Giornale di bordo
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8 febbraio 2019

 

ONAGROCRAZIE E INGERENZE ILLEGITTIME

Da che pulpito

Se l’asino Macron tira le orecchie al ciuco Di Maio


di Gian Carlo Scotuzzi

 

In vista delle elezioni europee, che i sondaggisti annunciano premianti la Lega e punenti i Cinquestelle, il capo di questi ultimi cerca di recuperare consensi solidarizzando con i “contestatori del sistemaˮ, che sono la sua base elettorale. E siccome in Italia non c’è ombra di contestazione, neppure goliardica e festaiola, e gli unici gilet gialli in circolazione segnalano incidenti stradali, ecco che Luigi Di Maio è costretto a volare sino a Montargis, un centinaio di chilometri da Parigi, per farsi fotografare insieme a un gruppetto di Gilets Jaunes di colà. Una scampagnata tra le altre per un vicepresidente del consiglio che da quando è entrato nel palazzo del governo non fa altro che spasseggiarsi ovunque a beneficio di pennivendoli scodinzolanti e di questuanti cum sportula. Del resto anche il suo compare di vicepresidenza, Matteo Salvini, fa lo stesso, cioè tutto tranne che accudire alla gestione del Paese, da sette mesi e sette giorni appaltata alla casta dei dirigenti ministeriali, senza i quali il Paese colerebbe  picco.
Il guaio è, per Di Maio e di conseguenza per tutti gl’italiani, che un vicepresidente del consiglio, se può scorrazzare gioioso su e giù per il proprio Paese, quando supera la frontiera non viene accolto come un turista qualsiasi, libero di bicchierare con i contestatori del luogo, ma viene considerato per la carica pubblica che occupa. E se il vicecapo del governo italiano vola, quasi alla chetichella e per 400 chilometri, nel cuore della Francia ad abbracciare e plaudere persone che illegalmente tumultuano per abbattere il legittimo governo francese, è comprensibile che il capo di questo governo quantomeno si irriti e ritorca parole di condanna verso l’intero governo italiano.
Vero che le parole svaporano, ma vero anche che Emmanuel Macron zavorra le sue di fatti, il più spettacolare dei quali è il richiamo del proprio ambasciatore da Roma e il più concreto dei quali è l’anchilosi dei rapporti economici fra i due Paesi. Al punto che i capi dei rispettivi padronati nazionali (Medef e Confindustria) alla fine di questo mese s’incontreranno a Parigi per studiare rimedi alla mattana elettoralistica del nostro Asino nazionale. Non dimentichiamo che Italia e Francia sono il secondo partner commerciale l’uno dell’altro.
Veniamo al loro Ciuco nazionale, che ha motivato il richiamo dell’ambasciatore con il peccato di “ingerenza nelle questioni francesi” attribuito a Di Maio.
Da anni Macron mantiene in Siria un contingente militare comandato ad addestrare, inquadrare e fornire d’armi i Fratelli Mussulmani (articolati in una ridda di sigle-paravento, come Daesh) che terrorizzano il governo di el-Assad. Dal 2011 a oggi le truppe coloniali di Macron sono complici di un macello che ha già totalizzato nell’area oltre 400 mila morti. Si noti: la Francia non ha mai dichiarato guerra alla Siria né l’ONU ha mai autorizzato alcuna azione militare contro il legittimo governo siriano né ha mai autorizzato lo stanziamento di truppe francesi in Siria.
Da anni Macron e i governi che lo hanno preceduto mantengono truppe coloniali in vari Paesi africani, dove hanno contribuito a macelli di stazza genocida.
Ebbene, tutte queste spedizioni belliche coloniali, autentiche aggressioni a Paesi indipendenti, non costituiscono forse un’ingerenza più grave dell’infantile scampagnata elettoralistica di Di Maio a Montargis? Foraggiare a decine di migliaia terroristi islamici che sgozzano e gasano popolazioni inermi non è forse crimine incomparabile a confronto della bicchierata pro-foto offerta da Di Maio a un pugno di marginali a Montargis?
Quattro giorni fa Macron ha formalmente disconosciuto il legittimo presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, insediato da elezioni avallate dagli osservatori internazionali, e ha riconosciuto al suo posto il golpista Juan Guaidó, incaricato dal Pentagono per abbattere un governo reo di aver nazionalizzato le proprie risorse petrolifere, in precedenza predate dagli Stati Uniti.
Non è forse ingerenza questa?
A cospetto delle nequizie del presidente francese, Di Maio ‒ che per inciso ha respinto l’esortazione di Trump a riconoscere Guaidó ‒ fa figura di ingerente della mutua. E siamo tentati, per indignata reazione all’ipocrisia del Ciuco transalpino, di toglierli il cappello del somaro.

 

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