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Gian Carlo Scotuzzi detto Scot
giovedì 29 ottobre 2020
Sito a servizio di comunità riservata
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PRIMA I SOLDI. POI IL PRIMATO DELLA VITA UMANA, LA SOLIDARIETÀ CIVILE E LA CARITÀ CRISTIANA

Conviene salvare un malato di Covid?

Il quesito è moralmente blasfemo ed eticamente improponibile, d’accordo. Ma non fate gl’ipocriti: viviamo nell’emisfero capitalista, periodicamente plebiscitato e marginalmente contestato da rivoluzionari socialisti e da predicatori paleocristiani sempre più flebili, sparuti, inascoltati; un sistema finalizzato all’accumulazione di denaro, non già teso a opere di bene. Il valore della vita umana ha dunque diritto di prevalenza nel computo di tornaconto d’ogni scelta governativa. Scrostiamo residui equivoci: ci riferiamo al tornaconto economico: il denaro prima dei valori spirituali. Vale anche per le opzioni di contrasto del Covid: quanto costa sottrarre una persona alla moria? Intendiamo: quanto costa alle casse pubbliche?
L’ha calcolato ieri Patrick Artus, economista francese, analizzando il consuntivo economico-sanitario dei due mesi più duri del precedente confinamento (lockdown). Ecco i suoi dati di base, riferiti alla Francia, dunque estensibili, con marginali adeguamenti statistici, all’Italia:
– un mese di confinamento stretto grattugia 5 punti di PIL (prodotto interno lordo, cioè la ricchezza complessiva prodotta annualmente dal Paese);
– un punto di PIL vale 24 mila miliardi di euro;
– vite salvate in un mese di confinamento: 20 mila.
Risultato: ogni concittadino sottratto al contagio letale del virus ci costa 6 milioni di euro. Più di quanto un salariato medio produca nell’intera carriera lavorativa, che vale solo un milione di euro. La Condanna a morte batte la Grazia per 6 a 1.
Dunque, argomentano i politici-ragionieri che gestiscono lo Stato: tendenzialmente ci conviene non svenarci per intralciare la pandemia.
È questo il motivo per cui i governi, quello francese come quello italiano come ogni altro del mezzoglobo capitalista, riluttano a chiudere bar, ristoranti, negozi e via elencando ogni cellula capitalista. Vi si rassegnano soltanto quando il terrore del popolo dinanzi all’avanzare del morbo supera la condivisa ritrosia a fare sacrifici: di soldi come di abitudini e stili di vita. Insomma: i governanti si decidono a sferrare qualche calcio al virus soltanto quando il popolo minaccia di prendere a calci loro.
Da quando gli esperti sanitari pubblici inviano ogni giorno ai governi i bollettini riservati sui contagi, la reazione dei destinatari è una scelta determinata da:
– il raffronto matematico tra i costi e i benefici economici d’ogni opzione di confinamento;
– la stima della perdita di consenso che ogni non-scelta od ogni opzione comporterebbe.
Tutto qui. Le pompose allusioni al «benessere collettivo», al «valore primario della vita umana», alla «tutela delle fasce più deboli» e via elencando sono fregnacce buone per enfiare la quotidiana, perenne campagna elettorale che si gioca in tivù. Grani del rituale rosario demagogico per intortare un volgo che del resto non chiede altro. L’apostasia della morale e dell’etica valgono alla cuspide come alla base della piramide sociale, con reciproco palleggio di colpa originale o quantomeno con chiamata di correo. E non è una novità introdotta dal Covid. Vogliamo passare in rassegna qualche esempio tra i più vistosi?
Prendiamo gli esiti odierni dello scempio viario a suo tempo deciso dal governo di Matteo Renzi in combutta con callidi industriali lombardi: l’autostrada Brebemi. Acronimo delle tre province coinvolte: Brescia, Bergamo e Milano. Terminata da poco più di un lustro, si è pappata 990 ettari di campi coltivati, frutteti, vigneti e boschi. Per avere un’idea di tanta distruzione di verde si pensi a un quadrato di oltre 31 chilometri di lato. Un sacrificio ambientale inutile: a tutt’oggi questa distesa d’asfalto, ch’è mero doppione della Milano-Venezia, è talmente poco frequentata da meritare il soprannome di autostrada fantasma.
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20201029GCovid

 

28 ottobre 2020

 

GERMANIA: UNA BOMBA SOCIALE A OROLOGERIA

Prima o poi si stancheranno d’essere fustigati anche per peccati mai commessi…

… e di vedere la loro etnia, ritenuta eccellente e gloriosa, annacquata dall’importazione di manodopera servile non dissimile dai popoli che il Terzo Reich voleva asservire. Ma a imbufalire i tedeschi DOC, inducendoli a disdegnare governi da settant’anni proni allo straniero e ad aderire a partiti evocativi di quello nazionalista d’antan, è quel processo culturale di de-germanizzazione – di meticciato razziale, si direbbe coi gerghi di nazisti e sionisti vecchi e nuovi – incluso dagli Alleati nelle condizioni di resa ma che non è mai stato praticabile a danno di popoli forti di valori comunque elevati.
Mettiamoci nei panni di uno di questi tedeschi che non vedono l’ora di voltar pagina, non necessariamente a ritroso...

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20201028GGermania

 

CORRELATO, DA FRANKFURTER ALLGEMAINE ZEITUNG

«Le emozioni fanno la Storia»

La storica Ute Frevert ha pubblicato un nuovo libro sulla potenza delle emozioni. In questa intervista spiega il ruolo che giocano la rabbia, l’empatia e la paura nella Storia tedesca a partire dal Novecento.

di Novina Göhlsdorf

 

25 ottobre 2020

 

CILE

Oggi referendum per innovare la Costituzione dei golpisti

Eppure la dittatura, instaurata nel 1973 dal generale Augusto Pinochet, pilotata da Washington e accettata con benevolenza da centinaia di Paesi tra i quali la Cina e l’Italia, è caduta da trent’anni. E non per merito del popolo cileno, bensì per scelta delle multinazionali made in USA, che calcolarono di poter continuare a far meglio i loro comodi concedendo ai sudditi di simulare una democrazia. Una simulazione talmente smaccata da conciliare il regime parlamentare con la Costituzione scritta da Pinochet nel 1980 e ratificata dal referendum dell’anno successivo, quella a tutt’oggi in vigore, appunto.
Analisi d’un Paese paciosamente religioso (67% cattolici, 17% evangelici o protestanti), dove la Chiesa salutò il golpe celebrando un Te Deum di ringraziamento nella cattedrale, dove indifferenza sociale e arrendevolezza politica hanno sostituito, alla connivenza con la dittatura, l’accettazione del capitalismo più bieco.
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20201025GCile

 


 

BIELORUSSIA

Femministe di latta

Prezzolate da sedicenti ONG foraggiate dalla NATO, scendono in piazza a contestare come maschista un presidente che garantisce, tra l’altro, aborto libero e gratuito; indi le signore, lamentandosi perseguitate, chiedono asilo politico alla Polonia, dove l’aborto è diventato quasi illegale.
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20201025GBielorussia

 

24 ottobre 2020

 

DOPO L’OMICIDIO DELL’INSEGNANTE SAMUEL PATY

L’Istruzione Pubblica ha perso la testa? O l’ha persa un intero Paese?

In Francia la libertà di espressione è un diritto fondamentale, ma l’insulto e la diffamazione sono reati, ricorda l’editore Arno Mansouri. Partendo da questo punto di vista, se abbiamo il coraggio di guardare le cose in faccia invece di lasciarci fuorviare dalla narrazione dominante, dobbiamo riconoscere che Samuel Paty non stava difendendo la libertà di espressione, ma insultando tutti i mussulmani. Non possiamo stare dalla parte né degli integralisti islamici che l’hanno abiettamente assassinato né degli integralisti laici che nascondono gl’insulti alle religioni dietro un diritto fondamentale. Militiamo invece per la libertà di coscienza e per la laicità sancite dalla legge del 1905.

di Arno Mansouri

(da Réseau Voltaire)

 

23 ottobre 2020

 

BOLIVIA

Con ritardo e in parte, la maggioranza del popolo si è riscattata dal golpe pavidamente subito l’anno scorso

Nonostante il martellamento delle tivù e dei giornali cartacei di matrice USA, gli elettori hanno scelto l’erede politico e morale di Evo Morales. Che comunque resta un presidente democraticamente insediato un anno fa, deposto con la forza delle armi e costretto all’esilio tra l’indifferenza di coloro che lo avevano eletto. E che comunque non hanno il coraggio di ripristinare completamente lo Stato di diritto.
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20201023GBolivia

 

Correlato da Réseau Voltaire:

Un sonoro schiaffo alla “coalizione occidentale”

In Bolivia le elezioni presidenziali del 2020 hanno confermato sin dal primo turno che la maggioranza degli elettori sostengono il Movimento per il Socialismo, il partito di Evo Morales… lo stesso partito che un anno fa, nel 2019, fu accusato dai golpisti di avere truccato le elezioni presidenziali.

di Generale Dominique Delawarde

 


 

LIBERTÀ DI STAMPA E D’INSEGNAMENTO

Gesù nudo che mostra il culo: è l’ultima copertina di Muhammad Hebdo

Il giornale satirico, versione mussulmana di Charlie Hebdo, è stato esibito da un insegnante arabo di Parigi ai propri studenti correligionari, dopo aver suggerito a quelli cristiani di uscire dall’aula. L’evento è speculare a quello che giorni fa ha condotto all’assassinio di un insegnante cristiano, subito decorato eroe sull’onda emozionale del «santo subito».
Ma col settimanale mussulmano le cose sono andate molto, molto diversamente.
Cronaca di una discriminazione religiosa che i sedicenti laici d’Occidente elevano a nuova crociata contro l’islam.
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20201023GMuhammadHebdo

 


 

NEVICA LA MANNA-COVID

Aziende che sarebbero comunque fallite battono cassa allo Stato

Pretestano la pandemia per esigere sussidi, contributi, risarcimenti, esenzioni fiscali e licenza d’irridere i diritti dei dipendenti. I politicanti si prestano alla messinscena, assicurandosi la riconoscenza dei malandrini foraggiati, i quali ricambiano con sontuose tangenti, adesioni ai partiti e promesse di collettare voti alle prossime elezioni.
Dove vanno i politicanti a prendere i soldi da distribuire ai falliti questuanti e a se stessi? Saccheggiano le casse dello Stato, giustificando il prelievo con l’emergenza sanitaria; ma il grosso del malloppo verrà dall’assalto alla diligenza in arrivo dall’Unione Europea, carica di prestiti che l’Italia potrà restituire soltanto a prezzo di ridurre i meno abbienti sul lastrico, smantellando quel che resta della sanità pubblica, tagliando le pensioni popolari, negando servizi sociali primari e licenziando stuoli di dipendenti pubblici, com’è accaduto in Grecia. Eppure ogni sera il piccolo schermo loda i governanti e i loro finti oppositori, che recitano obiezioni risibili perché siano meglio demolite. E il popolino crede agli uni e agli altri.
Analisi dell’offensiva mediatica, cartacea e catodica, che sfodera trucchi vecchi e nuovi per sospingere i poveracci verso il baratro.
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20201023GCovid

 

21 ottobre 2020

 

PROPAGANDA DI GUERRA

Bomba pandemica contro l’Iran

La rete televisiva pubblica israeliana Kan 11 ha finanziato Teheran, film di disinformazione bellica travestito da gioiosa e spettacolare telenovela spionistica. Obiettivo del governo di Tel Aviv è sedimentare nel pubblico occidentale, la cui conoscenza del mondo e della politica attinge quasi esclusivamente al piccolo e grande schermo, due assunti: primo, il governo di Teheran cela, dietro lo schermo di centrali nucleari che producono energia elettrica per l’utenza civile, fabbriche di bombe atomiche; secondo, che Teheran costruisce questi ordigni per lanciarli contro Israele, che dunque ha il diritto di difendersene colpendo per primo: cioè mandando i propri aerei a bombardare le centrali iraniane.
In ogni Paese i cittadini mediamente informati, istruiti e dotati di autonomia critica, sanno bene che:
– le guide spirituali dell’Iran, vale a dire le autorità supreme della repubblica, hanno sempre condannato l’uso delle atomiche come di ogni altra arma di distruzione di massa; persino durante la sanguinosissima guerra con l’Iraq, l’Iran ha rinunciato a farvi ricorso, anche quando potenze straniere interessate gliene offrivano;
– numerose ispezioni di organismi internazionali, partecipati da esponenti dell’ONU e anche degli Stati Uniti, hanno ispezionato le centrali nucleari iraniane, accertando e certificando vi si produce energia elettrica e che tali impianti non potrebbero, anche volendo, essere convertiti in fabbriche di armi.
Ma i cittadini consapevoli e informati sono quota risibile nei Paesi dove Israele sta distribuendo, con l’interessato supporto di Apple tv, il film Teheran. Il lungometraggio si articola in svariate puntate. Dunque le sue menzogne vengono assorbite dagli spettatori in dosi massive. Anche perché Teheran è stato confezionato da falsari molto abili, formati alla scuola di Hollywood, versata nel manipolare la cronaca e la storia, nonché a rendere verosimili le menzogne che sarebbero palesi anche a un utente minimamente autonomo e capace di discernere, se non il vero dal falso, almeno il verosimile dal razionalmente impossibile.
Ma analizziamo in dettaglio quali sono i trucchi più raffinati cui hanno fatto ricorso gli sceneggiatori, i maghi di effetti speciali e il regista per imbrogliare telespettatori che del resto non desiderano pascersi d’altro.
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20201021GTeheran

 

20 ottobre 2020

 

BOLIVIA

Viva i soldi!

Anche se socialisti: tre giorni fa la maggioranza degli elettori ha insediato al primo turno il candidato che in campagna elettorale non ha avuto bisogno d’impegnarsi a mantenere le promesse, perché le ha già mantenute. Durante i 14 anni durante i quali è stato ministro dell’Economia di Evo Morales – deposto in autunno scorso da un colpo di Stato – Luis Arce ha moltiplicato la ricchezza del Paese per quattro, ha ridotto la povertà dal 60 al 37% e l’indigenza (cioè la povertà assoluta) dal 38 al 13%, ha accelerato la nazionalizzazione del petrolio nazionale, ha triplicato le entrate statali, ha quintuplicato le riserve auree del Paese. Eppure il suo partito, Movimento per il Socialismo, viene accusato dai giornali e dalle televisioni reazionarie, in Sudamerica come in Europa, d’essere dittatoriale.
Ma i boliviani, non più idealisti di quanto lo siano le masse italiane, hanno imparato la lezione di decenni di governi di destra e danno maggior peso a un frigo pieno e a un buon salario piuttosto che alle emozioni e ai sogni suscitati dai media di regime.
Gl’italiani invece sono ripetenti incalliti…
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20201020GBolivia

 

18 ottobre 2020

 

LETTERE: A PROPOSITO DEL NEONAZISMO NELLA POLIZIA

«Quando scoprimmo che i nostri figli giocavano con i teschi degli afghani uccisi…

…avremmo dovuto cogliere l’ammonimento ed estendere l’indagine in patria. Avremmo così scoperto che la barbarie si stava ramificando in molte caserme dei reparti speciali dell’esercito e stava dilagando anche tra le forze dell’ordine».
Commento all'articolo di ieri Se l’estrema destra invoca l’esimente della legittima dignità.
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di Lettera firmata
Berlino


20201018GLetTeschi

Edizione del 25 ottobre 2006 del quotidiano popolare tedesco Bild. Il giornale intervistò i militari coinvolti e scoprì che farsi ritrarre con i resti degli afghani uccisi dalle truppe di occupazione occidentali e trastullarsene era rito ricorrente dalla fine del 2003. Gli intervistati raccontarono che a tali macabre esibizioni venivano associati anche civili – politici e militari – in visita alle basi tedesche vicino Kabul.

 

17 ottobre 2020

 

GERMANIA: CRONACHE DI ESASPERAZIONI ANNUNCIATE

Se l’estrema destra invoca l’esimente della legittima dignità

I partiti di sinistra e i benpensanti in genere sono allarmati dall’allungarsi della filastrocca di delitti e scorribande dei neonazisti perché hanno superato due livelli di guardia: primo, hanno raggiunto una frequenza e un’uniformità di diffusione sul territorio tali da configurarsi come fisiologici, più che patologici; secondo, gl’ideali e i crimini della destra violenta godono di vaste coperture e complicità all’interno delle forze di polizia. E siccome è la polizia l’unico organo statale legittimato e perseguire sul campo i violenti, ne deriva che, se la polizia protegge questi ultimi, i violentati continueranno a esserlo. Ne deriva che il presente e il futuro dell’ordine pubblico in Germania dipendono da una riforma della polizia che la ripulisca d’ogni inquinamento antidemocratico.
Ma è difficile formulare una terapia efficace se prima non si formula diagnosi corretta. Che cosa alimenta il neonazismo tedesco?
Prima di rispondere, prendiamo in prestito un broccardo dalla psicanalisi: Se accusi e condanni per omicidio un innocente, prima o poi ti presenterà il conto, uccidendo davvero qualcuno.
Per cui la domanda si evolve: Di quali immeritate, infamanti accuse sono gravati i tedeschi per ridursi a uccidere e a picconare i valori di tolleranza e di uguaglianza su cui s’intraliccia la democrazia? Perché crescente numero di tedeschi abiura la Costituzione postbellica e si converte al nazismo?
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20201017GNeonazismo

 

 

CORRELATO, DAL SETTIMANALE DER FREITAG:

GERMANIA: INTERVISTA A MARTINA RENNER *

«Cameratismo pericoloso»

Le forze dell’ordine sono democratiche soltanto in apparenza.

di Nelli Tügel

 

16 ottobre 2020

 

FRANCIA

I giudici processano l’ex presidente Nicolas Sarkozy per un reato minore; su quello maggiore chiudono gli occhi

Hanno annunciato oggi il suo rinvio a giudizio deciso quattro giorni fa. Gli contestano d’essersi illegalmente fatto finanziare da Muhammar Gheddafi la campagna elettorale del 2007. Briciole, a cospetto della montagna di denaro che Sarkozy rapinò dalle casse dello Stato libico. E che non ha mai restituito, contando sull’impunità offertagli dalla NATO a corrispettivo del suo sostegno all’invasione della Libia del 2011 e ai successivi crimini dell’Alleanza.
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20201016GSarkozy

 


 

L’IPOCRISIA CATTOLICA DI BEATIFICARE ANCHE I MORTI CHE NON LO MERITANO

Il cancro uccide ma riabilita

La casta dei politicanti e la canea dei pennivendoli piange ed encomia a pieno schermo la scomparsa governatrice della Calabria. La stessa che, da viva, era additata qual fulgido esempio in negativo. Per esempio, dissipava i quattrini della Regione per mantenersi una sontuosa succursale a Roma, dove trascorreva «almeno tre giorni la settimana», dunque disertando l’ufficio istituzionale di Reggio Calabria, dov’era pagata per stare.
Profilo d’un personaggio molto discusso, eppure non sempre peggiore dei colleghi che gli sopravvivono.
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20201016GCalabria

 

15 ottobre 2020

 

ARS OBLIVIONALIS

Dimenticare per ricordare meglio

Nell’ultima edizione della Civiltà cattolica (quaderno 4088 datato 17 ottobre 2020) il gesuita Giovanni Cucci ribadisce correttamente come memoria e oblio siano binomio inscindibile. O si allena il cervello a sgravarsi delle registrazioni ridondanti e irrilevanti, oppure se ne compromette il corretto funzionamento, sia in termini di riduzione della capacità e della pertinenza evocativa, sia in quelli dell’elaborazione e della creatività ottimali. Giusto e sacrosanto: preservare la salute mentale implica buttare ciò che non serve e a maggior ragione ciò che nuoce. Poi però padre Cucci pretende maggiorare le benemerenze oblivionali connettendole funzionalmente al perdono, quello cristiano, di remissione ingiusta di torti subiti o di lesa giustizia. E qui commette un passo falso che lo sconfina dal seminato razionale.
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20201015GArsOblivionalis

 


 

STATI UNITI

In dieci milioni hanno già votato il presidente

Nel Paese che fu il primo ad anticipare di tre mesi la grande spendita natalizia non meraviglia che i consumatori-elettori più ansiosi abbiano già deposto la scheda nell’urna, ancorché virtuale, senza rispettare la fisiologica scadenza di novembre. La legge che consente di votare per corrispondenza o deponendo la scheda in raccoglitori posticci disseminati agli angoli delle strade, autorizza anche a disdegnare le ultime settimane della campagna elettorale. Che sono proprio quelle che concentrano i più intensi e definitivi messaggi dei candidati e che aggallano quelli che spesso la stampa investigativa smaschera come mendaci. Insomma: se l’elettore si perde il rush della campagna elettorale si depriva degli elementi indispensabili a maturare scelte serene e con cognizione di causa. Che senso ha ripartire torti e ragioni, meriti e demeriti prima che i contendenti abbiano esaurito i loro argomenti?
Risposta: ha il medesimo non-senso d’ogni altro rito pseudodemocratico che nel Paese-faro dell’Occidente capitalista rinnega, insieme al suffragio universale, l’essenza della partecipazione del popolo alla vita pubblica.
Cominciamo dai numeri. Negli Stati Uniti almeno 25 residenti su 100 sono impediti di votare. Con vari pretesti burocratici e vessatori, come l’addossare al candidato elettore l’onere economico e logistico dell’iscrizione nelle liste elettorali; oppure il rifiuto di restituire il diritto di voto a coloro cui fu sospeso perché colpevoli d’un reato lieve di cui peraltro hanno espiato la pena. Dei 75 rimanenti, 35 disertano volontariamente le urne. Dunque negli Stati Uniti soltanto 40 residenti su cento si prendono la briga di dire la loro sulla scelta del presidente, cioè della persona che assorbe tutt’i poteri che, in repubbliche come quella italiana, sono diluiti fra tre persone: il rappresentante formale dello Stato, il timoniere esecutivo e il vertice della magistratura.
Avete letto bene: i piccoli elettori degli Stati Uniti non scelgono chi – peraltro tra due soli candidati! – guiderà il Paese per i successivi quattro anni, ma si limitano a «dire la loro». L’esito delle elezioni presidenziali ha infatti valore puramente indicativo per i grandi elettori, che formalmente sono i governatori dei singoli Stati federali e che sostanzialmente sono i membri di quel supremo Comitato di Gestione di cui l’inquilino della Casa Bianca è mero sciacquino.
Eppure, nonostante questa messinscena negatrice di sostanziale libertà elettorale, i media di ogni Paese della NATO celebrano le cosiddette elezioni del presidente degli Stati Uniti come si trattasse d’insediare il vertice del Paese loro. In Italia il tifo elettorale per la corsa alla Casa Bianca tracima quello per il parlamento e il governo romani, che per comparazione ne risultano irrisi e traditi.
Per schematizzare la struttura di potere che da Washington dirige a bacchetta i capi d’ogni sedicente democrazia indipendente nell’emisfero occidentale partiamo proprio dall’Italia, cioè dall’esame d’idoneità che ogni candidato al Quirinale e a Palazzo Chigi deve superare, a Washington, per poter farsi eleggere in Italia. Andreotti, Craxi, Berlusconi, D’Alema o Conte, il nome e la casacca partitica non c’entrano: senza il placet della Casa Bianca nessuno si mette alla guida della Penisola.
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20201015GElezioni

 


 

TELEMARCHETTE

I malandrini che fanno pubblicità a maghi, santoni e ciarlatani

In ogni Paese appena appena civile come il Burundi non è consentito scherzare sulla sanità. Invece il piccolo schermo italiota pullula di sedicenti guaritori che prendono in giro i povericristi che patiscono le conseguenze della malasanità pubblica e privata, che non hanno abbastanza soldi o cervello per rivolgersi a medici seri ma costosi, oppure che hanno la debolezza di sperare nei miracoli: dal rimedio contro morbi scientificamente proclamati inguaribili all’elisir che ringiovanisce o conquista amori non ricambiati.
Queste emittenti d’infimo conio, nonché il pattume cartaceo che le scimmiotta, in Burundi incorrerebbero nel reato di abuso della credulità popolare o di circonvenzione d’incapace o di esercizio abusivo della professione terapeutica o di truffa ai danni d’incapace o di persona comunque debilitata, se non di tutti questi misfatti insieme.
In Italia no…

20201015GMaghi

Correlato d'archivio
Ci ha sempre indignato lo sfruttamento di coloro che non sono in condizioni di difendersi, a maggior ragione se sono malati. Riproduciamo la prima pagina del controgiornale etico aziendale, edizione del 2 gennaio 2004, che editavamo quando eravano dipendenti dell'Arnoldo Mondadori Editore, ahinoi e ahivoi colonizzata da Silvio Berlusconi.
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20040102SmondaMaghi

 

13 ottobre 2020

 

AMERICA LATINA

Etnie vocate alla mendicità e alla sudditanza

Viaggio in un subcontinente dove brillano rari Paesi eroici, con predicatori di gran vaglia che hanno elevato i sudditi alla dignità di cittadini consapevoli. Ovunque altrove ristagnano regimi autoritari, a volte feroci sino al genocidio. Tutti confermativi d’uno schema piramidale edificato su violenze, ingiustizie e saccheggi, sul quale la stragrande maggioranza del popolo cerca di risalire i gradini più bassi, ben disposta a replicare in sedicesimo le nequizie commesse dalla cuspide.
[…]

20201013GAmericaLatina

 

Correlato, da junge Welt del 12 ottobre 2020


L
A BOLIVIA ALLE ELEZIONI

Lotta per il futuro

La sinistra potrebbe vincere. Ma incombe il golpe della destra a stelle e strisce.

di Volker Hermsdorf

 

12 ottobre 2020

 

EUROPA

Si dimezzano gli universitari che vanno a studiare in Paesi lontani

Spesso rinunciano persino a muoversi nel Vecchio Continente, preferendo la comodità degli atenei nazionali o comunque di prossimità. Spaventati dal Covid più dei figli, molti genitori li inducono addirittura a optare per un corso telematico, leticandoli con la prospettiva d’un bozzolo domestico ancor più dorato. A sfoltire le trasferte didattiche concorrono la penuria di voli internazionali e le restrizioni delle università remote, restie ad accogliere iscritti provenienti da Paesi dove le norme antipandemiche sono prese in burletta. Una leggerezza che spiega la tendenza inversa: il 35% degli studenti d’altri continenti quest’anno diserta i nostri atenei.
Cifre e considerazioni sul crollo degli scambi Erasmus.
[…]

20201012GAtenei

 


 

GLOBALIZZAZIONE

La Cina delocalizza verso il Vietnam, l’India e altri Paesi asiatici

Il fenomeno spiazza le multinazionali occidentali che hanno traslocato nel Paese più grande del mondo per sfruttarvi manodopera un tempo pagata tra le peggio del mondo. Ma era una trappola duplice: hanno pagato la loro avidità con un travaso forzoso di tecnologia a beneficio dei padroni di casa; e sono state tartassate del governo di Pechino, che dopo aver elevato progressivamente e per legge i salari, ora impone in ogni sua azienda – comprese le joint-venture – un commissario politico.
Analisi di un’offensiva economica gialla che va ben oltre il braccio di ferro doganale con Donald Trump.
[…]

20201012GCina

 

11 ottobre 2020

 

SERMONE DOMENICALE DELL’ABATE NINO LUTERO

«In nome di me Padre, di mio Figlio e del Soldo santo

e al diavolo tutto il resto.» È la blasfemia biascicata dal genitore, speculare a quella della genitrice: «In nome di me Madre…». Un egotismo diffuso che, associato all’anarchia capitalista e ai suoi corollari della violenza interclassista, del  colonialismo e dell’ingiustizia sociale e distributiva, propelle il decadentismo dell’Occidente. Mentre propizia il fiorire di religiosità autentiche che si esprimono nei Nuovi Comandamenti e in procreazioni e convivenze negatrici della famiglia tradizionale.
[…]

20201011GSermone

 

9 ottobre 2020

 

MASSMEDIA

Ladri di sceneggiature

Il teatro, in quanto finzione della realtà, è scuola di vita, stimolo alla riflessione, strumento di conoscenza e pedagogia, seminatore di valori. Purché intralicciato su narrazioni elevate, ben scritte e ben recitate. Il cinema prodotto per il grande schermo, nonché ogni genere televisivo che lo ricalca, sono finzione della finzione, dunque caricati d’un’efficacia frazionale rispetto alle dinamiche in carne e ossa sul palcoscenico. Eppure è il cinema, in ogni sua declinazione, a bombardare più d’ogni altro medium la più vasta area del sensorio e a calamitare spettatori entusiasti. E quando invece questi sono indifferenti o addirittura riluttanti, il cinema li bombarda loro malgrado.
Ogni produzione cinematografica è alimentata dalla sceneggiatura, materia prima originariamente prodotta con un’abbondanza che ridondava l’offerta sulla domanda. Da almeno un decennio il peso delle variabili s’è invertito. La sceneggiatura ha smesso di essere inesauribile: se alla fonte creativa si sugge più di quanto sgorga, essa si dissecca. Produttori e registi sono costretti a fingere potabili pozzi che, per qualità ed etica, dovrebbero portare la pecetta veleno culturale e sociale. E quando anche queste polle si esauriscono, i facitori cinematografici rimettono in circolo i flussi già consumati; di qui ridondanza di plagi, rifacimenti, sequel, prequel, requel, repliche e via sciorinando déjà-vu.
Accanto a questo scadimento generato da penuria di opere originali e almeno passabilmente geniali, si coglie un secondo imbarbarimento: i produttori esigono copioni fruibili da un’utenza la più ampia possibile, dunque da spettatori con un denominatore comune culturale e valoriale ridotto al moccolo. Peggio del peggio: sono bandite quelle sceneggiature visionarie e audacemente propositive e suscettibili d’avviare riflessioni politiche dagli approdi obbrobriati dal potere.
Tanta premessa per arrivare a questo nocciolo: gli sceneggiatori sono aridi d’idee, non sanno più cosa scrivere. E se lo sanno e scrivono opere non commercialmente remunerative oppure destinate a svegliare gli spettatori invece che a narcotizzarli con dosi massive di risate e banalità, le loro sceneggiature finiscono al macero. Risultato: che siano spompati dalla sovrapproduzione o sterilizzati dalla censura, molti scrittori di film sono talmente affamati di trame che, non sgorgandone, rubano quelle altrui. Idem i produttori, avidi di proposte di vaglia: bandiscono sedicenti “concorsi per sceneggiatori esordienti” che invece dovrebbero chiamarsi “discariche dove i furbi cercano testi di cui appropriarsi e spacciare per propri”.
Siamo andati a curiosare dietro le quinte d’una di tali selezioni…
[…]

20201008GScript

 

8 ottobre 2020

 

LA PANDEMIA RINFOCOLA L’EUROPA

L’incoscienza presenta il conto

Dai primi mesi dell’anno la Cina ci ha mostrato come circoscrivere e quindi spegnere il contagio: adottando confinamenti drastici, investendo risorse adeguate, imponendo regole e disciplina con ogni mezzo necessario, cioè con le dovute limitazioni delle libertà singole a beneficio della tutela sanitaria collettiva. Invece i governi italiani, francesi, spagnoli e via elencando timonieri flaccidi del Vecchio Continente hanno legiferato male e in ritardo, tollerando peraltro d’essere disobbediti o irrisi da ampi strati dei cittadini.
Oggi il dottor Philippe Klein, originario della Francia e direttore dell’Ospedale Internazionale di Wuhan, tira le somme della gestione sanitaria cinese: nel Paese che fu epicentro del terremoto virale, da un mese e mezzo non si registra un solo contagio. Il Paese più popolato del mondo, che ha quasi 23 volte gli abitanti dell’Italia, ha avuto un quarto dei nostri infettati e un ottavo dei nostri morti.
Sintetizza Klein, che ammonì per tempo e telefonicamente il presidente francese a imitare il “metodo cinese”: Non ci avete voluti ascoltare, siete stati irresoluti, vi siete limitati a frenare la pandemia invece di stopparla. Qui a Wuhan ci siamo buttati anima e corpo sin dal 23 gennaio: un megaospedale costruito in 15 giorni, tampone a tutti gli 11 milioni di abitanti della città, confinamento generale con drastico isolamento dei primi 600 positivi…
Bollettino della vittoria gialla, purtroppo a NON uso e consumo degli occidentali bianchi, che non si decidono a imparare la lezione.
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7 ottobre 2020

 

LE NUOVE RESIDENZE COMUNITARIE PER “ANZIANI ATTIVI”

L’ospizio è bello ma sembra un asilo

Vecchi benestanti e più che fisicamente autosufficienti traslocano in miniappartamenti corollati da spazi comuni e giardini. L’acquisto e le cospicue spese condominiali sono metà a carico loro e metà sul gobbo della pubblica amministrazione. Gl’inquilini sono selezionati in base alla capacità di spendita, allo stato di salute psicofisica e alla disponibilità a farsi attivamente e personalmente carico di alcuni servizi collettivi, come la gestione della mensa, dell’orto, del giardino e della lavanderia.
All’inizio le residenze pulsano d’entusiasmo e brillano di spensieratezza. Ma bastano pochi mesi di quasi convivenza ad affiorare e non di rado esplodere l’infantilismo senile. Risultato: pianti, liti furibonde con aggressioni, invocazioni d’aiuto ai parenti e persino alle forze dell’ordine. E i promotori e i gestori delle residenze scoprono l’ovvio: invecchiare non comporta automaticamente né miglioramento del carattere né saggezza.
Raccontiamo l’esperienza della residenza Kalasatama di Helsinki, dove il municipio è stato costretto ad arruolare una società di consulenza per mettere pace tra nonni regrediti a discoli asociali.
Eppure è questo il modello cui s’ispira un progetto lombardo.
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DEMOVIRUS

Obbligo della mascherina sul mento

Rassegna delle manifestazioni più irresponsabili del popolobue e dei suoi mandatari governativi dinanzi alla pandemia.
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6 ottobre 2020

 

LA FREGOLA DEI SECESSIONISMI

Avremo settemila Stati all’ONU?

L’interrogativo è iperbolico e dunque sconta risposta negativa. Ma è funzionale ad acclarare e irridere la vampata indipendentista che surroga l’inettitudine democratica di molte minoranze. Oggi sono svariate decine le regioni che rivendicano di scorporarsi dallo Stato di cui fanno tradizionalmente parte, ma di cui non condividono la lingua – o quantomeno la prima lingua. Vogliono aggregarsi  ad altro Stato che invece parla la lingua loro.
(Presciandiamo qui dall’aspetto religioso, affrontato in altro articolo.)
Da una settimana le truppe regolari dell’Azerbaigian, dove si parla maggioritariamente l’azero, cannoneggiano i concittadini ribelli dell’Artsakh, dove si parla maggioritariamente l’armeno. E viceversa, giacché gl’insorti hanno per primi imbracciato l’armi con l’obiettivo di fondersi nello Stato armeno.
Argomenta l’Azerbaigian: abbiamo il diritto d’impedire a una minoranza di circondarsi di filo spinato e mettersi in proprio. La difesa dei patri confini è primario dovere d’ogni governo. Mentre la ribellione armata contro il proprio Stato sovrano è un crimine ovunque nel mondo.
Argomenta l’Artsakh: ci siamo proclamati Stato indipendente il 2 settembre 1991, sulla scia della disgregazione sovietica. La nostra genesi, e la fonte della nostra autonomia, è identica a quella dell’Azerbaigian, che si staccò dall’URSS il 30 agosto dello stesso anno. La nostra autonomia dall’Azerbaigian è stata approvata al 99% da un referendum. Non è colpa nostra se l’Azerbaigian e la comunità internazionale ne hanno disconosciuto l’esito. In ogni caso, noi propugniamo l’irrinunciabile broccardo: Stessa lingua, stesso Stato.
È vero che uno dei tratti costitutivi della nazione è la lingua. La Russia è coesa perché tutti i suoi cittadini parlano il russo. Lo era anche quando era assai più vasta e il segretario del partito comunista, cioè il primo timoniere dello Stato, Iosif Stalin, riconobbe per legge il diritto di ogni etnia sovietica a esprimersi, oltre che in russo, nella propria lingua tradizionale. Nell’URSS si parlavano e insegnavano a scuola 160 lingue locali. Se tutte queste minoranze avessero anticipato il broccardo oggi recitato dall’Artsakh, l’URSS si sarebbe frantumata in altrettanti staterelli. Non accadde perché Stalin opinava diversamente: la parlata della propria regione deve convivere benissimo con quella comune dello Stato unitario. Per contro, nell’altra grande federazione similare a quella sovietica, cioè negli Stati Uniti, la linguamadre della minoranza francese è stata bandita. In Louisiana adottare e insegnare il francese è reato. A svariati milioni di cittadini è stato negato l’uso della linguamadre.
Nella Jugoslavia unificata e a lungo governata da Josip Broz Tito, ogni cittadino della confederazione era libero di parlare, oltre al lessico statale, quello della propria regione. Nessun croato, per esempio, s’è mai sognato di prendere il fucile per imporre a Tito o ai suoi successori di scorporare la Croazia. La Jugoslavia è stata fatta a pezzi dall’esterno, con la persuasione di bombardamenti e altri macelli immani, pilotati dagli Stati Uniti e eseguiti, in veste di mercenari sostanziali, da guerrieri di mezz’Europa, Italia compresa ed proprio quando al governo di questo paese c’erano i postcomunisti.
I secessionismi odierni sono in gran parte figli di analoghe inframmettenze internazionali. Dicono di onorare il pluralismo linguistico, che di per sé arricchisce ogni Paese, ma nei fatti lo negano: lo stravolgono in monolinguismo localissimo, in barbarie lessicale generatrice di barbarie armata, cioè in dissenso esplosivo, cioè nella pretesa di esasperare un principio pure in sé giusto – Stessa lingua, stesso Stato – in polverizzazioni comunitarie che servono la solita, deleteria mira dei colonialisti e degli aggressori guerrafondai: divide et impera.
Oggi nel mondo si parlano 4.500 lingue. Che si enfiano a 7.000 includendovi i pidgin, cioè le forme semplificate per gli scambi, non trasmesse familiarmente, e i creoli, che sono l’evoluzione dei pidgin quando cominciano a discendere dai genitori ai figli. Ma queste cifrone dicono la completezza del censimento linguistico, che somma ma non pesa, dunque senza riguardo all’estensione d’ogni parlata. E che non tiene conto che l’uso di una lingua tribale e magari confinata in una valle o in un’isola di poche migliaia di persone, convive con una lingua di ben più vasto imperio. Basti questo dato: le prime 200 lingue sono parlate da oltre il 95% della popolazione mondiale.
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Da Réseau Voltaire:

LA GUERRA AZERO-ARMENA

L’Artsakh (Karabakh) potrebbe essere la tomba di Erdoğan

Il conflitto dell’Alto Karabakh nasce certamente dalla dissoluzione dell’URSS, ma è stato rilanciato per volere del presidente turco. È poco probabile che Erdoğan abbia preso l’iniziativa senza prima informarne Washington. Lo fece anche il presidente iracheno Saddam Hussein prima d’invadere il Kuwait, cadendo per ambizione nella trappola e provocando così la propria caduta.

di Thierry Meyssan

 

5 ottobre 2020

 

LA BUSSOLA DEI POLITICI OCCIDENTALI DINANZI ALLA PANDEMIA

I soldi prima della vita  

Si chiede l’economista Robert Boyer, di cui sotto proponiamo l’intervista del 2 ottobre: Quando si pone fine al confinamento anti-coronavirus? Può essere stabilito con un semplice calcolo: il momento in cui il costo economico, in aumento, diventa superiore al valore delle vite umane da salvare.
E qual è il prezzo d’una persona? ritorciamo noi. La risposta è nella stratificazione valoriale, prima ancora che socio-economica, codificata nelle Carte fondanti le repubbliche capitaliste. E coerentemente declinata, per esempio, dalle assicurazioni nei computi degl’indennizzi caso morte, mai ispirati a criteri di uguaglianza e di dignità, sempre computati muovendo dal reddito, reale e potenziale, dell’assicurato-cliente.
Basterebbe questa prova contabile d’iniquità, grano in un rosario di violenze del denaro, a connotare di barbarie – per dirla con Cornelius Castoriadis – la mancata alternativa etica del socialismo.
Mancata sinora: ecco alcune iniziative anticapitaliste che, nell’Occidente apparentemente ben vaccinato contro la solidarietà istituzionale e la giustizia distributiva, coniugano eversione a consenso.
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20201005GPandemia

 

DA LE MONDE

Robert Boyer: «La pandemia fa bene al capitalismo»

Intervista di Antoine Reverchon

 

4 ottobre 2020

 

GLI ALIBI MONDANI ALLA DISERZIONE POLITICA E ALL’IMPEGNO CIVILE

Filosofi: dall’Olimpo all’Aventino

Interrogarsi sul senso della vita e sul perché d’ogni cosa non esime il saggio dal chiedersi anche perché molti manchino del necessario mentre altri guazza nel superfluo; perché nell’odierna società dell’opulenza i governanti neghino al popolo minuto postiletto in ospedale, alloggi e lavoro decenti; perché la giustizia sociale che proclamano di servire si sostanzi nel suo contrario; perché i magnati dei mezzi di comunicazione di massa abbiano licenza d’aggiogare questa massa al carro dell’ignoranza e dell’allocchimento negatore di consapevolezze e dignità.
Se si ponessero tali interrogativi i filosofi da proscenio forse ascenderebbero dai perché diagnostici ai come terapeutici e così, riguadagnato l’Olimpo, riconquisterebbero quel ruolo di pedagoghi e poi di guide, onorando gli adempimenti sociali senza i quali non hanno diritto a sedere alla mensa dei Cittadini Consapevoli.
Né le sacrosante e provvide elucubrazioni elevate dei filosofi eccelsi li dispensano dal porgere orecchio ai lamenti e alle invocazioni d’aiuto e alle disperate proteste che si levano tonitruanti dai gradini bassi della piramide sociale. Dove pure, con pena immensa e altrettali consapevoli limiti, a modo nostro filosofeggiamo.
Di questo, e d’altre saggezze ambite, abbiamo dialogato al monastero di Schwarzesdorf. Ecco il resoconto.
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20201004GFilosofi

 

3 ottobre 2020

 

GL’INTEGRALISTI CHE LO STATO AVREBBE RAGIONE DI TEMERE

Il primo nemico della laicità è il sionismo, non l’islam

In queste settimane molti Paesi europei prospettano nuove leggi per arginare una pretesa «politicizzazione delle moschee». Succede soprattutto in Francia, dove il presidente Emmanuel Macron, a pretesto d’una crociata contro i separatismi in generale ma scagliata contro quello imputato ai mussulmani, annuncia controlli più stringenti su costoro.
A parte che le moschee sono i luoghi di culto più vigilati in tutt’Europa. In Italia, per esempio, dove due associazioni mussulmane su tre sono prone più di quanto non dovrebbero al governo, corre il pertinente detto per cui «se lanci una manciata di monetine sui fedeli proni in preghiera, sta’ sicuro che la metà cade sulla schiena di informatori di polizia»; a parte questi eccessi di subordinazione della gerarchia religiosa nei confronti dello Stato, il timore che una religione si radicalizzi al punto da compromettere la sicurezza e le prerogative dello Stato è giustificato in un solo caso: quando nel luogo di culto si predica il primato della legge di Dio su quelle degli uomini. Vediamo se e dove echeggia questo genere di sermoni incompatibili con la laicità d’una nazione.
Nelle chiese cattoliche
non è costume esortare i fedeli ad anteporre sacre scritture ed encicliche alle leggi di Stato. Però succede: per esempio, forse che i preti non ammoniscono i ginecologi e i loro collaboratori, nonché i gestori di cliniche cattoliche, a negare alle donne il diritto di abortire, pur riconosciuto da una legge dello Stato? E, aggravante di predica tanto negatrice del primato del diritto pubblico, forse che non riscuote consensi al punto che in Italia il 70% dei ginecologi nega l’aborto? E siccome la legge che lo riconosce non è presidiata da provvedimenti che consentano di esercitare il diritto abortivo, accade che le donne debbano abortire a spese proprie, non di rado correndo il rischio di tracimare il limite temporale imposto dalla legge e correndo la beffa di doversi rivolgere allo studio privato del medesimo medico che rifiuta di fare aborti nell’ospedale pubblico e a spese del servizio sanitario nazionale.
Nelle moschee
le predicazioni critiche verso le leggi dello Stato sono ardue, giusta l’accennata, occhiuta vigilanza degl’informatori di polizia che affollano moschee e dintorni; addirittura impossibili sono le esortazioni a obbedire alla sharia, cioè la legge coranica, piuttosto che alla legge dello Stato, quando sono in contraddizione.
Si obietterà che non sono rarissimi i casi di mussulmani italiani – come quelli del resto d’Europa – che vanno a imbracciare le armi nei Paesi ove i loro correligionari vengono arrestati, torturati e uccisi dai nemici dell’islam.
Replichiamo che questo volontariato internazionale a favore di milizie amiche e contro milizie nemiche è ricorrente in Italia come nel resto d’Europa. E diventa imponente e lodato quando si proclama “guerra umanitaria”. Se un mussulmano italiano rischia il carcere – in Italia – andando a difendere i mediorientali sterminati da eserciti invasori o da qualche “rivoluzione colorata” alimentata dalla NATO, un italiano DOC non rischia alcuno strale legale quando va a bombardare o a macellare con proiettili all’uranio i mussulmani della ex Jugoslavia.
Rientrando nel solco dell’argomento principale, cioè del primato della legge statale sul precetto religioso, non vi sono elementi per sostenere che gli imam abbiano mai invitato i fedeli ad obbedire alla propria coscienza – che attinge alla credenza religiosa – a scapito della norma di legge. Al contrario, ogni imam trova sempre pretesti per farcire le proprie esternazioni dell’invito a «rispettare le leggi dello Stato che ci ospita o nel quale ci siamo integrati come cittadini».
Nelle sinagoghe
la predica cambia. Le parole del rabbino salmodiano due impegni identici: quelli verso Dio e quelli verso Israele, primigeni e unici direttori di coscienza. La Tora e le leggi israeliane sono l’autentica bussola di ogni ebreo ortodosso, cioè della stragrande maggioranza degli ebrei residenti in Italia e nel resto d’Europa, definiti correttamente come sionisti. Questo significa che, in caso di conflitto tra i dettami del sionismo da un lato e le leggi dello Stato italiano è ai primi che il sionista obbedisce. È un’obbedienza che implica potenziale alto tradimento verso lo Stato italiano e sempre comporta subordinazione al pulpito e allo Stato estero.
Però non sono i preti codini né i rabbini sionisti a preoccupare i governi laici d’Europa. Sono soltanto gli imam, gli unici esponenti religiosi da cui non hanno nulla da temere. Perché?
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20201003GSeparatismi

 

LETTERE

La Legge e le leggi nei Paesi islamici

di Giancarlo Bornati

 

 

CORRELATO DEL 3 AGOSTO 2005:

I fanatici col turbante e quelli in giacca e cravatta

Pessimi media hanno diseducato il popolo inducendolo a vedere un solo integrismo.

 

2 ottobre 2020

 

PRESENTIAMO IL CONTO AI SIGNORI DEL MONDO CAPITALISTA

In 26 anni hanno ucciso 400 milioni di persone

Li ha calcolati il politolo parigino Thomas Guénolé, che ha elencato gli addendi e additato i genocidari nel suo ultimo libro, Le livre noir de la mondialisation. Un crimine ecumenico reso possibile dall’anarchia economica, giacché «la mondializzazione è un mercato mondiale senza le regole del diritto mondiale»; poi dall’irresponsabilità dagli investitori, dei produttori e dei distributori che ne tirano le fila; poi dall’egoistica e feroce indifferenza dei consumatori ligi al tornaconto familiare; infine da una casta servile d’intellettuali che eccelle esclusivamente nell’offrire ai rei d’altissimo bordo l’esimente assolutorio della «mancanza di alternative».
L’odierna filippica accusatoria di Guénolé fa seguito al Libro nero del capitalismo, di Maurice Cury e altri, uscito nel 1998 (in Italia nel 1999), che a sua volta fu replica del Libro nero del comunismo, una bislaccheria firmata da Stéphane Courtois nel 1997 e l’anno successivo tradotto in Italia, dove venne brandito quale strumento elettorale da Silvio Berlusconi, reduce dalla cooptazione del Partito Comunista Italiano nella stanza dei bottoni…
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20201002GLibroNero

 

DAL SETTIMANALE FRANCESE MARIANNE

Confronto Thomas Guénolé/Jacques Attali: quanti morti ha causato la mondializzazione?

di Kevin Boucaud-Victoire

 


 

QUANDO IL LUOGO DI CULTO È AVAMPOSTO DELLO STRANIERO

Il regno marocchino si compra la moschea di Angers

E diventa proprietario d’un pezzo di Francia. Che si ritrova sminuita della propria sovranità territoriale. Certo, una moschea è un coriandolo sulla mappa, ma l’Esagono è fiorito di quasi tremila luoghi di culto a mezzaluna, di cui una settantina sono moschee con minareto, cioè classificate «grandi»: ci pregano oltre quattro milioni di mussulmani. Radunate i coriandoli, tutti o quasi beneficiati da largizioni forestiere; contate la gente che ci sta sopra ed ecco un’enclave straniera vasta e folta quanto basta a impensierire sia i politici sia i gestori dell’ordine pubblico. Intendiamoci: quest’enclave è piccina a cospetto di quella d’obbedienza vaticana, cha vanta 40 mila chiese a servizio di 11 milioni di cattolici, anche se i praticanti sono 4 milioni, quanti i mussulmani, che invece praticano quasi tutti. Ma le prediche dei preti cattolici pascolano in celebrazioni e riti ossequienti il potere; quelle degli imam esortano i mussulmani a connettere religione e impegno civile.
Ma perché la Francia si ritrova rosicchiata da monarchie autoritarie e da regimi sostanzialmente teocratici? La risposta è per metà nella legge francese, che vieta allo Stato di finanziare le chiese. Il che è logico in un Paese che dai primi anni del secolo scorso ha fatto l’opzione laica e bandisce ogni commistione tra la gestione della cosa pubblica e la privatezza dell’anima.
L’altra metà della risposta è nella povertà delle comunità mussulmane. Campano delle elemosine dei fedeli, che però non bastano a costruire e poi a mantenere moschee di grande stazza, come quella di Angers. Sorge su un’area di 2.200 metriquadri e ha più piani, farà posto a 2.435 fedeli. Sinora ha assorbito 2,3 milioni di euro; per finirla ce ne vogliono altri 4,5, che i mussulmani di Angers non hanno. Per questo l’hanno praticamente messa all’asta, vinta da Mohammed VI del Marocco, che ha già foraggiato moschee a Strasburgo e a Mantes-la-Jolie, mentre ha in animo di replicare a Puteaux, Argenteuil, Carpentras e altrove.
La ripresa dei lavori ad Angers ha placato le ansie di molti dei settemila mussulmani locali ma ha avvampato quelle d’altri. A favore della vendita al Marocco hanno votato soltanto in 87: uno schiaffo alla buona creanza deliberativa, si lagnano gli scontenti. Ma da quando la mancanza di democrazia è un problema per i mussulmani? E, giusto per essere equanimi: da quando lo è per i francesi autoctoni, che alle elezioni governative sono andati a votare in meno della metà?
La polemica transalpina offre doveroso spunto per una comparazione con le comunità islamiche del resto d’Europa, quasi ovunque e da decenni irrorate dal fiume di denaro proveniente da Paesi arabi, a principiare da Tunisia, Turchia, Arabia e, appunto, Marocco. Cominciamo dall’Italia.
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20201002GMoschee

 

 

 

 

 

 

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