Giornale di bordo
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4 marzo 2019

 

TELECRAZIA ITALIANA

 

Perché Berlusconi fa risorgere il PD

 

di Gian Carlo Scotuzzi

 

Sabato scorso a Milano RAISET s’è mobilitata per enfatizzare sino al falso una processione milanese delle sinistre, moltiplicandone il numero dei partecipanti per dieci. L’indomani ha stamburato farsesche “elezioni primarie” del PD, di nuovo ingigantendo dimensioni e valenza di un rituale interno di partito.
Sono le recenti puntate di una telenovela vecchia come il cucco berlusconiano e basata su trito copione: offrire visibilità mediatica a partiti di sinistra che dal 1994 – anno del golpe mediatico-parlamentare di Forza Italia – Berlusconi ha cooptato nel proprio sistema di potere, attribuendo loro il ruolo ora di “opposizione ombra” ora di “governo di riserva” cui affidare – come a D’Alema nel 1998 – l’ingrato compito di approvare leggi destrorse che il popolo di sinistra non avrebbe digerito se a propinargliele fosse stato un governo formalmente di destra.
I set televisivi offerti sabato e domenica agli esibizionismi del PD, sia lungo la carnevalesca sfilata meneghina sia a ridosso dei gazebo “elettorali” hanno contribuito a compattare i radi ranghi del PD. Ma hanno soprattutto assolto al compito prioritario di ricondurre al gregge pecore elettorali che, esasperate da pastore ladrone, dall’aprile scorso si lasciano irretire da pifferai eticamente non migliori di lui e assai meno capaci. Insomma messinscene allestite per indurre gli elettori di Cinquestelle e Lega a cambiar casacca. Destinatari privilegiati dell’appello a indossarne una della galassia PD, erano soprattutto i grillini, ritenuti dai Poteri Forti un ostacolo alla gestione “capitalisticamente corretta” dello Stato, anche di quello corrotto e sgangherano che ci tocca.
Il disegno dei registi mediatici è esplicito: diffondere la persuasione che la maggioranza elettorale nel Paese sia cambiata e che la democrazia imponga elezioni anticipate per issare al potere quella nuova.
Giova richiamare le ultime prodezze elettorali dei partiti di governo, calcolandole però non già con il deviante criterio adottato dal regime, che percentualizza i voti sul numero dei votanti, bensì su quello degli elettori:
– Non votanti: 27%
– Cinquestelle: circa 24% (pari al 32,7% degli elettori)
– PD: circa 14% (pari al 18,7% degli elettori)
– Lega: circa 13% (17,4 % degli elettori)
– Forza Italia: oltre il 10% (pari al 14% degli elettori).
Ne deriva:
– che l’aggregato più consistente di elettori è costituito da coloro che hanno disertato le urne
– che l’attuale governo rappresenta una minoranza di italiani: soltanto il 36,6% degli elettori (pari al 50,1% dei votanti)
– che una consistente apostasia di elettori Cinquestelle, magari associata ad analogo ripensamento di leghisti, non potrebbe che portare acqua al mulino del polo forzista, già ingrossato dal contributo dei partitini di centro-destra.
Ma perché sviliamo una sedicente «manifestazione contro il razzismo», ancorché convocata nella regione italiana che più integra gl’immigrati che le sono indispensabili, e una sedicente «consultazione della base del PD» a finzioni di stampo hollywoodiano? Risposta: perché l’osservazione attenta e la deduzione razionale deve far premio sull’emotività e sulle illusioni ottiche generate dai maghi della comunicazione di massa.
Partiamo dai numeri, base oggettiva di ogni valutazione ragionata eppure così ostici a un popolo di acalculici.
Le polizie di tutto il mondo, e dunque anche la questura di Milano, sono dotate di panoplie tecniche per rilevare gli assembramenti popolari, in qualità, quantità e fini. Ci riescono grazie alla fitta distesa di telecamere impiantate in ogni angolo della città, integrate da quelle sulle auto, sui droni e sulle divise. Questo profluvio di filmati si riversa in un computer centrale, dove un software conta le teste e coglie il senso delle loro concentrazioni nonché delle loro cangianti aggregazioni, marce e dispersioni. Il cervellone legge inoltre le scritte sui cartelli e sugli striscioni, analizza gli slogan trasmessi dai microfoni collocati lungo le strade e someggiati da agenti in borghese. Miscelando il tutto, coglie lo spettro politico della manifestazione e gli umori e gli sfoghi dei partecipanti [1]. Questa messe di dati oggettivi viene porta al Potere, quello vero, che tira le fila ai burattini in parlamento, a Palazzo Chigi e in ogni altro palazzo preposto a gestire i gangli del sistema.
Ben diverse sono le percezioni della manifestazione destinate al popolo: le televisioni mandano in onda soltanto immagini scelte da una sapiente regia che ricorre a trucchi d’inquadratura, a falsi commenti giornalistici e a testimonianze selezionate e manipolate al fine di pilotare la valutazione dello spettatore. Se, come sabato a Milano, gli si vuol far credere a una manifestazione di 200 o 250 mila persone gli si negano le riprese dall’alto e quelle a campo lungo, dove si stimerebbero agevolmente non più di 15 o 20 o al massimo 25 mila persone. L’illusione del gigantismo partecipativo viene corroborata dalle chiose dei cronisti che, oltre a proclamare la cifra di 200 o 250 mila persone, reiterano mantra del tipo: «Ci sono tantissime persone, che hanno superato le più rosee previsioni degli organizzatori», «Nessuno si aspettava tanta folla e la città gioisce dinanzi quest’immensa invasione». Uno spettatore minimamente accorto noterebbe, nelle cronache televisive e a maggior ragione nei resoconti stampati, supposti meno approssimativi e imprecisi della tivù, che il dato sui partecipanti – l’unico che, in una democrazia bassata sui numeri, misura l’evento – non è corredato dal suo controcanto abituale, cioè dal numero di partecipanti valutato dalla questura. Questo secondo dato è importante perché doppiamente rivelatorio: innanzitutto corregge gli entusiasmi eccessivi degli organizzatori o ne smaschera la malafede, dall’altro riflette le preoccupazioni del Potere dinanzi a mobilitazioni di piazza che, per entità e contenuti, sono suscettibili d’innescarne d’altre e maggiori e dunque vanno ridimensionate. È questo il senso della locuzione «secondo la questura…» che sempre postilla il dato fornito dagli organizzatori. Ma questa postilla nei resoconti sulla manifestazione di sabato non c’era, per la semplice ragione che la conta scientifica dei poliziotti l’avrebbe ridicolizzata. Si obietterà: ma se la questura è al servizio del Potere, che le costava fornire una cifra falsa e accondiscendente? Risposta: le menzogne hanno un limite, costituito dalla loro verisimiglianza. Se la questura avesse corroborato una partecipazione di centinaia di migliaia di persone avrebbe perso faccia agli occhi delle moltitudini che, avendo osservato la manifestazione alla finestra e alle rare tivù indipendenti, ne hanno colto la pochezza.
Ma nel submondo dominato dai media di regime la verità non conta. Conta l’apparenza, cioè il falso che il potere riesce a spacciare per vero. E la fake news al cuore dei due giorni pro-PD decretati da Berlusconi è: visto com’è risorto e grande il PD? Visto come ha riscoperto le sue radici progressiste schierandosi contro il razzismo? Dunque non è ora di dare un calcio a un Movimento che, partorito da un comico, dovrebb’essere espulso dalla politica seria?
Quanto al teatrino dei gazebo rossi, non sono diversi da quelli verdi dove Umberto Bossi pretese chiamare alle urne gli elettori della Padania Indipendente: goliardate dalla dinamica incontrollabile e dagli esiti manipolabili a piacere. Insomma: teatrini elettorali e sfoghi ludici per perdigiorno.
Alle prossime elezioni, che lui vuole anticipate, Berlusconi è sicuro di raccogliere i frutti delle proprie predicazioni, eretiche ma sempre santificate dal suo termitaio di antenne televisive e stamperie di giornali: lui e il PD emergeranno abbastanza forti per rimettersi a fare comunella. Da politicante intrinseco dell’italica plebe, ne conosce i quattro tratti salienti: è credulona, è sensibile alle lusinghe, è smemorata e ha sempre estremo bisogno di capri espiatori.

[1]
Per completezza tecnologica aggiungiamo che i software più evoluti – come quelli installati ovunque in Cina o in alcune città degli Stati Uniti – effettuano il riconoscimento facciale, per cui la polizia non soltanto conta i manifestanti, ma li identifica per nome e cognome.

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