Giornale di bordo
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7 febbraio 2019

 

GERMANIA: SINDACATI CORPORATIVI ALL’ITALIANA

«Il posto di lavoro val bene un crimine sociale»

di Gian Carlo Scotuzzi

Succede che il governo tedesco decide di ridurre drasticamente l’inquinamento. Propizia lo sfoltimento delle auto diesel e stimola quelle elettriche. Obiettivo: ritrovarsi tra pochi lustri con un Paese dove non circoli una sola auto con motore a scoppio. Il governo mira altresì a produrre energia elettrica partendo esclusivamente da fonti pulite e rinnovabili, come l’acqua, il sole e il vento. Il governo motiva queste scelte con l’ecologia: smettendo di ammorbare l’aria con i veleni del gasolio, della benzina e del carbone respireremo meglio noi tedeschi e contribuiremo alla salubrità del pianeta intero; inoltre risparmieremo un sacco di soldi sulla bolletta energetica.
È un ragionamento nobile e condivisibile da ogni cittadino di buonsenso e collettivamente responsabile. E la cui positiva valenza sociale non viene sminuita dai sospetti ‒ fondati, come stiamo per vedere ‒ di paralleli fini prosaici e di bieco tornaconto perseguiti dall’alleanza tra il governo e gli industriali delle filiere dell’auto e della produzione di elettricità.
L’avviata messa al bando dei motori diesel, innescata forse non a caso dallo scandalo della misurazione truccata delle loro emissioni velenose, nonché il progressivo abbandono di quelli a benzina comportano investimenti ciclopici nella ricerca e nella produzione di veicoli elettrici. Un fiume di denaro che sarà in gran parte alimentato dall’affluenza di capitali pubblici, con immenso lenimento contabile delle fabbriche di veicoli, che sono tutte private. Siamo alle solite: i costi della riconversione dal petrolio all’energia pulita li paga la comunità intera, mentre i profitti derivanti saranno intascati dalla microcomunità costituita dagli industriali e dagli alti politicanti loro servi.
Ma se questo perseguimento del profitto privato ingrassato con soldi pubblici è il movente principale che spinge il governo a condannare a morte petrolio e carbone ‒ e noi crediamo lo sia ‒ esso non scalfisce la purezza degli esiti: respireremo aria meno sozza, ci ammaleremo meno di cancro e, aspetto marginale ma non trascurabile da tutti i cittadini non-ricchi, risparmieremo a scaldarci la casa e  a fare il pieno all’auto.
Dunque il governo tedesco riscuote plauso unanime?
No. Il dissenso contro la messa al bando del diesel e del carbone alimenta cortei di protesta ed enfia piazze che minacciano torbidi. Ma chi mai avversa l’aria pulita e il risparmio energetico?
Risposta: gli operai che producono auto inquinanti e i minatori che estraggono il carbone. Temono di perdere il lavoro e di non trovarne uno sostitutivo. Paure fondate, perché l’auto elettrica è composta da un numero di pezzi di gran lunga inferiori a quelli necessari all’auto tradizionale, si assembla in minor tempo e quindi sarà prodotta da un minor numero di operai. Secondo prudenti calcoli dell’associazione degli industriali tedeschi ci saranno 200 mila operai in esubero. Tutte queste persone non potranno essere riciclate in quelle mansioni di cui la Germania ha grande penuria, come infermieri, assistenti sociali, spazzini, artigiani riparatori eccetera, per la buona ragione che i metalmeccanici questi mestieri non li sanno o non li vogliono fare, anche per la concorrenza al ribasso retributivo proveniente da oltre un milione di immigrati extracomunitari l’anno. Il discorso si fa ancor più drammatico per i minatori, che diverranno tutti superflui. È comprensibile che questo esercito di condannati alla disoccupazione scenda in piazza e tumultui. E reclami l’affossamento della riforma ecologica. Urlano: «Si revochi la messa al bando del diesel, si conceda lunga vita alla benzina, si continui a bruciare il carbone per produrre energia elettrica. Il mio salario e il mio posto di lavoro vengono prima della salubrità collettiva e prima del diritto di un Paese a risparmiare sulla bolletta energetica».
Rivendicazione che fa presa immediata sui sognatori e sui semplici e in genere su quanti concedono ragione e solidarietà di pelle a chiunque si collochi sui gradini più bassi della scala sociale. Ma la realtà è contingente e complessa: i metalmeccanici e i minatori tedeschi non protestano al fine di garantirsi un salario qualsiasi a corrispettivo di una prestazione qualsiasi. No, rivendicano di continuare a percepire il medesimo salario oppure una consistente pensione anticipata. Ora, nessun governo contabilmente assennato, a maggior ragione uno socialmente sparagnino com’è quello tedesco, può permettersi di mantenere centinaia di migliaia di ex operai e di ex minatori che non fanno nulla, né di sborsare pensioni di vecchiaia a gente che non ha versato sufficienti contributi previdenziali per riscuoterle; né il governo può concedersi il lusso e l’iniquità di integrare il salario di quanti si riciclassero in mansioni meno retribuite, sì da garantirgli la medesima bustapaga.
Ma da quando in qua assennatezza contabile ed equità sono appannaggio dei governi europei? Così si profila un compromesso, propiziato dal tradimento dei partiti di sinistra e tradizionalmente ambientalisti, i quali passano dalla parte di coloro che reclamano la sopravvivenza dei motori a scoppio e delle miniere di carbone. Fanno apostasia dell’ecologia per convertirsi all’inquinamento a fine di lucro. Perché questo voltagabbana?
Risposta: perché anche in Germania ‒ come ovunque altrove in Europa ‒ i sindacati sono il serbatoio di voti della sinistra. E pur di non perdere il voto degli operai le sinistre sono disposte a seguirli ovunque, anche quando marciano verso il baratro ambientale ed etico. Se la maggioranza degli iscritti a un sindacato dice che il nero è rosso, i sindacalisti si autoammorbano di daltonismo e concordano che sì: il nero è rosso. E al daltonismo si associano i partiti di sinistra che abbisognano di conservare il sostegno politico ed elettorale dei sindacati.
A disdoro di reiterati quanto tonitruanti professioni di fede solidaristica spinta allo sconfinato “internazionalismo proletario”, i sindacati da quasi mezzo secolo cambiano bandiera ogniqualvolta la solidarietà sociale lede il loro tornaconto. Questo cancro costituito dalla venalità e dall’egotismo ha sempre piagato gli strati  politicamente ed eticamente meno evoluti, ma dagli anni Settanta ha iniziato a dilagare a metastasi e oggi la mitizzata classe operaia si ritrova in maggioranza prona all’interesse personale. È una marcia verso il regresso che del resto ha seguito le orme della ritirata etica della società tutta, partiti di sinistra in testa. Un imbarbarimento complessivo che in Italia venne battezzato Riflusso, per contrapporlo a un Flusso progressista alimentato dalla storica alleanza capitale-lavoro germogliata sulla Ricostruzione postbellica e fiorita con il benessere indotto dal Miracolo Economico. Eppure i semi velenosi che avrebbero generato il corporativismo erano palesi in vertenze sindacali che disonorarono operai e sindacalisti. L’esempio più vistoso e divenuto eponimo del degrado morale delle classi subalterne lo offrì la Cantacavallo (chiamiamola così, a scanso di querele, sempre costose da scrollare, anche se si scrive il vero), una fabbrica lombarda di circa 300 operai, in buona parte iscritti al sindacato dei metalmeccanici. Ve ne racconto la storia, emblematica della crudeltà cui giunge l’egoismo enfiato dall’avidità, anche quando calza la tuta di operaio metalmeccanico e inalbera all’occhiello il distintivo rosso del più rosso (all’epoca) dei sindacati italiani.
Dunque un mattino degli anni Settanta, sull’aereo Roma-Milano, mi capita di sfogliare una rivista patinata zeppa di pubblicità destinata ai giramondo pieni di soldi. Ed ecco, a piena pagina, la réclame di mine antiuomo. Avete letto bene: bombe da piazzare a terra affinché chi le calpesti salti per aria. Si proclamano «di quarta generazione» e si professano le più subdole: vengono disseminate da un elicottero che vola a bassa quota, ciascuna col  suo piccolo paracadute «biodegradabile», che verrà assorbito dal terreno. Toccando il suolo, la mina vibra e si interra parzialmente; la parte che resta emersa, rivestita di tessuto camaleontico, assume la colorazione dell’ambiente circostante. Se cade sulla sabbia del deserto diventa color sabbia, se cade su un prato diventa verde. Invisibile anche agli occhi di chi marci con lo sguardo al suolo. Altre prerogative della magica mina: è quasi interamente di plastica, per cui sfugge ai rilevatori di metallo, ed esplodendo saetta all’ingiro una miriade di aghi di plastica, invisibili ai raggi X. Chi ne fosse dilaniato e sopravvivesse all’esplosione, morirebbe comunque dissanguato e fra atroci dolori perché il chirurgo, dovendo cercare gli aghi alla cieca, lacererebbe le carni e comunque non farebbe in tempo a estrarli tutti.
A fondo pagina ecco l’indirizzo del produttore. Ha uffici di rappresentanza nel centro di Roma. Ma la fabbrica si trova in Lombardia. Strappo la pagina e inizio la mia inchiesta per scoprire chi, dalle mie parti, sia tanto criminale da fabbricare queste mine e perché le autorità, politiche prima che amministrative, glielo consentano.
Girovago ore tra i bar di Borgobigio, dove ha sede la Cantacavallo. Parlo con molta gente del più e del meno, sempre simulando casuale e marginale interesse quando butto lì: «Mio zio, che vende macchine per uffici, forniva una fabbrichetta della zona, Bagnacavallo mi pare, ma cosa fabbricano lì?». Mi rettificano prontamente il nome dell’azienda ma sui prodotti brancolano nel vago: chi dice «pezzi di ricambio per trattori», chi «macchine per le calze», chi «meccanica di precisione che va in Germania».
Eppure, consultando i bilanci dell’azienda depositati alla cancelleria del tribunale del capoluogo, ho accertato che la fabbrica è qui da dodici anni e che tra i suoi dirigenti ce ne sono due del paese. Inoltre buona parte dei 293 dipendenti deve essere del luogo. Possibile che non sia risaputo che cosa produce una fabbrica tra le maggiori del paese?
Avevo chiesto telefonicamente un’intervista in fabbrica ma il direttore me l’ha negata, dopo essersi a lungo fatto negare lui stesso e poi escludendo ogni mia visita allo stabilimento. Sempre nella cancelleria del tribunale avevo scoperto…

[omissis]

Mi apposto fuori dalla Cantacavallo e attendo l’uscita degli operai. Le otto ore contrattuali terminano alle cinque ma devo attendere le sette prima dello sfociare delle tutte blu. Ne contatto parecchie, sempre respinto con fastidio quando chiedo «una breve intervista, anche informale, anche anonima». Finalmente uno spilungone mi sussurra: «Noi non possiamo parlare di cose di fabbrica con i forestieri, se no ci licenziano. Perché non vai a trovare il Tesco? Lui ormai è in pensione e ha il dente avvelenato con questi qua. Lo trovi al bar delle ACLI».
Siedo al tavolo dove mi attende Tesco, vicino al campo di bocce. Racconta: «Sì, è palese a tutti, in fabbrica, che produciamo mine. Da sempre e ogni tipo. Ma prima di assumerti ti fanno una testa così, che c’è il segreto militare, che se riveli qualcosa della fabbrica ti denunciano per spionaggio e rischi il carcere, oltre al licenziamento immediato, beninteso. Poi ti fanno firmare un foglio che loro chiamano Impegno di Riservatezza. Ogni tanto in fabbrica arrivano ufficiali dell’esercito e questo viavai di alti graduati rafforza nei dipendenti la persuasione di essere in una specie di caserma. Ma il sacrificio di tenere la bocca chiusa è ben compensato: le paghe sono buone e, soprattutto, ogni giorno ci scappano almeno due ore di straordinario. Spesso si lavora anche di sabato, e non è raro anche la domenica se ci sono consegne urgenti. Per dire che a fine mese porti a casa i bei soldi. Perché rischiare tutto svelando un segreto? Che poi, come puoi ben immaginare, è un segreto di pulcinella, nel senso che in paese la storia delle mine la conoscono tutti perché nessuno tace nulla alla madre o alla moglie o all’amico. E poi ci sono i fornitori, che non possono ignorare a cosa servono certi pezzi meccanici e a cosa serve l’esplosivo! L’importante, per i capi della Cantacavallo, è che il segreto resti tale per la stampa, che i politici e l’opinione pubblica possano fingere di non sapere, perché c’è proprio da vergognarsi a fabbricare ordigni destinati a maciullare chi li calpesti!»
L’Italia è tra i primi produttori mondiali di mine antiuomo. Ne sforna a milionate, destinate soprattutto all’Africa, all’Asia e ovunque altrove i colonialisti fomentino guerre fratricide che tengano i poveri in rispetto, che dissuadano dal rivendicare indipendenza economica e liberazione dalla moderna schiavitù.
Vendere mine rende quanto una miniera di diamanti: si producono a 5 mila lire (siamo alla fine degli anni Settanta, ricordiamo) e si rivendono a 50 mila. E dopo pochi anni, quando una fomentata campagna di stampa indurrà l’opinione pubblica a rivendicare la rimozione degli ordigni, gli Stati sborseranno agli sminatori (cioè sempre alla Cantacavallo) cifre folli.
Gli osservatori dell’ONU attestano che a saltare sulle mine sono soprattutto bambini e donne e vecchi che, a differenza degli uomini in arme, non hanno competenze per riconoscere un campo minato né per disinnescare una mina. Ho visto svariate decine di fotografie di cadaverini dilaniati e di bambini con le stampelle, mutili di una o entrambe le gambe.
Mostro qualche foto a Tesco. Ne distoglie lo sguardo. «Lo so! Ne ho già viste! Di notte ho gli incubi e al risveglio mi sento veramente una merda. Mi consolo pensando che negli ultimi diciotto anni ho mantenuto bene la famiglia, ma a che prezzo!»
‒ Insieme ai colleghi di lavoro avete mai pensato di dissuadere l’azienda dal dedicarsi a queste schifezze per convertirsi ad altre produzioni?
«Sì, a un certo punto, quando i giornali hanno cominciato a parlare dei disastri provocati dalle mine antiuomo e a pubblicare foto come quelle che mi hai mostrato, in fabbrica si era formato un gruppetto abbastanza schifato da osare muoversi. Siamo andati a parlare con il nostro sindacalista, in città. Siamo sempre stati iscritti al sindacato, che del resto non costituiva un atto di coraggio perché l’azienda, lungi dal contrastare l’adesione al sindacato, la vedeva di buon occhio. Come spiegò una volta il direttore ai delegati sindacali, il sindacato è sinonimo di ordine».
‒ E il sindacato lo mantiene l’ordine?
«Dal punto di vista retributivo, il sindacato ha sempre fatto il suo dovere. Ha sempre concluso accordi che, a ogni rinnovo, erano più favorevoli. Però il sindacalista che viene a fare le assemblee ha parlato chiaro sin dalla prima. “I patti sono questi ‒ ha detto in sostanza ‒ qui si fabbricano prodotti bellici in cambio di un salario. Niente mine, niente salario, perché i padroni chiuderebbero questo stabilimento e andrebbero a produrle da un’altra parte. Decidete voiˮ. E noi abbiamo deciso. Ciascuno pensa a tenersi stretto il lavoro che la fortuna gli ha dato, si preoccupa di procurare il necessario alla famiglia, di far studiare i figli, non è obbligato a farsi carico dei mali del mondo. Tutto sacrosanto, d’accordo, però quando vedo certe foto mi viene il magone e mi sento una merda. Per questo mi sfogo volentieri con te. Però non fare il mio nome… I padroni della Cantacavallo hanno conoscenze in alto, mettono sull’attenti non soltanto il sindacato… Insomma, non si sa mai con certa gente.»
Sono andato a intervistare il sindacato.

[omissis]

All’oggi: perché rivangare episodi tanto lontani?
Perché si collocano all’inizio di una filastrocca di nequizie corporative che spiegano la cancrena odierna. Si pensi agli operai dell’Ilva di Taranto. Hanno sempre saputo di riversare sulla città tonnellate di veleni che hanno fatto venire il cancro a chissà  quante persone ma hanno sempre taciuto, paghi di portarsi a casa bustapaga gonfia e sicura. E quando i magistrati hanno messo l’Ilva alle strette, intimandole di smetterla, gli stessi operai sono scesi in piazza, insieme ai loro sindacati, e hanno puntato il coltello elettorale alla gola dei politici della regione, intimando: «I  nostri salari vengono prima della salute di un’intera città, per cui o ci lasciate continuare a fare i Borgia, oppure alle prossime elezioni vi ritroverete la poltrona occupata da chi si schieri dalla nostra parte».
I politicanti hanno abbozzato, sono rimasti sulle loro poltrone e i tarantini continuano a crepar di cancro.

L’articolo completo, comprensivo degli omissis e con i nomi reali, è riservato.
 

 

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