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Gian Carlo Scotuzzi detto Scot
venerdì 5 marzo 2021
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STORIA CONTEMPORANEA

Quando la banana era la migliore amica dei dittatori

Come questo frutto, oggi così diffuso, ha sollecitato appetiti, talvolta concorrenti, di uomini d’affari, mercenari, spie e golpisti. E causato, nell’America Latina dei secoli XIX e XX, le più grandi sciagure alle popolazioni della regione.

di Carlos Hernández-Echevarría

 

4 marzo 2021

 

Missiva 11/21

 

CORRELATO:

MOBILITÀ

L’Europa in 12 ore

I ministri dei Trasporti stanno pianificando una nuova rete di treni notturni tra Zurigo, Parigi, Barcellona e Roma. Il trasporto ferroviario sta vivendo una rinascita?

di Bernhard Knierim

traduzione di Federica Bondioni

 


 

Toh! In Africa ci sono lavoranti semi-schiave!

di Gian Carlo Scotuzzi

La traduzione da Le Monde pubblicata ieri, Chiuse a chiave in cantina, a confezionare abiti per Zara, mi stimola questa riflessione.
Le microaziende illegali o semi-illegali di Tangeri non sono diverse da quelle disseminate in Europa: nei garage milanesi dove la mafia cinese stipa connazionali affamati e importati di straforo; o nelle lande arretrate del resto d’Italia; o della Spagna. Anzi, alle sfruttate marocchine va ancora meglio, giacché lavorano cinque giorni su sette, mentre nella grassa Lombardia, nel mafiosissimo Mezzodì italico e nelle metropoli francesi si sgobba sei giorni la settimana. Quanto alla costrizione alla macchina da cucire, i padroncini nostrani, se non chiudono le operaie a chiave, ricorrono ad altri mezzi per negar loro il diritto al cesso o alla pausa, come dimostrano i frequenti casi di donne indotte a farsela addosso per scongiurare una lavata di capo se non anche una multa. Per dire insomma che gli schiavisti africani non sono peggiori di quelli europei. Semmai, in vetta alla classifica dell’indegnità contigua alla criminalità ci sono i padroncini europei che aprono laboratori nel Sudest asiatico, dove il lavoro servile si connota di moderna schiavitù totale.
La produzione di abiti, scarpe e similari merci a basso valore aggiunto tecnologico e ad alta composizione organica del capitale (tante braccia a nolo, pochi impianti) è soltanto la fase iniziale e meno costosa di un ciclo produttivo che spesso si completa in assemblaggi complessi, implicanti investimenti cospicui, e sempre culmina in un sistema distributivo ramificato e parimenti impegnativo sul piano finanziario. Ovvio che i capitalisti decentrino l’anello debole della catena nelle plaghe socialmente sottosviluppate, affaccino esse sul Pacifico, sul Lago di Garda o sul Golfo del Tonchino. E non si capisce perché il ricorso dell’impresa capitalista a frammentarsi allo scopo di comprimere il costo del lavoro meravigli: è un fenomeno connaturato a un sistema produttivo da sempre basato sullo sfruttamento dell’uomo e sull’uomo e che da circa mezzo secolo si va esasperando nei Paesi cosiddetti avanzati. Come l’Italia, dove dagli anni Sessanta, quando iniziò a smorire il patto capitale-lavoro che, in cambio della rinuncia del Partito Comunista a perseguire il governo della mitica classe lavoratrice, l’aveva compensata con benefici economici e normativi, il decentramento produttivo è andato degenerando sino alla delocalizzazione. Oltre il 70% dei lavoratori italiani dipende da microaziende che negano quei diritti e quei compensi contrattuali che vigono esclusivamente nelle aziende grandi o statali, dove l’aristocrazia operaia e impiegatizia che perde il lavoro si permette addirittura d’incassare bustapaga per anni (la famigerata
cassa integrazione!) senza lavorare. E pazienza se, per retribuire questi nullafacenti, bisogna saccheggiare l’INPS, cioè rubare la pensione a chi se l’è già guadagnata, o smantellare la sanità pubblica, negando cure e assistenza a chi non può pagarle di tasca propria.
Dunque a che titolo, noi europei, che da mezzo secolo peggioriamo le condizioni di sussistenza delle classi sociali inferiori e medie, andiamo a fare le pulci ai padroncini di Tangeri?

 

3 marzo 2021

 

Gli articoli che seguono sono correlati al numero 10/21 di Missiva del 26 febbraio 2021.

 

MAROCCO

Chiuse a chiave in cantina, a confezionare abiti per Zara

Agli inizi di febbraio la morte di 28 persone in un laboratorio di Tangeri ha portato alla ribalta queste cantine, più o meno clandestine, dove migliaia di lavoratori, in prevalenza donne, confezionano articoli di abbigliamento.

di Ghalia Kadiri
corrispondente da Casablanca

 

2 marzo 2021

 

FRANCIA

«La chimera della perfezione trasforma gli Stati di diritto in Stati di polizia»

Innescata dalla lotta al terrorismo, la generalizzazione della sorveglianza si è accelerata per l’urgenza sanitaria e potrebbe portare a una mutazione del nostro regime politico. Una giurista lancia l’allarme.

di Mireille Delmas-Marty

traduzione di Rachele Marmetti

 

1° marzo 2021

 

STATI UNITI

Un gulag chiamato democrazia

di Eve Ottenberg

traduzione di Federica Bondioni

 

 

 

 

 

 

Arretrati