Giornale di bordo
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13 febbraio 2019

 

LA GUERRA ECONOMICA DEGLI STATI UNITI

I predatori delle aziende europee

Il governo di Washington pretende far valere le proprie leggi nazionali in ogni parte del mondo, così negando agli Stati autonomia giuridica, premessa di quella politica ed economica. Così indossati i panni anche formali del neocolonialista, l’Amerika sfrutta l’Europa come un vivaio di imprese, riservandosi di papparsi per via (il)legale quelle che sviluppano eccellenze ambite, pena prendersele con la forza. E i governi del Vecchio Continente, che del resto già subiscono le scorribande dei killer della CIA e gli arruolamenti forzati nelle aggressioni militari pilotate dal Pentagono, chinano il capo, come 170 anni fa i cinesi dinanzi alle cannoniere anglosassoni durante la guerra dell’oppio.

di Gian Carlo Scotuzzi

Nell’articolo che sotto proponiamo, André Chamy ‒ avvocato e sociologo francese, nonché vicepresidente del polo di controinformazione Réseau Voltaire France ‒ denuncia un sopruso sostanzialmente criminoso, ancorché le vittime simulino quasi sempre di ritenerlo legale, così dissimulando la loro codardia nel non opporvisi.
Si tratta di questo: quando un’impresa economica degli Stati Uniti non è in grado di reggere la concorrenza di una europea né di papparsela per un tozzo di pane, si rivolge al governo di Washington affinché richiami l’europea ai doveri di ogni buon colonizzato, ch’è quello di obbedire senza tante storie al volere del colonialista. Così Washington attiva ogni tentacolo utile a fustigare l’europea, dal ministero del Tesoro a quello della Giustizia, che a loro volta si avvalgono di CIA, NSA e via elencando giannizzeri. Scopo della muta è scovare, nell’operato dell’impresa europea, un pretesto per perseguirla penalmente, magari arrestandone i dirigenti non appena transitino per gli Stati Uniti o nelle loro foresterie viciniori, come il Canada, e poi di farla condannare ad ammende talmente cospicue da comprometterne i bilanci. Se la prima multa non basta, i mastini nordamericani trovano altro pretesto per una seconda e così via, sino a dissanguare la preda e indurla a svendersi agli yankee, l’alternativa essendo il fallimento, oltre all’eventuale prolungamento del carcere dei dirigenti.
Vi chiederete: Ma con quale diritto, il governo americano, può mettere le manette a un’azienda, poniamo di Parigi, che non ha violato alcuna legge dello Stato francese e neppure le leggi dell’Unione Europea?
Col diritto del più forte: ossimoro che maschera la legge della giungla imposta da Washington al resto del mondo sin dalla fine della seconda guerra mondiale e rinvigorita all’indomani degli auto-attentati dell’11 settembre 2001. Da quasi vent’anni infatti gli Stati Uniti si sono dotati di una panoplia pseudogiuridica con la quale si arrogano questi privilegi di stampo medievale:
1.
Pretendono di marchiare di terrorista chiunque, in ogni parte del mondo, ritengano loro nemico pericoloso, cioè, testuali parole loro «una minaccia per la sicurezza nazionale». E dopo averlo classificato come «da terminare», ordinano ai loro sicari di andarlo a eliminare sul serio. Ogni settimana, alla Casa Bianca (sino alla presidenza Barack Obama) o in qualche sua propaggine remota, e forse segreta anche a Donald Trump, si tiene una riunione dove si decidono le persone da ammazzare. La loro esecuzione è quindi demandata a un missile o a un fucile da cecchino o a una bomba a orologeria e chissà a quant’altro. È una carneficina mirata che da parecchi lustri dissemina di cadaveri Stati di ogni latitudine, compresi quelli europei. A tutt’oggi rari Stati, sempre bollati da Washington come «canaglie» o «terroristi» o «dittatoriali» o quantomeno «comunisti», negano al presidente degli Stati Uniti il diritto di andare ad assassinare chi gli pare in casa loro. Ogni altro Paese ha abbozzato, con ciò abdicando alla tutela del proprio stato di diritto e alla difesa di quanti lo popolano. Il che comporta la liquidazione pura e semplice dello Stato, i cui fondamenti costitutivi sono appunto l’esclusività normativa entro i propri confini e la difesa della patria, implicante la salvaguardia dei cittadini e del loro operare.
2.
Gli USA si ritengono «popolo eletto». Non è concetto coevo alle loro leggi liberticide contemporanee: è reiterato nei documenti fondativi della repubblica nordamericana, dai cui benefici furono peraltro esclusi i neri, prova ne sia che 32 tra i primi presidenti degli Stati Uniti furono proprietari di schiavi. Oggi il popolo eletto ha rinunciato alla discriminazione razziale in patria, ma l’ha surrogata e ampliata discriminando chiunque abbia il torto di non essere cittadino degli Stati Uniti o di non allinearsi politicamente al governo di Washington. Di qui il disegno di plasmare il mondo intero a propria immagine, pianificando la distruzione delle strutture statali ovunque si faccia resistenza alla globalizzazione economica pilotata dal popolo eletto.
3.
Gli USA attribuiscono a molte loro leggi finanziarie una vigenza ecumenica, per cui esigono che ogni azienda straniera vi soggiaccia. È una pretesa smaccatamente priva di ogni legittimità, giacché ogni Stato non può avere sopra di sé un altro Stato, altrimenti non sarebbe indipendente e sovrano; può soltanto sottostare alle decisioni di enti sovranazionali, come l’ONU, entro limiti circoscritti e a condizione che tali decisioni siano frutto di democratica concertazione e non collidano con la Costituzione nazionale. Ma se Washington, come visto, si è arrogata il diritto di andare in giro per il mondo a «terminare» chi le pare senza preavviso né rendiconto, nonché di demolire ogni Stato non prono, perché meravigliarsi se si prende anche quello di stabilire se un’impresa straniera è corrotta o agisce comunque in maniera da violare qualche norma posta a tutela degli interessi delle imprese americane?
Ma, soprattutto, perché un imprenditore non-americano si meraviglia se gli americani gli fanno concorrenza indebita? Da quando in qua le guerre economiche sono “debiteˮ? Recita l’adagio precettato a ogni studente di economia: Negli affari, come in guerra, è lecito tutto ciò che dà buon esito. I buoni esiti del confronto bellico sono le disfatte dei nemici, non importa come siano stati tolti di mezzo né quanti, al diavolo i danni collaterali che macellano più civili che soldati. I buoni esiti delle guerre economiche sono i profitti, non importa quanti comandamenti morali né quanti precetti legali si violino per conseguirli, al diavolo i danni collaterali, cioè i diritti negati e le nuove povertà generate. In questo scenario le leggi sono espressione di bottino di guerra: il più forte impone le proprie a ogni altro. Per cui ogni rivendicazione giustizialista, ogni riferimento all’etica, ogni invocazione di equità stabilita da regole certe, tutto questo deve fare i conti con l’imperio delle armi, garanzia del primato leonino del vincitore anche negli affari. È la spada di Brenno a pesare l’oro sborsato da Roma. Nell’Ottocento il governo cinese si oppose a che gli occidentali sommergessero il Paese con una colata d’oppio. Allora gli occidentali piazzarono le loro cannoniere al largo e bombardarono le città della costa, senza che queste, prive di cannoni a lunga gittata, potessero reagire. Per cui i cinesi si arresero all’oppio. Dopo la seconda guerra mondiale gli Stati Uniti imposero all’Europa un Piano Marshall finalizzato a sfogare nel Vecchio Continente la sovraccapacità produttiva nordamericana, peraltro presentando conto salato, altro che ricostruzione disinteressata! E quando qualche Paese europeo, illuso d’aver pur’esso vinto la guerra e mosso da rigurgiti d’indipendenza nazionale, revocò in dubbio le benemerenze del piano, i generali USA additarono le loro basi militari europee, implicando: Non vorrete litigare con noi, no?
Il piano Marshall del Duemila non è meno giugulatorio: Cari alleati europei, godetevi la libertà di creare aziende floride e d’inoltrarvi in ricerche tecnologiche avanzate; tanto poi quelle più profittevoli e quelle strategiche ce le prendiamo noi; con le buone, cioè per meriti affaristici in buona parte discendenti dalla nostra superiorità politica; oppure con le cattive, cioè con quella corruzione ch’è nel DNA del capitalismo nordamericano [1]; oppure con le cattivissime, cioè con la nostra extraterritorialità legale imposta dalle cannoniere.
O gli imprenditori europei si rassegnano a competere in questa giungla, sborsando spropositata tangente al re leone, oppure la smettano di piagnucolare e si attrezzino a produrre, a scapito di merci e servizi finalizzati al personale esclusivo profitto, un piano di conquista dell’indipendenza nazionale, presupposto anche dell’autentica libertà economica.

[1]
Il primo a riconoscere e ad auspicare la corruzione, ritenuta arma selettiva degli imprenditori vincenti, fu Alexander Hamilton (1757-1804), primo segretario di Stato al Tesoro. In proposito rinviamo al saggio di Roger Garaudy, Les mythes fondateur de la politique americaine, di cui proponiamo uno stralcio :

Il secondo fondamento dell’americanismo è quello che nacque anche dalla Dichiarazione d’Indipendenza, nonché dall’interpretazione immediata che ne diede il primo Segretario di Stato al Tesoro, designato da Washington: Alexandre Hamilton.
Uno dei tratti più rilevanti della dottrina di Hamilton (talmente vicino a George Washington da essere stato l’ispiratore del suo discorso d’addio alla nazione, al momento del ritiro) è l’eminente posizione attribuita alla corruzione come elemento propulsore del sistema, poiché rappresenta un importante incitamento alla ricerca dell’interesse personale, motore del sistema.
Questo ruolo della corruzione, indispensabile corollario dell’economia di mercato, caratteristica fino ai giorni nostri dell’americanismo trionfante, ossia del “monoteismo del mercato”, è riconosciuta essere una conseguenza logica, ineluttabile, del sistema.
Alain Cotta definisce così la logica del sistema: «L’ascesa della corruzione è indissociabile dalla spinta delle attività finanziarie e mediatiche. Quando l’informazione, in occasione di operazioni di ogni genere – in particolare quelle di fusione, acquisizione e di OPA – permette di costruire in pochi minuti una fortuna impossibile da costruire se non a prezzo del lavoro assiduo di un’intera vita, la tentazione di acquistarla e venderla diventa irresistibile» (Le capitalisme dans tous ses Etats, Ed. Fayard, 1991).
L’autore aggiunge: «L’economia di mercato non può che essere favorita dallo sviluppo di questo vero e proprio mercato… La corruzione svolge insomma un ruolo analogo alla pianificazione».

 

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