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10 febbraio 2019

 

LIBERTÀ DI STAMPA E VESSAZIONI ECONOMICO-GIUDIZIARIE DEI CRONISTI

Il primo persecutore dei giornalisti liberi è il non-lettore

A proposito dell’articolo odierno di Concita De Gregorio sulla Repubblica.

di Gian Carlo Scotuzzi

La querela per diffamazione a mezzo stampa  è uno strumento sacrosanto a disposizione di chiunque si ritenga leso dalla diffusione di notizie false che lo riguardano. Ed è giusto che giornalisti ed editori paghino salato quando scrivono e stampano bugie. Ma settant’anni di relativa libertà di stampa e di massima licenza di querela ci hanno ammaestrato che è soprattutto il Potere ad abusare del diritto di querela, esercitandolo quasi sempre a sproposito, eppure riuscendo a chiudere penna e rotative anche quando il tribunale gli dà torto.  È così in Italia come in ogni altro Paese similare.
Com’è possibile? Spieghiamolo partendo da un esempio storico e assurto in tutt’Europa a dimostrazione eponima di come la libertà di stampa non possa sussistere quando i parlamenti approntano sistemi giudiziari che la sabotano. E dunque comprenderete se mi cautelo evitando il più possibile di fare nomi propri, così disinnescando ogni potenziale querela.
Molti anni fa, a Parigi, c’è un settimanale ‒ chiamiamolo Alfa ‒ che denuncia le malefatte dei politici di malaffare. Uno di costoro batte cassa ad altri come lui e mette insieme i soldi per comprare il settimanale, «così la smette di romperci i coglioni». Ritrovandosi agli ordini e allo stipendio del politico corrotto, alcuni giornalisti di vaglia se ne vanno a fondare un nuovo settimanale ‒ chiamiamolo Beta ‒ dove possano riprendere a scrivere la verità. Dove prendono i quattrini? Risposta: attingono ai propri risparmi e alla liquidazione incassata da Alfa. E siccome questi soldi non bastano, lanciano una sottoscrizione popolare tra i cittadini vogliosi di libera stampa; per il resto s’indebitano con le banche. Indi confidano nella conquista di un numero di lettori tale da far quadrare i conti della testata, giacché gli’incassi della pubblicità, posta regina dell’attivo, sono correlati al numero dei lettori.
Il giornale ha successo: in pochi mesi conquista seguaci a decine di migliaia. Vende parecchio perché acclara misfatti che il resto della stampa tace. Per esempio, fa un’inchiesta sui supermercati dimostrando come i prezzi dei prodotti agricoli (dalla farina alla verdure alle bistecche) siano spropositati rispetto a quanto il supermercato paga al fornitore. Rivela anche come agricoltori e allevatori, già compensati una miseria, vengano ricattati dal supermercato in termini come questi:
‒ o trovi il modo di coltivare verdura e di allevare polli a un prezzo molto più basso oppure troverò altri fornitori più ragionevoli
‒ per abbassare ulteriormente i nostri prezzi dovremmo produrre in perdita, replicano verdurai e pollivendoli
‒ no, se usate il Tal concime e il Talaltro mangime
‒ ma Tal e Talaltro sono tossici! Mica possiamo far ammalare i consumatori per ingrassare te supermercato!
Ma la Grande Distribuzione giganteggia proprio perché ha il coltello dalla parte del manico. Così agricoltori e allevatori abbozzano: riversano sui loro terreni e nei loro orti un fiume di pesticidi e saturano le mangiatoie dei polli e di ogni altro animale di alimenti tossici, con gran gaudio contabile dei produttori di concimi e mangimi. Di conseguenza il supermercato spende molto meno a comprare verdura e polli, ma i prezzi sugli scaffali aumentano e il cliente non protesta perché all’oscuro di tutto.
Ma quando, grazie a Beta, questi consumatori scoprono che il supermercato li danneggia due volte, nel portafoglio e nella salute, insorgono. Si rivolgono ai loro partiti, formano associazioni e plaudono al coraggioso allevatore che, forte anche dell’inchiesta di Beta (cui ha contribuito) diventa un capopopolo che spaventa i politici, anche perché minaccia di formare un partito ecologista che rubi loro i voti.
Il padrone del supermercato, che ha una catena di puntivendita in tutto il Paese, passa all’offensiva. Comanda a ogni sua filiale, che formalmente è un’entità giuridica autonoma, di querelare Beta. Ogni tribunale francese nella cui circoscrizione ci sia un supermercato della catena in questione riceve una querela contro Beta.
E qui scatta la prima contromisura predisposta dall’apparato giudiziario contro la libertà di stampa: invece di unificare la miriade di querele in una, come logica e buonsenso imporrebbero, visto che il querelato è uno solo e pure unico è il motivo, concede a ciascuna di innescare un processo. Beta si ritrova rinviato a giudizio in ogni città e per ogni singolo giudizio deve nominare un avvocato difensore che respinga le faraoniche richieste di risarcimento avanzate da ogni puntovendita. La somma di tutti questi processi separati è enorme, perché anche Oltralpe la sentenza arriva dopo anni, quando Beta è svenato dagli avvocati e l’assoluzione non è un lenitivo perché, nei procedimenti penali, l’imputato paga (salvo eccezioni) le proprie spese legali anche se proclamato innocente.
Risultato: Beta si arrende al supermercato, pena sospendere le pubblicazioni.
Dopo qualche anno Beta chiuderà comunque i battenti. Non già perché altri potentati economici lo abbiano giugulato con querele e richieste d’indennizzi ‒ nel frattempo il settimanale si è fatto più prudente ‒ ma perché tradito dai non-lettori, nel senso che, a disdoro di tanto impegno profuso per scrivere la verità e, cascame produttivo non marginale, per tutelare i cittadini-consumatori, gli onesti giornalisti non sono stati ripagati da adeguato aumento delle vendite. Beta vende molto, come detto, ma non abbastanza da mandare in pareggio costi e ricavi. Ecco perché ritengo che il primo nemico della libera stampa sia il non-lettore. Che in Francia non può accampare le attenuanti del lettore italiano, schifato da un’edicola farcita di pattume editoriale e null’altro, da cui stare alla larga è segno di civiltà
Ed eccoci all’Italia e all’oggi, dove Concita De Gregorio si lamenta, su Repubblica, dei risarcimenti che è costretta a pagare a seguito di articoli dell’Unità, di cui fu direttrice [1]. Come noto, degli articoli pubblicati rispondono in tre: l’autore, il direttore (per non aver controllato quel che il giornalista scrive) e l’editore (per aver affidato il giornale a chi non lo controlla). Tutti e tre rispondono in solido, cioè: se uno, per qualsiasi motivo, non paga la propria quota di spese processuali e di eventuali risarcimenti, pagano gli altri. Se ne resta uno solo, questi paga per tutti. Nel caso di De Gregorio non soltanto è sparito l’editore, proprio quello supposto farsi carico degl’imprevisti economici, ma il tribunale ha condannato a indennizzi altissimi, anche tenendo conto dei sontuosi stipendi dei giornalisti al soldo di testate reputate di serie A.
De Gregorio se la prende con la legge sulle querele, negligendo però di valutarla nel contesto della macchina della giustizia e assolvendo per omissione il primo responsabile del dissesto giornalistico che dagli anni Ottanta va progressivamente marcescendo la democrazia italiana. Mi riferisco, qui con maggior pertinenza che Oltralpe, al non-lettore. Parlo dell’acquirente esigente di quotidiani e settimanali di qualità, tesi prioritariamente a contribuire alla crescita culturale e morale della società. Parlo di giornali confezionati a regola d’arte da giornalisti etici. Giornali che il potenziale lettore-medio respinge, un po’ perché troppo ignorante per decifrarli e molto perché aborre leggere e ascoltare resoconti che lo fanno spesso sentire sul banco degli imputati. Questo italiano medio non offre alcuna speranza di sopravvivenza economica ai giornali benfatti e perbene. E, ulteriore degrado nel mondo cartaceo, non ne offre più neppure alle testate malfatte o permale.
Prendiamo l’Unità. Andava bene quando c’era un PCI forte e non c’era la televisione. Andava benino quando, dopo l’avvento di Rai Uno e Rai Due e grazie alla diffusione porta-a-porta offerta dal Partito, la smorente diffusione era bilanciata da regalie pubbliche e a vario titolo da parte di uno Stato che trovava comodo cooptare i comunisti nella spartizione del bottino fiscale. L’Unità è finita al tappeto con lo svaporare del PCI in sigle vacue, smagrita dalla fuga dei diffusori domenicali e disertata da lettori svogliati da giornalisti vacui e sciatti e gazzettieri di regime.
No, cara De Gregorio, l’Unità, che anche tu hai diretto, non è stata affossata né dai magistrati che hanno accolto le richieste d’indennizzo avanzate dai diffamati (che dunque, o comunque non sempre, non dovevano avere tutt’i torti) né dall’interrompersi del flusso di denaro che da sempre ha consentito al giornale di sopravvivere sotto la tenda a ossigeno. L’Unità è al macero per la semplice ragione che nessuno vuol leggerla più. Una condanna a morte sacrosanta, e sarebbe giusta lode al lettore se questo lettore-giudice non fosse peggiore del condannato, visto che, in alternativa ai media cartacei e dalla genesi certa e verificabile, si pasce di videate sceme, spesso di matrice anonima, scorse a passo di carica, oppure allocchisce di balbettii sul cellulare, mantra per tossici asociali.
Vengo infine al contesto giudiziario complessivo nel quale De Gregorio ha omesso di inserire la filippica contro le richieste di indennizzi che la sommergono. Quando un cittadino porta a palazzo di giustizia la querela contro un giornale, questa viene esaminata da un primo giudice che ha il compito di valutare se sia sufficientemente fondata per essere inoltrata a un magistrato giudicante, che eventualmente entrerà nel merito. La valutazione preventiva è importante perché evita l’avvio di processi destinati a rivelarsi inutili. Ma lo è soprattutto perché tutela il querelato da una pubblicità negativa e già di per sé sicuramente diffamatoria: mentre il deposito di una querela non finisce sui giornali, o ci finisce marginalmente o comunque non espone il querelato alla berlina del presunto colpevole, al contrario il rinvio a giudizio fa notizia e connota l’imputato di un sospetto di colpevolezza che un magistrato ha già ritenuto fondato. Ebbene, in Italia le statistiche e le consuetudini rivelano che, per dirla con le parole d’un avvocato d’ardue sintesi, «un rinvio a giudizio non lo si nega a nessuno». Insomma, basta che la querela sia presentata da un personaggio potente e di grande disponibilità mediatica ‒ non si pensi necessariamente a Silvio Berlusconi ‒ ed ecco il querelato, a questo stadio neppure sospettato da un giudice, venire marchiato come reo dalla pubblica opinione superficiale, sempre invocante un reo da flagellare.
Se il magistrato di prima istanza facesse al meglio il proprio mestiere, casserebbe sul nascere querele insensate, così evitando di mandare innocenti alla berlina e scongiurando ulteriori coltellate all’esangue libera stampa esigua.

[1]
L'invisibile nemico della verità: così la minaccia economica uccide la libertà di informazione, di Concita De Grefgorio, Repubblica del 10 febbraio 2019.

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