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Gian Carlo Scotuzzi
venerdì 17 gennaio 2020
Anno XLVII - Gli articoli integrali sono solitamente riservati ai sodali - Contatto - Correlato: La provincia italiana.
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ITALIA, DEMOCRAZIA DA MACERO

64 anni di golpe

Se il presidente della repubblica è pagato per far rispettare la costituzione repubblicana e se dal 1956 demerita, non sarebbe ora di abolirlo? E ha senso continuare ad affidare la sovranità del Paese a un elettorato che in 72 anni e in stragrande maggioranza non ha ancora imparato a votare?
Proponiamo un viaggio lungo i cippi che cadenzano l’imbarbarimento politico, civile ed etico di un popolo senza spina dorsale morale.

Il primo sfregio alla Costituzione risale al 1956. Siamo a dieci anni dalla proclamazione della repubblica e a otto dalle prime elezioni, vinte dalla DC contro il Fronte Popolare. Nerbo del Fronte è il PCI, il più forte partito comunista d’occidente. Modestamente finanziato dall’URSS, a fronte d’una DC fortemente foraggiata, in soldi e armi, dagli USA. Il confronto è impari, sul piano militare come su quello dei soldi come su quello della propaganda bellica ed emozionale, giacché il partito cattolico si considera espressione temporale dello Stato della Città del Vaticano, direttore di coscienza della maggioranza degl’italiani. La Chiesa controlla metà delle scuole e cospicua fetta delle banche. E ricatta le coscienze spaventate da un Aldilà da cui temono di essere escluse senza il permesso del prete. Eppure la NATO, l’alleanza anticomunista, è spaventata dalla vitalità del PCI, che affascina crescenti schiere di marginali, di non-abbienti, di lavoratori dipendenti da padronato feroce e codino, di intellettuali. Così spaventa a sua volta il governo italiano: attenzione, le cabine elettorali potrebbero rivelarsi bastioni fragili per arginare l’avanzata del PCI, urge approntare baluardi più tetragoni.
È una minaccia in malafede, perché dal Patto di Yalta la divisione dell’Europa tra Alleati e sovietici è chiara: l’Est ai rossi, l’Ovest ai bianchi. E l’Italia sta a sinistra del confine: stabilmente in campo occidentale. Mai, in nessun caso, i carrarmati rossi oserebbero invaderla, neppure su richiesta di un ipotetico governo comunista. Lo si vide chiaramente il 14 luglio 1948, quando un insano sparò tre colpi di pistola a Palmiro Togliatti, segretario del PCI. Il partito si mobilitò in poche ore, i compagni che avevano sotterrato le armi usate durante la Resistenza le recuperarono, pronti a ricaricarle per difendere il partito dall’offensiva armata di un regime che in cuor loro non avevano mai dissociato da quello vecchio. Le prime parole di Togliatti dopo l’attentato furono: fermi tutti, il regime non si tocca, non tanto perché ormai ci siamo dentro sino al collo anche noi, ma perché Mosca ci lascerebbe al nostro destino. Cioè a un destino di sconfitti, senza la copertura dei carrarmati rossi.
Ma la NATO bara e terrorizza i bravi democristiani paventando l’ineluttabilità del golpe rosso, vaticinato come esito congiunto di sollevazione interna e di aggressione esterna. Così, nel 1956, coopta i dirigenti democristiani nell’allestimento di una struttura golpista, proclamandola anti-golpista. Cioè: attrezziamoci a fare una nuova Resistenza, stavolta bianca, nel caso in cui l’URSS invadesse l’Italia. Ma l’obiettivo autentico, proclamato soltanto ai dirigenti fidatissimi, è: prepariamoci a farlo noi, il golpe, ove il PCI vincesse le elezioni. Ne deriva, inciso non marginale, che dal 1956 in poi i comunisti hanno partecipato a elezioni truccate: non hanno mai avuto alcuna possibilità di vincere, pena subire il golpe bianco diretto dagli USA.
Gladio era il nome di una rete clandestina di resistenza al nazismo, innervata dagli Alleati durante la guerra. Ma con la pace non fu mai smantellata del tutto. E adesso, nel 1956 appunto, viene riattivata alla grande. Stavolta contro i partiti comunisti. Una rete incostituzionale, clandestina, armata. In Italia ne sono padri fondatori – alle dipendenze degli USA, ovvio – capintesta della Democrazia Cristiana, nonché responsabili governativi, come Francesco Cossiga, Paolo Emilio Taviani, Aldo Moro e Gaetano Martino; nonché alti ufficiali delle forze armate come il generale Giovanni de Lorenzo ed Ettore Musco, dirigenti del SIFAR, come all’epoca si chiama il servizio segreto della Difesa. In tutto svariate migliaia di persone, tutte consapevoli di partecipare a un sodalizio finalizzato ad abbattere la Repubblica e tutti a loro volta capintesta di schiere di adepti che invece erano convinti di prepararsi a difendere la patria dall’invasione sovietica.
Ma siamo nel Paese di Pulcinella, dove rari sono coloro che sanno tenere la bocca chiusa. Così Gladio diventa, appunto, un segreto di Pulcinella. Ne sono a conoscenza persino nel PCI, dove però sono convinti di avere a che fare con una struttura eversiva antisovietica, e dunque destinata a non scattare mai, giacché i dirigenti del PCI sono consapevoli – come abbiamo visto – che Mosca non metterà mai becco militare in Italia. Del resto è difficile, per dirigenti politici accorti, non cogliere il discreto formicolare della rete golpista: i gladiatori (come vengono chiamati gli adepti di Gladio) vanno e vengono dalla loro base militare di addestramento, a Capo Marrargiu, in Sardegna; in tutta Italia, e in particolare nel Nordest, sotterrano e riforniscono contenitori di armi ed esplosivi; stringono alleanze con gruppi dell’estrema destra, spiccatamente chiassosi e chiacchieroni; affiorano, nei loro discorsi politici più veementi e sbrigliati tenuti anche in parlamento, allusioni a «soluzioni anomale» di cui deputati e senatori comunisti colgono il monito. Gladio sarà formalmente rivelata alla magistratura soltanto nel 1984 da Vincenzo Vinciguerra, terrorista di Ordine Nuovo, in carcere per la Strage di Peteano (tre carabinieri uccisi e due feriti) del 31 maggio 1972. Ma gli anni Ottanta sono quelli delle magnifiche intese governative tra DC e PCI e quest’ultimo non intende rompere l’idillio. Così tutti fingono di non sentire le dichiarazioni di Vinciguerra. Gladio balzerà ai fasti della cronaca soltanto il 24 ottobre 1990, quando Giulio Andreotti, capo del governo, fu costretto – da istanze superiori – a rivelarla alla Camera. Finiranno sul giornale i nomi di 622 gladiatori. Gli altri rimarranno segreti.
Come a farsi perdonare il tradimento di Gladio, l’anno successivo al varo di questa intrapresa golpista i legislatori varano un provvedimento encomiabile e che, come vedremo fra 37 anni, connoterà di golpista un altro passo della politica italiana. Il 30 marzo 1957 viene infatti approvato Testo Unico delle Leggi Elettorali. È tecnicamente un D.P.R., cioè un decreto del presidente della repubblica, numero 361, che all’articolo 10 recita:
«Non sono eleggibili in parlamento coloro che in proprio o in qualità di rappresentanti legali di società o di imprese private risultino vincolati con lo Stato per contratti di opere o di somministrazioni, oppure per concessioni o autorizzazioni amministrative di notevole entità economica, che importino l'obbligo di adempimenti specifici, l'osservanza di norme generali o particolari protettive del pubblico interesse, alle quali la concessione o la autorizzazione è sottoposta…».

In spicci e a maggior ragione: non sono eleggibili i titolari di concessioni pubbliche radiotelevisive. Mandatelo a memoria, perché fra 37 anni ne riparliamo.

Nel 1962 Aldo Moro si convince che un modo sicuro per ridimensionare il fronte della sinistra dominato dal PCI è sbrancarlo del PSI. Così progetta di coinvolgere progressivamente i socialisti nel governo. Una scelta che a Washington, donde arrivano le armi e i quattrini che rendono tetragono il potere democristiano, sino a oggi echeggia tradimento. Però Moro sa disinnescarla di ogni rischio eversivo e convince il presidente degli Stati Uniti, John Kennedy, ad approvare, nell’ottobre dello stesso anno, «una cauta apertura a sinistra del governo italiano».
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20200117GGolpe

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G.C. Scotuzzi G.C.S. GCS giornalista Giancarlo Scotuzzi detto Scot ilcronista giornaledibordo Giornale di bordo