione delle frittelle di manioca.
Panama sulla testa, il promotore dell’Amazzonia era nel proprio elemento. L’intento era contribuire a cambiare l’immagine di un agglomerato urbano percepito da molti brasiliani come una periferia lontana ed esotica. Per molti, Belém continua infatti a essere sinonimo di lentezza, disorganizzazione, caldo soffocante e letargia economica. Manaus, sebbene più isolata, appare molto più dinamica: sperduta nella foresta, a 1.600 chilometri di navigazione a monte, vanta una popolazione e un reddito pro-capite doppio, grazie alla zona industriale franca. Da molto tempo Manaus ha scippato a Belém il titolo di capitale dell’Amazzonia.
Secondo Nilson Gabas Junior, «non esiste posto migliore per ospitare una COP!». A capo del Museo Emilio-Goeldi, uno dei più antichi centri di ricerca sull’Amazzonia, con sede a Belém, quest’uomo cordiale si appresta ad accogliere decine di dibattiti, in particolare sugli indigeni, presenti in gran numero all’evento. «La nostra città è avviluppata nella foresta, dice. È il luogo ideale per percepire l’Amazzonia e prendere appieno coscienza delle sfide climatiche».
La prova? Nilson Gabas Junior cita le piogge torrenziali che si abbattono ogni giorno. Ma non può non elogiare la gastronomia a base di pesce d’acqua dolce e frutta tropicale. E soprattutto la musica, con il ritmo del carimbo, tipico del Pará, dove i ballerini riproducono le schermaglie amorose degli uccelli della giungla; ma anche le feste techno, chiamate d’aparelhangens, animate da creature meccaniche giganti – aquile, bufali, giaguari, serpenti o caimani d’acciaio. «Qui la foresta s’insinua ovunque», assicura.
Non potrebbe essere altrimenti. La Betlemme dei Tropici [Belém è il nome portoghese di Betlemme, ndt] è da secoli la porta d’ingresso delle Amazzonie. In origine si chiamava Feliz Lusitania (Lusitania felice): nasce nel 1616, alla confluenza dei fiumi Guamá e Acará, fondata da coloni portoghesi determinati a contrastare le incursioni britanniche e spagnole nella regione dell’estuario del Rio delle Amazzoni. I coloni vi eressero il forte della Crèche, nucleo da cui nacque, al ritmo delle maree, una città di mercanti e missionari in cui si mescolavano europei, schiavi africani e indigeni.
Eppure, «Belém ha voltato le spalle alla foresta per molto tempo» spiega Michel Pinho. Seduto davanti a una crêpe di tapioca, tra due baracche del Ver-o-Peso, questo storico del luogo evoca la febbre del caucciù, durante la Belle Époque. Sfruttando appieno la coltivazione dell’hevea, l’albero della gomma, Belém diventa presto uno degli agglomerati urbani più ricchi del mondo. Tra il 1872 e il 1920 la sua popolazione quadruplica grazie all’afflusso di migranti provenienti dall’Europa, dal Levante e persino dal Giappone. La città, collegata via piroscafo a New York, Le Havre e Liverpool, diventa un dedalo di linee tranviarie e cavi elettrici.
I baroni del caucciù «non abiurano l’Europa» riprende Pinho. Al calar della sera si recano in pompa magna ad ascoltare le arie di Verdi al Teatro della Pace, copia del Teatro alla Scala di Milano. Nei loro palazzi i signori dell’Amazzonia banchettano con formaggi e vini importati. La biancheria sporca viene spedita via nave alle lavanderie di Lisbona. Colmo dell’assurdo: nel cuore della foresta, l’élite fa importare mobili di quercia dall’Europa…
«Ma gradualmente la città ha conquistato una propria identità» sottolinea lo storico. I bagni nel fiume, un tempo disprezzati, ora sono in voga, così come l’acai, bacca di palma che tinge le labbra di viola, diventato un prodotto gourmet. La musica carimbo, emblema della simbiosi tra uomo e natura, vietata per legge nel 1980, dal 2014 è riconosciuta patrimonio culturale immateriale del Brasile. «La COP30 chiude un ciclo» afferma Pinho. «Consacra finalmente Bélem come città amazzonica».
Ma non era affatto scontato. Per mesi il destino della COP è stato incerto. Motivo: il boom immobiliare intorno alla baia di Guajará, che ha fatto schizzare il costo delle camere d’hotel fino a 3.000 euro a notte, mettendo a rischio la partecipazione dei delegati provenienti dai Paesi del sud e dei rappresentanti della società civile. Il colmo, per una metropoli che ogni anno ospita una delle più importanti processioni cattoliche del mondo, il Círio de Nazaré. A fine luglio scoppia la polemica: 25 Paesi suggeriscono al Brasile di spostare in un altro luogo tutta o parte della Conferenza. Fuori discussione, ribatte Lula, che respinge le critiche e suggerisce ai brontoloni di dormire in amaca. «Capiranno il dolore provocato dalla puntura di una carapana [una zanzara amazzonica]!» dice beffardo. Ma dietro le quinte gli organizzatori si spaventano e si danno da fare. Caserme, scuole, transatlantici e love motel vengono riconvertiti d’urgenza per ospitare quasi tutte le delegazioni, con successo.
La COP ha rischiato grosso. Ma resta aperta una domanda: queste migliaia di delegati avranno mai l’occasione di incrociare gli abitanti di Belém? I negoziatori si riuniscono al Parque da Cidade, sede dei colloqui, nella parte nord dell’agglomerato: una zona vietata al pubblico e sorvegliata da circa 20 mila poliziotti e militari. Un alto funzionario brasiliano di una ONG ammette: «Organizzare la COP a Belém è stata una mossa pubblicitaria. I delegati rimarranno nella loro bolla. Si sarebbe potuto farla altrove, in qualsiasi parte del Brasile, non sarebbe cambiato nulla».
Ma è stata scelta proprio BellHell [gioco di parole con hell, inferno in inglese]», come soprannomina Belém lo scrittore locale Edyr Augusto, con le sue 214 favelas dove vivono sei abitanti su dieci. Crocevia del traffico di cocaina, l’antica Parigi dei Tropici ha perso la sua alterigia: gli antichi palazzi cadono a pezzi, erosi dall’umidità, invasi dalla vegetazione e occupati dai senzatetto.
Nei sobborghi, come Marituba, il tasso di omicidi raggiunge, a seconda degli anni, il doppio o il triplo della media nazionale. La COP non ha alleviato le sofferenze di questa città. A Vila da Barca, una favela su palafitte di 5.000 abitanti, costruita proprio sulla baia di Guajará, vive la pedagoga Inez Medeiros. Con passo deciso questa insegnante di 38 anni risale i passaggi in legno, sospesi sopra il fango, fino a un cantiere circondato da palizzate. «Per abbellire i moli, il governo ha deciso di scaricare tutte le acque reflue qui, proprio sotto le nostre case!», denuncia Medeiros, lo sguardo rivolto ai lussuosi edifici del vicino quartiere di Umarizal, dove gli appartamenti vengono venduti anche a tre milioni di euro.
Nello Stato del Pará una manciata di famiglie controlla i media, l’economia e la vita pubblica. Tra queste, il clan dei Barbalho. L’erede, Helder, 46 anni, sorriso smagliante e vestito su misura, altri non è che l’attuale governatore dello Stato. «La COP ha aggravato un’antica dinamica persecutoria dei più poveri» deplora Medeiros, che evoca il ricordo della Cabanagem (1835-1840), la rivolta di meticci, neri e indigeni contro l’élite bianca. All’epoca la repressione causò 40 mila morti, ovvero un terzo della popolazione dell’Amazzonia brasiliana recensita all’epoca.
La COP ha anche contribuito alla distruzione della natura che sostiene di proteggere. Per rendere più fluido il traffico, il governatore ha fatto costruire una strada di 13 chilometri, radendo al suolo una porzione di giungla a est della metropoli. «Il cantiere è stato ovviamente accelerato per la COP» denuncia Isadora Canela, 31 anni, originaria di Minas Gerais (sud-est), che si trova a Belém per una mostra. I giganti del petrolio e dei minerali hanno finanziato costose campagne promozionali, disseminate un po’ ovunque nei quartieri, per decantare le loro azioni a favore del clima. «Greenwashing!» denuncia Canela.
Il fermento sconvolge anche Combú, una delle 39 isole dell’arcipelago di Belém. I visitatori affollano le bettole che hanno invaso la fragile mangrovia. L’inquinamento, il rumore e il viavai incessante delle imbarcazioni, decuplicato dalla COP, «hanno fatto fuggire i delfini e i lamantini, ma anche i gamberetti e gli uccelli» si rammarica Rosivaldo de Oliveira Quaresmo, 49 anni. Questo ex pescatore cabloco (meticcio, da un genitore bianco e uno amerindo) ha visto sorgere un’enorme antenna di comunicazione nel giardino della sua capanna. «Le autorità volevano migliorare la connessione internet per la conferenza» dice.
Tanti danni all’ambiente ci richiamano alla mente la realtà: la “capitale del clima” è innanzitutto la capitale del saccheggio della natura. In quattro decenni, nello Stato di Pará sono stati rasi al suolo 185 mila chilometri quadrati di foresta amazzonica, una superfice equivalente a metà Germania. Il centro urbano non è sfuggito a questa logica di distruzione. «Belém è una delle grandi città con meno verde del Brasile» ricorda Nilson Gabas Junior, del Museo Goeldi. Oltre la metà degli abitanti vivono in strade prive di alberi.
Già dall’aeroporto internazionale il doppio volto della metropoli balza agli occhi. Una pubblicità di una mietitrebbia affianca un appello a proteggere la foresta, illustrato dall’immagine di un indigeno in piroga nel cuore della giungla. Handicap o risorsa? «L’essenza di Belém è la contraddizione. Qui tutti gli opposti riescono a dialogare» vuole credere lo storico Michel Pinho. Chissà, forse questo potrebbe renderla il luogo della riconciliazione di un mondo lacerato di fronte all’emergenza climatica.

 


11 novembre 2025

 

SE DIVENTA POSSIBILE CORREGGERE GLI ERRORI DI DIO / 2

Credenti da brivido

di G.C. Scotuzzi Mosca e Rachele Marmetti

A integrazione dell’articolo Genio e riservatezza pubblicato ieri:
Quando la scienza conquista una porzione di cervello che i credenti ritenevano presidio inespugnabile del mistero divino, questi sono scossi da fremito di terrore. Motivo: il popolo equipara il sacro a un orticello suo proprio, dove coltivare e accudire ogni credenza e illusione che gli pare. È uno spazio bandito alla razionalità e a ogni sapere autentico. È una sorta di catacomba che ciascuno personalizza e nel quale si rifugia per coccolarsi al tepore di speranze miracolistiche, superstizioni e dogmi, riempitivi di esistenza altrimenti arida e antidoti a eventuali tentazioni alla riflessione autonoma. «Vade retro, untori dell’apostasia del familismo, predicatori di un agire che persegua il bene comune.» Prospettive orrorifiche, da esorcizzare respingendo tutto che le alimenti, a cominciare da quel progresso scientifico ed etico che pretenda scalzare nuclei riproduttivi degenerati a microcellule di mutuo soccorso e involventi verso lo Stato-famiglia.
Il popolobasso non vuole il riscatto delle aree depresse cerebrali, tali perché precluse alla bonifica del razionalismo. Vuole tenersele così come sono, vivaio di conforti sovrannaturali; sacrari dove continuare ad adorare non-verità personali (familiari), dove aggrapparsi a incertezze su misura. Se scienza e filosofia minacciano di smascherare gl’inganni delle cripte-rifugio, allora scienza e filosofia sono il nemico da abbattere. È una crociata che comincia molto a monte delle persecuzioni mirate contro questa o quella conquista scientifica o filosofica (Galileo, teologi della liberazione, Watson...): germina e si radica nella quotidianità della generale indifferenza, se non nell’insulto, alla logica, all’autonomia critica, alla conoscenza, insomma alla cittadinanza coerente, intesa come antagonista dell’ignoranza e della sudditanza.
Delibiamo gli assunti di Watson “incriminati” dalla stampa di regime e da noi ieri sintetizzati:
– lungi dall’essere male, è più che doveroso manipolare l’embrione al fine di scongiurare la nascita di creature condannate a sofferenza perpetua, ch’è peggio di una non-vita;
– la procreazione è la più alta e delicata incombenza del genere umano: perché non dovremmo ritenerci astretti a farne scaturire persone sane e cerebralmente vieppiù dotate, capaci di superarci nella decifrazione delle leggi della natura?
– suona così scientificamente scandaloso affermare che, essendosi differenziato lungo i millenni lo sviluppo sociale nelle diverse regioni del pianeta, ci siano etnie che, globalmente e statisticamente considerate, sono più avanti di altre lungo il percorso evolutivo dell’umanità?
(Esempio: gli ebrei sono meno dello 0,2% della popolazione mondiale, ma l’87% dei più grandi matematici del mondo.)
– quanto all’esortazione di Watson a non figliare da nonne, è auspicio assiomatico, riflessivo d’incontestate leggi scientifiche: solo un pessimo emulo di Torquemada può ritenerlo blasfemo.
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10 novembre 2025

 

SE DIVENTA POSSIBILE CORREGGERE GLI ERRORI DI DIO

Genio e riservatezza

di G.C. Scotuzzi Mosca e Rachele Marmetti

Sì, la malattia letale del genio è la schiettezza: per scongiurare il morbo deve essere molto accorto a mimetizzare gli esiti della propria superiore intelligenza. Deve esibirli con cautela e in dosi omeopatiche, calibrate alla capacità di assorbimento dei destinatari, che sono i mediocri,ancorché mandatari d’un popolo di superstiziosi e codardi. Sono costoro a tracciare il solco tra Bene e Male, Lecito e Illecito.
I mandatari apprezzano gli intelligenti, sono grati agli scienziati che decifrano le leggi della natura, sono riconoscenti agli intellettuali che schiudono prospettive di miglioramento delle condizioni di vita di loro stessi mandatari, innanzitutto, e a cascata e in minor misura quelle di tutti. Quindi sono aperti alle novità. Ma a una ferrea, imprescindibile condizione: che non tracimino il livello di guardia, appunto. Il troppo sconvolge le masse, impreparate ai balzi del conoscere e dell’agire; il che è fisiologico. La patologia subentra quando, a lasciarsi scombussolare dalle prodezze della ricerca scientifica, e dai guizzi filosofici che spesso ne sono al traino, sono anche i cerebri elevati il poco che basta a ergersi sulle moltitudini e a timonarle.
L’articolo che di seguito proponiamo illustra, a mo’ di fulgida dimostrazione del nostro assunto, le vicissitudini di uno scienziato di somma vaglia ma ahilui – e ahinoi, per osmosi – riottoso ad adeguare il proprio passo, di lunghissima portata intellettiva, al modesto incedere delle Vestali della Scienza e dei Sacerdoti dell’Etica di regime. Giacché la progressione cerebrale del genere umano non è espressa dalle sue cuspidi, ma da quella linea mediana ch’è compromissoria tra quanto l’archetipo del cittadino/suddito medio è in grado di assorbire e quanto i gestori della società vogliono che assorba. Il risultato di questa miscela di piallatura e di censura insieme è che l’umanità tutta è deprivata della fruizione dei benefici derivabili dall’innesto, nella tecnica e nelle leggi, dei più eccelsi parti cerebrali.
Va rimarcato che l’articolo proposto è tratto da un quotidiano di regime, dunque ligio all’accennata medianità; ciò perché riteniamo che le ragioni degli intellettuali più avanzati trionfino anche attraverso gli scritti degli intellettuali che lo sono meno, convinti come siamo che la verità e il superiore argomentare delle cuspidi colino, in una certa misura, sui gradini sottostanti della piramide.
Per questo siamo altresì convinti che il protagonista dell’articolo, James Watson, eretico agli esordi del terzo millennio quanto Galileo Galilei lo fu a metà del secondo, è destinato alla (ri)abilitazione. Ma continuerà ad ardere ancora per un bel pezzo, perché i suoi peccati di eccesso di intelligenza propria e di capacità consequenziale delle intelligenze di predecessori e coevi non sono adeguati alle capacità ricettive e alla propensione al perdono dei loro giudici.
A propiziare la lettura di Le Monde sintetizziamo le tesi più eretiche che Watson ha affisso sulla Schlosskirche:
– la specie umana può essere migliorata con la genetica;
– la miglior procreazione è quella che deriva dal coniugio dei migliori gameti;
– ci sono razze umane più intelligenti di altre;
– le donne mature (diciamo oltre i 30 anni) dovrebbero astenersi dal far figli.
Che la provocazione sia provvida sferza.
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STAMPA INTERNAZIONALE
Le Monde, 8 novembre 2025

L’eredità scientifica di James Watson

Co-vincitore del premio Nobel nel 1962 per una scoperta della struttura a doppia elica del DNA, che ha dato il via alla rivoluzione genetica, lo statunitense ha offuscato la propria immagine minimizzando il lavoro della cristallografa Rosalind Franklin e con affermazioni razziste, sessiste ed eugenetiche..

di Hervé Morin

traduzione di Rachele Marmetti

Con James Watson scompare uno degli ultimi giganti della scienza del XX secolo. Il genetista e biochimico americano è morto il 6 novembre, a 97 anni, a East Northport, nello Stato di New York. Lo ha annunciato il figlio Duncan al New York Times. Watson ha dato il via alla rivoluzione genetica descrivendo, nel 1953, la struttura a doppia elica della molecola di DNA, portatrice del nostro patrimonio genetico. Un’eredità macchiata da posizioni razziste, sessiste ed eugenetiche, nonché da sospetti sull’appropriazione delle ricerche di una cristallografa britannica, Rosalind Franklin (1920-1958).
Il suo articolo più famoso si conclude con una frase sibillina: «Non ci è sfuggito che l’appaiamento specifico da noi postulato suggerisce immediatamente un possibile meccanismo di copia del materiale genetico», scrive insieme al britannico Francis Crick (1916-2004) in uno studio pubblicato il 25 aprile 1953 su Nature e passato alla posterità. Questa frase introduce l’idea che la doppia elica, i cui filamenti sono ciascuno portatore, in modo complementare all’altro, delle informazioni genetiche, possa sia trasmettere queste ultime di generazione in generazione sia consentirne la traduzione in proteine, grazie a un codice universale. Un codice che sarà decriptato da altri nel decennio successivo.
Questa fondamentale scoperta valse a Crick e a Watson il Premio Nobel per la medicina nel 1962, insieme al britannico Maurice Wilkins (1916-2004). Ma sarà soprattutto il punto di partenza di una rivoluzione in biologia e medicina, nonché in una folta serie di discipline associate, come la zoologia, l’ecologia, l’agronomia, la paleontologia e l’astrobiologia.
La scoperta ha da subito suscitato interrogativi etici, diventati via via sempre più pressanti: «Alla domanda se il nostro lavoro potesse portare a un miglioramento genetico degli esseri umani, ho risposto: se lei desidera un figlio intelligente, dovrebbe scegliere una donna intelligente.» Questa battuta è riportata nel suo libro Avoid Boring People (2007, Oxford University Press). Watson l’avrebbe pronunciata in risposta a giornalisti, la mattina dell’annuncio dell’attribuzione del premio Nobel. Una frase tipica di uno stile intenzionalmente provocatorio, perfettamente rappresentato in La doppia elica, un vivace racconto autobiografico, a tratti romanzato, pubblicato nel 1968.
Da allora, le possibilità di manipolazione degli organismi viventi attraverso la modifica del DNA si sono rivelate sempre più potenti: organismi geneticamente modificati, terapie geniche, produzione di farmaci mediante ingegneria genetica, xenotrapianti, controllo delle popolazioni di parassiti o creazione di virus mutanti. Per non parlare delle “bimbeCrispr” [1], il cui patrimonio genetico fu modificato nel 2018 da un ricercatore cinese, He Jiankui, archetipo dello scienziato pazzo.
Watson non contribuisce, di fatto, a scoraggiare questa smania di onnipotenza. Nel 1997 dichiara alla stampa che una donna dovrebbe avere la possibilità di abortire se venisse a sapere che il nascituro è portatore del gene dell’omosessualità (gene mai scoperto, perché inesistente…). O per qualsiasi altro motivo – statura, scarsa attitudine alla musica, malattia mentale – precisa, reagendo al clamore suscitato dalla sua affermazione.
Ma questo è solo il primo di numerosi scivoloni: nel 2000 il genetista suggerisce che il colore della pelle abbia un legame con la sessualità, avanzando la teoria che i neri hanno una libido più intensa dei bianchi. Nel 2007 dichiara al Sunday Times di essere «fondamentalmente pessimista riguardo al futuro dell’Africa»: «Le nostre politiche di aiuto sono fondate sul presupposto che la loro intelligenza è uguale alla nostra, ma tutti i test dimostrano il contrario» aggiunge. Dichiarazioni che gli valgono la sospensione poi l’allontanamento dal suo laboratorio di Cold Spring Harbor (Stato di New York), di cui aveva assunto la direzione nel 1968.
Sempre nel 2007 si dichiara favorevole all’uso dell’ingegneria genetica per «rendere belle tutte le ragazze». Nel 2013 suggerisce che, per ridurre la frequenza delle malattie mentali, le donne forse non dovrebbero avere figli dopo i 30 anni. Propone di raccogliere i gameti, maschili e femminili, in vista di future procreazioni artificiali. Una presa di posizione nata probabilmente dall’esperienza di padre di un bambino schizofrenico. Nel 2014, come ulteriore affronto all’establishment scientifico, mette all’asta la medaglia del Nobel. Il miliardario russo Alisher Usmanov, che ha sborsato 4,1 milioni di dollari (3,76 milioni di euro) per acquistarla, gliela restituisce l’anno successivo durante una cerimonia all’Accademia delle Scienze di Russia, a Mosca.
Scivolando volontariamente nel politicamente scorretto, “Jim” Watson diventa definitivamente “radioattivo”. Nel 2018 il genetista Eric Lander, direttore del Broad Institute (Massachusetts Institute of Technology e Harvard) è costretto a scusarsi per aver brindato in suo onore per il suo 90° compleanno. Un rammarico ancora più vivo in quanto Lander afferma di «essere stato personalmente bersaglio di commenti antisemiti» da parte di Watson. Nel 2019, in un documentario, quest’ultimo afferma di nuovo che esiste una differenza di quoziente intellettivo tra i neri e i bianchi, di origine genetica. Questa volta il laboratorio un tempo da lui diretto, il Cold Spring Harbor, gli revoca ogni titolo onorifico, abbandonandolo alla deriva fino a diventare figura di spicco del razzismo scientifico.
Ma torniamo agli inizi. James Dewey Watson nasce il 6 aprile 1928 a Chicago (Illinois). Bambino precoce, influenzato dal padre si interessa all’osservazione degli uccelli: la sua prima passione è l’ornitologia. Entrato a 16 anni all’università di Chicago, nel 1947 consegue la laurea in zoologia. Ma la lettura, l’anno precedente, di Qu’est-ce que la vie? (Che cos’è la vita?) del fisico Erwin Schrödinger, lo riorienta verso la genetica. Nel 1950, all’università dell’Indiana, discute la tesi di dottorato sugli effetti letali dei raggi X sui virus batterici (batteriofagi). Si trasferisce poi a Copenaghen dove trascorre alcuni mesi poco stimolanti. Nel 1951, a Cambridge (Regno Unito), nel laboratorio Cavendish, insieme al collega più anziano Francis Crick, trova la propria strada.
La coppia si concentra rapidamente sullo studio della struttura dell’acido desossiribonucleico (DNA), che sospettano essere il supporto dell’ereditarietà. I due studiosi tentano di costruire modelli tridimensionali, costituiti da incastri di pezzi metallici, in particolare sulla base dei dati cristallografici raccolti al King’s College di Londra da Maurice Wilkins e Rosalind Franklin. Nel 1952 Crick e Watson elaborano una struttura e la presentano con orgoglio ai colleghi londinesi. Basta uno sguardo di Rosy – il soprannome che Franklin detestava – per demolire il tentativo. Il cocente fallimento scoraggia solo per un breve periodo i due ricercatori, preoccupati della concorrenza del biochimico americano Linus Pauling (1901-1994) di cui conoscevano i progressi grazie alla presenza di suo figlio nel loro laboratorio.
Franklin aveva stabilito che il DNA poteva essere fotografato in cristallografia in forma A, disidratata, e in forma B, umida, più simile al suo stato naturale, in soluzione nelle cellule viventi. Inizialmente concentra i suoi sforzi sulla forma A, ma una prima immagine le fa dubitare che il DNA sia elicoidale. Ciò la porta a pubblicare nel maggio 1952, insieme allo studente di dottorato Raymond Gosling (1926-2015), una partecipazione umoristica in cui annunciano la dolorosa scomparsa del modello a elica; un documento che Watson userà in seguito per sminuire i meriti di Franklin.
All’inizio del 1953 Franklin sta per lasciare il King’s College. Chiede a Gosling di consegnare a Wilkins le immagini a raggi X del DNA, questa volta nella forma B. Tra queste c’è l’immagine n. 51, di altissima qualità. Wilkins la mostra immediatamente a Watson: i pezzi del puzzle finalmente combaciano, la struttura corrisponde effettivamente a una doppia elica. Anche una relazione sui lavori dei londinesi, Franklin e Wilkins, consegnata al team di Cambridge, Watson e Crick, ha fortemente contribuito a mettere sulla strada giusta i futuri premi Nobel, che tuttavia si basavano anche su molti altri indizi.
Watson e Crick hanno sottratto a Franklin la scoperta? Franklin avrebbe meritato il Nobel se non fosse morta di cancro alle ovaie nel 1958? Regolarmente, in occasione dell’anniversario della scoperta, storici e biografi apportano nuovi elementi al delicato caso. Indubbiamente la giuria di Stoccolma sarebbe stata in difficoltà a designare solo tre vincitori se Franklin fosse stata ancora in vita.
Da vero signore, Crick ammette che, se avesse avuto solo le immagini della forma A, sarebbe stato molto meno sicuro della validità del loro modello di DNA. Nell’epilogo di La doppia elica, Watson rende omaggio alla collega, al suo «coraggio e alla sua integrità esemplari», «comprendendo, con anni di ritardo, quali lotte una donna intelligente deve sostenere per essere accettata in un mondo che spesso considera le donne solo una semplice distrazione dalle questioni serie». Ma Watson comunque non desiste. Invitato nel 2018 al Collège de France, ribadisce di essere convinto che «non ci sarebbe stato alcun motivo di attribuire il premio Nobel» a Franklin: secondo lui, la collega non credeva alla validità dell’ipotesi della doppia elica; un punto smentito dagli storici. «Era una perdente [loser]» conclude Watson con accenti trumpiani.
Cosa fare una volta svelato il «segreto della vita», secondo le parole dello stesso Watson? Nella primavera 1953 si reca a Parigi, dove ammira da lontano «le ragazze dai lunghi capelli vicino a Saint-Germain-des-Prés». «Avevo 25 anni, ero troppo vecchio per essere interessante» scrive nella conclusione della Doppia elica… Ma la storia non finisce qui. Nello stesso anno entra a far parte del California Institute of Technology, poi nel 1956 diventa professore ad Harvard. Successivamente assume la direzione del Cold Spring Harbor, il laboratorio di Long Island (New York), facendolo risorgere dalle ceneri; nel 1988 dirige il progetto di sequenziamento del genoma umano presso il National Institute of Health (NIH). Mentre aumentano in modo esponenziale le più folli speculazioni sul valore commerciale della genomica, nel 1992 Watson si dimette per i profondi disaccordi con la politica americana di brevettare indiscriminatamente il genoma umano.
Avviata dal N
IH in concorrenza con il genetista americano Craig Venter, la corsa al sequenziamento del genoma umano si concluderà nel 2001 con un pareggio: nessuna delle due squadre sarà riuscita a portare a termine l’impresa. Nel 2007 il franco-tiratore Venter pubblica la prima sequenza di un singolo individuo. Nel 2008 è la volta del genoma di Watson (che detestava perdere, sia nella scienza sia nel tennis) a essere pubblicato, al termine di uno sforzo quantificato in un milione di dollari – il costo del sequenziamento scenderà a circa 500 dollari. La sua sequenza è presentata sulla rivista Nature, la stessa su cui aveva descritto i prolegomeni del «libro della vita».
Watson ammetteva che la sua lettura di circa 20 mila geni non aveva portato i progressi sperati. L’obiettivo di sconfiggere il cancro era più difficile da raggiungere di quanto avesse annunciato, riconosceva nella conferenza al Collège de France del 2018. «C’è bisogno di una nuova scintilla (…) arriverà, sono molto ottimista» assicurava.

[1] Due gemelle cinesi, Lulu e Nana, i primi individui al mondo a venire alla luce geneticamente modificati: è stato sostituito un gene in modo da renderle immuni dall’infezione HIV grazie alla tecnica Crispr, tecnica di ingegneria genetica che consente di modificare a proprio piacimento il DNA con precisione elevatissima e relativa facilità (da Fondazione Veronesi).

 

 


29 ottobre 2025

ETICA E SCIENZA

Democrazia agli ultimi rantoli?

di G.C. Scotuzzi Mosca e Rachele Marmetti

Etica è:
– prestare cuore e orecchio a valori a noi intrinseci, che pulsano nella nostra coscienza come ineludibili. Esempi: «Tutti gli uomini sono titolari del medesimo zoccolo di diritti-doveri.»; «Valutati il bene e il male, dobbiamo scegliere il bene.», eccetera.
– accanto ai valori intrinseci, che pulserebbero in noi anche se vivessimo solitari in un’isola, fioriscono valori derivati dalla valutazione del mondo, alimentata dall’osservazione del medesimo e dalle relazioni col prossimo. Questi valori dedotti dall’osservazione, dall’esperienza e dalla decifrazione delle leggi della natura sono generati dalla conoscenza. Dilatandosi questa, se ne dilata il peso nel crogiolo della nostra coscienza. Conoscenza è sapere oggettivo, scientifico. È, ribadisco, soprattutto decifrazione delle leggi della natura.
Ne deriva che, se cambia il mondo, cambiano anche le nostre valutazioni del medesimo, e di conseguenza la nostra coscienza e il nostro agire in esso.
Esempio: se la scienza ci dice che l’essere umano nasce con l’unione dei gameti e la formazione dell’embrione, alla luce dei nostri valori nativi concludiamo che sopprimere un embrione è omicidio; se la scienza ci dice che la vita inizia con la percezione che il nascituro o il neonato hanno di sé, ecco che l’essere umano nasce quando ha la capacità di percepirsi. E se si scoprisse che il neonato si percepisce a 15 giorni dal parto dovremmo dedurne che sopprimere un neonato di 14 giorni non è infanticidio, ma lecita, persino doverosa, pratica di contrasto alla disgenica.
Progredendo la scienza e dilatandosi il sapere, aumenta il peso della componente scientifica nella mescola delle nostre acquisizioni etiche. Significa che le scelte politiche dell’umanità sono sempre più conseguenza delle nostre scoperte scientifiche.
Ne deriva che la miglior politica è coniugio tra:
– miglior zoccolo di valori intrinseci, fusione di elaborazione di sapere riflessivo;
– e acquisizione costante del sapere scientifico.
E siccome abbiamo stabilito che nel binomio coscienza nativa-scienza quest’ultima ha sempre maggior incidenza, ecco che anche le menti più ricche di valori nativi perdono il passo se non tengono aggiornata la componente di sapere scientifico.
Significa che le scoperte scientifiche sono destinate a condizionare la componente opinabile. Questo conduce ad accettare il primato progressivo dell’oggettività sulla soggettività. E dunque ad accettare il prevalere del filosofo-scienziato sul filosofo che ha perso il passo con il progresso scientifico. Parlo di filosofo-scienziato perché non può esservi decisore, gestore della società, che, per quanto convertito all’oggettività delle scoperte scientifiche, non le stacci alla luce delle proprie radicate acquisizioni filosofiche. Perché se è vero che l’etica è sempre più forgiata dalla scienza, è e sarà sempre l’etica ad avere l’ultima parola sulla scienza.
Tracciare la rotta e determinare i fini dell’umanità, nonché le modalità per raggiungerli, implica conoscenze scientifiche crescenti, per cui tracciamento e determinazione saranno appannaggio di un sempre minor numero di decisori. E le scelte che questa ristretta cuspide dovrà fare saranno sempre più oggettivizzate non soltanto da crescente competenza scientifica, ma anche da acquisizioni etiche più esposte ai condizionamenti scientifici.
Si ridurrà pertanto il numero degli umani che avranno meriti e attitudini per contribuire alla gestione della società; e si ridurranno, nei loro dibattiti per prendere di volta in volta le migliori decisioni, i margini di compromesso. Dinanzi a due scelte contrapposte, vincerà non quella giusta (cioè corretta dal punto di vista di qualche legge scientifica), ma quella che sarà vincente nel confronto etico-scientifico nel quale la scienza avrà peso crescente. Ma non si arriverà mai, non si potrà arrivare, a una gestione esclusivamente scientifica della società, giacché la coscienza (i valori intrinseci) avrà sempre la prima e ultima parola. Dal calderone decisionale uscirà una fusione dove il peso della coscienza ridurrà, in proporzione, il proprio apporto di materia prima, per consolidare la funzione di catalizzatore, senza il quale nessuna fusione sarà accettabile.
La riduzione del margine di compromesso tra diverse opinioni non sarà soltanto esito della preminenza, nel dibattito, dell’oggettivo sul soggettivo. Ma dell’affermazione, già a monte, di soggettività sempre più oggettive. Cioè: il filosofo evolverà sempre più in un filosofo-scienziato, e dunque potrebbe essere in arduo contrasto con la propria componente scientifica.
La consunzione dell’area compromissoria è la fine della democrazia com’è da sempre concepita e come anche oggi viene applicata: la rinuncia ad alcuni aspetti del proprio opinare per surrogarli con l’opinare altrui. Se equipariamo democrazia a partecipazione, a costruzione di un consenso il più possibile vasto, implichiamo un’unione di fini che non è la somma di fini diversi, ma lo sfaccettamento, lo sfrondamento di ogni fine per renderlo unibile a ogni altro fine individuale (o di parte) incluso nella mescola della decisione finale condivisa. Insomma in una democrazia ogni apportatore di idee, di progetti, di proposizioni deve pagare un pedaggio d’ingresso consistente nel mutilare i propri intenti delle componenti incompatibili con quelle altrui, se non anche ingurgitare farina del sacco altrui, farina che, fosse astretto a opzioni esclusivamente autonome, disdegnerebbe.
È a questo punto che va fiorendo, in ristretti ambiti del filosofare e in ancor più in ristrette nicchie del progettare politico, un’involuzione riflessiva inquietante: «Democrazia non è enfasi sinergica, ma piallate di incompatibilità e di disomogeneità». È un processo di automutilazione (nonché potenzialmente di arricchimento) antico, essenza dello stesso concetto di gestione sociale condivisa, ma che oggi, alle altezze vertiginose del progresso intellettuale umano, relega le fasce sociali escluse dal processo evolutivo a un’arretratezza belluina, vieppiù distanti dal consesso decisionale ineunte, elitario a picchi eccelsi.
Alla luce di questa cuspide di pensatori-scopritori il concetto di democrazia viene abbagliato, condannato all’arsura. Ai piedi e ai margini della cuspide possono sopravvivere – quantomeno può rivelarsi utile lasciar sopravvivere a caritatevole lenitivo regressione altrimenti troppo drastica – lungo i declivi scalinate cui collocare democrazie formali, pascoli di sopravvivenza per menti che, inidonee a salire ai sogli decisionali, si appagano di partecipazione simbolica, marginale, irrilevante alle soglie della disfunzionalità. Tali democrazie di cartongesso sono baluardo a uno smarrimento psicologico delle masse che potrebbe adombrare i fasti dei nuovi filosofi-scienziati.
Quella che abbiamo appena iniziato a vivere è fase tra le più delicate nel percorso dell’umanità. Sulla distesa di otto miliardi di teste devastate dalla bomba binaria mancanza di etica-ignoranza s’ergono due eserciti: la comunità dei filosofi-scienziati e la comunità tecnocrati-goderecci. Quest’ultima la più pericolosa, perché tesa esclusivamente al sodo e al soldo e disposta a mandare in vacca l’universo pur di cavarci immediato, familiare tornaconto; perigliosa perché capace di manipolare la gran massa dei subordinati. Una manipolazione che, esaurita la lusinga della distribuzione crescente di una ricchezza che invece si rattrappisce, si esercita con l’allocchimento mediatico, cioè con l’illusione democratica. Ecco perché, conclude il consesso dei Nuovi Filosofi-Scienziati, «sarà soltanto uccidendo la democrazia universale, alimento del circo mediatico, che si può far trionfare il Bene filosofico-scientifico sul Male della Tecnica fine a stessa, non subordinata all’etica, dunque cancerogena. Peggio: potenzialmente letale per l’intero genere umano».
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26 ottobre 2025

 

MERCATO GLOBALE E NUOVI SCHIAVI

Così la familcrazia propizia il colonialismo del XXI secolo

articolo a richiesta

 

correlato

STAMPA INTERNAZIONALE
Le Monde, 25 ottobre 2025

Qui si tesse la rabbia

Nello Stato indiano del Bengala Occidentale sale la tensione nelle fabbriche che producono juta, utilizzata per confezionare sacchi: i lavoratori chiedono il lenimento di condizioni di lavoro coloniali e di paghe da fame.

di Sophie Landrin
inviata a Calcutta

traduzione di Rachele Marmetti

Juta

Nella fabbrica tessile Reliance Jute Mill a Bhatpara, in India. Scatto del 28 agosto 2025, Arko Datto per Le Monde.

Nella terra sommersa, i lunghi fusti di juta sono stati assemblati in forme evocanti capanne. È il periodo della macerazione che serve a facilitare la separazione della corteccia filamentosa dallo stelo. Sotto la pioggia monsonica, con l’acqua che arriva alla vita, le donne separano le parti fibrose, che vengono poi portate a riva, a seccare lungo i bordi delle strade e dei villaggi. A fine agosto, nel delta del Bengala, nel nordest dell’India, la stagione della juta è al culmine. Grazie al clima tropicale, la regione è ideale per la coltivazione di questa fibra naturale, robusta, biodegradabile, usata soprattutto per confezionare sacchi. Caratteristiche che la rendono un’alternativa provvida alla plastica. Tanto più che questa coltura non richiede praticamente fertilizzanti e ricicla il carbonio.
Con i tre quarti della produzione nazionale di juta, lo Stato del Bengala Occidentale è il polmone del settore, in cui l’India è il primo produttore mondiale, davanti al Bangladesh. Ma nelle filande di quest’area i lavoratori, da 250 a 300 mila, ribollono di collera. Il settore traversa da molti decenni una crisi sociale ininterrotta, che spinge regolarmente i sindacati a scendere in piazza a Calcutta, la capitale, per chiedere migliori condizioni di lavoro e di retribuzione.
L’ultima manifestazione risale al 29 agosto. «I lavoratori patiscono condizioni di estrema precarietà. La loro vita è minacciata dalla negligenza dei padroni e dalle politiche antioperaie della classe politica» afferma Gargi Chatterjee, una dei leader del sindacato Bengal Chatkal Mazdoor Union, nonché rara donna in un contesto dominato dagli uomini. «I governi, centrale e regionale, continuano a essere indifferenti ai problemi dei lavoratori» aggiunge la sindacalista.
Alle porte di Calcutta, il distretto North 24 Parganasci pulsa di decine di filande dove lavorano circa 60 mila operai. È il cuore storico di questa industria, nata ai tempi della britannica Compagnia delle Indie. I coloni europei se ne sono andati da un pezzo, ma negli ultimi centocinquant’anni le officine sono cambiate di poco, soprattutto per mancanza di investimenti in macchinari moderni. Il mestiere è stato tramandato di generazione in generazione senza un sostanziale miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori.
Visitiamo la filanda Reliance, fondata nel 1906, a Bhâtpâra, vicino al fiume Hooghly, in un’epoca in cui le merci venivano trasportate in battello. La fabbrica, molto buia e poco ventilata, somiglia a un gigantesco e mostruoso formicaio, con macchine a perdita d’occhio sulle quali si agitano oltre 300 capisquadra e quattromila operai, in sandali e perizoma. Non calzano alcuna protezione: né maschere né guanti né caschi, a una temperatura di 40 gradi e un tasso di umidità estremo. I lavoratori meglio pagati guadagnano 650 rupie (6,10 euro) al giorno, quelli al livello più basso 300 rupie.
«L’ambiente di lavoro è molto insalubre e favorisce incidenti e malattie» sintetizza Gargi Chatterjee. Prima di raggiungere i telai, la juta passa infatti attraverso una dozzina di macchine assordanti che la trasformano in filo, rilasciando una montagna di polvere nociva per la salute. Secondo uno studio scientifico, condotto nel 2009 nei filatoi di juta del Bengala Occidentale, su 203 lavoratori tra i 18 e i 60 anni il 50,65% degli addetti alla gramolatura, nonché il 26,09 degli addetti alla filatura e il 20,34% degli addetti alla tessitura soffrivano di bissinosi, malattia polmonare che causa il restringimento delle vie respiratorie. [Si cronicizza e può condurre alla morte, ndt].
Come la maggior parte dei concorrenti, la fabbrica Reliance produce sacchi per lo stoccaggio dei cereali, e spago. Anche questa azienda beneficia della spinta del governo indiano all’industria della juta: nel 1987 è stato reso obbligatorio l’utilizzo della fibra naturale per l’imballaggio di cereali, grano, riso e zucchero. Gli ordinativi del settore pubblico oscillano tra i 10 e 12 milioni di tonnellate di sacchi in juta, ma sono in costante calo, forse a causa del prezzo. Un sacco di juta costa infatti tra le 65 e 75 rupie, tre volte più di un sacco in plastica (21 rupie).
A poca distanza da Reliance, nella filanda Auckland, a Jagatdal, a giugno è esplosa la rivolta. Il direttore dello stabilimento è stato picchiato da operai esasperati, che lo accusavano di trattenere indebitamente i contributi pensionistici prelevati ogni mese dai loro salari, invece di versarli all’istituto di previdenza regionale. L’incidente ha fatto scattare uno sciopero generale. Da anni i proprietari delle fabbriche si rifiutano di versare la quota di contributi a loro carico ai programmi di assicurazione sanitaria, che consentono ai lavoratori l’accesso gratuito ai sevizi sanitari, nonché ai fondi di previdenza, che garantiscono ai dipendenti una modesta entrata al momento della pensione.
La ricorrente esasperazione violenta dei lavoratori è la punta dell’iceberg della tensione che cova nelle filande. Dieci anni fa, l’amministratore delegato della fabbrica Northbrook, a Bhadreswar, fu picchiato a morte; nel 2001 il direttore e il responsabile del personale della fabbrica di Baranagar furono bruciati vivi.
A due mesi dagli incidenti, nello stabilimento Aucklandnon non si arresta il lento declino delle condizioni di lavoro degli operai. In risposta al malcontento del personale, la direzione ha ridotto drasticamente il numero dei dipendenti a tempo indeterminato aumentando quello dei giornalieri. «Un anno fa la maggior parte dei 3.500 lavoratori dello stabilimento erano dipendenti a tempo indeterminato e i giornalieri una minoranza. Ora non ci sono più lavoratori a tempo indeterminato. Ci sono soltanto lavoratori a contratto o a giornata, pagati meno e privi delle tutele del lavoro dipendente: senza ferie retribuite, né contributi né pensione. Si può perdere il lavoro in ogni momento» spiega un operaio di 45 anni, che preferisce non dire il proprio nome.
Viene da Benares, nello Stato dell’Uttar Pradesh, e lavora per Auckland dal 1997. Guadagna 500 rupie, ma deve pagarne 150, elettricità esclusa, per l’alloggio nell’area della fabbrica: una minuscola baracca condivisa con altri sei operai, con servizi igienici comuni e in cattivo stato. «La direzione, ci racconta l’operaio, ci addossa sempre più mansioni da eseguire in sempre meno tempo e ci costringe a prendere due giorni di riposo la settimana, ovviamente non retribuiti». Unico conforto e barlume di speranza per quest’uomo esausto è la figlia, che è riuscito a far studiare all’università di Calcutta.
Il padrone ha imposto un sistema di tre turni giornalieri di otto ore, in sostituzione di un sistema orario frazionato che offriva ai lavoratori maggiore flessibilità. Ora i lavoratori sono costretti ad affrontare turni di lavoro massacranti, interrotti da una breve pausa. La maggior parte torna a casa stordita e per affrontare il giorno successivo si abbrutisce nell’alcol.
Ahmed Edlakh, 45 anni, lavora nella fabbrica da trent’anni, a giornata. Vive con moglie e tre figli in questa baraccopoli. «Le condizioni di lavoro stanno peggiorando e chi fa sciopero viene buttato fuori. Io sono costretto a subire perché non ho alcun altro posto dove andare e non ho altre competenze».
Altro esempio della condizione precaria dei lavoratori a giornata: i lavoratori di Kamarhatty, azienda fondata nel 1887, a fine agosto hanno trovato i cancelli della filanda chiusi per diversi giorni a causa di ordinativi pubblici insufficienti. I lavoratori sono stati avvertiti da un cartello affisso all’ingresso.
«Siamo giornalieri, quindi non veniamo pagati quando la fabbrica ferma. Niente lavoro, niente paga, è così che funziona» spiega Firoz Akhtar, che lavora qui da diciotto anni. Gli operai elencano una serie di soprusi: ritmi produttivi infernali, insicurezza del posto di lavoro, trucchi dell’azienda per non versare i contributi per assistenza e pensione invocando ostacoli amministrativi. A Shafique, 57 anni, manca un anno alla pensione. Ha dieci giorni di ferie all’anno e lavora sei giorni la settimana per un salario che gli permette a malapena di sfamare la famiglia.
Abbiamo interpellato i datori di lavoro, che però non si sono mostrati molto loquaci. Il direttore della filanda Empire ha invece accettato di incontrarci. Anil Singh, 67 anni, da due mesi dirige una fabbrica di mille dipendenti che produce tappeti, sacchi e spago. Viene da Dubai, dove, fino al pensionamento, ha svolto un incarico ben remunerato. Gli attuali proprietari, la quarta generazione dalla fondazione dell’azienda, lo hanno chiamato per imprimere una svolta alla fabbrica. «I margini qui sono molto risicati» ci spiega nel suo minuscolo ufficio in un edificio coloniale, «e l’automazione è ancora molto carente. Per trovare nuovi sbocchi dovremmo migliorare la qualità della produzione e diversificarla con altre fibre, per esempio il bambù. Il problema è che l’industria della juta è molto conservatrice.» Le uniche linee che sono state modernizzate e completamente automatizzate sono quelle della bobinatura, dove lavora una squadra di donne, ossia il 25% della forza lavoro.
Alcuni proprietari hanno iniziato a delocalizzare la produzione nell’India meridionale, ritenuta più favorevole all’industria, soprattutto nell’Andhra Pradesh. Sebbene l’India sia il primo produttore di juta, deve misurarsi con la concorrenza del vicino Bangladesh, che sovvenziona fortemente il settore. Il Bangladesh lavora fibre di migliore qualità e ha sviluppato una produzione più diversificata e a più alto valore aggiunto: prodotti per la casa, una gamma di borse per la spesa e sacchi che si esportano meglio. Di conseguenza è diventato il primo esportatore mondiale di prodotti in juta di qualità; l’India invece si limita a una produzione massiccia ma a basso valore aggiunto, destinata principalmente al mercato interno. Per proteggere l’industria nazionale, a giugno il governo indiano ha deciso di vietare le importazioni via terra dal Bangladesh di juta, tessuti e filati.
Alcuni stilisti indiani lavorano ormai con questa fibra e anche case di alta moda; l’hanno adottata anche marchi occidentali di prêt-à-porter. Per questo settore si schiudono nuove prospettive. Purché si osi fare il balzo necessario per entrare nel XXI secolo.

 


20 ottobre 2025

VENTI DI GUERRA

Babbo Natale col moschetto

di G.C. Scotuzzi Mosca e Rachele Marmetti

Secondo l’Istituto di ricerca sulla pace, di Oslo, mentre scrivo sono in corso nel mondo 61 conflitti. Soltanto su due s’appigliano speranze di una pace a breve, peraltro precaria: su Gaza e sull’Ucraina. Come farà mai la più potente lobby industrial-politico-finanziaria del mondo, quella delle armi, a sopravvivere lucrando su appena 59 campi di battaglia? Non potrà: per questo si prepara ad aprire un nuovo e più esteso fronte, più che compensativo dei due piccini minacciati di requie. L’offensiva partirà dalla Finlandia, sotto ferula Nato, all’assalto della Russia. Con uno squarcio alla frontiera con la Carelia, per poi allungarlo, a nord, ai mari baltici e alle frange del Polo, silurandovi la flotta di rompighiaccio che schiude ai container rossi la Via della Seta più proficua, quella che dai porti dell’Estremo Oriente fornisce Nordeuropa e Nordamerica di materie prime e prodotti finiti russi e cinesi; poi la Nato allungherà lo squarcio a Sud, sino alla Germania e agli Stati centrali che daranno il cambio all’Ucraina.
Fantapolitica? Le vicende degli ultimi mesi, confermate dalle cronache delle ultime settimane, dicono di no. Bastino poche carotature:
In Finlandia rullano tamburi di guerra ovunque. Nelle forze armate, che il 3 ottobre hanno inaugurato a Mikkeli un nuovo comando regionale Nato, a 250 chilometri da San Pietroburgo e allungando avamposti ad appena 40 chilometri dal confine russo; che stamburano sulla stampa atlantica l’esercitazione aerea in corso (13-24 ottobre), finalizzata a testare la risposta atomica di Finlandia e soci al paventato attacco russo, come la prova generale di un’offensiva imminente. Il primo quotidiano del Paese, l’Helsingin Sanomat, classe 1904, a suo tempo araldo delle prodezze dei finnici in divisa nazista (si veda sotto l’articolo correlato), insuffla spirito patriottico, con articolesse reiterate ed enfatizzate. In mancanza di meglio sbatte in prima pagina la réclame di uno dei due Hornet F-16 cooptati nella flotta interforze: velivoli obsoleti, ancorché caricati a ordigni nucleari, ma rimpiazzanti dai modernissimi F-35. Che a disdoro della pecetta finnica sulla fusoliera, sono preclusi ai finlandesi, come a ogni altro pilota non a stelle e strisce: sono virtualmente pilotati dagli Usa, senza i quali non sparano, non sganciano e neppure si alzano da terra. Puri terminali dell’arbitrio del Pentagono: precisazione tecnologica doverosa, perché acclara la sudditanza operativa degli europei tutti agli Stati Uniti. Di queste macchine volanti per conto altrui, i finlandesi ne hanno comprate o prenotate  64, e siccome costano da 71 a 95 milioni di dollari l’una, il bilancio dello Stato dovrà tagliare all’umbertina le spese sanitarie, sociali, dell’istruzione e via elencando le cinghie che gl’incauti 5,6 milioni di finlandesi dovranno tirare per ingrassare gli azionisti della Lockheed Martin, la fabbrica degli F-35 appunto. Unica consolazione dei finlandesi: gli italiani, contabilmente messi molto peggio di loro, di questi balocchi ne stanno comprando 115.
Altro sintomo di malessere bellico, stavolta piccino. Succede che i finlandesi hanno smesso di portare i loro bambini allo zoo di Ahtari, meta tradizionale del Paese, 270 chilometri a nord di Helsinki. Il 15 ottobre scorso ha annunciato di chiudere a fine mese. Fallito per mancanza di clienti. Idem gli annessi hotel Mesikammen, ristorante eccetera. I giornali inchiestano e scoprono che i finlandesi non hanno più i soldi per pagare il biglietto d’ingresso (21 euro l’intero, 11 il ridotto) né la camera d’albergo né i pasti. Perché? Risposta: Con la guerra alle viste, non è il caso di scialare nel superfluo.
200 animali e altrettanti lavoratori, indotti compresi, a spasso o al macello. Cassa integrazione? Per carità, con le cambiali firmate per gli F-35 non se ne parla! Però ottime prospettive di conversione nelle forze armate, se la Russia non si decide a invaderci ve la provochiamo noi. Ci siamo giusto acquattati ad appena 40 chilometri da casa loro. Non a caso il ministro della Difesa, Antti Häkkänen ha ordinato l’allestimento di strutture sanitarie di emergenza per le forze armate.
A Sud. Il governo tedesco scimmiotta il predecessore cha lanciò la parola d’ordine Nach Osten, verso Oriente. All’assalto degli slavi, oggi come ieri rubricati Untermenschen. Se non mangiamo Putin, prima o poi ci mangia lui. Camionate di soldi pubblici trasferiti dai servizi sociali all’acquisto di armi. Il cancelliere Friederick Merz ha fatto il pitocco con gli F-35: solo 35 esemplari, poco più della Polonia, ma si sta rifacendo alla grande con nuove basi militari, carrarmati, droni e ovviamente aerei meno Usa-terminali. Ha ordinato agli ospedali di allestire adeguati posti letto per ospitarvi i molti feriti che il conflitto prevede. Idem stanno facendo i governi britannico e francese e gli altri natisti minori, giù giù sino all’Italia. Dove però di guerra alla Russia si parla poco e si continua a intrattenere il popolo con la cronaca rosa, con quella nera ma di bassa scostumanza, con quella comica di un dibattito politico appiattito a chiacchiere della serva. I registi della Nato hanno suggerito ai luogotenenti romani di non inquietare un elettorato da sempre pacioso, ancorché per metà non votante, con preoccupazioni anzitempo. Al momento opportuno, si taglieranno con la roncola pensioni, salari, sanità, istruzione e quant’altro senza che il grosso degl’italiani osi ridire. C’inventeremo favole per tenerli allegri e in riga. I rari riluttanti si piegheranno come i greci.
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correlato

STAMPA INTERNAZIONALE
Tass, Russia

La nuova dottrina finlandese: stupidità, bugie, ingratitudine

Il vicepresidente del Consiglio di sicurezza della Russia mette in parallelo i comportamenti degli attuali leader di Helsinki con quelli di almeno un secolo fa. E ricorda le conseguenze degli attacchi alla Russia, ammonendo a non replicarli.

di Dmitri Medvedev

traduzione di Rachele Marmetti

 

Soldati nazisti finlandesi, inquadrati dalla Germania durante la seconda guerra mondiale.

 

La scorsa settimana ho fatto un viaggio di ricognizione lungo i confini tra Russia e Finlandia, nella regione di Leningrado, e ho parlato con i funzionari locali e le nostre guardie di frontiera. Il traffico transfrontaliero è congelato; fino a poco tempo fa i posti di controllo brulicavano invece di attività. Per volontà di Helsinki, le normali e reciprocamente vantaggiose relazioni decennali sono al tracollo. La popolazione finlandese ne paga le conseguenze. In passato, grazie alle fiorenti relazioni commerciali ed economiche bilaterali, i finlandesi godevano di notevoli vantaggi. Oggi molti di loro manifestano rabbia per le stupide politiche che il governo persegue a danno dei loro interessi.
Vorrei spendere alcune parole sulle cause profonde di questa situazione. Purtroppo non è casuale. I vortici dei turbolenti processi geopolitici in atto mettono a nudo problemi di antica data e ne rivelano l’essenza. È appunto il caso della Finlandia.
All’inizio della stagione autunnale ogni viaggio nelle regioni nord-occidentali è sempre occasione per ricordare la data più tragica nella storia della grande città russa sul fiume Neva: il blocco nazista durante la seconda guerra mondiale, iniziato l’8 settembre 1941. Ma oggi sembra siamo i soli a coltivare il vivido ricordo di quei giorni bui. I diretti responsabili di quegli eventi hanno cercato di cancellare meticolosamente dalla memoria storica le tracce del loro agire. O almeno cercano d’impedire spiacevoli parallelismi con le loro attuali politiche. Non mi riferisco solo alla Germania, che anche a livello ufficiale rifiuta spudoratamente di riconoscere il blocco di Leningrado un crimine contro l’umanità.
Non si deve dimenticare che, senza il coinvolgimento delle forze armate finlandesi, il blocco di Leningrado, che causò la morte di centinaia di migliaia di civili, non avrebbe potuto esserci. Ossessionata dalla sete di rivincita e determinata a rovesciare l’esito del conflitto sovietico-finlandese del 1939-40, nell’estate del 1941 la classe dirigente finlandese si gettò incautamente nel marasma della guerra, a fianco della Germania nazista. All’epoca, nella società finlandese imperava la narrazione della propaganda ultranazionalista e, con l’approvazione dei protettori nazisti, i poteri forti di Helsinki consideravano seriamente l’idea del Finnlands Lebensraum, ovvero di un [più vasto] spazio vitale per la Finlandia. Le autorità politiche e militari del Paese intendevano non solo rimettere le mani sui territori ceduti all’URSS con il trattato di pace di Mosca del marzo 1940, ma anche estendersi fino a quelli che definivano i «confini naturali della Grande Finlandia»: dal Golfo di Finlandia al Mare di Barents, compresi la Carelia orientale, Leningrado e dintorni, nonché la penisola di Kola. E cacciare da queste terre i tanto odiati russi. Nelle loro fantasie più audaci, alcuni finlandesi speravano di avanzare oltre gli Urali fino al fiume Ob. Una bramosia territoriale che, in termini percentuali rispetto alla superficie del Paese, a quel tempo era la più rilevante in Europa. Queste ambizioni superavano persino le rivendicazioni sui territori dei Paesi confinanti avanzate dai membri del blocco guidato dai nazisti: Italia, Romania e Ungheria.
I piani aggressivi di Helsinki erano sostenuti dalla Germania nazista, che appunto fomentava attivamente l’espansione territoriale finlandese. Un telegramma spedito il 25 giugno 1941 dall’inviato finlandese a Berlino, Toivo Kivimäki, riportava in termini molto chiari il contenuto della conversazione con Hermann Göring: la Finlandia avrebbe ottenuto «dalla Russia, in termini territoriali, tutto ciò che desiderava e persino un surplus». Gli stati-maggiori dell’esercito finlandese e della Wehrmacht stesero i piani per un’invasione congiunta dell’Unione Sovietica, con azioni militari coordinate durante l’offensiva di Leningrado, in conformità con l’Operazione Barbarossa. Lo scopo comune – la lotta al bolscevismo e – nonché la retorica che enfatizzava l’alleanza militare tra finlandesi e tedeschi, è riflessa in modo esplicito nell’ordine del comandante in capo finlandese, Carl Mannerheim [1], del 10 luglio 1941. La disponibilità delle risorse militari della Finlandia per attaccare la parte nord-occidentale dell’URSS consentì al comando nazista di liberare divisioni per altre aree strategiche. In altre parole, la responsabilità delle tragiche conseguenze di questa alleanza ricade interamente sulle autorità finlandesi dell’epoca, artefici di questa sanguinosa collaborazione con il Terzo Reich. Mi riferisco alle vite e ai destini distrutti di milioni di uomini, donne e bambini sovietici innocenti, che non ci fu il tempo di evacuare dall’ovest del Paese verso le zone centrali, lontano dai campi di battaglia, in particolare durante le prime settimane della rapida avanzata della Wehrmacht.
Le forze finlandesi si distinsero per ferocia. I primi raid aerei della Luftwaffe su Leningrado, nell’estate 1941, respinti dalle difese aeree sovietiche, partirono dagli aeroporti finlandesi, perché gli aeroporti tedeschi nella Prussia orientale erano troppo distanti e gli aerei non avrebbero potuto raggiungere Leningrado senza atterrare per il rifornimento di carburante. Le truppe finlandesi si avvicinarono al fiume Svir a metà settembre 1941, conquistando e distruggendo la centrale idroelettrica, all’epoca in costruzione, destinata a migliorare l’approvvigionamento energetico di Leningrado. Interruppero anche la ferrovia Kirov, arteria fondamentale per portare rifornimenti essenziali alla città. Le forze di occupazione erano determinate anche a impedire il funzionamento della leggendaria Via della Vita, percorso per camion tracciato in inverno sul lago ghiacciato di Ladoga. Squadre di sabotatori tentarono ripetutamente di tagliare questa linea di rifornimento, fondamentale per la sopravvivenza della popolazione di Leningrado.
Sul lago Onega, le forze finlandesi gestivano una flottiglia di cannoniere, navi corazzate e chiatte ad alta velocità; la loro base principale era nella città occupata di Petrozavodsk (ribattezzata Aanislinna dai tedeschi). Pochi ricordano che fino al 1944 l’accesso della Finlandia al Mare di Barents, nella comunità di Pechenga (Petsamo), consentì alla marina della Germania nazista, la Kriegmarine, di disporre di una base navale strategicamente importante a Liinakhamari. Da qui i tedeschi potevano imbarcare il nichel dei vicini giacimenti nonché sferrare attacchi contro i convogli artici che trasportavano rifornimenti Lend-Lease [rifornimenti statunitensi di materiali bellici e materie prime, ndt] all’Unione Sovietica. I britannici, che in Scozia depongono fiori ai memoriali dei partecipanti ai convogli artici, o gli americani, che fanno altrettanto ai memoriali del Maine, sanno che gli sforzi dei loro eroici connazionali furono in parte compromessi dai finlandesi, oggi loro alleati nella Nato? La domanda rimane aperta.
La partecipazione delle forze finlandesi ai bombardamenti di artiglieria su Leningrado è cosa nota. Sebbene alcuni evochino un «nobile divieto» da parte di Mannerheim di attaccare Leningrado, città dove trascorse la giovinezza, prove storiche attendibili lo smentiscono: i finlandesi parteciparono ai bombardamenti, compresi quelli indiscriminati contro la popolazione civile. Kronstadt era uno degli obiettivi. La portata limitata degli attacchi finlandesi fu dovuta alla scarsa preparazione al combattimento dei cannonieri, certamente non al sentimentalismo o alla pietà dei comandanti. In particolare, all’inizio del 1944, quando il blocco stava per essere spezzato, l’aviazione finlandese condusse attacchi molto aggressivi contro gli aeroporti sovietici nei pressi della periferia nord di Leningrado, a Karimovo e a Levashovo. Nell’aprile di quell’anno diverse decine di bombardieri attaccarono, ma le difese aeree sovietiche vanificarono i loro sforzi, costringendoli a ritirarsi all’aeroporto di Joensuu senza aver ottenuto alcun risultato. Per tutta l’estate del 1944 le truppe finlandesi mantennero la pressione militare su Leningrado da nord, anche dopo che nel mese di gennaio i tedeschi furono respinti a sud e a sud-ovest, lontano dalla città.
La Finlandia commise atti di genocidio e crimini di guerra contro la popolazione civile sovietica non solo a Leningrado. Le sue squadre della morte fecero il bottino più sanguinoso in Carelia. Oggi, i discendenti degli scagnozzi finlandesi ne parlano a fatica, con riluttanza e fastidio.

La decisione della Corte suprema della Carelia del 1° agosto 2024, che ha riconosciuto come criminali le azioni commesse nella regione dalle autorità di occupazione e dalle truppe finlandesi durante la Grande Guerra Patriottica contro 86 mila cittadini sovietici, è stata maleducatamente definita «infondata» dal primo ministro della Finlandia. Si tratta, ha sostenuto, di uno «stratagemma propagandistico» russo: argomentazione cui abitualmente si ricorre per tentare di negare una scomoda verità.

In poche parole, queste affermazioni sono un ennesimo palese tentativo di riscrivere la storia. Utili anche a giustificare le rivendicazioni territoriali del regime di Mannerheim, che a oriente si estendevano ben oltre il confine sovietico-finlandese del 1939, nonché a cancellare la memoria dell’eccezionale crudeltà dell’amministrazione finlandese durante l’occupazione bellica. Lo dimostrano fatti accertati: gli invasori, che istituirono l’Amministrazione militare della Carelia Orientale, guidata dal colonnello Vaino Kotilainen (a partire dal 1943 da Olli Paloheimo), perseguirono una politica apertamente razzista. Fecero di tutto per annettere la Carelia alla Finlandia, epurandola però della «componente slava». Separarono gli abitanti dividendoli tra «corretti», cioè i finno-ugrici, e «non corretti», cioè di etnia russa. I primi sarebbero diventati cittadini a pieno titolo di una futura Grande Suomi [Finlandia] e “finlandizzati” con la forza, il che implicava la cancellazione della loro identità storica e culturale e la rescissione di ogni legame con la civiltà russa. L’altro gruppo, la popolazione non autoctona, sarebbe stata trasferita con la forza in altre regioni. Nell’ambito della politica di etnocidio perseguita dagli aggressori finlandesi, i russi dovevano inoltre indossare una fascia rossa al braccio, in analogia con la stella di David gialla usata dai nazisti come segno distintivo degli ebrei europei. Sotto il giogo finlandese la vita dei non-autoctoni differiva poco dalle condizioni della popolazione dei territori della Repubblica sovietica e delle repubbliche di Bielorussia, Ucraina e Moldavia occupati dai tedeschi. Erano privati dei diritti civili: ricevevano razioni di cibo scarse ed erano esposti alle rapine e alle soperchierie dei militari finlandesi, nonché alle persecuzioni extragiudiziali.
Inoltre, dall’autunno 1941 all’estate 1944, sul territorio dell’allora Repubblica Socialista Sovietica Carelo-Finlandese (in cui 21 distretti su 26 erano completamente occupati e un altro parzialmente occupato, così come 8 delle 11 città) fu istituita una rete di campi di lavoro forzato su ordine di Mannerheim. Nella sentenza del 1° agosto 2024 la Corte Suprema della Repubblica di Carelia si è avvalsa delle conclusioni della Commissione straordinaria di Stato per l’Accertamento e le Indagini sulle atrocità commesse dagli invasori nazisti e dai loro complici. Secondo questi documenti, le spaventose condizioni igieniche e di vita, la diffusione di malattie infettive, il freddo, la scarsità di cibo e il ricorso al lavoro di donne, anziani e bambini ridotti in schiavitù provocarono la morte di 8.000 civili e di oltre 18.000 prigionieri di guerra. A differenza dei nazisti, i finlandesi non ebbero bisogno di ricorrere a camere a gas o a esecuzioni di massa.
Oggi molti storici finlandesi travisano goffamente i fatti, suggerendo maldestramente che i campi di concentramento furono probabilmente creati non già per «sterminare la popolazione sovietica», ma per la «detenzione di persone trasferite per ragioni militari o perché sospettate di inaffidabilità politica». Il tentativo di sminuire il genocidio della popolazione slava perpetrato durante la guerra dalle autorità finlandesi e di farlo diventare qualcosa di “neutrale” non fa altro che mettere in luce la natura estremista e nazionalista della loro politica: la replica esatta di quella nazista. Ma i fatti sono incontrovertibili. Il numero di prigionieri in questi campi di concentramento raggiunse il 20% dell’intera popolazione dei territori occupati. Si tratta di cifre estremamente elevate anche per gli standard della seconda guerra mondiale. È difficile immaginare quale clamore isterico susciterebbe in Europa il tentativo di trovare una giustificazione alla creazione, per esempio, del famigerato campo di concentramento di Dachau, in origine usato specificatamente per gli oppositori del regime nazista. E invece i finlandesi che eccelsero in una retorica russofoba e, di fatto, cannibalesca, la passarono liscia.
Ancor prima della fine dell’offensiva strategica Viborg-Petrozavodsk (10 giugno-9 agosto 1944) il vicecapo della Direzione politica dell’Armata Rossa, tenente-generale Iosif Shikin, fu inviato sul fronte careliano per raccogliere prove dei crimini commessi dalle truppe finlandesi. In un rapporto indirizzato al membro del Politburo del Comitato Centrale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, a capo della Direzione politica principale dell’Armata Rossa, colonnello-generale Alexander Shcherbakov, datato 28 luglio 1944, Shikin afferma che le prove raccolte «testimoniano le torture selvagge e barbariche nonché i tormenti che i sadici finlandesi infliggevano alle loro vittime prima di ucciderle». Le prove rinvenute fecero rabbrividire anche i soldati veterani del fronte. In diverse fotografie raccolte in varie zone di combattimento, confermate dalle testimonianze dei finlandesi catturati, ufficiali dell’esercito finlandese posavano spavaldamente con in mano i teschi dei soldati dell’Armata Rossa torturati e uccisi. La pratica di collezionare questi mostruosi cimeli non era rara nell’esercito finlandese: alcuni li esibivano sulle scrivanie o li mandavano in regalo ai parenti.
Le perdite inflitte all’economia della Carelia furono enormi. Oltre 80 villaggi rasi al suolo e 400 danneggiati. Nel rapporto che descrive le atrocità commesse dagli invasori fascisti-finlandesi, pubblicato sul quotidiano Pravda il 18 agosto 1944, si legge: Solo a Petrozavodsk, l’università, la biblioteca pubblica, la filarmonica, il centro di attività extrascolastiche per bambini, cinque scuole, nove asili nido e un cinema sono stati saccheggiati e bruciati. Tutti i ponti e oltre 485 edifici residenziali, compresa la casa che fu del poeta classico del XVIII secolo Gavrila Derzhavin, sono stati distrutti. Nelle zone occupate della Repubblica Socialista Sovietica carelo-finlandese, gli invasori distrussero tutte fabbriche meccanizzate, nonché gli impianti per l’abbattimento di alberi e il trasporto del legname. Gli invasori causarono enormi danni alle strutture del Canale Mar Bianco-Mar Baltico. La Carelia sovietica fu saccheggiata senza pietà: quattro milioni di metri cubi di legname e prodotti del legno, nonché un milione di libri sottratti alle biblioteche furono portati in Finlandia, il bestiame venne rubato. Non sarebbe esagerato affermare che le azioni dei finlandesi si discostavano di poco dall’attuazione dei programmi cannibaleschi della Germania nazista in Europa orientale: il Generalplan Oste e il Backe Plan, noto anche come The Hunger Plan.
Perché allora i criminali finlandesi, a differenza dei nazisti, non furono puniti come meritavano per i crimini commessi? Fu grazie alla volontà politica dell’URSS che le autorità politico-militari della Finlandia non finirono sul banco degli imputati a Norimberga e che i processi a numerosi alti funzionari si svolsero nella stessa Finlandia. Le sentenze furono piuttosto clementi. A differenza di coloro che subirono processi simili in Germania e in Giappone, nessuno degli imputati che avrebbero meritato la pena capitale fu giustiziato. Dopo qualche tempo i condannati furono graziati.
Dopo la guerra, la Finlandia preferì perseguire una politica equilibrata, basata sui principi del non-allineamento militare; per questo motivo la questione dei crimini finlandesi fu accantonata. L’URSS credeva sinceramente nella necessità di una politica di buon vicinato per la trasformazione del Mar Baltico in un’area di cooperazione. Gli eventi del 1941-44 venivano considerati una tragedia che non doveva servire per costruire inutili linee di divisione. Le autorità di Helsinki condividevano questa linea, consapevoli che sulla mappa d’Europa il loro Paese si trova all’interno dei confini europei in gran parte grazie alla bona volontà della coalizione anti-Hitler, che aveva rilasciato ai finlandesi una sorta di certificato di perdono politico.
Si instaurò una cooperazione economica reciprocamente vantaggiosa: la Finlandia riceveva materie prime, investimenti e prodotti petrolchimici su base stabile, in cambio forniva all’URSS attrezzature ad alta tecnologia che non poteva ottenere direttamente dall’Occidente. Furono varate molte joint-venture in diversi settori: cantieristica navale, metallurgia, energia.
Purtroppo, oggi, grazie agli sforzi delle autorità fantoccio filoamericane della Terra dei Mille Laghi, le relazioni bilaterali sono crollate e Helsinki è l’unica responsabile dell’insana logica delle sanzioni. Il volume degli scambi commerciali per il 2024 è stato di soli 1,26 miliardi di euro (nel 2019 fu di 13,5 miliardi di dollari). Per quale ragione la Russia dovrebbe continuare a nascondere le pagine oscure del passato finlandese?

La Finlandia, che in quanto satellite di Hitler attaccò l’URSS, ha esattamente la stessa responsabilità della Germania nazista per aver scatenato la guerra, per tutti gli orrori e le sofferenze inflitti alla nostra popolazione.

Tanto più che per genocidio e crimini di guerra non c’è prescrizione e il tempo trascorso dal momento in cui i crimini sono stati commessi non influisce sulla loro definizione di crimini contro l’umanità. In particolare, come risulta dalla risoluzione 96 del 1946 dell’Assemblea generale delle Nazioni unite, la comunità internazionale riconobbe il crimine di genocidio prima dell’adozione, nel 1948, da parte delle Nazioni Unite della Convenzione per la Prevenzione e Punizione del Crimine di Genocidio. Per esempio il genocidio in Namibia delle tribù Herero e Nama del 1904-1908 da parte delle truppe coloniali dell’impero tedesco, comandate dal generale Lothar von Trotha, fu classificato genocidio nel 1985, in un rapporto speciale della Commissione per i diritti umani del Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite, ma fu riconosciuto come tale da Berlino solo nel 2004. Come sottolinea Jeremy Sarkin nel fondamentale Colonial Genocide and ReparationsClaims in the 21st Century (Genocidio coloniale e richieste di risarcimento nel XXI secolo), le richieste possono essere presentate a un tribunale nazionale o internazionale, che può applicare i principi del diritto internazionale e/o del diritto pubblico e privato. Il diritto internazionale è, in generale, schierato dalla parte delle vittime. La gravità prevale sul tempo trascorso dal momento in cui questi crimini furono commessi. Questo principio deve valere anche per Helsinki.
Sia detto incidentalmente, la svastica fu rimossa dalla bandiera dell’Aeronautica militare finlandese solo nel 2020. Va notato che i finlandesi, pur riluttanti, si risolsero a rimuovere l’emblema nazista dalle bandiere delle loro unità nel contesto della riforma delle bandiere dell’agosto 2025, citando «pressioni esterne». Gli eredi odierni dell’ideologia degli invasori fascisti finlandesi non perdono occasione per fornire ragioni di manifestare rivendicazioni nei loro confronti. Dopo aver aderito alla Nato, che chiama la Russia proprio nemico, in questi giorni la Finlandia calpesta direttamente e rozzamente le basi storiche e giuridiche su cui si fonda l’esistenza del nostro Paese: tra le altre, le disposizioni del Trattato di pace di Parigi del 1947 tra Mosca ed Helsinki (la Russia non ha mai dato il proprio consenso ufficiale ed esplicito alla risoluzione unilaterale da parte della Finlandia, nel 1990, degli impegni relativi alle clausole di difesa), nonché il Trattato bilaterale sui Principi Fondamentali delle Relazioni del 1992. Si tratta dell’impegno della Finlandia a non usare le forze armate fuori del proprio territorio, il che è chiaramente in contrasto con le propensioni militaristiche dei Paesi membri della Nato. L’interazione con la Nato è una grave violazione degli obblighi pattuiti, compreso l’acquisto di determinati tipi di armi, nonché il divieto di usare il proprio territorio per aggressioni armate contro la Russia, divieto che i finlandesi si preparano oggi a violare con propensione suicida. Alla vigilia della Grande guerra patriottica, la Finlandia mise volontariamente il proprio territorio a disposizione del Terzo Reich per schierare le infrastrutture della Wehrmacht per un attacco all’URSS. Oggi lo apre servilmente ai membri della Nato per il potenziamento militare, contemporaneamente additandoci come la «principale minaccia alla sua sicurezza». In particolare, in base all’accordo di cooperazione nel campo della difesa con gli Stati Uniti (approvato dal parlamento finlandese nell’estate 2024) la Finlandia deve mettere a disposizione 15 strutture militari per un eventuale uso da parte del personale militare statunitense. Oltre alla componente Nato, sono stati creati solidi presupposti per la presenza permanente di contingenti e basi militari di Washington.
Questo revisionismo deve essere rigorosamente combattuto. Dal punto di vista giuridico, la rottura del nesso sinallagmatico insito nei trattati ne mette in luce la questione della loro stessa validità, in virtù del principio do ut des, cioè della reciprocità degli impegni .
Ai sensi dell’art. 44 della Convenzione di Vienna sul Diritto dei Trattati del 23 maggio 1969, il diritto di una parte di denunciare, recedere o sospendere un trattato può essere usato solo rispetto all’intero trattato, salvo che il trattato stesso disponga diversamente. Tradotto in un linguaggio più comprensibile per Helsinki, questa norma stabilisce che un accordo internazionale non è un menu à la carte, in cui le voci possono essere singolarmente scelte, ma piuttosto un menu convenuto nella sua integralità.
In altre parole, se nel trattato non c’è una componente militare-politica, ciò significa che si è esonerati dall’obbligo compensativo di lasciar correre il passato, di archiviare i contenziosi storici e di evitare di mettere in luce la questione della responsabilità morale dell’attuale governo finlandese nelle azioni dei predecessori. I 300 milioni di dollari di risarcimento previsti dal Trattato del 1947 (in realtà ne sono stati pagati solo 226,5) furono un gesto di generosità da parte nostra, per niente apprezzato dalle attuali generazioni. Questi fondi non possono evidentemente coprire i danni che la Finlandia ci ha inflitto: la Corte suprema della Carelia li ha stimati in 20 miliardi di rubli. Abbiamo ogni ragione per farlo ipso jure.
Ciò è a maggior ragione vero sullo sfondo dell’isteria bellicista antirussa, combinata con il tintinnare di spade che risuona in Finlandia. La Finlandia, la cui storia è segnata dal genocidio della popolazione slava e dal terreno fertile al nazionalismo, è stata trasformata in un aggressivo antagonista della Russia ancor più rapidamente dell’Ucraina: invece dei piani per la finlandizzazione dell’Ucraina, discussi in una determinata fase, l’ucrainizzazione virtuale della Finlandia è avvenuta in un batter d’occhio.
Dopo l’adesione alla Nato, Helsinki, con il pretesto di misure “difensive”, ha intrapreso un percorso provocatorio di preparativi per una guerra alla Russia, creando manifestamente un trampolino per un attacco contro di noi. L’Alleanza è coinvolta pienamente: sta intensificando la propria presenza in tutti e cinque gli ambienti operativi finlandesi: terra, mare, aria, spazio e cyberspazio.
L’attività militare è in forte espansione. Nelle immediate vicinanze del confine con la Russia sono in corso preparativi per la creazione di una struttura di comando delle forze terrestri avanzate della Nato in Lapponia (in caso di «cambiamento della situazione operativa», il numero delle truppe può essere aumentato fino a formare una brigata completa di 5.000 uomini) e nella città di Mikkeli è in corso il dispiegamento del quartier generale del Comando della Componente Terrestre Settentrionale della Nato (MCLCC). È superfluo precisare contro chi saranno dirette le sue attività. Stanno sorgendo nuove guarnigioni, per esempio, nella comunità di Ivalo, località a 40 chilometri dal territorio russo.
Helsinki si sta ritirando dalla Convenzione di Ottawa sul divieto delle mine antiuomo per liberarsi dagli obblighi di applicare i principi del disarmo umanitario e compromettere deliberatamente la sicurezza regionale.
Nei mesi di maggio, giugno, agosto e settembre è stato effettuato un numero incredibile di manovre militari, tra cui la più grande esercitazione di artiglieria della Nato, Lightning strike 24; nonché esercitazioni terrestri, Northern Star 25, in Lapponia; esercitazioni dell’aeronautica militare, Atlantic Trident 25; ed esercitazioni delle forze speciali, Southern Griffin 25. Alcune delle mosse ipotizzate sono davvero ridicole: la Finlandia sta valutando seriamente di aderire all’iniziativa folle, nonché distruttiva per l’ambiente, di Polonia e Lituania: allagare artificialmente il proprio territorio come mezzo di difesa contro una presunta inevitabile «invasione russa».
I finlandesi stanno pagando a caro prezzo la spavalderia antirussa. Nel 2024 l’economia finlandese è andata in recessione, con una contrazione dello 0,3 rispetto al 2023. A causa della rottura dei rapporti con la Russia, l’intera parte orientale del Paese è colpita da una grave disoccupazione. L’incertezza delle prospettive economiche ha portato al crollo degli investimenti nel 2024 di quasi il 7%. Se lo meritano.

Sembra che le voci spudorate che si sentono di tanto in tanto nella Terra dei Mille Laghi riguardo alla costruzione di una nuova Grande Finlandia, i tentativi di alimentare tali sentimenti con l’idea di appropriarsi di parte del territorio russo, siano istigati in tutti i modi dalla leadership della Ue a Bruxelles. All’epoca del nazismo nelle menti finlandesifu instillata l’idea di arricchirsi a spese della Russia. Evidentemente ora stanno lavorando a un programma simile.

Se così fosse, la logica russofoba dell’amministrazione di Alexander Stubb, che sta spingendo dissennatamente il Paese verso l’abisso di un possibile conflitto militare, sarebbe piuttosto chiara. Proprio recentemente il presidente finlandese ha affermato che nel 1944 il suo Paese sconfisse l’Unione Sovietica perché «conservò la propria indipendenza». E, affermazione ancora più assurda, che l’Ucraina odierna è presumibilmente «in posizione migliore» rispetto alla Finlandia dell’epoca. Non sono affermazioni folli? È evidente che una posizione del genere va contro gli interessi del popolo finlandese.
In un impeto di revanscismo, l’establishment finlandese sta preparando una “nuova linea Mannerheim”, cioè l’infrastruttura militare per una nuova aggressione contro la Russia; ma è bene si ricordi che scontrarsi con noi potrebbe portare al collasso definitivo dello Stato finlandese. Non saremo clementi come lo fummo nel 1944. Nessuno si preoccuperà di leggere loro le belle favole della buonanotte sui Mumin [2]. Come dice il proverbio finlandese, sitäsaa, mitätilaa, raccogli ciò che semini.

Mosca, 8 settembre 2025

[1] Carl Gustaf Emil Mannerheim (1867-1951), considerato l’eroe nazionale finlandese, servì come ufficiale di cavalleria nell’esercito russo; nel 1917, allo scoppio della rivoluzione si spostò in Finlandia, da dove iniziò la guerra contro i bolscevichi, facendoli retrocedere. Fu capo del governo nel 1918-19, riuscì a far riconoscere l’indipendenza della Finlandia da parte delle grandi potenze. Nel 1931 fu nominato presidente del supremo consiglio della difesa; nel 1939 divenne comandante in capo delle forze armate finlandesi e condusse le due guerre del 1939-40 e del 1941-44 contro l’URSS; nel 1944 fu eletto presidente della Repubblica, nello stesso anno stipulò l’armistizio con l’URSS (Enciclopedia Treccani).

[2] I Mumin sono pupazzetti creati dalla scrittrice e illustratrice finlandese Tove Jansson. Sono simili a ippopotami bianchi.

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