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Scot
14 febbraio 2026
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IVREA

Memoria di Adriano

Ironia della pochezza: gli enigmi visionari di uno dei più grandi imprenditori etici del secolo scorso sono associati ai fasti mercantili e abusati di una macchinetta per scrivere artefatta per rompersi in fretta. Vero è che il modello precedente ticchettava da troppi decenni senza requie riparativa. È altrettanto vero che la mia tastiera di modello crepa in fretta sta per imprimere le esternazioni del mio cinquantesimo di matrimonio. Dunque è vero ter che i meccanismi scrittori caducano, come gl’ideali eccelsi, soltanto se non li pesticci con moderazione.
Riflessioni tiratardi all’Ostera della Tecla, traguardando oltre la Dora uno stinto inno alla Olivetti.

[…]

 


13 febbraio 2026

 

DROGHE EMERGENTI E FUGHE IMPERANTI

Al diavolo le chiese. Il prete è online. O almeno l’IA che lo scimmiotta

di GC Scotuzzi e Rachele Marmetti

La finzione trascendentale si affina e i suoi sogni si ordinano a menù. Ora il conforto e l’illusione dell’aldilà gaudente compensativo dell’aldiquà deludente sono sempre a portata di cellulare. Ogni bipede smarrito vi si rifornisce di pezzi di lego teologico a misura delle proprie (non) intelligenze, cultura, morale ed etica. La pseudoreligione fai-da-te, ossimoro di spiritualità e valorialità autentiche, dilaga in esasperato spaglio tecnologico di Chiese secolari da secoli, mercantili come mercanti avidi, ipocrite, antagoniste dell’umanità autentica e migliore.
Intervista a Nevia Valdambrini, suora laica in prima linea contro gli odierni androidi spacciatori di droghe inedite e definitive. Stanca di predicare il soccorrevole e vano «lasciate che i vostri figli  vengano a noi», lo ha rimpiazzato con «lasciamo che i loro figli affondino dove meritano, e dedichiamoci agli orfani volontari e meritevoli, perché loro soltanto governeranno il mondo prossimo venturo».
[…]

 

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STAMPA INTERNAZIONALE
Le Monde 7 febbraio 2026

«Come TikTok mi ha dato la fede»: il messianismo dei flussi e degli influencer

Oggi la conquista delle anime avviene online, grazie agli influencer e ad app di ogni credo. Pratiche digitali che rinnovano il modo di vivere la religione. Ma che comportano anche rischiose derive.

di Laure Coromines e Victoire Radenne

traduzione di Rachele Marmetti

Una sottile croce al collo e un discreto piercing al naso, Léana (le persone citate con il solo nome hanno chiesto l’anonimato), 25 anni, si pone da sempre molte domande. Cresciuta in una famiglia di credenti, la parigina si è gradualmente allontanata dal cattolicesimo, scossa dalle critiche a una religione esposta a molte derive, tra scandali sessuali che hanno macchiato la Chiesa e legami con l’estrema destra.
Oggi Léana si è riavvicinata alla religione usando gli strumenti del proprio tempo. «Appartengo alla generazione “Z” [i nati tra il 1997 e il 2010]! Se non capisco qualcosa cerco la risposta online.» Allorché s’imbatte nell’analisi di un versetto della Bibbia, Léana si rivolge a TikTok. Vi scopre suor Albertine, 29 anni, della comunità Chemin neuf [Cammino nuovo] – 200 mila follower – che ritiene che Dio passi attraverso gli algoritmi e i social network. Ora Léana la segue quotidianamente.
Léana forse non sa che suor Albertine appartiene a un’organizzazione sin dalla nascita (anni Settanta) assimilata dai detrattori a una setta. Secondo l’ultimo rapporto della Miviludes [Missione internazionale di monitoraggio e lotta contro le devianze settarie, ndt], organizzazione incaricata di vigilare appunto su tali devianze, pubblicato a inizio 2025, il 35% delle segnalazioni raccolte tra il 2022 e il 2024 riguarda le religioni. Una minaccia che preoccupa la Chiesa cattolica da tempo. Nel 2015 la Conferenza dei vescovi francesi (CEF) ha istituito un’unità denominata Emprise et dérives sectaires [Influenza e devianze settarie] per monitorare gli eccessi e mettere in guardia l’opinione pubblica.
Anche Yelda, 22 anni, ha incontrato Dio su YouTube. «Quando l’ho detto agli anziani della mia parrocchia sono rimasti scioccati» racconta la studentessa di Rennes. A maggio 2024, mentre faceva scrolling per liberare la mente [cioè scorreva vuotamente immagini sul cellulare, ndt], si è imbattuta in un’intervista a Jonathan Picard, un quebecchese che ha abbandonato il satanismo per diventare pastore. Di origine kurda e proveniente da famiglia mussulmana, Yelda è inizialmente scettica, convinta da sempre che «ogni religione è comunque un mondo bizzarro».
Nelle settimane successive l’algoritmo la indirizza verso contenuti che lei giudica «più seri», come le confessioni davanti alla telecamera di padre Lionel, che si fa riprendere mentre prega per il successo dei liceali e degli universitari agli esami. Yelda guarda anche i video di gruppi musicali cattolici come Hopen, Praise o quello del movimento cattolico Opeteen Louange. Alcuni mesi dopo si fa battezzare e partecipa al pellegrinaggio a Mont-Saint-Michel, sulla Manica, che ogni anno raggruppa circa 500 fedeli. Ora guarda assiduamente i video di Padreblog, di padre Gaspard Craplete di Credo. Cosa l’attira? «Persone comuni o anonime che parlano di Dio e del loro essere praticanti in modo semplice».
In tutto il mondo ci sono credenti che ricorrono ai social network per la loro ricerca spirituale e apprezzano gli influencer religiosi. Esempi: in Argentina suor Josefina Cattaneo, in Vietnam il monaco buddista Giac Minh Luât, in Italia padre Giuseppe Fusari. Ce n’è per tutti i gusti. Nel Regno Unito il pastore Jordan punta sull’umorismo per attirare le folle, mimando le angherie più crudeli e assurde della Bibbia.
Mahmoud, 25 anni, vive la propria fede anche nelle app. Fuggito da Gaza ad aprile 2024, il palestinese ha ottenuto un visto per studenti in Irlanda, iscrivendosi all’università; usa l’applicazione Coran Majeed, che gli indica l’ora della preghiera, la direzione della Mecca, in Arabia Saudita, nonché le moschee nelle vicinanze. «Non si tratta solo di religione. Lo faccio anche per salvaguardare la mia identità e la mia cultura. Questo tipo di app aiuta i mussulmani a rimanere connessi con le loro tradizioni, è un ponte che ci collega agli altri» spiega.
Durante la sua recente conversione al cattolicesimo, Pierre, 28 anni, si è affidato al forum r/Catholique della piattaforma Reddit. Qui gli utenti condividono preoccupazioni e riflessioni. «È mancanza di carità cristiana allontanarsi da alcune persone del proprio entourage?»; «Perché alcuni versetti del Vangelo non sono stati tradotti?» Domande che hanno assillato Pierre nel processo di conversione. «La mia famiglia non è credente, quindi mi sono sentito isolato. Non mi andava di ritrovarmi solo con i miei dubbi nella chiesa sempre vuota del mio villaggio. Non avevo nessuno cui rivolgermi.»
In questa ricerca solitaria ad alcuni utenti piace, per esempio, discutere con ChatGPT e con altre piattaforme simili. È il caso di Thomas, 32 anni, capoprogetto nel sud-ovest della Francia. Ogni sera dialoga con l’intelligenza artificiale (IA) conversazionale di OpenAI e le chiede, per esempio: «Come ci si può assicurare il paradiso?» Anche Marie, 38 anni, usa ChatGPT per analizzare la Torah e il Talmud. «Durante le mie giornate sento il bisogno di un momento intimo e spirituale, che a volte mi piacerebbe condividere con altri. Siccome abito da sola e non c’è una sinagoga vicino a casa mia, lo faccio online.»
Questa ricerca di momenti meditativi potrebbe suggerire che il rapporto con la religione si stia spostando verso la sfera privata. È il contrario: si sta costituendo una sorta di comunità virtuale. «Le forme digitali sono simili a luoghi dove le religioni trovano nuove possibilità di rendersi visibili o affermare la loro presenza. Questi nuovi media implicano forme di de-privatizzazione del religioso e dello spirituale e li reintegrano nello spazio pubblico» ritiene la ricercatrice Manéli Farahmand, direttrice del Centro inter-cantonale d’informazione sulle credenze, nonché ricercatrice senior all’università di Friburgo, in Svizzera.
Negli Stati Uniti, i creatori dell’applicazione di preghiere cristiane Hallow non esitano a sfruttare l’aura di personaggi celebri come l’attore Mark Wahlberg, la star dei reality show Madison Prewett o il giocatore di football americano Brett Favre. L’influencer Ashley Hetherington, che si è autoproclamata «figlia di Dio», pubblica regolarmente contenuti purificatori, persino igienisti, come la sfida «Jesus Glow in 14 giorni» dagli obiettivi ritenuti rigorosi: svegliarsi prima delle otto, passare del tempo con Gesù, leggere la Bibbia prima di trastullarsi con il telefono, cucinare piatti equilibrati e così via.
Su TikTok, l’hashtag #Jesus Glow mette in scena un sensazionalistico prima/dopo sulla conversione alla fede cattolica. Si vedono giovani donne, truccate, tatuate o con piercing, talvolta un po’ strafatte e depresse, che diventano radiose e naturali per grazia di Dio. «È caricaturale e soprattutto molto americano, ma il concetto è bello. Molti di noi sentono un’evoluzione positiva nella propria vita, in particolare dal punto di vista psicologico e della fiducia in se stessi» è il parere equilibrato di Yelda.
Infatti, oltre a guidarli nella loro pratica religiosa, i social network consentono ai giovani cattolici anche di esibirsi. Su TikTok adolescenti si filmano per ostentare la fronte su cui è stata tracciata con la cenere una croce, il segno che hanno partecipato alla messa del Mercoledì delle Ceneri. Un’esibizione dell’iconografia religiosa che sta gradualmente seducendo anche atei e agnostici. Sotto le denominazioni #CatholicCore o CatholicAesthetic, gli utenti condividono creazioni di alta moda cristiana, interni addobbati con rosari e statuette della Vergine Maria, nonché manicure in gel decorate con crocifissi di strass. Né credenti né praticanti, precisano spesso i commenti: sono utenti semplicemente affascinati dalla spiritualità che traspare da immagini di devozione e raccoglimento.
In un'altra raccolta troviamo marchi di felpe e magliette con inserti di versetti biblici, simboli cristiani o nomi di gruppi musicali (Glorious, Les Getterurs…). «Non vogliamo accalappiare gli atei, ci piace solo usare i codici con cui siamo cresciuti» vuole rassicurare Manu Phénieux, 23 anni, co-leader del Collectif de louanges Pierre, con sede a Lione, finanziato in parte dalla diocesi locale e dalla società CredoFunding.
Su Instagram il collettivo si definisce «un gruppo di amici che fanno musica per Gesù» e condividono momenti della loro vita quotidiana in chiesa, al bar davanti a un drink o in tournée. Phénieux è sorpreso dall’entusiasmo che da alcuni mesi suscita la religione sui social network: «Meno di dieci anni fa c’era senza dubbio un’esibizione eccessiva di ateismo e un rapporto molto pudico con la fede, vista soprattutto come qualcosa di saggio e molto poco sovversivo. Oggi la distinzione è meno netta» analizza Phénieux, che è anche direttore artistico dell’École Pierre, istituto educativo per metà evangelico e per metà cattolico, che forma studenti dai 18 ai 27 anni «alla creatività per mettere il proprio talento al servizio del messaggio di Gesù» sui social network, ma anche nell’imprenditoria, nella produzione musicale e audiovisiva.
Ora la conquista delle anime si gioca in parte online. Un cambiamento di paradigma che il Vaticano ha saputo cogliere. A luglio 2025 ha organizzato il Giubileo dei missionari digitali e influencer cattolici. Un’occasione per papa Leone XIV di incontrarli e di rivolgersi direttamente a loro durante la messa celebrata nella basilica di San Pietro. E, per attrarre fedeli, i cristiani hanno sviluppato un’intera gamma di strumenti tecnologici. L’applicazione Rosario permette di pregare con i propri cari lontani; Click to Pray consente di pubblicare e condividere preghiere con i credenti di tutto il mondo. Chi ha bisogno di atmosfere contemplative e rilassanti può invece prenotare ritiri spirituali in abbazie o priorati attraverso l’applicazione francese Ritrit.
Una strategia che sembra portare frutti. Nel 2024 l’episcopato francese ha registrato un aumento del 31% dei battesimi di adulti rispetto al 2023. Risultati mai raggiunti da quando la CEF ha avviato questa indagine, oltre vent’anni fa. Nel 2025 circa 10.300 adulti e 7.400 adolescenti sono stati battezzati a Pasqua. Padre Benoît Pouzin, attivo su TikTok, Instagram e YouTube, si dice sorpreso dall’entusiasmo dei più giovani per la Quaresima.
Tuttavia queste pratiche digitali non sono neutrali. «TikTok è diventato anche strumento di propaganda religiosa politicizzata che sta pericolosamente proliferando. È una propaganda che non si diffonde con la violenza, ma con il soft power. In Francia vediamo quanto la religione cristiana venga usata da alcuni leader di estrema destra come catalizzatore ideologico» osserva Nicolas Masuez, storico delle religioni. I partiti politici di massa sono crollati, i sindacati hanno molto meno peso di prima, le associazioni di educazione popolare non hanno più i mezzi per svolgere la loro missione. «Cosa rimane oggi? Un’offensiva delle religioni fortemente correlata a una spinta identitaria che, nata negli Stati Uniti, ora si sta sviluppando in tutta Europa» continua Masuez.
Un avvicinamento tra lo Stato e il religioso digitale incarnato oltreoceano dalla piattaforma Pray.com, lanciata nel 2025 «in collaborazione con la Casa Bianca» per permettere agli utenti di ascoltare sermoni e podcast. Sulla home page dell’applicazione si apprende che l’iscrizione a Pray.com equivale a «inviare una preghiera agli Stati Uniti». A fine ottobre 2025 l’account Twitter della Casa Bianca citava il vicepresidente americano JD Vance: «Non è necessario escludere completamente Dio dallo spazio pubblico, come abbiamo fatto nell’America moderna: è stato il nostro errore più grande». Parole che fanno eco ai discorsi tenuti da una nuova generazione di pastori-influencer iperconnessi: i TheoBros (parola che fonde due termini, theology e bros [fratelli]) attivi sui social, da YouTube a Instagram. Per i più radicali di loro, l’obiettivo è sostituire la Costituzione con i Dieci Comandamenti.
«Con la seconda investitura alla presidenza di Donald Trump, a gennaio 2025, nel Paese si è verificato un cambiamento radicale. Si è aperta la strada a una logica teocratica che si sta diffondendo gradualmente anche in Francia tra gli identitari, disinibiti e rinvigoriti dal successo dell’ondata religiosa e reazionaria» ritiene Masuez. Secondo un sondaggio dell’IFOP, realizzato per il giornale La Croix e pubblicato a giugno 2024, oltre il 40% dei cattolici hanno votato alle ultime elezioni legislative per il Rassemblement National [di Marine Le Pen] o per Reconquête!, il partito di Eric Zemmour. Nel suo ultimo libro La messe n’est pas dite (La messa non è detta), Fayard 2025, Zemmour afferma: «La Chiesa ha fatto i re, i re hanno fatto la nazione, la nazione ha fatto la Repubblica, dunque senza il cristianesimo non c’è più Francia».
Secondo un’indagine di StreetPress di marzo 2025, il miliardario di estrema destra Pierre-Edouard Stérin finanzia dal 2022 una cinquantina di influencer cattolici attraverso Acutis, rete che ha per scopo di riunire i missionari digitali. Riprese, grafica efficace, temi popolari e titoli accattivanti… Tra gli account sostenuti e finanziati troviamo fratello Paul-Adrien – che a marzo 2025 si è ritirato dalla rete Acutis, di cui è stato cofondatore, a causa di tensioni legate ai finanziamenti – ma anche Yentl Campion Gueglio, Olivier Zeytooun, Le Catho de service e Leana Daily. Il 24 maggio 2024 Pierre-Edouard Stérin ha organizzato la prima edizione di La Nuit des influenceurs, che ha riunito i protagonisti dell’evangelizzazione sui social network. Fratello Paul-Adrien, maestro di cerimonia, si è particolarmente rallegrato delle «migliaia di conversioni su internet».
Un’influenza politica che non passa inosservata ai neo-praticanti. «Ho unfollow [smesso di seguire sui social network] l’abate Matthieu Raffray quando ho capito che era vicino all’estrema destra» confida Yelda. [Raffray è appunto noto per i legami con l’estrema destra radicale e in particolare con il movimento cattolico identitario Academia Christiana, e che a lungo ha promosso sui suoi account lo slogan «Rissa, rissa, preghiera»]. Ma a volte gli influencer sono volutamente vaghi circa le loro affinità ideologiche.
Per esempio, padre Gaspard Craplet, sacerdote della Società Jean Marie Vianney, responsabile della pastorale giovanile, con quasi 106 mila follower su Instagram e oltre 92 mila su TikTok: nonostante la partecipazione a La Nuit des influencers cristiani e la presenza dichiarata nel gruppo WhatsApp della rete Acutis, Craplet afferma di non ricevere alcun sostegno dal miliardario ultraconservatore.
Al di là delle strumentalizzazioni politiche e delle analisi che vengono fatte sul loro attivismo digitale, i giovani spiegano l’avvicinamento alla religione con una generale mancanza di speranza, che permane con l’ingresso nell’età adulta. «Non va dimenticato che la nostra generazione ha pagato un caro prezzo. I nostri genitori potevano acquistare una casa, avere un contratto a tempo indeterminato, non avere paura del cambiamento climatico. Noi invece sappiamo che tutto è instabile, comprese le relazioni amorose, dato che un matrimonio su due finisce con un divorzio» deplora Yelda. Che tuttavia insiste sui benefici di un accompagnamento terapeutico. «Del resto i sacerdoti stessi ci dicono: “andate dallo psichiatra!”».

 


12 febbraio 2026

 

ARMI DA FUOCO FATUO

Arriva il carrarmato che spara soltanto cifre grosse

di GC Scotuzzi Mosca e Rachele Marmetti

Da ottant’anni gli amerikani dell’Abrams riciclano le loro obsolescenze belliche ai popoli colonizzati, massime agl’italiani. Noi sfigati due volte: primo, perché siamo obbligati a comprargli di tutto per ripianare i debiti accumulati con le loro banche; secondo, perché i prezzi di tanti catorci in buona parte inutilizzabili sono maggiorati dalle tangenti insaccocciate dai politici nostrani. È un’indecenza che non ha mai fatto scandalo, pur essendo rosario di sconcezze: il governo di Roma arrivò a pagare a peso d’oro carrarmati troppo larghi per essere trasportati sulle ferrovie della Penisola, che scorrono in buona parte in gallerie troppe strette perché appunto vi transitino i grossi cingolati Arbrams. E continua a non farne, di scandalo, l’acquisto da parte del governo Meloni di aerei da combattimento che senza l’okay preventivo degli USA non possono tecnicamente combattere. Se il pilota italiano dell’F35 non riceve via radio dal Pentagono, all’inizio di ogni missione, la parola in codice, non si alza neppure in volo.
Ed eccoci alla vaccata odierna. Negli untuosi palazzi capitolini, politicastri cum sportula, negoziano l’acquisto di una filastrocca di M1E3, l’ultimo gioiello dell’Abrams: un cingolato tracagnotto di 60 tonnellate che in un decimo di secondo centra il bersaglio a 400 metri. Peccato non possa avvicinarsi tanto ad alcun nemico, cui basta uno sciame di droni per polverizzare il tracagnotto già a distanza di chilometri. Persino alla scuola di guerra del Burundi precettano quanto imparato dal conflitto ucraino. E cioè che i carrarmati, quantomeno nella versione tradizionale come l’M1E3, sono superati da nuovi macchinari di morte, come i droni, appunto, nonché i leggerissimi razzi da spalla e i missili megasonici che manco li vedi sul radar.
Ma, pur evirati di ogni minaccia sul campo di battaglia, gli M1E3 conservano cospicua letalità contabile: nelle sitibonde casse statali italiche apriranno brecce da calibro di chiusure ospedaliere. Sì, proprio nel senso che la più piccola formazione a cuneo di questi carri ci costerà il valsente di un ospedale provinciale di medie dimensioni. Al lordo delle mazzette per gl’imboscati della politica. E al netto della torretta, di cui il cingolato in questione è privo. Tanto la perderebbe al primo assalto nemico, insieme a tutto il resto.
Ma la mancanza di questo accessorio, da sempre imponente protagonista del nostro immaginario bellico, con il suo mezzobusto ardito ed emergente dal portello, conferma tecnicamente la sostanziale truffa di questo carrarmato fabbricato per combattere il nostro benessere.
[…]

 


10 febbraio 2026

 

IRAN

Mahmud Ahmadinejad

L’ex presidente della repubblica, 13 anni fa emarginato dai medesimi teocrati che lo avevano intronizzato e che a ottobre compirà i 70, torna in auge come unica guida capace di sbarrare l’invasione ai nuovi colonialisti, peraltro invocati a braccia aperte dalle componenti più corrotte del Paese.
[…]

 

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STAMPA INTERNAZIONALE
Réseau Voltaire 10 febbraio 2026

L’Iran sull’orlo dell’implosione

Il massacro subìto e la minaccia di un bombardamento straniero sprofondano gli iraniani nella collera e nella paura. Ma la dinamica del massacro non è quella raccontata dai media occidentali. E un eventuale bombardamento aggiungerebbe solo dolore al dolore.

di Thierry Meyssan

traduzione di Rachele Marmetti

Dal 28 dicembre 2025 la stampa internazionale chiede a gran voce di bombardare l’Iran per rovesciare «il regime dei mullah». In cinque settimane ci hanno convinti che le autorità iraniane hanno deliberatamente ucciso 40 mila concittadini: un massacro che ne giustificherebbe un altro.
Chi sono questi giornalisti che si arrogano il diritto di vita e di morte sugli iraniani? Al servizio di quali oscuri interessi mettono i loro media? Infine: chi sono coloro che vogliono massacrare per l’ennesima volta gli iraniani?
Dalla rivoluzione antimperialista dell’ayatollah Ruhollah Khomeini del 1979 gli Occidentali – in particolare britannici, statunitensi e israeliani – dopo aver organizzato la fuga dello scià e il ritorno del suo oppositore, nutrono un odio mortale non già per il “regime” iraniano, ma per l’intero Paese.

Una concezione clericale della religione

Non mi riferisco a questo regime, perché esso è cambiato più vote in 47 anni. L’unica sua costante è il potere esercitato dal clero sciita, indipendentemente dalla competenza politica. Paradossalmente, l’ayatollah Khomeini, che prima del suo rientro in Iran era considerato un eretico dai suoi pari, oggi è divinizzato proprio da coloro che lo rifiutavano.
L’Iran, che non ha mai conosciuto guerre di religione né separazione tra Stato e Chiesa, è ancora culturalmente asservito al potere clericale. Gli iraniani, che professano una fede esemplare, venerano gli eruditi della religione. Non importa se questi la fede l’abbiano: sono considerati rappresentanti di Dio in terra.
All’opposto, gli uomini di cui si circondava Khomeini non erano idolatri del Corano. Sperimentavano le pratiche mussulmane per stabilire da sé quali potessero essere utili e quali no. Il loro leader era il sociologo ‘Alî Sharî’atî, assassinato dalla Savak, la polizia politica della dittatura, poco prima della rivoluzione.
Sharî’atî era amico personale di Franz Fanon e di Jean-Paul Sartre. Riuscì a convincere personalità come Michel Foucault a sostenere con entusiasmo la nascente rivoluzione iraniana.

Una concezione del potere ispirata a Platone ma che non funziona

Sharî’atî e Khomeini erano consapevoli che il popolo iraniano era intriso di un’ideologia oppressiva che inculcava il sacrificio di sé, secondo l’esempio del profeta Ali. Spiegarono agli iraniani che Ali si ribellò a difesa della giustizia e che i veri mussulmani sono uomini che camminano a testa alta. Il sacrificio ha senso solo se compiuto in nome della giustizia.
Impregnati entrambi degli scritti di Platone, in particolare La Repubblica, immaginarono di affidare il governo dello Stato a un «saggio».  Nacquero i concetti di Guida Suprema e velayat-e-faqih.
Sharî’atî e Khomeini risvegliarono il popolo iraniano, ma oggi i concetti di Guida Suprema e velayat-e-faqih si sono rivelati catastrofici quanto quello di «dittatura del proletariato» di Blanqui e Marx. Di fatto, gli iraniani conservano tuttora dell’ideologia oppressiva il culto del clero. Ancora oggi, è sufficiente mandare a memoria il Corano e recitarlo come un pappagallo per essere ammirati e vedersi affidare il potere.
La rivoluzione islamica è cambiata di continuo. Solo i presidenti Mohammad Ali Radjaï (1981) e Mahmoud Ahmadinejad (2005-2013) sono stati all’altezza dell’ambizione antimperialista rivoluzionaria. Tutti gli altri – tranne Abolhassan Bani Sadr (1981), che fu un caso particolare – si sono limitati a gestire il potere a profitto del clero. Ebrahim Raïssi (2021-2024) era un fanatico, ossessionato dall’eliminazione fisica degli oppositori. MasoudPezeshkian, l’attuale presidente, in carica dal 2024, è molto più aperto.
I principali esponenti dell’amministrazione Ahmadinejad sono stati incarcerati. Volevano liberare le donne dal velo islamico e gli uomini dall’obbligo della barba. Il suo primo vicepresidente, Hamid Baghaie, è tuttora detenuto in isolamento. Uomo eccezionale, è stato processato e condannato a porte chiuse con accuse tuttora segrete. Probabilmente questo regime di ordine morale lo ha bandito condannandolo a 15 anni per una relazione extraconiugale.

Un fallimento bancario che ha rovinato intere famiglie

A ottobre 2025 l’autorità giudiziaria islamica ha messo in stato d’accusa la banca Ayandeh, che aveva finanziato la costruzione dell’Iran Mall, lussuoso centro commerciale e ricreativo, ostentazione dell’opulenza della classe dirigente e della sua superiorità sul popolo che lotta per non morire di fame. Il 23 ottobre è stato dichiarato il fallimento della banca e sono improvvisamente venute alla luce perdite per 5,5 quadrilioni di rial (5 miliardi di euro); un disastro imputabile a un sistema di frodi e corruzione generalizzate. Sebbene lo Stato abbia cercato di nascondere la portata del crollo della banca, i clienti si sono trovati improvvisamente rovinati. Hanno manifestato e bruciato la sede della banca a Teheran. È stato l’inizio della rivolta.
Rapidamente si è infiammato l’intero Paese. L’obiettivo non era il cambio di regime, ma recuperare i propri miseri risparmi. La classe dirigente, sentendosi minacciata, ha reagito come ha sempre fatto: con la violenza.
Il 21 gennaio 2026, al Forum economico mondiale di Davos, Scott Bessent, segretario al Tesoro degli Stati Uniti, ha commentato: «È successo perché in dicembre la loro economia è crollata. Abbiamo assistito al fallimento di una grande banca. La Banca centrale ha iniziato a stampare moneta. C’è penuria di dollari. Non possono importare, questo è il motivo che ha spinto la gente a scendere in piazza».

Un pretendente al trono agente della CIA e di Israele

In questo contesto, agenti israeliani si sono infiltrati nelle manifestazioni, chiedendo dal 6 gennaio il ritorno dello scià e la restaurazione dell’Impero persiano. Reza Pahlavi, figlio maggiore dell’ultimo scià, oggi vive in esilio negli Stati Uniti.
Nel 1985 acquistò un maniero per tre milioni di dollari, vicino alla sede della CIA, a Langley. Da allora incassa una rendita dal governo degli Stati Uniti e il suo ritratto è esposto in bella vista nella sezione iraniana della CIA, accompagnato dallo slogan Hope of Democracy in Iran (Speranza di democrazia in Iran).
Nel 1986, in pieno scandalo Iran-Contras, la CIA interruppe i canali della televisione nazionale iraniana e diffuse un breve discorso del principe ereditario Reza Pahlavi.
In occasione delle manifestazioni del 2019 per il caro-vita, presentò una denuncia contro l’ayatollah Khamenei alla Corte penale internazionale. La denuncia fu dichiarata irricevibile perché l’Iran non è firmatario del Trattato di Roma.
Nel 2023 pubblicò la Carta di Solidarietà e Alleanza per la Libertà (Mahsa) alla quale aderirono numerose personalità, tra cui l’avvocatessa Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace.
Sempre nel 2023 fu incoronato imperatore di Persia durante una cerimonia in Egitto, finanziata dalla monarchia saudita. Nei suoi interventi pubblici si esprime sempre con determinazione a favore della laicità e della democrazia. Tuttavia nella cerchia dei suoi collaboratori figurano personalità che non lasciano dubbi su quale sarebbe la sua linea d’azione. Tra queste, l’avvocato ParvizSabeti, ex numero due della SAVAK e noto torturatore.
Nel 2023 il neoimperatore Reza Pahlavi partecipò alla celebrazione annuale della shoah (denominazione israeliana della «soluzione finale della questione ebraica») su invito di Gila Gamliel, ministro israeliano dell’Intelligence. Con l’occasione incontrò il presidente Isaac Herzog e il primo ministro Benjamin Netanyahu, cui espresse il desiderio di ripristinare le relazioni di amicizia tra i due popoli, dimentico del fatto che suo padre, su richiesta degli Stati Uniti di Dwight Eisenhower e di John Foster Dulles, firmò un accordo con la Siria per contenere l’espansionismo israeliano.
I suoi sostenitori crearono a Los Angeles, dove ora risiede, la National Union for Democracy in Iran (NUFDI) per radunare tutta l’opposizione iraniana e pubblicare il quotidiano Iran Watch. Dopo essere stato invitato due volte alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco – inviti entrambi annullati dal governo tedesco – nel 2025 ha organizzato il Vertice della Convergenza cui hanno partecipato vari gruppuscoli (Nuovo Iran, La Rivelazione dell’Iran, Partito Costituzionale iraniano/Democratici liberali, Società repubblicana a sostegno del principe Reza Pahlavi, Partito pan-iraniano, Iran-iraniano paternalista, Istituzione popolare, Organizzazione costituzionale e Istituto Omid). In questa occasione è stato designato «capo della rivoluzione nazionale e del periodo di transizione, fino a quando non sarà formato il primo parlamento nazionale, nonché il primo governo democratico del Paese attraverso elezioni libere».
Dal 18 al 20 febbraio 2025 Reza Pahlavi è stato invitato dall’American Jewish Committee e da una ventina di associazioni filostatunitensi o filoisraeliane al 17° vertice per i Diritti dell’uomo e la Democrazia. Qui ha incontrato i più autorevoli pupilli della CIA e del Mossad: i russi EvgeniaKara-Murza e Gary Gasparov, i venezuelani Maria Corina Machado ed Edmundo Gonzalez, le cinesi RahimaMahmut (uigura) e Namkyi (tibetana).
Ai precedenti vertici erano stati invitati l’ex primo ministro francese Manuel Valls, l’avvocato Juan Branco, le giornaliste Annick Oljean e Caroline Fourest.
Durante i bombardamenti israeliani di giugno 2025 non mostra alcuna empatia per il suo popolo, anzi se ne rallegra e dichiara alla BBC che è «un’occasione senza precedenti per rovesciare il regime».

Un’aggressione jihadista

Siccome un nemico non arriva mai da solo, agli attacchi economici degli Stati Uniti e ai monarchici filoisraeliani si è aggiunto Daesh. Va ricordato che questa organizzazione terrorista fu creata dagli anglosassoni nel contesto della dottrina Rumsfeld-Cebrowsky: rimodellare il Medio Oriente separando le popolazioni in gruppi etnici o religiosi omogenei. Il Pentagono aveva quindi separato Al Qaeda, favorevole all’unità dell’islam, e Daesh che voleva invece la distruzione dei mussulmani non-sunniti, quindi degli iraniani sciiti.
Daesh attaccò prioritariamente minoranze religiose, come gli yazidi, e minoranze etniche, come i curdi. Il sostegno statunitense a Daesh cessò, almeno a livello di Casa Bianca, con il discorso di Trump del 21 maggio 2017 a Riyad, durante il primo mandato. Di fatto, Stati Uniti e Iran si trovarono fianco a fianco nella lotta alle organizzazioni terroriste. Immediatamente Daesh iniziò a prendersela sia con gli Stati Uniti sia con l’Iran. Il 7 giugno 2017 ci fu il duplice attacco al parlamento iraniano e al mausoleo dell’ayatollah Khomeini (17 morti e 52 feriti). Il 22 settembre 2018 ci fu l’attentato di Ahvaz, durante una sfilata dei Guardiani della Rivoluzione (29 morti). Il 26 ottobre 2022 quello del mausoleo di Shah-Cheragh (15 morti e 40 feriti). Il 3 gennaio 2024 quello di Kerman, durante la commemorazione della morte del generale QassemSoleimani (94 morti e 284 feriti). Ora Daesh incendia edifici nei centri delle città durante le manifestazioni, creando un’atmosfera apocalittica.

Un’aggressione da parte delle forze speciali straniere

In questo momento i cecchini, appostati sui tetti, iniziano a sparare indiscriminatamente sui manifestanti e sulle forze dell’ordine. È la strategia dei “combattimenti tra cani”, sperimentata negli anni Novanta e attuata con successo dalla Libia all’Ucraina. I cecchini sono probabilmente israeliani di origine iraniana (in Israele ce ne sono 250.000), ma non ne sono certo. Questi trasformano le parti in nemiche l’una dell’altra. Le forze dell’ordine, terrorizzate, si trasformano in bande di selvaggi.
In pochi giorni si passa da 1.200 a oltre 40 mila morti.

Ciò che Trump vuole e ciò che può fare

All’inizio dei massacri il presidente Trump ingiunge all’Iran di cessare di uccidere il proprio popolo. Il messaggio, che sembra di buon senso a chi ignora la responsabilità degli Stati Uniti e dei loro alleati israeliani, viene ripreso in tutto l’Occidente. Le opinioni pubbliche si affidano di nuovo agli Stati Uniti, i “gendarmi del mondo”. Un’eccellente operazione di propaganda per la Casa Bianca.
Tuttavia il presidente Trump sa di non poter cambiare il corso degli eventi. I problemi dell’Iran sono, sul piano sociologico, il culto cieco della popolazione per il proprio clero e, sul piano politico, la “repubblica dei saggi”, che ha portato alla moltiplicazione dei centri di potere e, in definitiva, alla paralisi generalizzata del potere. Ma nessuno di questi problemi può essere risolto con un intervento militare, tanto più se si tratta solo di bombardamenti aerei, limitati nel tempo.
Trump approfitta quindi della situazione per rimettere sul tavolo gli argomenti che lo angustiano: il nucleare e i missili. Sa bene – e la direttrice nazionale dell’intelligence l’ha confermato – che l’Iran non ha un programma nucleare militare dal 1988, ma che una fazione della classe politica desidera che Teheran si doti dell’arma atomica, come ha fatto con successo Pyongyang. Sa anche che, se l’Iran ha il diritto – che Israele contesta – di costruire missili balistici, ora dispone anche di missili ipersonici. Teheran ne ha usati sette per colpire Israele durante la Guerra dei 12 giorni. Tutti hanno raggiunto l’obiettivo: nessuno è riuscito a intercettarli.
È dunque di queste due questioni che Trump discute con le autorità iraniane: argomenti che non hanno nulla a che vedere con il massacro che ha denunciato e che tutti gli iraniani hanno subìto e patito.

 


9 febbraio 2026

 

GENITORI AFFLITTI DA PROLE BASTARDA

«Dottore, aiuto! Mio figlio è un codardo»

di Scribimus Ergosumus

Eccolo qua, sui monti della Svizzera tedesca, il novello liceo-università dove riccastri da tutto il mondo depositano figli peggio che debosciati, peggio che viziati, peggio che ignoranti e inconcludenti: sono piagati da vigliaccheria congenita. Ce l’hanno incistata nel DNA, a sapere da chi mai assorbita, se da avo antico o da uno o entrambi i sedicenti procreatori odierni. La diagnosi è certa, sancita da esame scientifico a cementare intuizioni e riscontri che montano dai primi vagiti: sì, abbiamo messo al mondo, o abbiamo comprato dal mondo perché vagonasse sogni e patrimonio, un erede inidoneo. Non è, non sarà mai in grado di badare a se stesso, non saprà mantenersi ai livelli che per lui vogliamo, e morti noi non saprà impedire al primo furbo in transito di rubargli tutto, impoverendolo al lastrico. A meno che, ecco la risorsa elvetica, non lo chiudiamo in questo liceo ‒ Istituto Pedagogico e Formativo Globale, Fine Studi Quando Sarà Pronto ‒ insomma in questo reclusorio dove garantiscono di drizzare anche gli ulivi come stecche di biliardo: «Qui impianteremo a suo figlio una spina dorsale d’acciaio, altro che frangar non flectar: né uno né l’altro. Gli infonderemo coraggio e forza di vivere, oltre alle competenze indispensabili a conservare patrimonio e a moltiplicarlo. Quando lo diplomeremo o laureremo sarà in grado di fare tutto che voi committenti vi aspettate da lui. A tre sole condizioni, da parte di voi genitori: la prima, retta da capogiro, il che può diventare ostico anche per danarosi par vostro quando l’esborso si cronicizza; la seconda: trasferimento a noi della patria potestà educativa, estesa a ogni mezzo anche coercitivo da noi ritenuto indispensabile; la terza: vostro figlio resta affidato alle nostre cure sino a quando non reputeremo, noi e noi soli, di aver finito il lavoro.
Il cartello all’ingresso recita Ausbildungszentrum für private Milizen, centro di addestramento per guardie private. Cancello elettrico cieco, poi garitta blindata, sbarra bianca e rossa, dissuasori che emergono ruotando dal passo carraio a sbarrare i non autorizzati. Viale di ghiaietta abbisciato nel parco da albergo pentastellato, fiammante castello antico simil-Novecento, e via sciorinando magnificenza per tenere in rispetto anche il macellaio brianzolo, rassegnato a firmare le tre clausole. Per raddrizzare un figlio che gli è già costato il valsente di due attici in Via Spiga a Milano ormai è pronto a tutto.
‒ Ma che, Polotto, non vorrei mica rinchiudere il nostro Gingo in una caserma?!
‒ Ma cara, apprezza la furbizia mimetica! Preferivi che sulla targa all’esterno ci avessero scritto Manicomio?
Calma, il maniero pullula di terapeuti ed educatori che il camice ce l’hanno stampato in fronte…
[…]

 


7 febbraio 2026

 

ANTIFASCISMO E ANTE-FASCISMO

«Abbiamo ragione noi perché siamo in tanti»

I balbettii degli ultimi epigoni dell’illusione democratica.
[…]

 

correlato:

Quello che sotto proponiamo, scampolo di libertà tessuto in quella residua officina elaborativa che pulsa in Canada, è lucida e tonitruante filippica contro il fascismo made in Usa. Ma, parafrasando il dirigente comunista Giovanni Amendola, se non comprendi genesi e propellenti dei nuovi fasci, è vano contrastarli con svacco e cervello da tifosi allo stadio.

 

STAMPA INTERNAZIONALE
Les 7 du Québec, Canada, 5 febbraio 2026

Dal Ku Klux Clan all’ICE: continuità storica della violenza di Stato fascista

di Khider Mesloub *

traduzione di Rachele Marmetti

Proprio come il Ku Klux Klan (KKK) non è stato un’aberrazione marginale della storia degli Stati Uniti, né una semplice escrescenza della follia razzista, l’ICE (Immigration and Customs Enforcement, Controllo dell’immigrazione e delle dogane) non è una deriva securitaria, una patologia trumpiana. Discendono dalla stessa matrice: la violenza di Stato fascista – razzializzata – come tecnica di gestione delle contraddizioni di classe del capitalismo americano.

Collegare il Ku Klux Klan alla polizia anti-immigrati dell’epoca contemporanea non è né anacronistico né provocatorio.

Il KKK e l’ICE differiscono certamente per statuto giuridico (il primo clandestino, illegale e terrorista, l’altro istituzionale, legale e anch’esso terrorista), ma convergono nella loro funzione storica: creare un nemico interno razzializzato per disciplinare l’insieme del proletariato nazionale. Compreso, e soprattutto, il proletariato bianco, trasformato in ausilio ideologico della sua propria oppressione.
Ricordiamo che il Ku Klux Klan nacque in un momento preciso della storia degli Stati Uniti: all’indomani della guerra civile, la Guerra di Secessione 1861-1865, che si concluse con l’abolizione giuridica della schiavitù. Il KKK costituì una delle forme più violente e più esplicite della controrivoluzione sociale scatenata dopo l’abolizione della schiavitù. Il KKK è quindi il braccio armato clandestino, incaricato di ripristinare con il terrore ciò che la legge aveva appena demolito. Organizzazione terrorista suprematista bianca, il KKK s’impose come strumento di mantenimento dell’ordine sociale fascista – indissociabile dai rapporti di dominio economico e politico propri del capitalismo americano – al fine d’impedire ogni ricomposizione del proletariato su base non razziale.
Il KKK non si accontenta di odiare: organizza l’odio. Il razzismo che promuove non è un furore spontaneo, ma un’ideologia politica destinata a dividere le classi dominate. Mettendo i lavoratori bianchi poveri contro i lavoratori neri, il KKK distoglie la rabbia sociale dal suo vero obiettivo (la borghesia proprietaria) per incanalarla verso un nemico immaginario, essenzializzato, disumanizzato.
Fin dalla sua fondazione, il KKK agisce come una polizia ausiliaria informale, incaricata di fare ciò che lo Stato esita o rifiuta di assumersi direttamente: terrorizzare, espellere simbolicamente, o addirittura fisicamente, una popolazione nera diventata giuridicamente cittadina ma socialmente indesiderabile.
Il KKK s’impone con metodi massicci d’intimidazione: pattugliamenti, sorveglianza, punizioni, linciaggi, esecuzioni sommarie. Controlla gli spostamenti, intimidisce i neri, impone la paura come norma sociale. In altre parole, esercita una funzione di polizia razziale, al di fuori della legge ma tollerata (se non addirittura sostenuta) dalle autorità locali.

Di fatto, il suprematismo bianco funziona come un oppio politico, una compensazione simbolica offerta ai bianchi sfruttati: esclusi dal potere economico, viene loro concessa una superiorità razziale fittizia destinata a neutralizzare ogni coscienza di classe. Il KKK è, in questo senso un’organizzazione di natura profondamente borghese anche quando recluta nelle classi popolari.

Contrariamente a un’idea precostituita, il KKK non ha sempre operato nell’ombra. A partire dagli anni Venti del secolo scorso diventa una forza di massa, infiltra l’apparato statale, controlla governatori, giudici, parlamentari. La violenza razziale smette così di essere marginale: diventa governativa.
Negli ultimi decenni, il KKK ha abbandonato cappucci e croci infuocate, ma il razzismo strutturale che ha contribuito a istituire rimane, riciclato in forme accettabili, mediaticamente incivilite, politicamente redditizie.
Peggio ancora. Oggi rinasce sotto le vesti dell’ICE, l’agenzia federale americana che dipende dal Department of Homeland Security, DHS [Dipartimento della sicurezza interna], creata nel 2003 dopo l’11 Settembre, nell’ambito della svolta securitaria dello Stato americano. Sotto l’amministrazione Trump, l’ICE subisce una trasformazione repressiva letale. Ha smesso di essere un semplice organo amministrativo per diventare il braccio armato di un progetto politico xenofobo e antisociale, una milizia di Stato, una forza repressiva specializzata che opera contro una popolazione designata come sospetta per natura. L’ICE è stata trasformata in strumento spettacolarizzato della sovranità punitiva. Non si vuole solo punire, si vuole farlo in modo plateale. La violenza diventa un messaggio rivolto alla popolazione americana dominata: lo Stato può distruggerti, espellerti, cancellarti.
Questa spettacolarizzazione avvicina l’ICE alle milizie fasciste storiche, la cui funzione non era solamente repressiva, ma anche simbolica: produrre un clima di terrore dissuasivo. Sotto l’amministrazione Trump, la violenza diventa un linguaggio politico indirizzato all’intera popolazione americana dominata.
Con l’ICE la figura del nemico non è più semplicemente il nero liberato, ma è l’immigrato (principalmente latino), figura emblematica che assomma le caratteristiche di invasore, di potenziale criminale, di parassita economico (sic).
I metodi dell’ICE sono ormai conosciuti in tutto il mondo, ogni giorno sono alla ribalta della cronaca: raid all’alba, spesso senza un mandato chiaro; arresti arbitrari, basati su reati desunti dall’aspetto fisico; separazioni familiari, compresi bambini in tenera età; centri di permanenza assimilabili a prigioni extragiudiziali; omicidi di manifestanti.
Proprio come il KKK, l’ICE non si limita ad applicare la legge: crea un clima di terrore destinato a disciplinare l’intera popolazione americana. Il terrore diventa strumento di governo.
La differenza essenziale tra il KKK e l’ICE non è quindi morale, ma giuridica. Il KKK agiva al di fuori della legge; l’ICE agisce attraverso la legge. Ma questa legalizzazione non rappresenta una cesura con la funzione storica della violenza razziale, anzi, la normalizza.

L’immigrato non è l’obiettivo finale: è la figura sperimentale

Laddove il KKK bruciava croci per segnare un confine razziale invalicabile, l’ICE erige muri, campi, schedature biometriche. Anche se in contesti diversi, svolgono la stessa funzione di classe. In entrambi i casi la razzializzazione serve a dividere le classi dominate. Nel Sud post-schiavista il KKK impediva l’alleanza tra i lavoratori neri e i bianchi poveri. Sotto Trump l’ICE dirotta la rabbia sociale dei lavoratori precari verso l’immigrato, accusato di rubare lavoro, di gravare sui servizi pubblici, di minacciare l’identità nazionale.
Il KKK e l’ICE non sono l’uno una macabra deriva collettiva, l’altro un’espressione di una patologia individuale di Trump. Sono il prodotto di una società americana attraversata da antagonismi di classe inconciliabili e permanenti.
Il KKK e l’ICE trumpista non sono identici, sono storicamente affini. L’uno incarna la violenza razziale bruta di uno Stato in ricostruzione, emerso da una lunga e sanguinosa guerra civile. L’altro la violenza amministrativa di uno Stato capitalista in declino egemonico, minacciato dalla guerra civile. Il passaggio dal KKK all’ICE è indice meno di una rottura che di un affinamento degli strumenti di dominio e di repressione. Quando il terrore cambia divisa ma conserva l’obiettivo, significa che il problema non è l’eccesso, ma la struttura stessa del potere americano in via di fascistizzazione.
Poiché il capitalismo americano è in crisi economica, ha necessità di una popolazione sfruttata al massimo, senza diritti, mobile e terrorizzata. Per ottenerla lo Stato produce lo strumento adeguato: la milizia ICE.
In realtà, l’ICE non combatte l’immigrazione. Amministra l’illegalità per mantenere il proletariato americano in una psicosi di paura permanente. L’immigrato non è l’obiettivo finale. È la figura sperimentale. L’ICE non serve soprattutto a controllare gli stranieri. Serve a testare, normalizzare ed estendere tecniche di dominio e di repressione applicabili all’insieme della classe lavoratrice americana.
L’immigrazione è un pretesto operativo, un laboratorio di repressione. Lo scivolamento verso il fascismo inizia sempre con la criminalizzazione del segmento vulnerabile del proletariato: l’immigrato. Nella fattispecie, l’immigrato costituisce negli Stati Uniti un terreno di sperimentazione ideale. Ciò che oggi viene imposto agli immigrati – detenzione amministrativa, sospensione delle garanzie giudiziarie, sorveglianza permanente, terrore familiare – domani potrà essere esteso all’intero proletariato americano.
L’obiettivo della generalizzazione e della banalizzazione dell’ICE è disciplinare con l’esempio. La funzione sostanziale dell’ICE non è espellere. È dimostrare. Il messaggio che veicola è semplice: i diritti non sono universali, sono condizionati. Revocabili.
Così, anche il lavoratore americano capisce che i suoi diritti possono essere sospesi, ridefiniti, revocati. L’ICE svolge una funzione strategica: dividere la classe lavoratrice americana. Questa divisione deve impedire ogni forma di coscienza di classe unificata. Di un proletariato americano diviso si può disporre a piacimento, lo si può sfruttare ad libitum. E, soprattutto, in questo periodo di marcia forzata verso la guerra generalizzata lo si può trasformare in carne da cannone.

La violenza dell’ICE è deliberatamente pubblica, visibile, filmata, diffusa

È volutamente teatralizzata per inviare un messaggio chiaro all’intero proletariato americano, principale bersaglio del terrore. Il vero obiettivo è il proletariato statunitense nel suo insieme, chiamato ad assuefarsi alla paura, al terrore di Stato, all’eccezionalità, alla repressione sanguinosa, alla revocabilità permanente dei propri diritti.
L’ICE non è diretta contro gli stranieri. È diretta contro quella popolazione americana resa superflua dal capitale. L’immigrato è il primo. Non sarà l’ultimo. L’ICE non difende i confini degli Stati Uniti. Difende i confini di classe.

L’ICE non è l’eccezione. È avanguardia repressiva

Ciò che oggi è riservato agli immigrati sarà applicato ai disoccupati, ai sindacalisti radicali, alle popolazioni impoverite, ai contestatori politici, ai dissidenti, agli antimilitaristi, ai militanti rivoluzionari.
Storicamente, le milizie compaiono quando lo Stato deve esercitare una violenza che non gli conviene assumersi ideologicamente. Nel caso dell’America capitalista, questa violenza è riassorbita nello Stato. Il KKK faceva il lavoro sporco razziale fuori della legge. L’ICE lo fa nel rispetto della legge, pagato e ricompensato dalla Stato fascista. Sotto l’amministrazione Trump, la milizia non indossa cappucci bianchi né bracciali paramilitari: porta un distintivo federale, dispone di un budget pubblico e agisce in nome della legge. È proprio questo che la rende ancora più pericolosa: il terrore è diventato di Stato.

L’impunità dell’ICE non è uno scandalo per lo Stato-pirata americano

È una necessità operativa per il capitale americano in declino egemonico. Un apparato incaricato di terrorizzare una popolazione non può essere sottoposto a un reale controllo. Il controllo ne distruggerebbe l’efficacia repressiva. L’amministrazione Trump lo sa. Quindi organizza l’opacità, la protezione istituzionale, l’irresponsabilità penale.
Di fronte allo Stato borghese fascista che governa con il terrore e l’omicidio legalizzato, l’alternativa per il proletariato americano è ormai chiara: o subire la generalizzazione della repressione sanguinaria o avviare una rottura rivoluzionaria attraverso la lotta anticapitalista radicale. Non esiste alternativa.

*
Khider Mesloub è autore di numerosi saggi, pubblicati da Les impliqués Éditeur e da L’Harmattan; educatore specializzato, per 17 anni ha seguito adolescenti; da dieci anni è assistente pedagogico presso un liceo di Rouen.

 


5 febbraio 2026

 

GERMANIA

Il vento dell’Est

Lo bollano di «estrema destra», a scopo di disinformazione e di gratuita associazione evocativa con il Reich che fu. In realtà il partito Alternative für Deutschland (Afd) non ha nulla di estremo. Al contrario, espone un programma politico calibrato, razionale, coerente con la filosofia politica e i criteri di drastica gestione contabile cui s’ispira. Il che non salverebbe l’Afd dalla diffamazione e dal dileggio se non intervenissero, a tutelarla, due numeri: i molti voti sin qui conquistati e gli assai di più che i sondaggi le prospettano di conquistare alle elezioni regionali del 6 settembre prossimo. Per esempio in Sassonia, dove dal circa 20% della precedente tornata elettorale l’Afd ascende oggi al 40% delle intenzioni di voto. Così ergendosi a primo partito e riconquistando il potere nella Germania Est per la prima volta dal 1949.
Vale la pena passarne in rassegna i capisaldi programmatici.

[…]

 


4 febbraio 2026

 

PAVIA: PRODEZZE TERAPEUTICHE NEL BOSCHETTO DELLE TANE

La comunità dei sani immaginari

Chiusi i manicomi, incompetenti e svogliati gli psichiatri pubblici, esosi e senz’anima quelli privati, i sofferenti sono leniti, e spesso guariti, da Volontari Scalzi che si dissimulano tra loro e simulano di surrogare la cura con dosi massive di comprensione, di solidarietà, di ascolto. E, quando va bene, di predicazione sociale.
Cronache da un mondo altro.

[…]

 


1° febbraio 2026

 

LE NUOVE ESTENSIONI DELL’ALIENAZIONE DIGITALE

Traslocare nel cellulare

Anticipando Apple e gli omologhi giganti cinesi che da anni perseguono il primato, un’oscura società tedesca ha presentato, ieri a Magdeburg, Inner, fusione grottesca di Innerer Halt, forza interiore. È un cilindretto di 4 millimetri per 12, da incistare sottopelle ‒ più piccolo di un Eversense glicemico ‒ e autoalimentato da microgeneratore agganciato al muscolo cardiaco. Fin che respiri e ti batte il cuore, non smette mai di funzionare. È altresì connesso al nervo ottico e al canale uditivo, così da riversarti suoni e immagini. È insomma un dispositivo elettronico che svolge le funzioni del telefono e quelle del tablet. Inner ti trasforma in uno smartphone e in un computer insieme.
Sarebbe stato più pertinente battezzare questo orrore Teuflisch, diabolico, o Mefisto perché comprandolo non ti potenzi il cervello, ma ti vendi l’anima ai colonizzatori della mente.
Anticipiamo gl’inferni schiusi dalla follia ludico-mercantile prossima ventura.
(à l.d.)

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STAMPA INTERNAZIONALE
Le Monde 31 gennaio 2026

Tristan Garcia: la televisione ha addomesticato i nostri corpi

Il filosofo e scrittore mostra come questo oggetto che si è imposto nel XX secolo è «entrato nelle nostre case, in noi, ha occupato il nostro tempo e governa le nostre abitudini».

traduzione di Rachele Marmetti

Si sente dire sempre più spesso che la televisione è morta, o almeno agonizzante. Forse… Ma non sappiamo più di cosa stiamo parlando, probabilmente non lo abbiamo mai saputo. Che cos’è la televisione? Se ci riferiamo all’apparecchio, è un dispositivo di ricezione di immagini in movimento, organizzate in canali e programmi. Questo oggetto è passato attraverso molte tecnologie, dal tubo catodico ai cristalli liquidi. Ha occupato un posto sempre più di rilievo nelle case del XX secolo.
Ma la televisione non è solo il televisore… È un dispositivo molto più ampio di produzione e di diffusione, che ha coinvolto non solo telecamere, microfoni e studi televisivi, ma anche una complessa rete territoriale, politiche pubbliche, massicci investimenti privati, innumerevoli strategie di guerra culturale per avere accesso al “tempo disponibile della mente” dei telespettatori.
Il termine “televisivo” ha anche designato gradualmente, e con un pizzico di disprezzo, tutta un’estetica associata a quelle immagini popolari e di bassa qualità: la scenografia dei notiziari in studio; i dibattiti di opinione e gli alterchi; la trasmissione di eventi sportivi; il martellamento dei comunicati promozionali e della pubblicità; l’invenzione delle soap opera, inizialmente finanziate dai marchi di detersivi per il bucato e destinate alle casalinghe; lo sviluppo delle serie televisive come forma d’arte in cerca di legittimità…
Infine, “televisione” significa ormai tutta una storia e una tradizione, che essa stessa ha finito per mettere in scena – al passo con il proprio invecchiamento e con quello del suo pubblico – in innumerevoli repliche e celebrazioni di una presunta “età dell’oro”.
Apparecchio tecnico, forma di organizzazione dello spazio e del tempo, dispositivo economico e politico, arte popolare e industriale, archivio del secolo… I teorici dei media si sforzano di articolare tutto ciò che la televisione ha rappresentato man mano che la sua importanza sembrava diminuire. Questi dibattiti complessi sono avvincenti. Ma in occasione del suo centesimo compleanno si può anche tornare all’idea semplice di cui la televisione è diventata la cristallizzazione che troneggia nei nostri salotti.
La prima concretizzazione dell’idea visionaria di tele-visione è stato il selenio. Già nel 1817 Jacob Berzelius e Gottlieb Gahn constatano un residuato di colore rossastro dopo aver preparato acido solforico. In contrapposizione al tellurio, danno a questo elemento sconosciuto un nome che evoca poeticamente la dea della Luna, Selena. Quali sono le sue caratteristiche? Più viene riscaldato alla luce più la sua resistenza al passaggio della corrente elettrica diminuisce. Che uso si potrebbe farne? Mistero. Le potenzialità del selenio rimangono inesplorate.
Passano alcuni decenni e Willoughby Smith ne riscopre le proprietà fotoelettriche. Nel frattempo la fotografia ha preso piede. Ora si sa come fissare su carta l’ombra e la luce di una scena. Smith coglie subito l’interesse di una sostanza che, più o meno stimolata dall’intensità luminosa, la restituisce sotto forma elettrica: potrebbe diventare l’anello mancante tra la cattura delle immagini fotografiche e la loro diffusione tramite un filo elettrico. Una volta codificato sotto forma di segnale, ciò che è visibile qui e ora, diventerebbe “tele-visibile” altrove e potrebbe penetrare ovunque si volessero installare dei ricevitori.
È allora che l’idea della “tele-visione” prende davvero corpo in Occidente. Nel 1878 tre ricercatori progettano, senza consultarsi, di usare le proprietà conduttrici del selenio. Il portoghese Adriano de Paiva, il francese Constantin Senlecq e l’americano George Carey sperimentano e immaginano prototipi più o meno realistici di trasferimento di immagini luminose. La questione della “tele-visione” è ancora l’hobby di inventori marginali, non un serio argomento accademico suscettibile di interessare l’industria.
Tuttavia il progetto di «telettroscopio» di Carey, mai realizzato, è già un buon esempio della germinazione tecnica dell’idea di “tele-visione”. Com’è fatto questo oggetto? Ci sono due dischi. Uno serve per la trasmissione, l’altro per la ricezione. Sul primo, piccoli pezzi di selenio catturano le zone d’ombra o di luce in un’immagine retroilluminata. Un filo collega ognuno di questi ricevitori al secondo disco, incastonato di piccole lampadine e posizionato in una stanza vicina. Lontane antenati dei pixel, queste lampadine che si accendono o si spengono a secondo del passaggio della corrente dovrebbero ricostituire approssimativamente l’immagine originale. Come un oggetto rotto in mille pezzi e poi ricomposto, l’immagine viene “disimmaginata”, trasformata in corrente, poi “reimmaginata” in forma luminosa.
Ma la realizzazione del telettroscopio è troppo complicata, inoltre si capisce subito che le proprietà del selenio non sono adatte alla trasmissione d’immagini sufficientemente precise. Il selenio è stato l’elemento scatenante che, pur non avendo mantenuto le sue promesse, ha dato impulso alla ricerca industriale sull’alleanza tra luce ed elettricità, occhio e intensità della corrente, sensazione e informazione.
La “tele-visione” sta per diventare realtà. Poiché si vuole ottenere una sorta di immagine di sintesi, è necessario prima analizzarla, scomporla. Ma come? Per punti, per pacchetti o per linee.
Nel 1889 Lazare Weiller scrive Sur la vision à distance par l’éléctricité (Sulla visione a distanza tramite l’elettricità). Secondo lui, l’occhio umano non deve necessariamente percepire tutti i raggi luminosi diffusi da un oggetto per poterlo riconoscere.  Una percezione selettiva è sufficiente per ricostituire l’immagine, come accade quando si contempla un mosaico o un arazzo. Piuttosto che un disco, Weiller immagina quindi una ruota composta da 360 specchi argentati, in modo da scansionare linea per linea l’immagine da analizzare. Questi primi tamburi sono pesanti e fragili, ma consentono di procedere per tentativi.
Nel 1926 John Logie Baird riuscì nella prima trasmissione ufficiale, da una stanza all’altra, di un’immagine scomposta in trenta linee verticali, in bianco e nero. Tuttavia è chiaro che la televisione, di cui festeggiamo il centenario, non è nata nel 1926, né dopo né prima… È cresciuta lungo tutto il processo attraverso il quale l’idea è diventata tangibile, scaturendo da antiche fantasie tecnologiche combinate a condizioni sociali moderne: l’emergere delle classi medie, l’ascesa di una società del consumo, l’accesso alla proprietà, la messa in scena del focolare domestico, il tempo libero come nuovo mercato…
In questo contesto, la televisione è diventata un cristallo quasi miracoloso per il capitalismo, organizzando in un apparecchio tecnico, attraverso centri di diffusione più o meno controllabili dagli Stati o da consorzi industriali, l’imbrigliamento del tempo di attenzione dei consumatori, un punto di ancoraggio dei corpi stanchi dopo il lavoro, la sincronizzazione degli sguardi e delle emozioni.
Coordinatrice delle nostre solitudini e delle nostre vite familiari, la televisione è diventata anche strumento di fascinazione grazie al luccichio dello schermo, alla riduzione del mondo a romanzo d’appendice, nonché a una serie di appuntamenti regolari.
Con la televisione lo spettacolo sociale è entrato in casa: al cinema ci si deve andare, la televisione invece viene da noi. Inoltre il suo flusso non si arresta mai veramente: lo si interrompe e lo si riprende, secondo un certo ritmo. È un rito piuttosto prosaico. Il più delle volte infatti lo spettacolo televisivo pretende accompagnare la nostra vita ordinaria, piuttosto che interromperla con il sublime o il sacro.
La televisione ha addomesticato i nostri corpi, ci ha fatto accomodare sul divano, ha sviluppato in noi forme inedite di attenzione e disattenzione, di posture e contorsioni, una sorta di dormiveglia e di predisposizione al commento permanente. Per resisterle abbiamo sviluppato un vasto repertorio di strategie, di sguardi biechi e di sorrisetti ironici per non mostrarci vittime dell’imbroglio dello spettacolo cui ci siamo abbandonati.
Ora, naturalmente, internet e altri formati di schermo hanno messo questo spettacolo nelle nostre mani. Tutti si sono alzati dal divano, il televisore di ultima generazione è invecchiato, così come il concetto di palinsesto.
Ma quella televisione, la televisione programmata e concentrata del XX secolo, non è mai stata altro che un momento della “tele-visione” in senso più ampio, che designa quel processo tecnico, cognitivo e sociale di formazione, di deformazione, di trasformazione della nostra percezione esposta alla diffusione di immagini frammentate come segni, che si sono introdotte nelle nostre case, dentro di noi, per occupare il nostro tempo e governare le nostre abitudini.
Questa “tele-visione” è ora all’opera nei flussi di internet. Dà l’impressione di essere diventata partecipativa e Atawad (any time, anywhere, any device – sempre, ovunque, con qualsiasi dispositivo), in radicale rottura con la televisione dei nostri genitori e nonni. Ma, in fondo, essa rimane l’erede della vecchia pietra di Selene, che continua a crescere in tutti i sensi nel nostro sistema cognitivo.
L’idea della tele-visione è germogliata nel passaggio dalla fantasia della visione a distanza alla promessa fotoelettrica del selenio. Quella che abbiamo chiamato “televisione” è diventata il cristallo del capitalismo moderno, della cultura industriale e della società del consumo. Era un cristallo dal grande potere, la cui critica era particolarmente difficile, tanto poteva sembrare inutile – tutte le immagini finivano per passare attraverso questo cristallo – o sprezzante, le nostre vite si cristallizzavano in esso, e noi ci guardavamo deformati, diffratti, potenti e impotenti allo stesso tempo.
Il cristallo televisivo si è eroso, ma la cristallizzazione continua. Non si può dire in che momento esatto la televisione sia nata; in ogni caso non è morta. La sua crescita continua in altro modo, come peraltro i nostri modi di abbandonarci a questa cristallizzazione delle immagini, dello sguardo, dell’attenzione, ma anche di resistervi.

*
Tristan Garcia è romanziere e docente di filosofia all’università Lyon-III Jean Moulin. Ha diretto, con Jacopo Bodini e Graziano Lingua [docente di filosofia morale dell’università di Torino], la realizzazione del saggio Au prisme des écrans, Mimésis, 2024 (Attraverso il prisma degli schermi). La vie intense. Une obsession moderne, Autrement 2016, (La vita intensa. Un’ossessione moderna, Editore Dimensioni, 2022) è stato ripubblicato nel 2025 con una postfazione inedita. È un saggio sulle nostre esistenze elettriche.

 


31 gennaio 2026

 

GENITORI LUNGIMIRANTI

«Abbiamo venduto il villino che nostra figlia Agnese dava per scontato di ereditare

e con il ricavato l’abbiamo mantenuta cinque anni in una università canadese tra le più prestigiose, noi contentandoci di un bilocale in affitto. Adesso Agnese ha una superlaurea, è dirigente in una multinazionale, guadagna 260 mila dollari l’anno, abita a Montreal, in una villa di 12 stanze. E indovinate un po’ dove Agnese ha sistemato noi…»
Confidenze gioiose di una famiglia dove persino il gatto ha la testa sulle spalle.
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30 gennaio 2026

 

IL CASO DELLA SCRITTRICE TEDESCA DOROTHEE ELMIGER

Nur Deutsch fur die Höllanderinnen

In attesa di traduzioni sinora soltanto auspicate, l’autrice, che nel giorno del suo 40° compleanno ha appena vinto il Deutscher Buchpreis, riscuote meriti e demeriti dalla comunità germanofona italiana. E a Merano viene strumentalizzata per rinfocolare rivalse nazionaliste che si ritenevano sopite da un paio di generazioni.
[…]

 


22 gennaio 2026

 

 

IA-IA FA L’ASINA ARTIFICIALE

Agli schizzati senza palanche non resta che il dottor App

di Scribo Ergosum

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correlato:

STAMPA INTERNAZIONALE
Le Monde Sciences, inserto settimanale di Le Monde del 14 gennaio 2026

Come l’IA sta rivoluzionando il campo della salute mentale

di Laure Belot

traduzione di Rachele Marmetti

Decine di milioni di persone condividono con le chatbot il proprio malessere. Di fronte a questo fenomeno, che s’insinua anche nelle consultazioni psichiatriche e solletica l’appetito dei GAFAM, gli scienziati mettono in guardia sui rischi corsi dalle persone più fragili. Tuttavia, in alcuni casi, l’intelligenza artificiale può rivelarsi utile.

Negli ultimi anni c’è stata un’accelerazione. Giovani (e meno giovani) di tutto il mondo hanno iniziato a usare ChatGPT e altri robot conversazionali per dare sfogo al proprio malessere. In molti Paesi sono state avviate azioni legali perché questi robot avrebbero causato stati deliranti o, peggio, avrebbero fatto da assistenti in casi di suicidio. Ecco le ultime notizie. Il 7 gennaio Open AI ha annunciato il lancio di ChatGPT Health: da fine gennaio, collegando i propri dossier sanitari, gli utenti potranno avere risposte più personalizzate dal robot che, avverte, non saranno «né diagnosi né prescrizioni di trattamenti». Il 12 gennaio la società Anthropic ha presentato il programma Claude for Healthcare.
La professione medica è scossa dal ricorso a queste chatbot da parte di pazienti di servizi psichiatrici e no. I GAFAM (Google, Amazon, Facebook – diventato Meta – Apple, Microsoft) non nascondo la volontà di diventare protagonisti della sanità mentale digitale, grazie ai loro modelli superpotenti d’intelligenza artificiale (IA) generativa. La miniera da cui attingere? L’enorme quantità di informazioni personali cosiddette multimodali – voce, linguaggio… – raccolte attraverso i nostri telefoni o i nostri orologi connessi.
Ricerche condotte su pazienti psichiatrici dimostrano che tecnologie quali la fenotipizzazione digitale (dati registrati passivamente 24 ore su 24 su una persona per monitorarne il comportamento o lo stato d’animo), la realtà virtuale e ora anche l’IA generativa sono ausili affidabili per gli psichiatri, in particolare nell’individuare i rischi di ricaduta, problema di primaria importanza in questo campo. In Francia, per esempio, la società Callyope ha annunciato per il 2026 un dispositivo medico che utilizza la voce e l’IA generativa per monitorare pazienti affetti da schizofrenia, depressione o disturbo bipolare.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) auspica che queste innovazioni possano arginare l’aumento dei problemi di salute mentale quali disturbi mentali, disabilità psicosociali o stati mentali che causano forte sofferenza. «Per i problemi di salute mentale comuni, quali la depressione e l’ansia, strumenti digitali di auto-aiuto possono essere generalizzati in modo efficace e accessibile» osserva l’OMS in una comunicazione di ottobre 2025. Infatti, secondo l’agenzia, in quest’epoca caotica, oltre un miliardo di persone soffre di disturbi mentali, e, secondo The Lancet, in circa sette casi su dieci questi problemi insorgono prima dei 25 anni.
«La depressione è un fardello in tutti i Paesi, ma più pesante in quelli a basso o medio reddito» precisa lo psichiatra, nonché ricercatore in epidemiologia, Etienne Duranté, che sta preparando una tesi sulle psicoterapie digitali all’Hôtel-Dieu [fondato nel 651, è l’ospedale più antico di Parigi ed è ancora in attività, ndt]. Secondo The Lancet, in Europa occidentale il suicidio è la principale causa di morte nella fascia di età tra i 10 e i 29 anni e la terza causa a livello mondiale.
In Francia un terzo dei giovani tra gli 11 e i 24 anni mostra segni di disagio psicologico «da moderato a grave», secondo i risultati preliminari dello studio trasversale Mentalo, condotto dall’Inserm [Institut National de la Santé et de la Recherche medicale, Istituto Nazionale della Salute e della Ricerca medica] e pubblicato a ottobre 2025.
La psichiatria, «che è stata la disciplina più richiesta per le consultazioni online durante la pandemia di Covid 19», non ha più i mezzi per fornire una risposta sincrona (un medico online), spiega un articolo pubblicato a giugno 2025 in World Psychiarty, il cui autore principale, lo psichiatra John Torous, esercita presso la Harvard Medical School. Da qui l’emergere a livello globale di nuove offerte digitali denominate «salute mentale asincrona» per accompagnare persone in difficoltà o sotto stress. Si tratta sia di applicazioni per rafforzare la prevenzione della sofferenza mentale sia di strumenti «per consentire una pratica clinica potenziata, un approccio ibrido in cui il medico si avvale della tecnologia» osserva lo psichiatra Raphaël Gaillard, direttore del polo ospedaliero-universitario dell’ospedale Sainte-Anne di Parigi.
Mentre la sfida consiste nel determinare il giusto equilibrio tra assistenza umana e assistenza digitale, applicazioni riconosciute come dispositivi medici vengono sperimentate, per esempio, in Germania e negli Stati Uniti. La Francia invece è in ritardo. «La previdenza sociale non rimborsa attualmente alcun dispositivo medico digitale in psichiatria» si rammarica il professore Ludovic Samalin, che, insieme ad altri, da Clermont-Ferrand dirige la Grande Sfida Digitale nella Salute Mentale, un programma pubblico finanziato con circa 15 milioni di euro. «Siamo un Paese prudente, ma che purtroppo tende a criticare pregiudizialmente le nuove idee».
Come accade a ogni accelerazione tecnologica, questi nuovi usi e progetti suscitano preoccupazioni etiche e giuridiche rilevanti. Delle circa diecimila applicazioni senza IA generativa in uso nel mondo – denominate «di benessere» per sottrarsi alla regolamentazione sui dispositivi medici – solo il 3% è stato oggetto di pubblicazioni scientifiche.
Ecco quattro punti che possono aiutarci a chiarire la situazione.

Gli scienziati mettono in guardia sull’uso dei robot conversazionali

A novembre 2022 Sam Altman, amministratore delegato di OpenAI, ha deciso di rendere gratuito l’accesso a ChatGPT, sebbene le grandi piattaforme che possedevano una chatbot di IA generativa avessero concordato di ritardare il lancio mondiale di questo strumento, ritenuto immaturo. La decisione di Altman ha prodotto l’effetto immaginato nel film di fantascienza Her (2013), in cui un single diventa affettivamente dipendente da un’IA.
Decine di milioni di persone, soprattutto giovani, usano ormai queste chatbot per avere compagnia o sostegno. In tutto il mondo sono stati segnalati casi molto preoccupanti: suicidi, violenze e manifestazione di pensieri deliranti. Intervistato a novembre 2025 da Nature su quali ritiene le più grandi preoccupazioni suscitate dall’uso dell’IA, Mustafa Suleyman, cofondatore di DeepMind, (acquisita da Google) e ora direttore del settore sviluppo di prodotti d’IA per il grande pubblico di Microsoft, denuncia l’accresciuto pericolo di delirio durante le interazioni emotive con le chatbot.
La comunità scientifica moltiplica gli allarmi. «È un problema emergente di salute pubblica» affermano nove neuroscienziati e informatici, alcuni dei quali appartenenti ai GAFAM, in un comunicato di luglio 2025. Le chatbot usano espedienti tecnologici, affermano questi specialisti: dicono ciò che gli utenti vogliono sentire (sycophancy, compiacenza) e si adattano alla loro domanda. Le persone più fragili, insistono questi ricercatori, possono sviluppare una forte dipendenza e subire un’alterazione dei loro punti di riferimento, tanto più se sono socialmente isolate. I firmatari chiedono «un’azione coordinata dei professionisti della salute, dei progettisti di IA e delle autorità di regolamentazione».
Presentato a Madrid a ottobre 2025, in occasione di una conferenza su intelligenza artificiale, etica e società, uno studio della Brown University (Rhode Island) ha descritto in dettaglio come le chatbot «violino sistematicamente le norme etiche stabilite dall’American Psychological Association», anche quando sono stimolate a usare tecniche di psicoterapia fondate su prove scientifiche. Forniscono, per esempio, risposte fuorvianti che rafforzano le convinzioni negative degli utenti su loro stessi e sugli altri.
Secondo un’analisi del laboratorio di salute mentale dell’Università di Stanford (California), svolta per l’ONG Common Sense Media e pubblicata a novembre 2025, i miglioramenti annunciati per rendere le chatbot più caute nelle affermazioni non sono sufficienti. ChatGPT (OpenAI), Claude (Anthropic), Gemini (Google Alphabet) e Meta AI (Meta) «non riescono ancora a riconoscere e a reagire in modo appropriato ai disturbi di salute mentale dei giovani» osservano i ricercatori.
A livello istituzionale, tre Stati americani (Illinois, Utah e Nevada) a metà 2025 hanno deciso di limitare l’uso delle chatbot, vietando in particolare ai terapeuti di consigliare ai pazienti di affidarsi a un’intelligenza artificiale generativa. L’American Psychological Association il 13 novembre ha emesso un monito intitolato «L’intelligenza artificiale e le applicazioni per il benessere non possono risolvere da sole la crisi della salute mentale».
A oggi, tuttavia, nessun organismo internazionale monitora sistematicamente gli effetti dell’IA sulla salute mentale, come l’OMS fa per altri rischi sanitari. Tuttavia, in una nota di marzo 2025, l’OMS ha fornito raccomandazioni ai governi e alle industrie sull’uso dei modelli medici di elaborazione del linguaggio (LLM), quali l’onere della prova, la necessità di trasparenza sui dati e la valutazione del rischio psicologico.

Come le chatbot perturbano la pratica psichiatrica

«In ospedale stiamo vivendo lo stesso terremoto provocato dall’avvento di internet» afferma Pierre-Alexis Geoffroy, professore di psichiatria all’ospedale Bichat di Parigi. «Quasi tutti i miei pazienti giovani, dai 18 ai 40 anni, hanno usato ChatGPT o un’altra chatbot prima di consultarmi, sia che soffrano di depressione, d’insonnia, di disturbi bipolari, di schizofrenia o ansia». Già s’informavano online, prosegue lo specialista, «ma ora si formano una propria “conoscenza”, costruita autonomamente a colpi d’interazione con la chatbot, difficile da smontare in consultazione.  Questi robot conversazionali possono intrappolare i pazienti in un determinato schema mentale».
Un medico, che preferisce mantenere l’anonimato per preservare quello dei pazienti, descrive in dettaglio il caso di uno di questi: «Una persona affetta da un disturbo autistico è stata convinta da ChatGPT di essere un genio incompreso in campo scientifico. Da allora presenta progetti su progetti alle istituzioni per ottenere finanziamenti. Due anni fa avrei diagnosticato un delirio paranoico cronico. In realtà questo paziente vive la relazione con la chatbot come se questa fosse un individuo autentico».
Per comprendere meglio la propria malattia, un giovane paziente di Stéphane Mouchabac ha sottoposto la propria cartella clinica alla chatbot. «“Ecco cosa risponde ChatGPT alle mie domande, cosa ne pensa dottore?” mi ha chiesto durante visita» ci racconta lo psichiatra dell’ospedale Saint-Antoine. «Ho potuto confermare o smentire alcune risposte, ma da quel momento ho la sensazione di non essere più solo nello studio con i miei pazienti».
Il verificarsi di casi di questo genere «sta dando vita a discussioni informali tra medici, senza però una vera e propria riflessione organizzata» sottolinea Philippe Domenech, professore di psichiatria all’ospedale Sainte-Anne. Questo specialista di disturbi ossessivi-compulsivi, particolarmente aperto alle tecnologie, riconosce tuttavia che «sta accadendo tutto molto rapidamente e non è facile coglierne la portata».
Dalla Harvard Medical School, il professor JohnTorous afferma di non essere sorpreso da questi esempi. «In Francia, in America o in Sudafrica questi nuovi strumenti stanno perturbando la nostra professione, il fenomeno è mondiale» afferma questo esperto, principale autore di diverse meta-analisi di riferimento sulla psichiatria digitale. «Questo sconvolgimento non è ancora una rottura totale, perché gli strumenti utilizzati dalle persone [applicazioni, robot conversazionali] non gestiscono ancora bene le cure psichiatriche mediche». Ma quando questi strumenti miglioreranno e diventeranno più scuri, aggiunge, «cambierà il nostro modo di praticare la professione. Dovremo riflettere su come integrarli».

Perché i GAFAM vogliono avere un peso sul settore della salute mentale.

Da decenni la psichiatria moderna è alla ricerca di “biomarcatori”, ovvero di indicatori obiettivi come un esame del sangue o un’immagine del cervello che aiuterebbero lo psichiatra a confermare la diagnosi di depressione, schizofrenia o bipolarismo. Ma, nonostante i progressi delle conoscenze e le circa 1.600 pubblicazioni scientifiche all’anno sull’argomento, «nessun biomarcatore viene utilizzato per la diagnosi, che ancora oggi è esclusivamente clinica» si è rammaricato lo psichiatra Pierre-Alexis Geoffroy durante l’ultimo Congresso sull’encefalo a Parigi, a gennaio 2025. Questo medico ha altresì aggiunto che la psichiatria sta attraversando «una crisi di validità e affidabilità fisiologica delle diagnosi». Questa situazione è legata in particolar modo alla complessità dei casi da trattare: i sintomi delle patologie sono eterogenei e variano nel tempo, bisogna tener conto della storia del paziente e del suo ambiente.
Da qui la speranza suscitata dai dati personali multimodali resi accessibili dagli strumenti digitali. Dalle ore d’insonnia al grado di stress misurato all’attività elettrodermica della pelle che traspira, queste informazioni possono essere captate passivamente 24 ore su 24 da oggetti connessi (braccialetti, smartphone) o raccolte su applicazioni sotto forma di questionari. «I nuovi metodi di intelligenza artificiale ci permetteranno di avvicinarci a questi nuovi biomarcatori con una comprensione più ampia» prevede Geoffroy.
Raphaël Gaillard aggiunge che «la diagnosi psichiatrica, spesso percepita come soggettiva, si basa sull’analisi da parte di un medico esperto di una molteplicità di piccoli indizi». L’intelligenza artificiale, continua, «potrebbe consentire di riprodurre questo processo in modo algoritmico ed esterno, raccogliendo dati che sono tanto deboli da non riuscire ad aggregarli».
Questa sfida, e il mercato economico in crescita che l’accompagna, sollecita da anni l’interesse dei GAFAM. Nel 2020 Amazon pubblica, insieme all’Università di Sydney (Australia), i risultati di una ricerca su persone ansiose o depresse che si autovalutavano con il robot Alexa. Nello stesso anno, X The Moonshot Factory, il laboratorio di innovazioni radicali di Google Alphabet, conclude un progetto triennale, Amber, che mira a «ridurre radicalmente l’ansia e la depressione nei giovani», come scritto in documento riservato di cui Le Monde è venuto a conoscenza. Questo programma, sviluppato in collaborazione soprattutto con le università di Stanford e San Diego (California), mirava ad analizzare con un’intelligenza artificiale di tipo machine learning tre tipi di dati: onde cerebrali, informazioni captate da oggetti connessi e risposte a questionari tramite smartphone. Abbiamo contattato la società americana, che ci ha confermato l’esistenza di Amber e ha precisato che, terminato il progetto, aveva reso open source «i risultati concreti e i software prodotti, consentendo l’uso gratuito dei brevetti e delle applicazioni».
Cinque anni dopo, grazie al folgorante sviluppo dell’IA generativa, i GAFAM propongono nuove soluzioni tecnologiche. In un articolo di Jama Psychiatry del 19 novembre 2025, ricercatori di Google DeepMind vantano il ricorso alla “psicometria generativa” per valutare la salute mentale. Questo approccio «sfrutta l’IA generativa per sintetizzare dati multimodali» per «creare dati strutturati partendo da esperienze umane soggettive» precisa Joëlle Barral, direttrice della ricerca di Google DeepMind, in un post su Linkedin. Il 21 novembre 2025 Microsoft ha pubblicato il libro L’IA au service de la santé (L’IA al servizio della salute), firmato dal direttore della strategia tecnologica, Thomas Klein. Un capitolo è dedicato alla salute mentale. «Proprio come la radiodiagnostica o gli antibiotici, gli strumenti informatici hanno rivoluzionato la pratica medica, gli LLM e l’IA potrebbero rappresentare nella salute il prossimo salto quantico» spiega il dirigente di Microsoft.
Questa incursione nel settore della salute mentale da parte di questi giganti, la cui capitalizzazione di borsa supera il prodotto interno lordo di alcuni Stati, è commentata con cautela dal mondo psichiatrico. «Non ho pregiudizialmente nulla contro di esse, ma queste società sono nel business e nei dati, noi siamo nella cura» osserva Stéphane Mouchabac. «L’innovazione digitale in psichiatria deve obbedire alle stesse regole etiche e normative della medicina in generale» aggiunge. Il professor Raphaël Gaillard ricorda il punto-cardine in medicina: il segreto professionale. «Dove finiscono digitalmente le informazioni relative alle persone? Dove sono archiviate? Come viene garantita la loro sicurezza?» si chiede il francese Guillaume Dumas, professore di psichiatria computazionale all’Università di Montreal (Canada). E aggiunge: «In virtù del Patriot Act i dati allocati negli Stati Uniti non sono, a mio avviso, al sicuro perché possono essere sequestrati da un governo per motivi politici.»
John Torous esprime altre riserve. «Non sono contrario a permettere a queste piattaforme di aiutarci un giorno a migliorare la situazione mondiale in materia di salute mentale. Tuttavia, senza investimenti diretti e senza costruzione di modelli specifici per la psichiatria, i risultati non saranno soddisfacenti. Raccogliere un’enorme quantità di dati può forse consentire di ottenere una conversazione terapeutica, ma non costituisce una vera e propria terapia.»

Quanto ci si può fidare dei nuovi robot specializzati in salute mentale?

Il 25 novembre 2025, al convegno Adopt AI di Parigi, l’azienda tedesca HelloBetter ha ufficialmente lanciato Ello, chatbot specializzata nella salute mentale. «Proprio come ci si lava i denti ogni giorno, Ello è concepito per gestire lo stress quotidiano. Possiamo avere tutti bisogno di parlare con qualcuno» ha sottolineato Hannnes Klöpper, amministratore delegato dell’azienda, davanti a una sala gremita.
Questa società ha creato anche un’applicazione che offre programmi di terapia cognitivo-comportamentale rimborsati dalla previdenza sociale tedesca e utilizzata «dal 20% degli psichiatri», in particolare per i casi di burn-out, secondo Klöpper. L’azienda mette in evidenza la propria solida base accademica, affermando di aver condotto 30 studi randomizzati controllati (confronto con utenti di un placebo) sull’applicazione HelloBetter, progettata sulla base delle ricerche del professore di psicologia David Daniel Ebert (Università tecnica di Monaco). Questa nuova chatbot è stata alimentata dalle «interazioni di HelloBetter con 140 mila pazienti» precisa il suo amministratore delegato. Gli psicologi si mettono in contatto con l’utente, tramite chat o telefono, in caso di rilevamento di segnali di malessere. Per certificare l’efficacia di Ello sul sonno, l’ansia e la depressione, «uno studio randomizzato controllato è previsto per il primo trimestre 2026» precisa il dirigente.
Ello dovrà tuttavia dimostrare scientificamente la propria credibilità. Una prima battuta d’arresto ha infatti colpito la società americana Slingshot AI, che nell’estate 2025 ha raccolto 93 milioni di dollari per lanciare Ash, la sua chatbot specializzata. Il 10 dicembre 2025 un giornalista britannico di The Verge ha rivelato che Ash non era stata in grado di fornirgli, in situazione di emergenza, il numero telefonico corretto della linea di assistenza al suicidio: forniva il numero americano e non quello in Gran Bretagna, dove l’utente risiede.
«Se un’azienda non è nemmeno in grado di fornire il numero di emergenza corretto, significa che non è ancora pronta per l’uso clinico» osserva John Torous, che il 18 novembre 2025 è stato ascoltato alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti nell’ambito di un’indagine sui rischi delle chatbot. Nello stesso mese il comitato consultivo sulla salute digitale della Food and Drug Administration, l’agenzia americana responsabile del controllo dei prodotti alimentari e dei farmaci, ha esaminato la difficoltà di dimostrarne l’efficacia.
Un solo progetto di chatbot terapeutica, Therabot, non commercializzato e sviluppato da ricercatori del Dartmouth College (New Hampshire), ha finora realizzato studi randomizzati controllati. Ma, lamenta John Torous, era una “lista d’attesa” (cioè le persone o usano Therabot o non fanno nulla). Questi studi, afferma, «ci mostrano che le persone con problemi di salute mentale possono utilizzare una chatbot: ma questo lo sapevamo già. Vogliamo uno studio che confronti una chatbot terapeutica con una chatbot di semplice conversazione, al fine di isolare l’effetto reale della terapia». Questo esperto di psichiatria digitale ritiene «preoccupante che nessuno abbia ancora prodotto uno studio di alta qualità con un vero gruppo di controllo attivo».

 


18 gennaio 2026

 

ACCATTONAGGIO TRUFFALDINO / 2

Cassintegrati a vita. E oltre

di GC Scotuzzi Mosca e Rachele Marmetti

Cassintegrato significa: mantenuto con soldi pubblici. Dunque pagato con quattrini sottratti al bene comune. Il cassintegrato è un ex lavoratore, cioè un ex dipendente di azienda pubblica e privata. Il quale ha perduto il lavoro perché il suo datore non ha più bisogno di lui, avendo l’azienda smesso di produrre.
All’inizio la regola era questa: se l’azienda ha smesso di produrre definitivamente, per cessazione volontaria dell’attività o per fallimento, il disoccupato non ha diritto ad analogo, prolungato, sussidio. Se invece l’azienda è momentaneamente ferma a causa di difficoltà contingenti, che il datore ritiene di superare in tempi brevi, il dipendente viene mantenuto dalla Cassa Integrazione Guadagni (CIG) per il tempo necessario all’azienda a rimettersi in sesto. In modo che l’azienda, al momento della ripresa, si ritrovi a disporre dei medesimi dipendenti. Se così non fosse, l’azienda rischierebbe, al momento della ripresa, di dover assumere dipendenti nuovi, forse non in possesso delle medesime competenze di quelli licenziati all’esplodere della crisi.
Il senso e la condizione e la giustificazione della CIG stanno tutti qui: nel mantenere manodopera disoccupata nella quasi certezza che prima o poi riprenderà a lavorare nella medesima azienda che appunto ne ha addossato l’onere provvisorio alla comunità.
Chi paga la CIG? Soprattutto l’INPS. Cioè l’ente pubblico che accantona, gestisce e al momento opportuno eroga le pensioni ai lavoratori. Soldi non appartenenti allo Stato né alla comunità intera costituita da tutti i cittadini, ma soltanto a quei lavoratori che versano o hanno versato una parte della loro retribuzione all’INPS. Ne deriva che gli accantonamenti pensionistici, dunque il patrimonio dell’INPS, è a tutti gli effetti «retribuzione differita» spettante a chi l’ha già guadagnata ma non ancora riscossa. Come l’indennità di liquidazione a fine lavoro. Sono soldi che hanno proprietari con nome e cognome: i lavoratori dipendenti che versano o hanno versato contributi previdenziali. Sono titolari esclusivi e nominativi dei loro accantonamenti, allo stesso modo in cui un risparmiatore è titolare esclusivo del conto corrente aperto in banca. Al di fuori di lui, nessuno, neppure lo Stato, men che meno il sindacato, ha il diritto di appropriarsi di questi conti. Vietato toccare questi soldi, neppure accampando emergenze estreme, come l’inceppo produttivo di un’azienda e conseguente disoccupazione. È un divieto che affonda totale legittimità nei plinti dello Stato di diritto: nessuno metta le mani nei forzieri dove i lavoratori depositano i denari che serviranno a mantenerli quando smetteranno di lavorare.
Eppure molti decenni fa, nel cuore di quella follia collettiva e di quegl’inciuci affaristici che diedero il via al saccheggio delle casse pubbliche in nome della solidarietà tra malfattori, lo Stato, cioè i partiti politici che tutti insieme lo gestivano, e i sindacati (cui peraltro era iscritto a malapena un lavoratore su dieci), ordirono l’assalto alla CIG. Concordarono una prassi, in gran parte confortata da legge infausta, per prelevare quattrini dall’INPS allo scopo di passare l’80% della mercede ai lavoratori dipendenti che l’avevano persa tutta. Motivarono: sono soldi indispensabili, come detto, a tenere in caldo alle aziende i lavoratori provetti che hanno licenziato ma che prevedono di riutilizzare. Così, a ogni chiusura di stabilimento di una certa consistenza (le piccole imprese, dove peraltro sgobba l’80% dei dipendenti privati, sono da sempre negate di tutele legali e sindacali), i licenziati si beccavano la CIG. Obietterete: sai che pacchia, incassare l’80% di bustepaga magre! Sì, doppia pacchia: innanzitutto il cassintegrato non sgobba, non rischia, non ha spese di pendolarismo; secondo: le statistiche acclarano che il grosso dei cassintegrati profitta della non-facenza legalmente retribuita per svolgere un lavoro in nero. Doppiamente illegale: primo, perché la riscossione della CIG è condizionata alla mancanza di reddito; secondo, perché su un reddito clandestino non paga tasse né il datore che lo eroga né il dipendente che lo incassa.
E che succede quando l’azienda in CIG riprende l’attività, come del resto s’era impegnata a fare? Norma vorrebbe che tutti i cassintegrati tornino in fabbrica o in ufficio e riprendano a fare ciò che facevano prima della CIG. Tutti contenti, in fabbrica, sia datore che dipendenti. Ma scontenti i gestori e gli utenti dell’INPS, cui è toccato postare nella colonna delle perdite tutti i soldi erogati ai cassintegrati, perché sono soldi che nessun beneficiario restituirà mai.
E se, al termine del periodo di CIG (3 anni, 5 anni…) l’azienda non riprende l’attività? Fa niente: la corruttela che avvinghia partiti e sindacati sforna un altro periodo di CIG e poi un altro ancora… Ma stavolta sicuramente e totalmente infondato, giacché la CIG non è più connessa alla prospettiva di una ripresa. Si recide così il nesso causale, ancorché fondamentalmente illegittimo, come visto, tra la concessione di questa “indennità di disoccupazione provvisoria” e la prospettiva di ripresa produttiva che sola la motiva.
Di male in peggio, gl’intrallazzi partiti-sindacati hanno col tempo esteso la CIG anche ai licenziati da aziende fallite o che non possono neppure millantare alcuna speranza di rimettersi in carreggiata. Così i predatori dell’INPS hanno trasformato la CIG in un “sussidio di disoccupazione” a favore di chi, già a libro paga di media o grossa impresa, ha perso ogni illusione di tornarci. Con l’aggravante ‒ urge ribadirlo ‒ che questo sussidio è riservato alla ristretta e privilegiata casta dei lavoratori che furono a libropaga di medie e grosse aziende.
Nell’anno di grazia 2026, ove l’unica speranza di un ritorno a un qualche Stato di diritto promana dall’annuncio di sconquassi e megapirotecnie internazionali epocali, la CIG è reddito immotivato, appannaggio di pochi milioni di lavoratori sulla ventina che siamo, e sperpero delle pensioni future di tutti. E arricchimento illecito di chissà quanti politicanti e burocrati sindacali, essendo in Italia consolidata la scrematura mafiosa di denaro pubblico a ogni passaggio da mani ad altre.
Ci sono plaghe italiche dove chiazze di nullafacenti (ancorché in gran parte facenti clandestini ed evasori fiscali) sono spaparanzati da decenni sulla rendita che ormai la CIG è diventata; all’apice del maltolto e del privilegio ci sono persone che trascinano la CIG sino a che matura il tempo di rimpiazzarla con la pensione; ci sono persone che, un botto di fortuna qui, un abuso là, un mercimonio elettorale ancor più in là, ereditano dal genitore il diritto alla CIG.
La CIG come la Palestina: terra di nessuno, cioè Terra di Lorsignori, popolata da padrini, capibastone e altri mantenuti alla terza generazione. Ma i palestinesi sono in gobbo a una comunità internazionale folta di Stati potenti e superricchi. I nostri “palestinesi” succhiano il sangue a un corpo statale piagato dalle punture succulente ‒ che suggono vite ‒ di un popolo virtualmente apolide, per il quale l’unico Stato riconosciuto è la propria Famiglia Stato.
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TRA SACRO, ARCANO E VOLGARE

La Mil’ano dei 12 apostrofi

TAC impietosa d’una metropoli nella quale, replicando l’ex sindaco di Roma Giulio Paolo Argan che lo disse della città sua, bivacca popolazzo senz’etica, e dove un residente su 12 è milionario di fedina morale sozza, gran parte degli altri invidiandolo e sognando d’imitarlo, ebbri di consumismo deteriore e svacco belluino. E dove baluginano, ora invisibili ora sferzanti e magari fomite d’innesco rivoltoso, i tormenti di chi mendica cibo e dorme per strada.

di GC Scotuzzi Mosca e Rachele Marmetti

[…]

 


16 gennaio 2026

 

ACCATTONAGGIO TRUFFALDINO / 1

Da comunisti che (forse) erano

di GC Scotuzzi Mosca e Rachele Marmetti

Una dozzina di bande di povericristi furbi. Tratto condiviso: si proclamano tutte comuniste. Sono un Partito Comunista, a volte diversamente orpellato con estensivi tipo Internazionale o Marxista-Leninista, oppure si richiamano a quell’operaismo idealizzato svaporato allo smorire del secolo scorso, quando negli opifici italici sgobbavano otto milioni di tute blu, invece delle odierne ridotte a un terzo, peraltro piagate da handicap cronicizzato: non si reggono senza le stampelle dei sussidi pubblici.
Prendiamo l’archetipo delle bande che andiamo cronacando. Per esempio il Partito Comunista della Rivoluzione d’Ottobre (PaCRO), nostra denominazione d’accatto a scanso di querele, giacché se il misfatto è palese e giornalisticamente ineccepibile, può essere sbugiardato da leguleio che giostri nel casino delle 164 mila tra leggi, leggine, grida e gridolini imperanti in Italia e disponibili come taxi a traghettare malfattori dall’illegalità alla rendita da danno subito. Basta pagare la corsa, o farla pagare al tuo padrino affaristico e politico.
Dunque il PaCRO ha sede a Roma in Via dei Perdenti, in un bugigattolo di periferia popolare, locato dal municipio a fitto risibile quasi quanto un comodato d’uso. Un volantino diffuso su internet e ciclostilato su qualche palo della luce informa che il tal giorno questa sede ospita il «Convegno Internazionale di Solidarietà con la Rivoluzione Cubana, dedicato al centenario della nascita del comandante Fidel Castro». Segue l’elenco di sette tra presentatori, presidenti, relatori e ospiti. Postille: «Presenzia una delegazione della repubblica cubana» e «Al termine cena militante con piatto tipico dell’Isola (riso alle banane), a offerta libera».
Il PaCRO romano ha 1.760 iscritti, di cui 11 reali e viventi, tutti e 11 ultrasessantenni e dei quali 8 semoventi, i rimanenti 3 essendo allettati cronici o all’ospizio. Mettiamo che tutti e 8 intervengano al convegno; sommiamo relatori esterni e ospiti, s’addensano una quindicina in una stanzuccia ch’era barberia di povera gente; metteteci un tavolo per i relatori e forse un altro tavolino per la sbafata finale e ditemi dove poi ci ficcate la gente. Ma questo non conta: ciò che importa, alla fine della riuscita del colpaccio, è che sulla parete di fondo, cioè quella alle spalle dei relatori, campeggino uno striscione con il tema del convegno, corredato di data, e ai lati le bandiere ospitata e ospitante, di qua la cubana, di là il tricolore italico con un falcemartello grassoccio pitturato sul bianco.
Quando ogni relatore ha sciorinato qualche frasetta di circostana, pungolato da «sbrigati compagno che qui non si respira!» e «fuori i piatti e i bicchieri!», ecco il momento topico del raduno: i dirigenti del PaCRO e i diplomatici cubani avvinghiati per la foto-ricordo. Verrà diffusa su internet, poi stampata e incorniciata per essere omaggiata al capo dell’ambasciata, che la sigillerà in valigia diplomatica affinché dimostri al ministero degli Esteri dell’Avana come qualmente «i compagni in Italia tessano ottime relazione con i rappresentanti politici della classe lavoratrice locale». Si badi: il passaggio del quadretto fotografico dal PaCRO all’ambasciatore non è un dono: è elemento di uno scambio, un sinallagma che i cinesi hanno glorificato nel bilancino 50/50, leggi: Guadagnamoci entrambi. A Roma il concetto è squilibrato, nel senso che l’ambasciatore si porta a casa un attestato di attivismo politico fasullo, giacché sa benissimo che il PaCRO è un baracchino farsesco e che dunque la foto in cornice non documenta altro che impotenza relazionale, mentre il PaCRO insaccoccia una mazzetta di euro autentici e, forse, anche la promessa di un viaggio spesato a Cuba di almeno un paio di dirigenti, purché proni ad acclamare gli oratori autoctoni in Plaza de la Revolución.

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13 gennaio 2026

NEOCOLONIALISMO

Se l’Onu decade a optional cerimoniale

di GC Scotuzzi e Rachele Marmetti

Yalta Due fluttua in ogni temperie politica, qui con i tratti della minaccia incombente, là con quelli di speranza in uno stravolgimento radicale foriero di riscatti e migliorie per quanti non sperano altro che in una palingenesi, quale che sia. Yalta Due contempla la tripartizione del Globo nelle aree di influenza contrattualizzate in una serie di incontri fra i Grandi: Trump, Putin, Xi. Meeting tonitruati in mondovisione nella forma, riservatissimi nei contenuti, che si è convenuto di imperniare su quelli di Anchorage dell’agosto scorso tra i presidenti americano e russo.
Al nocciolo schematico:
‒ Gli Usa rivendicano signoria sulle Americhe, slargata alla Groenlandia, all’Islanda e sbarcata sulle coste occidentali del Nordafrica.
‒ La Russia si prende il Nordafrica residuato dallo sbarco americano, nonché il Medioriente e l’Europa tutta.
‒ La Cina tutto il resto, inclusivo di Giappone, Oceania e Asia sino a ridosso della parte russa. Incluso l’Iran, la cui sopravvivenza come Stato sovrano dimostrerà nelle prossime settimane, forse nei prossimi giorni, la veridicità premonitoria di Yalta Due: se gli Usa attaccheranno  il Paese vorrà dire che l’intesa sulla spartizione tripartita del mondo è caccola di internet.
[…]

 


12 gennaio 2026

 

CARTOGRAFIE DELLE PIAGHE E DEI PIACERI DEL CAPOLUOGO LOMBARDO

Il letame milanese su cui fioriscono le orchidee di lorsignori

di GC Scotuzzi e Rachele Marmetti

Il collettivo milanese Altre Mappe ci offre una scorribanda sulle carte topografiche che sono il frutto di molti mesi d’inchieste geografiche, economiche e socio-politiche. Sono in scala 1:25.000, come quelle dell’Istituto Geografico Militare, parimenti accurate, parimenti dettagliate, parimenti premessa di ogni offensiva che voglia scongiurare sorprese sul campo di battaglia. Quella pianificanda da Altre Mappe non ambisce occupare territori o edifici o imporre sudditanze di sorta. Pretende dotare di strumenti d’analisi inedita ogni politico, ogni operatore sociale e ogni residente ansioso di appropriarsi del sapere idoneo a sbocciare la vocazione a quella cittadinanza piena che cova in ogni aspirante al bene comune.
Per esempio, prendiamo la mappa Ricchi & poveri. Il capoluogo lombardo è cromaticamente chiazzato di aree dai redditi omogenei. Il rosso contrassegna la sofferenza degl’indigenti. Quelli che sfrangiano il capoluogo lombardo di granulazioni, quando non di ulcere non cicatrizzanti (rosso scurissimo, a tratti granata) o necrotiche (borgogna, carminio), con gli estremi reddituali inferiori tendenti al nero senza speranza. Sono le residenze di chi fatica ad arrivare a fine mese, di chi non ha un lavoro o campa di espedienti umilianti, di chi deve frazionare col bilancino le scelte tra l’acquisto di cibo o di farmaci, di chi si abbandona all’inedia o all’ultimo rantolo di umanità del suicidio. Affanculo dio, mi rifiuto di servirti in queste condizioni di dignità negata.
All’altro estremo della chiazzatura c’è il blu. Redditi e rendite medie (più queste che quelli) da capogiro, introiti mensili che sono il valsente di vincita popolare alla lotteria. Sorpresa: i laghetti blu navy o turchese o cobalto non sono prerogativa del centro storico e neppure dei quartieri che lo ridossano, dove anzi si aggrumano cisti di maldivivere arancione; no, i cromi marini sono disseminati anche oltre l’estrema periferia, scagliati persino in aperta campagna. Qui si acquattano le superdimore, spesso regge degli iperricchi, che tra poco, nella carta dedicata a Illegalità & delitti, potremo sovrapporre alle abitazioni dei malavitosi patentati e soprattutto a quelli individuati da Altre Mappe. Intendiamoci: questo non implica associazione automatica tra soldi e malaffare, ci mancherebbe! Ma l’oggettività cartografica documenta parentela strettissima fra le due categorie.
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correlato:

STAMPA INTERNAZIONALE
Le Monde, 2 gennaio 2026

Le mappe, contropoteri per ridisegnare il mondo

Lotte ecologiste, difesa delle libertà, movimenti femministi… A lungo appannaggio dei potenti, la cartografia si reinventa sotto la spinta di collettivi di cittadini, ricercatori, giornalisti e artisti. Un movimento critico radicato in una ricca storia teorica.

di Claire Legros

traduzione di Rachele Marmetti

Isole di foresta solcate da camion che trasportano tronchi e circondate da cartiere e da fabbriche di pellet, da cui emerge un impressionante ululone [anfibio simile al rospo, dal tipico canto che emette nel periodo riproduttivo, costituito da uuh…uuh…uuh…, ndt] dal ventre giallo, una specie protetta. È così che gli abitanti della Montagne Limousine hanno rappresentato il “loro” massiccio forestale, al crocevia tra Corrèze, Creuse e Haute-Vienne.
Editato da IPNS, giornale d’informazione e discussione dell’altopiano Millevaches [nel parco naturale regionale Périgord-Limousin, Francia centrale, ndt], e dalla casa editrice dell’associazione À la crié, con sede a Nantes, la mappa in formato cartaceo non è destinata agli escursionisti o ai turisti di passaggio. Combinando disegni e racconti, essa «mira a sollevare interrogativi sulle dinamiche forestali» spiega Frédéric Barbe, geografo, artista nonché membro dell’associazione; egli mette in rilievo ciò che le mappe istituzionali non mostrano: l’industrializzazione di un territorio, l’amarezza degli abitanti di fronte al disboscamento e la volontà di un futuro diverso per la foresta.
La pubblicazione fa parte della dozzina di «mappe della resistenza» prodotte dall’editore in dieci anni, vendute con un certo successo a prezzi bassi o a contributo libero. La progettazione è sempre collettiva, portata avanti per iniziativa degli abitanti e in stretta collaborazione con loro, con il supporto di un geografo e di un grafico. La prima, quella della ZAD [Zone à Défendre, Zona da difendere, spesso rurale occupata da ambientalisti che si oppongono a un progetto di sviluppo urbano, ndt] di Notre-Dame-des-Landes (Loira Atlantica), pubblicata a febbraio 2016, ora è esaurita dopo cinque ristampe e oltre 20 mila copie vendute. Quella dei Giochi Olimpici di Parigi, cui ha collaborato il collettivo locale Saccage 2024 [Saccheggio 2024], racconta il rovescio della medaglia delle Olimpiadi, lo sfratto degli abitanti di Saint-Denis (Seine-Saint-Denis) e la morte di operai nei cantieri della Grand Paris.
Queste pubblicazioni rompono deliberatamente con le convenzioni grafiche della cartografia istituzionale. «La mappa non è il territorio, invita a pensarlo» afferma l’editore. «È uno strumento di educazione popolare, semplice e poco costoso, che può essere affisso al muro o steso sul tavolo per riflettere insieme su come si vuole vivere in quello spazio.»
Un vento di ribellione soffia sulla cartografia, disciplina tuttavia percepita come tecnica e altamente codificata. Negli ultimi quindici anni sono emerse miriadi di iniziative e riflessioni di cui è difficile definire i contorni, tanto è varia la gamma di intenzioni, metodi e produzioni. «Lavoro nel settore da 35 anni e non riesco a stare al passo con tutte le iniziative» esclama Philippe Rekacewicz, ricercatore associato del dipartimento di scienze sociali dell’università di Wageninguen (Paesi Bassi) e figura francese della corrente.
Ex giornalista di Le Monde diplomatique, Rekacewicz rivendica una pratica «radicale» della disciplina, altri preferiscono definirsi «critici», altri ancora hanno adottato il termine di «controcartografia». Questi approcci, al crocevia tra scienze, arte, politica e militantismo sociale, condividono una base comune: la volontà di rovesciare il potere delle mappe per metterle al servizio di una forma di «giustizia dello spazio». Lotte ecologiste e urbane, difesa delle libertà e dei diritti umani, movimenti femministi… Associazioni e collettivi contestano le rappresentazioni istituzionali, si riappropriano dello spazio o mostrano realtà fino ad ora invisibili. Sono spesso sostenuti da riconosciuti cartografi e s’inscrivono in una ricca riflessione teorica e in un «antico dialogo tra l’ambiente accademico e le pratiche sociali» osserva Irène Hirt, docente del dipartimento di geografia e ambiente dell’università di Ginevra (Svizzera).
In realtà queste pratiche contestatarie affondano le radici nella storia stessa della disciplina. La geografa Françoise Bahoken – coautrice insieme a Nicolas Lambert di Cartographia. Comment les géographes (re)dessinent le monde (Cartografia. Come i geografi (ri)disegnano il mondo), edizioni Colin, 2025 – ne fa risalire le origini alla fine del XIX secolo, quando la cartografia occidentale s’impose come modello di scientificità, prima con la precisione delle misurazioni, poi con l’affermazione della geografia quantitativa legata all’utilizzo di dati statistici.
Già dagli anni Ottanta del XIX secolo il geografo tedesco Ernest George Ravenstein si avvalse del censimento della popolazione britannica per confutare l’idea secondo cui le popolazioni che migrano si spostano in modo anarchico. Pochi anni dopo, in occasione dell’Esposizione Universale di Parigi del 1900, il sociologo afroamericano W. E. B. Du Bois visualizzò le «linee di colore» che dividono la società americana, dimostrando, con l’ausilio di mappe e grafici, come il razzismo impedisca qualsiasi forma di uguaglianza sociale.
Tuttavia gli studi di questo tipo cominciano a diffondersi sono negli anni Sessanta del secolo scorso, grazie a due rispettati esponenti della professione, i geografi David Harvey e William Bunge (1928-2013). Harvey fonda una corrente d’ispirazione marxista, denominata Geografia Radicale, che intende dimostrare come il capitalismo modelli le diseguaglianze spaziali. Quanto a Bunge, nel 1968 decise di rompere con l’approccio quantitativo allorché si rese conto del suo ruolo nelle politiche urbane segregazioniste negli Stati Uniti.
Insieme a Gwendolyn Warren, leader attivista per i diritti civili della comunità nera di Detroit (Michigan), Bunge sviluppa in questa città operaia del nordest degli Stati Uniti un progetto di ricerca geografica basato su indagini sul campo, coinvolgendo nell’avventura diverse centinaia di giovani abitanti, donne e uomini, del quartiere nero di Fitzgerald. Per Warren e Bunge formare i residenti a documentare le logiche spaziali significa democraticizzare l’esercizio del potere. Queste «spedizioni geografiche» porteranno alla pubblicazione di un libro – Fitzgerald: Geography of a Revolution, Cambridge 1971 – sui processi di pauperizzazione ed emarginazione del quartiere.
Tuttavia sono i lavori di uno storico, John Brian Harley (1932-1991), che alla fine degli anni Ottanta segnarono una svolta teorica importante. Nel suo articolo fondamentale, Deconstructing the Map (Cartographica 1989) invita a leggere le mappe non come semplici riflessi della realtà, ma come costruzioni sociali, attraversate da rapporti di potere. La mappa è una costruzione situata nel tempo e nello spazio, afferma, il cui «potere consiste in gran parte nell’operare sotto la maschera di una scienza apparentemente neutrale. Nasconde e nega la propria dimensione sociale e allo stesso tempo la legittima».
Lo storico individua un duplice potere dietro lo strumento: quello del cartografo o del suo committente, che decide ciò che deve essere rappresentato attraverso molteplici scelte (proiezione, scala, toponimi…), ma anche un potere interno alla carta stessa. Non solo essa non è neutrale, ma è anche performativa: agisce sulla nostra immaginazione e induce rappresentazioni. «Per Harley bisogna assolutamente analizzare da un lato le intenzioni e le scelte politiche dell’autore, dall’altro gli usi che se ne possono fare, in che modo la mappa può essere strumentalizzata per pensare un territorio» sottolinea il geografo e ricercatore del CNRS [Centre National de la recherche scientifique], Matthieu Noucher.
Queste riflessioni, nonché l’ambiziosa History of Cartography (Edizioni dell’università di Chicago) che Harley diresse con David Woodward – il primo volume fu pubblicato nel 1987 – provocarono uno shock metodologico duraturo. Il mettere in luce i molteplici formati delle carte non occidentali contribuì a decentrare lo sguardo e a chiarire la dimensione parziale e politica di ogni rappresentazione spaziale.
Questa consapevolezza ispirerà numerosi studi nel campo delle scienze sociali, in particolare sul ruolo centrale della cartografia nella storia coloniale. «Essi dimostrano che, dal XVII al XIX secolo, la mappa è servita a creare il mito della terra nullius, la terra vergine disabitata, al fine di giustificare le conquiste coloniali accreditando l’idea di territori privi di uomini e donne» spiega Matthieu Noucher. Il ricercatore si è dedicato all’analisi delle «zone bianche delle mappe», o meglio del loro «sbiancamento» per cancellare le ancorché rare menzioni delle popolazioni autoctone. Così, la prima mappa francese del 1732 della Guyana segnala la presenza sul territorio di «nazioni indiane», formula sostituita tre decenni dopo dalla menzione di «belle e fertili pianure che devono ospitare la nuova colonia francese». All’epoca la Francia aveva perso i possedimenti canadesi e aveva deciso di fondare una colonia di popolamento in Guyana.
L’approccio critico non si limita a mettere in discussione la mappa come rappresentazione dominante. A partire degli anni Settanta, lo strumento stesso viene usato dalle comunità indigene per difendere i propri diritti territoriali di fronte a progetti estrattivi. Per le comunità locali di Sudamerica, Asia, Africa e Oceania produrre mappe diventa una strategia di resistenza all’industrializzazione dei territori, come anche nella Colombia Britannica (Canada) contro la costruzione di gasdotti e oleodotti. Nel 1995 la sociologa Nancy Lee Peluso conia il termine «contro-cartografia» per indicare la produzione destinata a contestare le strutture di potere.
Queste contro-mappe mettono in discussione anche la dimensione culturale dei metodi usati e al tempo stesso le frontiere della scienza occidentale. «La contro-cartografia invita infatti a una decolonizzazione delle conoscenze geografiche, che non prendono tutte corpo sotto forma d’immagini. Possono trasmettersi attraverso la parola, il canto, la danza, la scultura o i sogni, espressioni intimamente legate alle pratiche e ai territori di caccia o pesca» sottolinea Irène Hirt, che ha accompagnato comunità Mapuche in Cile e Innu in Québec nella ricostruzione del loro ambiente vitale. «Lungi dall’essere vuote come dicono le mappe, queste terre sono piene di toponimi, luoghi di ritrovo o di sepoltura, sentieri di trasporto e vie di migrazione umana e non umana.»
All’alba degli anni Duemila, la diffusione di strumenti digitali apre un nuovo capitolo. Il boom delle tecniche della geomatica [tecnologia di rilevamento e trattamento dei dati relativi alla terra e all’ambiente, ndt] (sistemi informativi geografici, SIG, GPS, telerilevamento e così via) e l’accesso a vaste banche-dati trasformano profondamente la cartografia convenzionale. In pochi anni la geovisualizzazione è diventata un alleato indispensabile dell’organizzazione dei territori. «Con l’arrivo dell’applicazione cartografica Google Maps nel 2005, abbiamo visto rinascere una forma di credenza cieca nell’oggettività dei dati e nella loro capacità a restituire in tempo reale un’immagine esatta del territorio» constata Matthieu Noucher.
Questa rottura rinnova radicalmente le sfide del potere. «Per prendere sul serio la proposta di Harley oggi dobbiamo interessarci al funzionamento degli algoritmi, dei database e delle applicazioni» avverte il geografo. E capire come questi programmi, lungi dall’essere neutri, impongono anch’essi una visione del mondo. Noucher, autore di Blancs de scartes et boîtes noires algorithmiques (Spazi vuoti delle mappe e scatole degli algoritmi) CNRS, 2023, analizza le scelte e i silenzi di modelli economici fondati sulla pubblicità che «inducono a privilegiare per esempio la visualizzazione delle attività commerciali e a ignorare gli ambienti di vita».
«Lo spazio vuoto delle mappe», afferma Noucher, assume un significato completamente diverso con la personalizzazione algoritmica e le bolle di filtraggio che impongono realtà diverse a seconda del profilo degli utenti, del loro Paese d’origine e delle loro abitudini. Così Google Maps adatta la visualizzazione in base al contesto politico e geografico del Paese. «Dopo la decisione di Donald Trump di sostituire la denominazione Golfo del Messico con Golfo d’America, uno studente americano non vede più la stessa mappa di uno studente messicano» si rammarica il geografo.
Questa personalizzazione rinchiude gli individui in visioni frammentate dello spazio, dove ambiti commerciali, infrastrutture e confini simbolici sono gerarchizzati in modo diverso per ciascuno. Un cambiamento che segna una rottura: «Sostituendosi agli organismi nazionali e internazionali, le grandi piattaforme digitali impongono progressivamente le loro logiche, spesso guidate da interessi economici o geopolitici» avverte il ricercatore. Mentre fino a ora la mappa era un bene comune e uno strumento condiviso indispensabile al dibattito democratico, «ora tende a diventare un oggetto individualizzato, soggetto a una post-sovranità cartografica dominata dai giganti del digitale, con il rischio di erodere ogni rappresentazione collettiva dello spazio».
Di fronte a questi sviluppi, anche gli approcci critici si sono rinnovati. La democratizzazione di strumenti sempre più accessibili e partecipativi ha rafforzato le pratiche alternative. Lanciato nel 2004, il progetto collaborativo di cartografia online OpenStreetMap, creato e aggiornato da volontari di tutto il mondo, i cui dati geografici sono accessibili a tutti, rimane «l’esempio più riuscito di contestazione del dominio di una multinazionale come Google sulle rappresentazioni geografiche del mondo» afferma Nicolas Lambert, ingegnere in scienze dell’informazione geografica del CNRS. Questo specialista della geovisualizzazione nel 2009 è entrato a far parte di Migreurop, una rete di esperti e di una cinquantina di associazioni per la difesa dei diritti umani, che, attraverso la pubblicazione di atlanti «impegnati», «documenta» e «denuncia» gli effetti delle politiche migratorie europee.
Le iniziative di cartografia critica si stanno sviluppando oggi in una grande varietà di contesti, scale e forme. Possono essere individuali o collettive, riguardare un quartiere, un Paese o avere una portata internazionale, rientrare nell’ambito di lavori accademici, di lotte politiche o di inchieste giornalistiche o possono anche intrecciare tutti questi settori.
Molte produzioni si basano su dati statistici, altre invece ricorrono ad approcci cosiddetti sensibili, che mirano a reinserire le esperienze vissute al centro delle rappresentazioni spaziali. Questa cartografia basata sui sensi e le emozioni si è sviluppata attraverso iniziative esplorative di donne, nate negli anni Novanta in Canada, a Toronto e Montreal, e organizzate in Francia da circa dieci anni. Angoscia, paura, senso di sicurezza o di comfort diventano elementi tradotti in simboli grafici. Rendendo visibili le esperienze dello spazio pubblico differenziate secondo il genere, queste iniziative hanno fatto della carta uno strumento per ripensare la pianificazione urbana e combattere la violenza, ma anche una leva di emancipazione. «Iscriversi nello spazio simbolico della mappa equivale a riappropriarsi dello spazio e forzare il riconoscimento di sé nonché a esistere agli occhi degli altri» si compiace la storica Nepthys Zwer, autrice di Pour un spatio-féminisme. De l’espace à la carte (Per uno spazio-femminismo. Dallo spazio alla mappa), La Découverte, 2024.
In questo contesto, il ricorso a modalità di espressione creative (collage, disegno, ricamo) facilita la partecipazione di un pubblico che ha poca familiarità con i codici classici. A Grenoble, «incontri cartografici» tra migranti, ricercatori in scienze sociali e artisti, organizzati nei locali dell’associazione Accueil Demandeurs d’asile (Accoglienza Richiedenti asilo) hanno permesso di raccogliere i racconti dei percorsi migratori per mezzo del disegno, del ricamo e persino della scultura dell’argilla attraverso “carte mentali” delle emozioni, come hanno dimostrato i lavori delle geografe Sarah Mekdjian e Anne-Laure Amilhat-Szary.
In questa prospettiva, la soggettività dell’approccio è chiaramente rivendicata. Ma questi approcci sollevano anche alcune domande: cosa possono apportare queste rappresentazioni alle pratiche più convenzionali? Quale posto possono occupare in una disciplina formalizzata?
«Poiché legittima e riabilita l’attaccamento e l’esperienza empirica che gli individui hanno di un territorio, la contro-cartografia è necessariamente soggettiva, come del resto qualsiasi mappa» sottolinea Nepthys Zwer. Essa rivendica una doppia eredità; quella di John Brian Harley, per il quale la mappa non è mai neutra, e quella della filosofa femminista americana Donna Haraway, per la quale «ogni oggettività è sempre prodotta a partire da un “sapere situato”». Tuttavia, «queste pratiche non possono essere ridotte a uno strumento di lotta politica» avverte la storica. «Sono parte integrante della disciplina, che completano e arricchiscono e, in quanto tali, devono essere valutate come le altre».
È anche l’opinione di Philippe Rekacewicz, che ha scelto di abbandonare il termine controcartografia perché «può essere interpretato come opposto alla cartografia convenzionale». «Ma noi utilizziamo le stesse regole, i nostri metodi di indagine e d’intervista sono gli stessi della geografia qualitativa e delle scienze umane in generale. Ciò che cambia è l’intenzione, la volontà di decostruire il discorso di potere e di rendere visibile ciò che esso non vuole mostrare» spiega Rekacewicz.
Tuttavia, secondo Françoise Bahoken, ricercatrice presso l’università Gustave Eiffel, bisogna differenziare le mappe dalle «immagini e dalle altre rappresentazioni del territorio». «Certo, nessuna rappresentazione è per definizione oggettiva, ma la cartografia come disciplina scientifica si basa su teorie e metodi, dispositivi e principi, e tende all’oggettività. Alcuni approcci non sono scientifici, il che non significa che non siano importanti, poiché consentono ai non-specialisti di cogliere le questioni della diseguaglianza spaziale.»
A lungo marginale, il movimento sta iniziando a farsi strada nelle università. «La cartografia critica è oggetto di studi accademici oggi ampiamente riconosciuti e che appassionano» Afferma Nicolas Lambert. All’università di Tours, all’interno del dipartimento di geografia, è stato istituito un corso di cartografia sperimentale dove gli studenti vengono introdotti a laboratori di geografia sensibile. Università come Bordeaux e Grenoble offrono laboratori simili.
Anche l’approccio critico digitale è oggetto di un crescente interesse, con la presa di coscienza della potenza e dell’opacità delle scatole nere algoritmiche e della necessità di metodi per analizzarne il funzionamento. L’Agenzia nazionale per la ricerca sta finanziando progetti in questo campo. «Un vero progresso» si compiace Matthieu Noucher, che anima un gruppo di lavoro sugli approcci critici all’interno della rete Magis, composta principalmente da geomatici, specialisti di dati e sistemi informativi geografici, specialisti di dati, e progettisti di mappe. «Fino a ora, gli attori della cartografia critica e quelli della produzione di mappe ufficiali non comunicavano molto tra loro. La principale sfida oggi è far dialogare i diversi punti di vista per arricchire le modalità di rappresentazione» sottolinea il geografo.
Il ricercatore sta preparando per giugno, a Bordeaux, una mostra al crocevia tra arte e scienza, che farà dialogare diverse rappresentazioni spaziali del pianeta: planisferi e contro-mappe degli Attikamek del Québec, globi terrestri digitali alla maniera di Google Earth e sculture di comunità autoctone kali’na della Guyana. Un altro modo per costruire ponti tra diverse visioni del mondo.

 


10 gennaio 2026

 

TECNICHE DI SOPRAVVIVENZA SENILE

I Pennini del Naviglio Pavese

di Scribo Ergosum

È il nome di un circolo culturale attivo da qualche anno nel Sudmilano, area vaga e duttilmente non-convenzionale che si distanzia dalla metropoli modaiola-finanziaria per dilagare in quello che fu il Regno delle Risaie, sino alle porte di Pavia. I Pennini si proclamano scrittori. Cioè produttori di fioriture di parole su carta. Anche su risme A4 comprate una alla volta al supermercato e inchiostrate alla stampante di casa. Purché palpabili, reali, segni tangibili di crociate per la liberazione quantomeno di Matusalemme dagl’Infedeli Onlain: definite, definitive, sottoscritte, responsabilmente diffuse.
Il sogno d’ogni Pennino è il conforto di un tomo canonico, cioè edito da pubblicatore professionale, che accetti il rischio d’impresa e riconosca contrattualmente i diritti autorali, poi che irrori dell’opera la rete commerciale, così che l’editato Pennino possa adesivare sulla ruota pavonale la magica pecetta «mi trovi in tutte le librerie».
Sfoghi onirici, appunto. Uno scrittore autentico è un vincente solitario adubato dalla spada del Mercato. Non fiorisce in un Circolo di scrittori sedicenti, ancorché Pennini orfani di carta e inchiostro: nel Circolo l’aspirante scrittore si rifugia, appassendo. Come ogni altra categoria di sconfitti, i perdenti scritturali abbisognano di una cuccia calda, di un universo minimo di sopravvivenza. Pennini Anonimi ‒ o, come usa nelle audaci lande del Nordmilano, Scrittori Anonimi ‒ come Alcolisti Anonimi, Ludopatici Anonimi, Meretrici Anonime e via elencando serre di speranza e anticamere della disperazione.
E ieri sera, appunto, alla riunione settimanale dei Pennini a bordo Naviglio ho ascoltato la presentazione di un dattiloscritto sconvolgente, che di seguito sunteggio e indi chioso nel tentativo di decifrarne il presunto nesso con i venti di guerra che minacciano di estendere roghi di consolidato e insidioso palpito.
[…]

 


9 gennaio 2026

 

LE NUOVE FRONTIERE DELL’I.A. DI PRIMO PREZZO

La stupidità artificiale su grande schermo

Abbiamo analizzato alcuni film realizzati da robot. Ogni elemento della pellicola, dalla sceneggiatura al casting alla scenografia alla colonna sonora, obbedisce al Copione di Pirling: si prendono gli elementi topici dei film di grande successo di massa e li si frullano in un beverone di basso conio replicativo. L’allocchito spettatore medio se lo trangugia perché appaga il suo gusto e le sue aspettative, che del resto si contentano di luminarie stroboscopiche, petardi e fuochi d’artificio, frasi rituali, catene emozionali infantili, trame elementari arzigogolate da chiacchiere incomprensibili, da scacciare con una gratificante manata di vento, come si fa con le mosche. D’altra parte un film non può esimersi dal simulare un minimo di vita reale, dove l’incomprensione opprime lo spettatore filmico a riposo.
Per esempio Sicario, ultimo incarico, film spacciato sin dagli albori dell'IA da Prime Video, che spartisce con pochi altri produttori internazionali lo spaccio di stupidaggini a spettatori compulsivi, è da un lustro scampolo didattico per dimostrare come qualmente la droga del piccolo e infimo schermo si sia andata affinando e letalizzando. Pellicole-Lego per bimbadulti…

[…]

 


5 gennaio 2026

 

A TRENTO UN CONVEGNO SULLA FUGA DI MASSA NELL’ONIRICO

Re magi e malvagi

di GC Scotuzzi Mosca e Rachele Marmetti

Il magico è ciambella di galleggiamento per chi non sa nuotare nella vita autentica.
È valvola di sfogo e di sicurezza per creatività altrimenti inesprimibili.
È surrogato che placa l’ansia di eternità e di valori alti per chi ignora o teme il confronto con l’eternità e i valori alti.
È un prodotto mercantile, alla stregua di ogni altro balocco: sempre sacrosanto e pedagogico quando destinato ai fanciulli, lenitivo di smarrimento o pochezza cerebrale quando la dipendenza ludica si prolunga nell’età adulta.
È forma di evasione analoga all’ansia peripatetica delle mandrie umane transumanti che si proclamano turisti: ciascuno sgomita e sciala per recarsi in ogni luogo ove i flussi degli operatori turistici e gli stimoli pubblicitari lo conducono: Voglio andare ovunque purché non rimanga qui. Il Qui, l’Oggi, il Conterraneo (massime il Vicino, il Collega di lavoro) sono la plaga ammorbata da cui evadere.
Le Chiese sono le prime produttrici di magie, ma eccepiscono l’alibi del fin di bene. Sul fronte puramente mercantile, o ideologico a fin di pecunio, eccelle il pianeta Hollywood, epicentro in Usa ma propaggini in ogni landa dove il fascino dell’onirico frammisto a speranza irrazionale declina la formula ammaliatrice secondo peculiarità locali. Cinecittà e Bollywood sono diverse dagli Studios di Los Angeles ma tutte e tre (tutte e cento) sono lige ai canoni fondamentali della vulgata filmica made in Usa: gerarchia sociale determinata dal denaro, ricchezza e fama a portata di chiunque, la guerra è sempre sacra e doverosa purché connotata di umanitaria o preventiva, le ingiustizie sociali sono la conseguenza della dabbenaggine di chi le subisce, la giustizia è sempre associata a qualche forma di fortuna, il miracolo religioso è indiscusso, ch’è del resto riflesso di quello civile, ogni cenerentola pezzente ha un principe miliardario a portata di mano, il caso è sovrano di ogni coesistenza (se mandi la palla in rete sei dio, idem se imbrocchi i numeri della lotteria; se no è giusto che tu ti rassegni alla marginalità), il capitalismo è valore ecumenico superiore al cristianesimo, ma parigrado con ogni religione meramente rituale.
Magico come sinonimo di irrazionale, premessa e alimento di tutto che è divertente, inebriante, giocoso. Cioè simulante e al tempo stesso ricusante la realtà. Ludo, ergo non-sum.
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2025

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