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OLIGARCHIE GLOBALI
Repubblica Internazionale Cinese s.p.a.
di Mario Leni-Tantini
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L’ELDORADO CINESE SI È TRASFORMATO IN UNA TRAPPOLA
Così la Cina divora l’Europa
Trent’anni fa gli industriali del Vecchio Continente lo consideravano un semplice subappaltatore; con loro grande disappunto, oggi il Paese di Xi Jinping li supera nella maggior parte dei settori tecnologici.
di Bastien Bonnefous, Isabelle Chaperon e Sophie Fay
traduzione di Rachele Marmetti
Il 9 febbraio l’Alto Commissariato per la strategia e la pianificazione lancia l’allarme: il «rullo compressore» cinese, afferma, sta schiacciando l’industria europea, in particolare quella francese e tedesca. Nel suo rapporto, l’ente pubblico collegato a Matignon [sede del primo ministro francese, ndt] descrive una potenza cinese che in pochi anni è riuscita a superare la maggior parte dei colossi industriali occidentali.
Pechino non è più in concorrenza, come in passato, solo con le industrie tradizionali ad alta intensità di manodopera (tessile, beni di consumo di fascia bassa, e così via): la seconda potenza economica mondiale, dopo gli Stati Uniti, s’impone ormai nei settori dell’innovazione e delle produzioni ad alto valore aggiunto come l’intelligenza artificiale, la transizione energetica e la difesa. «Tutti i settori industriali evidenziano un recupero, se non addirittura un rapido sorpasso tecnologico, anche quelli storicamente dominati dall’Europa (chimica, robotica, nucleare, macchine utensili)» spiega il rapporto, co-redatto da Thomas Grjebine, economista presso il Centro di studi prospettici e di informazioni internazionali.
In pochi decenni siamo quindi passati da “fabbricato in Cina” a “inventato in Cina”. E i marchi cinesi sono diventati nuovi standard mondiali nelle auto elettriche (BYD, Geely), ma anche negli smartphone (Huawei) o nel commercio online (Alibaba, Shein, Temu). Nella maggior parte dei settori, i divari nei costi di produzione tra il gigante asiatico e i Paesi europei sono inappellabili, «in media compresi tra il 30% e il 40%, possono superare il 60% in alcuni segmenti» precisa l’Alto Commissariato.
Impossibile competere: «Né il passaggio a una produzione di più alta gamma, né gli aumenti di produttività, né gli adeguamenti organizzativi possono compensare in modo duraturo tali divari» sottolinea ancora il rapporto. Secondo questi esperti, l’Unione Europea, legata al libero scambio, non ha altra scelta che «cambiare software» e mettere in atto, sull’esempio dell’America trumpiana, «l’equivalente di un dazio doganale generalizzato dell’ordine del 30%» sulle esportazioni cinesi, in tutti i settori. Una soluzione radicale che non trova l’unanimità tra i governi europei, anche se la maggior parte di essi, così come i protagonisti del settore industriale, condivide la preoccupazione e la diagnosi.
Come siamo arrivati a questo punto? Come siamo passati in pochi decenni da una Cina “officina del mondo”, ove i Paesi occidentali hanno delocalizzato le fabbriche per produrre a basso costo e in serie, a una Cina «minaccia sistemica» per il futuro della competitività europea, per riprendere i termini del Rapporto Draghi pubblicato a settembre 2024? I Paesi europei sono stati ingenui pensando che commerciare con la Cina sarebbe stato vantaggioso per tutti, ma soprattutto per loro? Hanno forse peccato di presunzione, certi che i cinesi non sarebbero mai riusciti a fare un salto di gamma qualitativa, dimenticando che quell’impero antico fu la culla storica delle “quattro tecniche” (la bussola, la polvere da sparo, la carta e la stampa)? Oppure sono stati complici, cedendo il loro know-how ai partner commerciali asiatici allettati da enormi guadagni di produttività e da un potenziale mercato di un miliardo di consumatori?
La questione è al centro del dibattito da molto tempo. «Fin dove arriverà la crescita qualitativa delle imprese cinesi?» si chiedevano già nel 2014 l’École des mines e l’École de Paris du Management, in occasione di un convegno, sottolineando che «la Cina ha oggi la capacità di assemblare, sviluppare e produrre in massa praticamente tutti i tipi di beni dell’economia». Già nel 2012, Arnaud Montebourg, all’epoca giovane ministro del Rilancio produttivo, nonché promotore della “demondializzazione”, denunciava «la grottesca ingenuità» degli europei nei confronti dei cinesi. Quattordici anni dopo, diventato imprenditore e paladino del Made in France, Montebourg si rammarica che «siamo diventati i vassalli industriali della Cina».
Adesione all’OMC
Una delle ragioni di questo shock sono le partnership tra gruppi stranieri e cinesi. Promosse dalla fine degli anni Settanta dal presidente Deng Xiaoping, padre del miracolo economico cinese, queste società comuni in joint-venture al 50-50, imposte da Pechino alle imprese europee e americane desiderose di accedere al suo mercato, hanno portato ai cinesi la condivisione di tecnologie, l’apertura di fabbriche in loco e la formazione del personale. Hanno anche permesso di “trarre ispirazione” dalle conoscenze straniere perché, prima di innovare, i cinesi hanno innanzitutto copiato, praticando il reverse engineering, un metodo che consiste nello smontare i prodotti per riprodurne i componenti. «Abbiamo dato loro i nostri progetti» afferma Olivier Lluansi, docente al Conservatoire national desarts et métiers, nonché ex consigliere per l’industria, dal 2012 al 2014, del presidente François Hollande.
Da circa quarant’anni, grandi gruppi siglano partnership nei settori dell’energia (EDF, Suez), dei trasporti (Alstom), dell’agroalimentare (Lesaffre, Danone), dell’automobile (Renault, Stellantis) e dell’aviazione (Airbus). Ma gli inizi non sono sempre stati facili. La prima joint-venture, creata nel 1985 da Peugeot con la società Dongfeng, nella provincia di Guangdong, per assemblare i modelli 504 e 505, deluse i cinesi, che giudicarono la tecnologia francese obsoleta, la formazione e i trasferimenti di tecnologia insufficienti. Fu sciolta agli inizi degli anni Novanta.
Il testimone fu preso nel 1992 da un’altra joint-venture tra Citroën e Dongfeng, a Wuhan, nella provincia di Hubei. In questo caso gli ingegneri cinesi deplorarono i rapporti con le vecchie volpi dell’espatrio inviati dal marchio con il logo chevron [il logo a doppia cuspide della Citroën, ndt], giudicati troppo poco attenti agli interlocutori locali. «I cinesi avevano un solo desiderio: volare con le proprie ali e fare tutto da soli. Quando venivano in Francia, erano estremamente curiosi, affascinati dalle tecnologie all’avanguardia. Volevano tutti prendere il TGV» ricorda, sotto copertura di anonimato, una ex dirigente di Stellantis, che ha lasciato il settore. Ispirandosi alle tecnologie di Alstom, Siemens, e dello Shinkansen (il sistema ferroviario ad alta velocità cinese), ora hanno treni più rapidi. Ma soprattutto hanno un gigante, la CRCC (China Railway Rolling Stock Corporation), nata dalla fusione nel 2015 di due aziende statali, e sono diventati il primo esportatore mondiale di materiale ferroviario.
L’adesione della Cina all’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) nel 2001, dopo quindici lunghi anni di negoziati con gli Stati Uniti e l’Unione Europea, è stata l’altra chiave del recupero cinese. Gli Occidentali vi hanno visto un mezzo per accedere all’eldorado cinese e far convergere l’economia di Pechino verso l’economia di mercato. Venticinque anni dopo il bilancio è crudele: la Cina ha saputo trarre vantaggio dalle regole dell’OMC per superare le potenze rivali e il rapporto di forza con l’Occidente si è invertito. Gli economisti stimano che l’adesione della Cina all’OMC sia costata circa 300 mila posti di lavoro in Francia, di cui un terzo nell’industria. Pechino non ha seguito il percorso immaginato all’epoca da Washington e Bruxelles. Oggi l’economia cinese, dopata dalle sovvenzioni, domina il mondo e l’OMC è paralizzata.
«Col senno di poi, avremmo dovuto prestare più attenzione alla regolamentazione delle sovvenzioni. Sapevamo che la Cina si sarebbe sviluppata, ma nessuno immaginava che sarebbe stato a un tale ritmo» riconosce Pascal Lamy, commissario europeo per il Commercio dal 1999 al 2004, poi direttore generale dell’OMC dal 2005 al 2013, in prima linea nei negoziati con Pechino. Se l’ex braccio destro di Jacques Delors alla Commissione europea ammette una certa leggerezza occidentale, rifiuta tuttavia che si riscriva la storia.
«Oggi non si ha difficoltà ad ammettere che l’Occidente sta perdendo terreno rispetto alla Cina, ma per molti anni l’Occidente è stato in vantaggio e ne ha tratto molti benefici. I Paesi dell’OMC, a cominciare da Stati Uniti ed Europa, hanno avuto accesso al mercato cinese per le loro industrie automobilistiche, aereonautiche, agroalimentari e così via» precisa Lamy. L’apertura al mercato cinese ha permesso, al di là degli industriali, alle economie occidentali di stroncare l’inflazione nei propri Paesi, grazie all’importazione di prodotti a basso costo che hanno stimolato il potere d’acquisto dei consumatori.
Una potenza nata dall’export
Anche Louis Gallois ha vissuto in prima linea questo periodo di grande dinamismo: ex amministratore delegato di SNCF dal 1996 al 2006, direttore di Airbus Group dal 2007 al 2012, dal 2014 al 2021 ha presieduto il Consiglio di sorveglianza di PSA [gruppo industriale cui appartenevano i marchi Peugeot, Citroën, DS, che nel 2021 si fonde con Fiat Chrysler Automobiles (FCA) in Stellantis, ndt]. «Forse abbiamo accelerato lo sviluppo della Cina in questo o quel settore grazie ai trasferimenti di tecnologia, ma se volevamo vendere, eravamo costretti a piegarci ad alcune delle loro richieste» riassume Gallois. Con il senno di poi, l’ex alto funzionario, oggi presidente del thinktank La fabrique de l’industrie (la fabbrica dell’industria), ritiene che gli americani e parte degli europei abbiano peccato di una forma di idealismo: «Erano impegnati nella “globalizzazione felice” e pensavano che la Cina sarebbe stata un partner tra gli altri, che il suo ingresso nell’OMC l’avrebbe allineata ai nostri standard di rispetto delle norme di sicurezza, salute, inquinamento e così via. Non è stato così».
Ma il risveglio cinese sarebbe avvenuto comunque, con o senza l’aiuto dei Paesi stranieri. «I cinesi lavorano, hanno talento, livelli di qualità, di costi, di tecnologia e d’innovazione assolutamente eccezionali. Il numero di ingegneri formati ogni anno in Cina è gigantesco e il potere centrale ha saputo anticipare e pianificare in modo efficace» continua Gallois.
Hervé Machenaud e Sven Forest, all’epoca rispettivamente direttore della divisione Asia-Pacifico di EDF e ingegnere presso EDF, ricordano molto bene l’arrivo in Cina del gruppo per costruire la prima centrale nucleare di DayaBay, vicino a Canton e Hong Kong. Il contratto fu firmato nel 1983, la costruzione iniziò nel 1986. Ma Machenaud, che a EDF soprannominavano il cinese, respinge ogni rimprovero di ingenuità. «In Francia, fu [il gruppo americano] Westinghouse a costruire la prima centrale del parco nucleare francese, a Fessenheim. Abbiamo imparato da loro. Costruimmo la seconda con il loro sostegno. Poi abbiamo migliorato la tecnologia e abbiamo costruito da soli le altre centrali. Andando in Cina, sapevamo che avrebbero fatto come noi, non eravamo ingenui» spiega.
I cinesi hanno imparato dai francesi, poi hanno proseguito da soli la costruzione del loro parco nucleare. Spesso mantenendo i contratti con fornitori francesi che avevano seguito EDF e creato filiali in Cina. Dopo la catastrofe di Fukushima del 2011, che ha fatto precipitare il settore in un periodo d’incertezza, la Cina è ripartita più rapidamente dell’Europa. «Se c’è stata ingenuità, è stato a Parigi, dove si è sottovalutata la capacità degli ingegneri cinesi» osserva Sven Forest, oggi in pensione.
La pianificazione da parte del Partito Comunista Cinese, non condizionata da alcun contropotere sindacale e politico, ha permesso lo sviluppo della ricerca e la nascita di numerosi gruppi, dopati da sovvenzioni pubbliche e favoriti da una politica monetaria dello yuan ultra-competitiva. Nel 2006 le imprese a capitale straniero rappresentavano il 58% delle esportazioni cinesi; nel 2024 erano solo il 22%, contro il 58% delle società a capitale cinese. Decennio dopo decennio, la Cina è diventata un mostro economico pronto a divorare il mondo. «È una potenza nata dall’export, che vive per l’esportazione, che concepisce il mondo come un’estensione naturale del mercato cinese» spiega Nicolas Dufourcq, direttore generale della Banca Pubblica d’Investimenti (Ppifrance). Dufourcq ritiene il pericolo, concreto al punto da invitare l’Unione Europea a chiudersi temporaneamente per riarmarsi industrialmente, altrimenti «lo tsunami cinese distruggerà tutte le PMI [Piccole Medie Imprese, ndt] industriali, dalla Polonia alla Bretagna».
Invertire i ruoli
Il braccio di ferro è diventato talmente sbilanciato che si levano voci affinché gli europei applichino da subito la strategia di Pechino e subordinino l’accesso al mercato europeo dei gruppi cinesi alla creazione di joint-venture locali, con trasferimento di tecnologia. «Il modello cinese, oggi basato principalmente sulle esportazioni, è destinato inevitabilmente a evolversi, in particolare nel contesto attuale. Il Paese potrebbe accelerare la propria espansione all’estero, e questo potrebbe avvenire, per esempio, attraverso joint-venture e trasferimenti di tecnologia» sostiene François Jackow, direttore generale di Air Liquide, numero due mondiale nel settore dei gas industriali.
«Dobbiamo trattarli come loro ci hanno trattati per colmare il ritardo tecnologico» rincara Dufourc. Un’intransigenza tanto più necessaria in quanto i dazi doganali americani decisi dall’amministrazione del presidente americano Donald Trump, chiudono il mercato statunitense ai prodotti cinesi, che quindi hanno un bisogno vitale di vendere al resto del pianeta, e in particolare ai 450 milioni di consumatori europei. In una nota per l’Istituto Montaigne, pubblicata a marzo 2025, lo storico e sinologo François Godement raccomanda un cambiamento di metodo: «La finestra di opportunità per gli investitori stranieri in Cina si è chiusa nell’ultimo decennio, sotto l’impatto della strategia dell’autosufficienza economica e dell’indigenizzazione delle tecnologie straniere condotta da Xi Jinping (…). Un “Deng Xiaoping al contrario” deve rovesciare i ruoli tra l’Europa e la Cina» scrive.
Lo squilibrio è tale che gli europei ammettono di voler imparare dai cinesi. Anche sulle tecnologie nucleari. È il mondo alla rovescia? «Quando gli ingegneri cinesi venivano in Francia per formarsi sul nucleare, tra loro si definivano il dream team. Abbiamo appena inviato il primo dream team d’ingegneri francesi in Cina per formarsi sulle miglior tecnologie cinesi» racconta, sotto copertura di anonimato, una persona vicina a EDF. Niente di più logico, in realtà. Quando la Cina si è convertita al nucleare, all’inizio degli anni Ottanta, la Francia era all’apice del programma di costruzione di centrali, avviato dal piano Messmer nel 1974. Tra l’inizio del cantiere dei lavori della seconda unità della centrale di Civaux (Vienne), nel 1991, e quello dell’EPR di Flamanville (Manche) nel 2007, sono trascorsi sedici anni durante i quali la Cina ha messo in servizio più di dieci reattori. Ora ne gestisce 61.
Rimanere vigili
Più in generale, i numerosi imprenditori francesi che negli ultimi mesi hanno visitato fabbriche in Cina sono tornati sbalorditi e spaventati, in particolare per i progressi nel campo della robotica. «Se in passato la Cina ha copiato molto, oggi è una forza trainante in materia di progressi tecnologici e noi abbiamo molto da imparare dai nostri partner cinesi. Air Liquide possiede un proprio Campus dell’Innovazione a Shangai, che fa parte del nostro ecosistema mondiale e favorisce l’emergere di nuove soluzioni» testimonia Jackow, che precisa: «È anche a livello operativo che vale la pena studiare, o addirittura adottare, alcune piste di miglioramento. Così, nell’ambito dell’acquisizione di un’azienda cinese di condizionamento di bombole di gas, ci siamo resi conto che era possibile realizzare importanti risparmi sui costi.»
Anche chi mantiene ancora la leadership è diffidente: «In materia di transizione energetica, le industrie cinesi sono riuscite a recuperare il ritardo. Per quanto riguarda il trattamento delle acque e il riciclaggio, l’Europa ha mantenuto il proprio vantaggio tecnologico ma bisogna rimanere molto vigili per non essere “BYDizzati» afferma Estelle Brachlianoff, direttrice generale di Veolia, «molto attenta a quello che fanno i concorrenti cinesi». Così, Everbright Environnement, partner storico di Suez, fa concorrenza alle due multinazionali francesi sui mercati asiatici, dal Vietnam all’Uzbekistan.
Dopo la crisi finanziaria del 2008, è Dongfeng, l’attuale partner cinese, ad andare in soccorso di PSA, a corto di liquidità, entrando nel suo capitale, a fianco dello Stato. Il gruppo automobilistico cinese potrebbe farlo una seconda volta, producendo in Europa in uno stabilimento di Stellantis propri modelli elettrici ed eludere così i dazi doganali. Ciò consentirebbe all’azienda franco-italo-americana di far produrre a pieno ritmo i propri stabilimenti in sovracapacità. Dall’inizio dell’anno alcuni ingegneri cinesi hanno visitato due volte gli stabilimenti di Rennes e Madrid. Parallelamente, nel 2023 Stellantis ha acquisito il 20% di una start-up cinese molto promettente, Leapmotor, di cui distribuisce le auto in Europa, con l’intenzione di utilizzare la sua tecnologia sui propri modelli elettrici. Stellantis detiene il 51% della sua filiale commerciale internazionale.
È la prova che i gruppi cinesi non sono contrari ai trasferimenti di tecnologia o alle joint-venture se ne traggono vantaggio. Accettando Stellantis nel proprio capitale, Leapmotor può avvalersi della sua rete di distribuzione per espandersi fuori dalla Cina. Ciò le consentirà di aggirare le difficoltà che alcuni costruttori asiatici incontrano quando aprono uno stabilimento in Europa e devono affrontare il labirinto di norme amministrative, indagini pubbliche, rispetto del diritto societario, nonché regole di contenuto locale. È, in un certo senso, il ritorno del grande pendolo [teoria economica che descrive l’oscillazione ciclica dell’economia tra due estremi, l’intervento statale (pianificazione) e il libero mercato (liberismo), ndt].
II
Onnipotente, dalle batterie al nucleare ai farmaci innovativi agli additivi alimentari
di Jordan Pouille
corrispondente da Pechino
La Cina non si accontenta più di assemblare iPhone o di produrre farmaci generici per il mondo intero. Sta blindando i pilastri dell’economia del futuro. Intelligenza artificiale (IA) industriale, robotica, batterie, biotecnologie, energie rinnovabili e nucleare: ovunque si sta impegnando a controllare l’insieme della catena del valore. Per affermarsi su tutti questi fronti contemporaneamente, Pechino applica una ricetta semplice ma implacabile: ricerca massiccia, sovvenzioni pubbliche mirate ai settori strategici e blocco delle materie prime chiave. Le economie avanzate, che dagli anni Novanta hanno esternalizzato la produzione, scoprono con preoccupazione la loro dipendenza dalla Cina per quasi tutte le tecnologie del futuro.
Un dominio incontrastato nel settore delle auto elettriche
Nel 2025 i marchi cinesi controllavano circa i due terzi delle vendite mondiali di veicoli elettrici. Nel 2026, mentre il mercato interno delle auto al 100% elettriche si contrae – in parte a causa della graduale fine dei sussidi all’acquisto –, le esportazioni esplodono. In un anno sono raddoppiate e hanno raggiunto le 183 mila unità nel solo mese di marzo. Cui Dongshu, segretario generale della Federazione cinese dei costruttori di automobili, prevede che tra il2026 e il 2028 le esportazioni delle auto elettriche cinesi verso l’Unione Europea registreranno un tasso di crescita medio annuo del 20%. BYD, numero sei al mondo, si è dotata di una propria flotta di navi da carico per esportare autonomamente un milione di auto all’anno.
Uno studio dell’Agenzia Internazionale per l’Energia, aggiornato a novembre 2025, indica che i costi di produzione dei veicoli elettrici in Cina permangono inferiori del 30% rispetto a quelli degli stabilimenti delle economie più avanzate. Il salario degli operai non è il principale fattore. Nelle fabbriche Nio a Hefei, XPeng a Canton o BYD a Zhengzhou quasi tutto è automatizzato. Bracci robotici sollevano e ruotano telai in acciaio che vengono gestiti da altri robot saldatori, a cui carrelli autonomi forniscono cofani, bagagliai, parabrezza e portiere. Scanner 3D verificano la minima anomalia. Una manciata di giovani operai silenziosi aggiungono le guarnizioni e gli indicatori di direzione e collegano i sensori di questi veicoli, agganciati a binari che avanzano lentamente verso l’uscita. Nel 2025 la Cina contava 229 case automobilistiche e 1,21 milioni di dipendenti addetti alla produzione. Dalle fabbriche sono uscite 34,5 milioni di auto. L’industria può anche contare sulla presenza di un ecosistema completo. A differenza dei costruttori occidentali che dipendono dai subappaltatori globali, i cinesi controllano l’intera catena del valore. Il costruttore BYD spinge questa logica all’estremo: produce autonomamente l’80% dei componenti elettronici, compresi i chip, nonché le batterie. Ha inoltre acquisito diritti minerari all’estero per garantirsi l’approvvigionamento di metalli strategici.
Il Paese conta infine un numero di stazioni di ricarica pubbliche, ovvero 4,8 milioni, superiore rispetto all’intero resto del pianeta. Il Salone Internazionale dell’Automobile di Pechino (dal 24 aprile al 3 maggio) ricorda che la Cina ha sviluppato l’intera gamma possibile di veicoli elettrici: dalla city car rudimentale a 3.000 euro, al SUV di lusso Zeekr, simile a un home-cinema su ruote, passando per le auto sportive tecnologiche Xiaomi, progettate per le corse ma zeppe di strumenti di assistenza alla guida.
Di fronte a questa immensa capacità produttiva, si è scatenata una vera e propria guerra dei prezzi, che ha ridotto a una manciata i costruttori competitivi: gli stabilimenti funzionano in media al 50% della loro capacità. Nel 2025 il margine di profitto del settore automobilistico cinese è sceso al 4,4%, il livello più basso mai registrato.
Una posizione egemonica nel settore delle batterie
La Cina controlla la parte più importante del valore di un’auto elettrica: la batteria. Il Paese assicura circa il 70% della produzione mondiale di batterie per auto elettriche, di cui il 42% da CATL. Con sede nello Fujian, questa azienda è dal 2017 il primo produttore mondiale e fornisce tutte le grandi case automobilistiche internazionali.
Per molto tempo gli aiuti pubblici per l’acquisto di auto elettriche sono stati subordinati alla presenza di batterie omologate, ovvero cinesi. Un aiuto decisivo che si aggiungeva a massicce sovvenzioni dirette attivate nel 2009, quando Pechino ha annunciato un «piano di rilancio dell’automobile» e ha puntato sull’elettrico. Questi produttori hanno beneficiato di un’aliquota fiscale ridotta e del rimborso dell’imposta sul valore aggiunto sugli acquisti di materie prime, componenti ed energia, a condizione che le batterie fossero esportate.
E il Paese non si limita a produrre le batterie, controlla anche le miniere di metalli strategici e l’industria chimica. La Cina estrae il litio e controlla circa il 70% della capacità mondiale di raffinazione. Lo stesso vale per la grafite. Per quanto riguarda il cobalto, gestisce l’estrazione da gigantesche miniere nella Repubblica Democratica del Congo, tramite diverse società. Domina anche la produzione di batterie LFP (litio-ferro-fosfato), le più robuste e le meno care. Secondo un’analisi della società di ricerca energetica Bloomberg NEF, pubblicata ad aprile, il prezzo in Cina delle celle di batteria LFP è sceso del 51% in un anno.
Segno del vantaggio della Cina in questo settore, CATL si appresta a commercializzare tra pochi mesi le sue batterie al sodio, materiale mille volte più abbondante e meno costoso da estrarre rispetto al litio. La cosiddetta batteria solida, priva di liquidi infiammabili e con un’autonomia doppia, entrerà invece in produzione di serie dal 2027. CATL sta inoltre iniziando a fornire batterie per i data center e persino per imbarcazioni elettriche, come i traghetti sul fiume Yangzi o le chiatte sul canale che collega Pechino a Hangzhou, che lungo il percorso hanno anche a disposizione stazioni CATL di ricambio delle batterie.
Campione indiscusso delle energie rinnovabili
I viaggi in treno sono un’occasione per rendersi conto dei progressi della Cina nel campo delle energie rinnovabili. Appena lasciate le metropoli, campi di pannelli solari o eolici si estendono ovunque a perdita d’occhio. Anche nei deserti dell’ovest le energie rinnovabili dominano: un’abbondante produzione di elettricità alimenta le città della parte orientale del Paese, grazie a 35 linee ad «altissima tensione», che permettono di trasportare l’elettricità per tremila chilometri.
Nel 2025 la Cina ha raggiunto un nuovo record: 430 milioni di kilowatt di energia solare ed eolica, contro 68 milioni di kilowatt degli Stati membri della UE e 7,2 milioni di kilowatt della Francia. Nel decennio 2015-2025, la capacità eolica e solare della Cina sono aumentate di oltre dieci volte, passando da circa 180 gigawatt a 1.842 gigawatt. Pechino ha realizzato ciò che nessuna altro Paese aveva mai fatto prima: trasformare l’energia rinnovabile in prodotto di consumo di massa, il cui prezzo sfida ogni concorrenza fossile o nucleare.
Nel settore solare il dominio è totale: la Cina assicura l’80% della produzione mondiale di pannelli concentrando sul proprio territorio l’intera catena di valore, dalle cave di quarzo del Sichuan all’assemblaggio delle celle fotovoltaiche in pannelli. Risultato: il costo del watt solare cinese è sceso di oltre il 60% negli anni 2024 e 2025.
La Cina ora ha iniziato la produzione su scala industriale di celle fotovoltaiche dello spessore di un capello, che rendono i pannelli completamente flessibili, ideali per adattarsi alla carlinga di un drone, alla carrozzeria di un veicolo o di un treno. Sta accelerando anche l’installazione in mare di turbine eoliche gigantesche da oltre 18 megawattora (MW) ciascuna. Con un rotore di 260 metri di diametro, una sola macchina può produrre circa 72 gigawattora l’anno, sufficienti a soddisfare i bisogni di 36 mila famiglie. Il costruttore cinese Ming Yang Smart Energy Group ha inoltre firmato accordi per l’installazione di 148 impianti da 18 MW al largo della Sicilia, che entreranno pienamente in funzione nel 2029.
Il 90% del mercato mondiale dei droni è cinese
Sul mercato cinese, il drone civile – dotato di telecamera e quattro eliche – da oggetto di nicchia è diventato strumento di uso comune da usare per i social network. Ci si riprende durante un’escursione e poi si pubblica il video sulla piattaforma preferita. In questo settore l’egemonia cinese è totale. La società DJI controlla oltre il 73% del mercato interno e addirittura il 90% di quello mondiale, secondo i dati di marzo dell’agenzia Daxue Consulting. Il valore delle esportazioni cinesi di droni civili è aumentatonel 2025 del 45%, secondo l’agenzia Tendata.
Questo settore industriale ha applicato ricette ben collaudate: costruzione di un ecosistema completo, grazie al massiccio sostegno dello Stato, che tra l’altro ha fatto dell’“economia di bassa quota” – i trasporti terrestri che volano al di sotto dei tremila metri – una priorità del suo nuovo piano quinquennale; rapida conquista dei mercati grazie a prezzi molto competitivi; e innovazione continua. Alla fine del 2025, DJI aveva depositato oltre 12 mila brevetti, di cui 7.300 in Cina.
Oggi, soprattutto grazie a DJI, la Cina monopolizza l’intero mercato dei droni civili, dalle applicazioni industriali – rilevamenti topografici, sorveglianza – agli usi agricoli. In Cina ci sono 300 mila droni agricoli operativi. Garantiscono la concimazione dei campi a costi ridotti, trasportano carichi o distribuiscono mangime negli allevamenti ittici. I droni-taxi non sono più prototipi e aziende come EHang hanno ottenuto le certificazioni necessarie per effettuare da quest’anno voli a pagamento con passeggeri. La Cina sta infine testando droni-cargo per il trasporto merci, in grado di portare fino a una tonnellata di carico.
Nel settore del nucleare civile la Cina esporta un’offerta chiavi in mano
La Cina costruisce più centrali nucleari di tutto il resto del mondo. Attualmente sul suo territorio sono aperti 36 cantieri di reattori. Pechino impone il suo modello industriale: costruzione rapida e costi controllati, frutto di un’integrazione verticale che l’Occidente ha perso. Anche in questo settore controlla l’intera catena del valore, dalla forgiatura dei giganteschi serbatoi da 500 tonnellate a Qiqihar, nell’Heilongjiang, al controllo delle miniere di uranio in Namibia e in Kazakistan.
L’Hualong One, il suo reattore di terza generazione, presentato da Pechino come strumento di indipendenza energetica “chiavi in mano”, inizia a essere esportato. Nella formula che propone, la Cina garantisce l’approvvigionamento in uranio arricchito e la raccolta delle scorie radioattive per tutta la vita del reattore, fino allo smantellamento. Hualong One è già operativo in Pakistan.
L’Argentina, con il progetto Atucha III, e l’Egitto sono in trattative per la fornitura del reattore, che la Cina è in grado di installare in cinque/sette anni, proponendo nel contempo offerte di finanziamento fino all’85% dell’investimento.
Pechino ha anche anticipato il cambiamento climatico e il rischio di prosciugamento dei fiumi installando quasi tutti i nuovi reattori sul litorale per l’acqua di mare per il raffreddamento. La Repubblica Popolare è anche all’avanguardia con il Linglong One, il primissimo mini-reattore al mondo (Small modular reactors o SMR), pronto per fornire energia a un’isola, a un grosso complesso industriale o per il riscaldamento urbano.
Un fulmineo progresso nel settore farmaceutico
La Cina non è più un semplice produttore di farmaci generici. Contro il tetano, per esempio, nel 2025 ha introdotto il Sintetol, un anticorpo monoclonale ricombinante, che non dipende più dal plasma sanguigno e quindi dai donatori. Per tre anni la start-up Zhuhai Trinomab, che lo ha sviluppato, è stata sostenuta da prestiti pubblici e ha usufruito di locali gratuiti.
In Cina ci sono attualmente in fase di sviluppo 4.751 farmaci, pari al 33,7% dei potenziali trattamenti a livello mondiale, contro l’8% del 2018. Nel 2025 sono stati immessi sul mercato interno 76 farmaci innovativi – con un aumento del 58% in un anno – e sono state approvate 120 nuove molecole. Le Big Pharma occidentali ripongono fiducia nell’innovazione cinese: il valore totale degli accordi di licenza con l’estero è quasi triplicato negli ultimi due anni, passando da 44,4 miliardi di euro nel 2024 a 117 miliardi di euro nel 2025. E nel primo trimestre di quest’anno sono stati superati i 51,2 miliardi di euro.
Le terapie all’avanguardia cinesi riguardano l’oncologia, con pillole che colpiscono esclusivamente le cellule tumorali degli organi malati, come i polmoni (il farmaco Ameile) o le ovaie (l’Enzeshu), ad esempio. Oggi centinaia di scienziati cinesi formati negli Stati Uniti o in Europa rientrano in patria, attratti dai massicci finanziamenti – il programma specifico di ricerca di nuovi trattamenti importanti – e allettati da un’amministrazione che accelera le autorizzazioni. Nel 2025 l’intervallo tra l’approvazione di un farmaco innovativo e la sua prima prescrizione è stato, nel caso del Sintetol, di soli 29 giorni.
L’innovazione cinese nel settore farmaceutico amplia inoltre l’accesso alle cure: prima dell’arrivo del Chidamideha, un antitumorale per via orale, i pazienti cinesi colpiti dal linfoma T dovevano ricorrere a un trattamento importato da tremila euro al mese, rimborsati in diversa misura secondo la copertura del paziente. A parità di efficacia, il Chidamideha fatto scendere il costo a dieci euro al mese.
L’agroindustria dipende dagli additivi alimentari cinesi
Poiché la Cina ha investito massicciamente nella fermentazione industriale, ha trasformato materie prime agricole, come mais e soia, in ingredienti chimici complessi a prezzi stracciati. E le industrie alimentari mondiali sono ormai totalmente dipendenti dai suoi stabilimenti. Gli aminoacidi come la lisina e la treonina, necessari agli allevamenti che mirano alla crescita accelerata del bestiame, provengono dal 65% all’80% dalla Repubblica Popolare. Circa il 90% delle vitamine aggiunte al latte, ai cereali e ai succhi di frutta in tutto il mondo proviene dalla Cina: il 100% della vitamina B7, il 98% della vitamina C, l’80% dell’acido citrico presente come conservante in tutti i piatti pronti. Tutti i sostituti dello zucchero, come la stevia o l’aspartame, provengono dalla Cina.
La dipendenza dagli ingredienti cinesi si estende anche agli acidi grassi polinsaturi a catena lunga, indispensabili per lo sviluppo del neonato. Tra questi, l’acido arachidonico, un omega-6 indispensabile per la costituzione delle membrane cellulari e lo sviluppo cerebrale dei bambini, che si trova in tutti i latti infantili. Il 90% della produzione mondiale è cinese.
Questo mercato utilizza ingredienti di estrema purezza che solo pochi giganteschi impianti di fermentazione, concentrati in Cina, possono produrre a costi competitivi. Molti di essi si trovano nella “Città dei fermenti”, a Weinan, città industriale circondata da pianure cerealicole, nello Shaanxi. Se un giorno la Cina dovesse ridurre le sue esportazioni di additivi, l’intera catena di produzione agroalimentare mondiale ne risulterebbe compromessa, sia in termini di prezzi sia di disponibilità dei prodotti di base.
Ricorso massiccio all’intelligenza artificiale
Gli Stati Uniti mantengono il vantaggio nei semiconduttori di punta e nelle capacità di calcolo estremo. Pechino, in risposta, scommette sulla rapida integrazione industriale, con l’ambizione di rendere i propri modelli lo standard mondiale dell’IA industriale. Secondo le autorità cinesi, nel 2025 già il 30% delle aziende manufatturiere del Paese aveva implementato tecnologie di IA per pianificare e adeguare la propria produzione in tempo reale.
Laddove i giganti americani (OpenAI, Google) mettono sottochiave i loro modelli e fatturano a caro prezzo agli sviluppatorii propri token o i crediti di utilizzo, la Cina ha scommesso sull’open source e sui prezzi stracciati. Così i modelli Qwen (Alibaba) o Ernie Bot (Baidu) sono massicciamente integrati nelle catene di produzione, la logistica e l’e-commerce per automatizzare milioni di milioni di micro-attività a costi irrisori. Kimi (Moonshot AI) analizza istantaneamente migliaia di documenti complessi a un costo minimo. I modelli occidentali invece si saturano, nonostante il costo da 4 a 20 volte superiore. Doubao (ByteDance) genera contenuti video all’infinito, per non parlare di DeepSeek, che rivaleggia con ChatGPT.
Secondo la piattaforma OpenRouter, i sei modelli di IA più utilizzati dagli sviluppatori nella prima settimana di aprile erano cinesi. Il Paese sta vincendo la battaglia dell’adozione a livello di massa offrendo un’infrastruttura completa a 515 milioni di cinesi, già utenti abituali dell’IA generativa. A tal punto che la Cina comincia a mettere un freno all’uso dell’IA per i più piccoli. A partire da luglio, gli assistenti IA per minori, integrati in peluche o in robot, non dovranno più fungere da confidenti o amici virtuali, ma limitarsi a compiti educativi.
Questa diffusione generalizzata ricorda quelle delle “super-app” cinesi. Nel Paese si apre l’applicazione di pagamento come si tirerebbe fuori una moneta dal portafoglio. WeChat (1,418 miliardi di utenti attivi mensili nel mondo al 31 dicembre 2025) è al tempo stesso servizio di messaggistica, social network, mezzo di pagamento mobile, piattaforma per la spesa nonché strumento per prenotare visite mediche, con la possibilità, in particolare, di consultare 130 mila medici online o di accedere ai risultati delle proprie analisi. Alipay (1,4 miliardi di utenti) è un altro strumento di pagamento mobile, piattaforma per la spesa e così via. Ogni esigenza quotidiana – pagare, ordinare, prenotare, comunicare – viene soddisfatta senza mai uscire da una o dall’altra applicazione. Secondo il rapporto della Banca Popolare cinese per il 2025, le transazioni tramite pagamento mobile “non bancario” hanno così raggiunto i 337.800 miliardi di yuan (42.230 miliardi di euro).
La più grande rete di treni ad alta velocità costruita in meno di vent’anni
Tutto è cominciato nel 2008, in occasione delle Olimpiadi di Pechino, con un collegamento tra Pechino e Tianjin, a 120 chilometri di distanza. Diciotto anni dopo la Cina possiede la più grande rete di treni ad alta velocità del mondo: 50.400 chilometri di binari al 4 gennaio 2026, che rappresentano più della somma delle reti di tutti gli altri Paesi e il 70% del totale mondiale. Entro il 2030 sono previsti in totale circa 60 mila chilometri.
Il ritmo di costruzione non ha eguali: solo nel 2025 il Paese si è dotato di 2.862 chilometri di nuove linee ad alta velocità. Tra il 2021 e il 2025, ovvero durante il quattordicesimo piano quinquennale, la rete è cresciuta del 33%. Attualmente copre il 97% delle città cinesi con più di 500 mila abitanti. La sua estensione si riflette nel numero di passeggeri trasportati. Nel 2025, secondo China State Railway, sono stati effettuati 4,26 miliardi di viaggi in treni ad alta velocità. Ogni giorno in Cina circolano oltre 20 mila treni ad alta velocità che trasportano 16 milioni di passeggeri.
Questo primato va di pari passo con il miglioramento della tecnologia. Il 20 ottobre 2025, l’ultimo modello di treno ad alta velocità, il CR450, durante i test ha battuto il record di 453 chilometri all’ora. La velocità massima consentita per i treni in servizio è di 350 chilometri orari. La carrozzeria del CR450 è in fibra di carbonio e lega di magnesio, le traverse sono in alluminio: in questo modo si riduce la massa del 10%, si migliora la resistenza all’aria del 22% e si riduce il consumo di energia del 20%. Sistema di trazione a magneti permanenti, assi, ruote e telai, batterie di riserva alleggerite, sensori intelligenti… il CR450 non utilizza più Siemens o Alstom per le forniture critiche. Tutti questi importanti componenti sono progettati e fabbricati in Cina.
La prima linea ad alta velocità cinese in Europa, che collega Budapest a Belgrado, è stata inaugurata a ottobre 2025. Un’altra linea è prevista in Marocco, tra Kenitra e Marrakech, in vista dei mondiali di calcio del 2030, tunnel e ponti inclusi. La Cina vuole anche costruire entro il 2028 una linea ad alta velocità per collegare Bangkok a Vientiane, la capitale del Laos: i lavori sono già a metà.
Una densità robotica senza eguali
Nel 2016 il colosso cinese degli elettrodomestici Midea ha acquistato il produttore tedesco di robot industriali Kuka, per circa 4,5 miliardi di euro. L’operazione aveva suscitato timori in Germania per la possibile perdita del proprio know-how tecnologico. Dieci anni dopo la Cina si è affermata come epicentro mondiale dell’automazione. È il primo mercato di robot industriali al mondo, con un parco operativo che nel 2025 ha superato la soglia dei due milioni di unità, conquistando da sola il 54% delle nuove installazioni mondiali.
La densità robotica illustra questo avanzamento: 567 macchine ogni 10 mila operai, superando così ampiamente la Germania (449) e la Francia (195). A inizio 2026 il ministero dell’Industria e delle Tecnologie Informatiche stimava a 30 mila il numero di fabbriche completamente automatizzate.
Questa supremazia tecnologica trova un nuovo riscontro nel fenomeno OpenClaw. Questo software open source di agente IA, che ha conquistato il Paese in pochi mesi, funge da collegamento ideale tra robotica e industria, trasforma le macchine digitali in operatori autonomi in grado di pianificare e migliorare nei propri compiti.
Per quanto riguarda i robot umanoidi, le cui prodezze sono state esibite durante lo spettacolo televisivo del Capodanno cinese, la Cina è passata in due anni dalla fase di prototipo alla commercializzazione di massa – circa 12 mila unità nel 2025 e una previsione di 100-200 mila unità nel 2026, a seconda delle fonti – orchestrata dal suo fiore all’occhiello UnitreeRobotics. Il Paese domina la produzione di motori, sensori e attuatori, nonché di batterie, grazie alla sua esperienza nel settore dei veicoli elettrici.
(continua – prime due puntate di 4)
5 maggio 2026
I Codici di Brenno
di Mario Leni-Tantini
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DA RÉSEAU VOLTAIRE ODIERNO
Il contributo dell’Iran al diritto internazionale
di Thierry Meyssan
traduzione di Rachele Marmetti
L’attuale guerra è stata l’occasione per gli Stati membri delle Nazioni Unite di constatare che l’Onu in moltissime occasioni, dalla sua fondazione, ha violato il diritto internazionale; e di ricordarsi che un attacco come quello di Israele e Stati Uniti contro l’Iran è, secondo il diritto internazionale, un’«aggressione». Inoltre, 193 Stati, tra cui Stati Uniti e Israele, hanno riconosciuto il diritto dello Stato aggredito di considerare co-aggressori anche tutti gli Stati che ospitano basi militari degli aggressori.
Sebbene le notizie sulla guerra contro l’Iran e i conseguenti aumenti dei prezzi ci preoccupino, noi occidentali non percepiamo affatto la sua conseguenza più importante: basandosi su uno dei testi basilari del diritto internazionale, la Repubblica Islamica d’Iran c’impone una rilettura dei nostri stessi impegni.
Un’aggressione illegale di Israele e Stati Uniti
È evidente che Israele e Stati Uniti non avevano alcun diritto di attaccare l’Iran il 28 febbraio 2026. Ma siamo in pochi ad affermarlo pubblicamente. Soprattutto in Occidente, dove si è soliti non prendere posizione. Quindi rari sono coloro che osano riconoscere che Israele e Stati Uniti si stanno comportando da barbari.
Il diritto internazionale non è un Codice paragonabile a quello penale, è una serie di impegni che gli Stati che li hanno assunti devono rispettare: non ci si può comportare da barbari; non si deve ricorrere alla propaganda di guerra; si deve rinunciare alla colonizzazione e riconoscere il diritto dei popoli all’autodeterminazione; non si devono minacciare altri Stati; non si devono aggredire i propri vicini o rendersi complici di aggressioni.
L’ambasciatore Michael G. Waltz, rappresentante permanente degli Stati Uniti presso l’Onu, soltanto il 10 marzo [a 10 giorni dall’aggressione! Ndt] ha dichiarato che la guerra in corso ha lo scopo di «proteggere le forze armate statunitensi presenti nella regione, garantire la libera circolazione del commercio marittimo nello Stretto di Hormuz e proteggere alleati e partner degli Stati Uniti dall’Iran e dai suoi mandatari». Si noti che la giustificazione di Waltz non riguarda lo scoppio della guerra, ma solo il suo proseguimento.
Lo stesso giorno Gideon Sa’ar, ministro degli Esteri israeliano, in una lettera indirizzata al Consiglio di Sicurezza spiegava che l’attuale guerra, denominata Leone Ruggente, è il secondo round dell’Operazione Leone Nascente ed è giustificata dalla risposta dell’Iran ai primi bombardamenti israeliani. E, per provare che Teheran vuole da tempo annientare l’intera popolazione ebraica israeliana, Sa’ar citava gli slogan delle manifestazioni iraniane: «Morte a Israele! Morte agli Stati Uniti!». Iltesto proseguiva nell’intento di dimostrare che l’Iran si prepara a fabbricare la bomba atomica e missili balistici, per cuiTel Aviv ha dovuto agire prima che fosse troppo tardi. La lettera si concludeva con un omaggio al «coraggioso popolo iraniano che ha cercato di liberarsi dal giogo tirannico [del regime]» [2].
In questo modo Israele ha usato la sua solita tecnica di riprendere la narrazione partendo dal momento che gli conviene, passando sotto silenzio gli antecedenti: il bombardamento della residenza dell’ambasciatore iraniano a Beirut del 1° aprile 2024 e la risposta iraniana del 1° ottobre; poi l’attacco “preventivo” israeliano del 13 giugno 2025 e la successiva replica iraniana. Ebbene, queste operazioni sono, ai sensi della Carta delle Nazioni Unite, aggressioni.
Interpretare lo slogan «Morte a Israele!» come volontà di annientare la popolazione di questo Stato è errato. Teheran intende porre fine allo Stato-canaglia di Israele, autoproclamato il 14 maggio 1948, che non riconosce. Ciò non implica che voglia ucciderne la popolazione, che anzi rispetta. Teheran continua a rimanere fedele al piano di divisione della Palestina adottato dalle Nazioni Unite il 29 novembre 1947. È Tel Aviv che invece lo respinge; il 17 settembre 1948 uccise il mediatore delle Nazioni Unite, lo svedese Folke Bernadotte, recatosi in Israele per studiare i confini delle zone da attribuire rispettivamente agli ebrei e agli arabi.
Quanto all’accusa all’Iran di portare avanti ricerche in materia nucleare militare è un leitmotiv che Benjamin Netanyahu ripete da trent’anni. Eppure non è mai stata provata, nonostante numerosi tentativi, compreso il furto degli archivi nucleari di Teheran.
Al contrario, gli ayatollah Ruhollah Khomeini e Ali Khamenei hanno emesso fatwa che vietano il ricorso ad armi di distruzione di massa, comprese quelle nucleari. Ma, soprattutto, le delegazioni cinese e russa ai colloqui di Losanna e di Vienna (2013-2015) hanno attestato che l’Iran ha effettivamente cessato ogni ricerca nucleare militare nel 1988 e non l’ha mai ripresa. La Russia, che sino al mese scorso conduceva un programma nucleare civile in Iran, ha pieno titolo per affermarlo. Persino l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), pur non avendo accesso a tutti i siti nucleari iraniani, non ha mai trovato traccia di ricerche a fini militari.
Tuttavia, il fatto che la guerra di Israele e Stati Uniti sia illegale non esclude lo sia anche la risposta iraniana.
La Risoluzione 2817 del Consiglio di Sicurezza dell’11 marzo 2026
Finora tutti abbiamo dato per scontato il diritto di uno Stato aggredito di difendersi dall’aggressore.
Su iniziativa del Bahrein, l’11 marzo 2026 il Consiglio di Sicurezza ha adottato la Risoluzione 2817 che, in violazione del diritto internazionale, condanna la risposta iraniana [3]. Solo le delegazioni russa e cinese si sono rifiutate di approvarla. Il rappresentante permanente all’Onu della Russia, Vassili Nebenzia, ha infatti ricordato che «le autorità di Teheran hanno ribadito più volte che le reazioni iraniane non miravano ai Paesi della regione, ma alle installazioni e alle infrastrutture militari statunitensi situate sul loro territorio, che costituiscono obiettivi legittimi alla luce del diritto alla legittima difesa dell’Iran, conformemente all’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite». Nebenzia ha citato il quartier generale della V Flotta in Bahrein, la base aerea Prince Sultan in Arabia Saudita, la base aerea di Dhafra negli Emirati Arabi Uniti, nonché quelle del Kuwait, della Giordania e dell’Iraq.
Intanto il conflitto si è esteso: oggi coinvolge anche Regno Unito, Cipro, Bulgaria, Romania e Australia.
La Risoluzione 2817 non solo è sbilanciata, giacché non menziona l’aggressione all’Iran, ma solo la risposta iraniana senza collocarla nel giusto contesto; ma viola il diritto internazionale che è suo dovere far rispettare; e ignora il diritto di legittima difesa dell’Iran.
Cina e Russia avevano proposto una risoluzione alternativa (S/2026/159), estremamente sobria, che si limitava a esortare i belligeranti a cessare le operazioni militari e condannava «gli attacchi contro i civili e le infrastrutture civili».
Questo è il punto debole: l’Iran, come ogni Stato in guerra, ha colpito nel Golfo involontariamente civili e infrastrutture civili. Ebbene, il diritto internazionale, sin dalla sua creazione nel 1899, proibisce di attaccare infrastrutture civili senza una ragione militare. L’Iran ha, per esempio, distrutto impianti di desalinizzazione indispensabili alla vita quotidiana della popolazione civile, senza spiegare in che modo ciò fosse utile al suo obiettivo militare.
La Risoluzione 3314 (XXIX) dell’Assemblea Generale del 14 dicembre 1974
Secondo la procedura del Consiglio di Sicurezza, l’Iran, semplice Stato membro dell’Assemblea Generale, ha avuto la parola solo dopo la votazione dei quindici membri del Consiglio. Al momento della votazione, Cina e Russia hanno condannato l’aggressione illegale di Israele e Stati Uniti, senza però citare la Risoluzione 3314 (XXIX), che loro stesse non ricordavano. Questa Risoluzione stabilisce espressamente, all’articolo 3, lettera f, che «il fatto che uno Stato permetta che il proprio territorio, messo a disposizione di un altro Stato, venga utilizzato da quest’ultimo per perpetrare un atto di aggressione contro uno Stato terzo» costituisce anch’esso un atto di aggressione [4]. Questa risoluzione è uno dei testi più importanti del diritto internazionale: definisce che cos’è l’«aggressione» che tutti gli Stati membri dell’Onu, firmando la Carta dell’Organizzazione, si sono impegnati a non commettere mai.
La Risoluzione è stata approvata all’unanimità da tutti gli Stati membri dell’Assemblea generale, senza votazione. È quindi indiscutibile.
È probabile che i membri del Consiglio non abbiano sentito la citazione della Risoluzione 3314 dell’ambasciatore iraniano, Amir Saeid Iravani, che l’ha definita vincolante per tutti (Jus cogens). In seguito lo ha ribadito in una lunga serie di lettere ove giustifica l’attacco ai Paesi del Golfo e alla Giordania.
Per diverse settimane gli Stati del Golfo e la Giordania si sono intestarditi ad affermare che, avendo loro stessi chiesto agli Stati Uniti di installare basi militari sul proprio territorio per essere protetti, l’Iran non ha alcun diritto di attaccarli. La questione veniva approfondita attraverso un nutrito scambio di lettere finché gli Stati del Golfo e la Giordania si sono resi conto di essere in trappola: attaccando l’Iran, il loro “protettore” li aveva trasformati in bersagli. Hanno quindi abbandonato il riferimento alla Risoluzione 2817 del Consiglio e si sono prodigati per assicurare all’Iran che non vogliono essere complici dell’aggressione.
Hanno però sottolineato che la Risoluzione 3314 (XXIX) non autorizzava l’Iran a prendersela con i civili; il principio basilare del diritto internazionale è: «non comportarsi come barbari». Teheran ha immediatamente smesso di prendere di mira impianti di desalinizzazione, continuando a bombardare le basi militari statunitensi. Poiché gli Stati del Golfo insistevano a pretendere il risarcimento dei danni subiti, l’Iran ha alzato la posta: accusandoli di complicità con l’aggressore, ha a sua volta chiesto loro un risarcimento, come già a Israele e Stati Uniti.
La Convenzione sui Diritti del Mare del 10 dicembre 1982
Un altro tema di diritto internazionale che questa guerra ci costringe a ripensare è quello degli stretti. Esiste il diritto di impedire il passaggio attraverso uno stretto o di riscuotere un pedaggio?
La Convenzione sui Diritti del Mare stabilisce che nessuno può vietare il «passaggio inoffensivo» delle navi nelle acque dei propri stretti; anche se non qui specificato, la disposizione non si applica in tempo di guerra. La Convenzione non dice nulla su eventuali pedaggi.
Come già il Consiglio di Sicurezza, anche un’agenzia delle Nazioni Unite, cioè l’Organizzazione Marittima Internazionale, il 19 marzo 2026 ha adottato, per iniziativa degli Emirati Arabi Uniti, una risoluzione che viola il diritto internazionale [5]. Essa esige che «l’Iran si astenga immediatamente, in conformità con il diritto internazionale, da ogni azione o minaccia volta a chiudere, ostruire o ostacolare in qualsiasi modo la navigazione internazionale nello Stretto di Hormuz o contro le navi mercantili o commerciali nello Stretto di Hormuz o nei suoi dintorni».
Questa dichiarazione è stata adottata mediante un espediente procedurale che ha permesso di derogare al diritto generale e di non rispettare il preavviso di un mese necessario per qualsiasi riunione degli organismi ONU [6]. Era stata presentata da 115 Stati membri su 176.
Le acque dello Stretto di Hormuz non sono internazionali. Sono acque territoriali dell’Oman e dell’Iran, nonché, per una piccola area all’imboccatura del Golfo Persico, degli Emirati Arabi Uniti. È una situazione analoga a quella del Passo di Calais, detto anche Stretto di Dover, nel Canale della Manica. Qui non ci sono acque internazionali, ma solo acque territoriali francesi e britanniche. In occasione del naufragio della petroliera Amoco Cadiz, nel 1974, 60 mila tonnellate di petrolio greggio si riversarono su 375 chilometri di costa. La Francia e il Regno Unito non avrebbero potuto vietare il passaggio alle petroliere, ma avrebbero potuto esigere un pedaggio per finanziare la bonifica delle coste. Non l’hanno fatto e la Francia si è accollata da sola i costi della catastrofe. L’Oman e l’Iran, e forse gli Emirati, potrebbero oggi istituire un diritto di passaggio nello Stretto di Hormuz per far fronte ai costi di una possibile catastrofe di questo tipo. Nessuno potrebbe opporvisi.
In questo periodo l’Iran ha bloccato il passaggio delle navi legate agli aggressori: atto compatibile, in tempo di guerra, con la Convenzione sui Diritti del Mare. A loro volta gli Stati Uniti hanno bloccato quasi completamente lo Stretto: un atto di guerra nei confronti dell’Iran e un ostacolo alla libera circolazione delle navi straniere. Infine l’Iran ha stabilito un diritto di passaggio, che può arrivare a due milioni di dollari per il transito di 250 mila tonnellate di petrolio greggio. Questo pedaggio non può essere imposto in tempo di pace, ma nessuno può contestarlo in tempo di guerra, in riparazione delle distruzioni inflitte all’Iran.
Contrariamente a quanto è stato affermato, l’Iran non ha mai bloccato lo Stretto di Hormuz alla navigazione internazionale, ma solo agli Stati che gli muovono guerra [7]. Ha invece denunciato il blocco attuato dagli Stati Uniti in violazione del diritto alla libera circolazione sui mari [8].
[1] « Justification de la guerre états-unienne contre l’Iran », par Michael G. Waltz, Réseau Voltaire, 10 mars 2026.
[2] « Justification de la guerre sraélienne contre l’Iran », par Gideon Sa’ar, Réseau Voltaire, 10 mars 2026.
[3] « Résolution 2817 du Conseil de sécurité condamnant la riposte iranienne », Réseau Voltaire, 11 mars 2026.
[4] « Définition de l’agression », Réseau Voltaire, 14 décembre 1974.
[5] « Déclaration du Conseil de l’OMI sur le détroit d’Ormuz », Réseau Voltaire, 19 mars 2026.
[6] « Action des Émirats arabes unis auprès de l’Organisation maritime internationale (OMI) », par Mohamed Abushahab, Réseau Voltaire, 28 mars 2026. « L’Iran conteste la "Déclaration" de l’OMI », par Amir Saeid Iravani ,Réseau Voltaire, 9 avril 2026.
[7] « Position de l’Iran sur la circulationdans le détroit d’Ormuz », Réseau Voltaire, 22 mars 2026.
[8] « Plainte de l’Iran contre le blocus états-unien du détroit d’Ormuz », par Amir Saeid Iravani , Réseau Voltaire, 13 avril 2026.
26 aprile 2026
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correlato:
DA LE MONDE DATATO 27 APRILE 2026
Fine della scrittura, fine del pensiero?
di Philippe Bernard
traduzione di Rachele Marmetti
Questa rubrica non fa eccezione alla regola: scrivere non è solo un modo di comunicare, è anche un potente strumento per mettere ordine nelle proprie idee, organizzare il pensiero e dominare la complessità. «Scrivo perché non so cosa penso finché non leggo ciò che dico» ha sintetizzato la scrittrice americana Flannery O’Connor (1925-1964). Questo vale anche per il tema di questo articolo: la progressiva scomparsa della scrittura, almeno nella sua forma classica manuale, e l’irruzione, al tempo stesso storica e problematica, dell’intelligenza artificiale (IA) nel processo di redazione.
Il dato è ineludibile: i francesi, che nel 2008 spedivano 45 lettere l’anno, nel 2020 ne inviavano solo cinque e, secondo un sondaggio del 2023, il 78% dichiarava di scrivere a mano meno spesso di dieci anni addietro. La voce sta soppiantando ogni giorno un po’ più la scrittura. I messaggi audio (sette miliardi inviati ogni giorno tramite WhatsApp, secondo Meta) stanno sostituendo gli SMS; i memo vocali stanno detronizzando i promemoria; i tutorial stanno sostituendo le istruzioni per l’uso; le versioni audio degli articoli di giornale e i podcast sono sempre più popolari.
L’eclissi degli scritti formali e il parallelo successo dei messaggi immediati, talvolta dettati, delle chat con i servizi clienti nonché dei post sui social network sollevano la questione delle conseguenze sulle nostre riflessioni e sulla nostra comprensione del mondo. «Il nostro modo di scrivere plasma il nostro modo di pensare» osserva sul New Yorker lo scrittore americano Hua Hsu. Ma molti studenti oggi non sono in grado di leggere un romanzo per intero o di scrivere un tema in modo autonomo.
Docente universitario, Hua Hsu analizza i modi in cui gli studenti utilizzano l’IA per fare i compiti e le reazioni degli insegnanti, dai vani tentativi di bandirla a quelli di integrarla nella didattica, passando per i modi di aggirarla: compiti scritti in classe invece che a casa, esami orali, esercizi di contestualizzazione e di commento. L’autore constata che alcuni studenti diventano fortemente dipendenti dall’IA e «quasi dimenticano di essere in grado di pensare».
Per l’insegnante è difficile stabilire quando uno scritto «non è più un esercizio originale del pensiero». Hua Hsu pone una domanda fondamentale: «In che modo l’uso prolungato dell’IA trasformerà il nostro modo di apprendere e di pensare?» In altre parole, se scrivere ci permette di organizzare le idee, come comprenderemo il mondo se lasciamo che sia l’IA a scrivere al posto nostro?
La risposta del MIT Media Lab di Cambridge (Massachusetts), esito di una ricerca del 2025, alimenta la preoccupazione. Ai partecipanti è stato chiesto di produrre dei saggi ricorrendo o meno a ChatGPT, e poi di ricordare ciò che avevano scritto. Negli studenti che hanno usato ChatGPT si è riscontrata una notevole diminuzione dell’attività delle zone del cervello collegate all’attenzione, alla pianificazione e alla memoria. Con la dovuta cautela, data la dimensione del campione (54 studenti e post-dottorandi dai 18 al 39 anni), i ricercatori osservano che i risultati «sollevano preoccupazioni riguardo alle conseguenze educative a lungo termine di una dipendenza» dall’IA.
Secondo un sondaggio Ipsos di febbraio 2026, il 94% degli studenti francesi ha utilizzato l’IA, il 34% ammette di ricorrervi per «generare una parte di un compito» e quasi uno su due lo fa anche se è vietato. Questa pratica è, tuttavia, lungi dal porre solo un problema di imbroglio e di plagio. Bisogna capire se l’IA è una minaccia per le capacità di scrittura degli studenti, per il valore del processo di scrittura e per la sua importanza come veicolo del pensiero, afferma la linguista americana Naomi S. Baron in un articolo pubblicato sul sito The Conversation. «Se (…) demandiamo all’IA il compito di scrivere al posto nostro, riduciamo le nostre possibilità di riflettere con la nostra testa» sostiene la linguista. Necessaria per ogni riflessione critica, la capacità di attenzione, già avidamente catturata e monetizzata dai social network, rischia di essere ulteriormente erosa.
In un saggio molto argomentato intitolato Le temps de l’obsolescence humaine (Grasset, 2026), Bruno Patino, presidente di Arte France, invita a evitare la nuova catastrofe – che seguirà il dominio dei social network – che consiste nell’accettare che l’intero nostro rapporto con il mondo passi attraverso l’intermediazione di un’IA mercificata. Un’evoluzione che, sovrapponendo uomo e macchina, modificherebbe la natura dell’essere umano. Patino paragona la «detronizzazione [in corso] del libro» da parte dello schermo, alla sostituzione, descritta da Victor Hugo in Notre-Dame de Paris, del libro stampato alle pietre nelle cattedrali, in origine concepite per trasmettere al maggior numero di persone «il dogma, il codice, il rituale, la storia». Con la conseguenza, in entrambi i casi, di una profonda modificazione del nostro rapporto con il significato.
Patino ritiene che la rivoluzione digitale, il crollo della pratica della lettura e della scrittura che l’accompagna, nonché l’avvento dell’IA portino in sé il pericolo di una «lenta atrofia [del cervello] attraverso la riduzione delle sue capacità cognitive e riflessive». E invita a «immaginare un ordine d’intelligenza artificiale incentrato sull’essere umano e al servizio delle connessioni». Chiave della capacità di pensare, e quindi di vivere liberi, la nostra agilità nel leggere e scrivere è minacciata da un’IA monetizzata.
Persino ChatGPT, che non fa che rigurgitare docilmente una valanga di dati umani, non è lontano dal riconoscerlo. Quando Naomi Baron gli ha chiesto se l’IA rappresenti una minaccia per la motivazione degli esseri umani a scrivere, il programma ha risposto, nel solito stile inimitabilmente sentenzioso: «Ci sarà sempre bisogno di creatività e originalità, ossia del punto di vista unico e della perspicacia di un redattore umano».
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