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22 maggio 2019
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ITALIETTA

 

La Storia non si appella al sovrano

 

A proposito del Manifesto sulla storia, che da giorni centinaia di intellettuali stanno sottoscrivendo.

 

di Gian Carlo Scotuzzi

 

Il metodo

Un aspetto dell’odierna deriva politica, dove la miopia della quotidianità casuale si sostituisce alla visione ragionata e prospettica, è il lancio di appelli. Quasi ogni mese c’è chi ne lancia uno. Si spazia dai moventi più nobili, come il salvataggio di migranti in mare, a quelli più gretti e interessati, come le ricorrenti questue di genitori di bimbi incurabili dal servizio sanitario nazionale ma che al sole della Florida sono supposti rifiorire, famiglia al seguito e donatori pagando.
Il ricorso all’appello, quando non ha finalità truffaldine, è patologia ormai entrata, per merito di ricorrenza, nella fisiologia di una democrazia afflitta da patologia cronica. Una comunità sana aborre la pratica della sollecitazione di firme. L’appello è sintomo di malessere civile, giacché i cittadini dispongono di consolidata ed efficace panoplia rappresentativa e giurisdizionale per far valere diritti quesiti e per invocarne di aggiuntivi. In Italia ci sono:
7.914 consigli comunali, al netto delle centinaia in via di soppressione, con 120 mila consiglieri e 35 mila assessori. Sono parlamentini dove i residenti possono esercitare democrazia quasi diretta: possono scegliere mandatari di prossimità e possono controllarne personalmente l’operato;
93 consigli provinciali (11 province sono state assorbite da altrettante città metropolitane), che il cittadino non elegge direttamente ma può adire;
20 consigli regionali, per un totale di oltre un migliaio di consiglieri, che il cittadino responsabile può tenere particolarmente d’occhio perché legiferano sulla soddisfazione di bisogni primari, a cominciare dalla sanità;
950 parlamentari, cui i mandanti possono rivolgersi per ogni esigenza;
76 parlamentari europei, cui pure gli elettori possono rivolgersi direttamente;
– 6 partiti maggiori, cosiddetti perché sono presenti sia alla camera sia al senato e perché alle elezioni hanno ottenuto almeno il 3%;
26 partiti minori, cosiddetti perché nella loro storia hanno eletto almeno un parlamentare nazionale o europeo, perché hanno ottenuto almeno lo 0,5% dei voti, o perché hanno almeno 5 consiglieri in assemblee regionali differenti; a questi si aggiungono 2 partiti rappresentativi degli italiani all’estero nonché 62 partiti locali.
Totale dei partiti italiani effettivi (quindi escludendo le migliaia di virtuali che folleggiano sulle reti sociali) che gli iscritti possono vivificare con iniziative e proposte: 96.
Come si vede, gli italiani hanno molte possibilità per concorrere alla gestione della vita pubblica e rimettere in rotta legislatori che tralignino. Che poi non se avvalgano è diserzione loro, dalla quale non possono assolversi firmando un appello.
O forse che tutti referenti elencati, tra eletti e partiti, non bastano a soddisfare ogni istanza popolare? Hanno in mano tutte le leve del comando e possono approvare tutto: dalle leggine alle leggi costituzionali. Gli basta mettere giù un testo e metterlo ai voti. La maggioranza vince. Si ritiene che, a poco più di un anno dalle elezioni politiche e a pochi giorni dalle europee, sia affiorata in Italia una maggioranza politica nuova, diversa da quella che ha insediato il governo depennatore dell’esame di storia dagli esami di Stato? Bene, gli elettori mettano a sgobbo ogni persona che hanno votato, dai consiglieri comunali ai parlamentari, affinché si voti per un’inversione di rotta.
Ma qualcuno la intravede questa nuova, auspicata maggioranza favorevole ad acculturare sul serio gli italiani, o quantomeno gli studenti avviati all’esame di maturità? Se non è così, ripiegare su un appello che pretende spingere gli attuali governanti a invertire la politica culturale mi pare vano e ipocrita. Vano, perché le regole scolastiche le scrive il ministro dell’Istruzione, che risponde al resto dei ministri e al parlamento; ipocrita, perché gli estensori dell’appello sanno benissimo come la democrazia non consenta a un gruppo di firmatari, espressione informale di una minoranza del popolo, di affossare norme approvate da chi, del popolo, rappresenta la maggioranza formale.


Il contenuto


Concordiamo con l’Appello [da noi pubblicato il 18 maggio] che lo studio della Storia è componente ineludibile e primaria di ogni processo di conoscenza. Quel che accade oggi è conseguenza di quel che è accaduto ieri, e via e ritroso sino al Big Bang. L’asse del tempo è filastrocca lineare di premesse e conseguenze, di cause ed effetti, di antecedenti ed esiti. Un meccanismo di prima/dopo del resto intrinseco a ogni scienza.
Non ci sono studio né conoscenza né sviluppo dell’apprendimento né progresso scientifico se, appunto, non c’è scienza.
La Storia è una scienza al pari della medicina o dell’ingegneria. E di ogni scienza condivide i postulati che la definiscono e ne condizionano il divenire: la razionalità, la dimostrazione, la disponibilità a esaminare ogni tesi contraria a quelle acquisite, l’apertura all’innovazione. Sono questi i rigorosi criteri che indussero gli scienziati, dinanzi a nuovi apporti, ad abiurare il sistema geocentrico e a sposare quello eliocentrico, sbugiardando ogni sacra bibbia.
Contrariamente a quanto si sostiene nell’Appello, non è vero che «lo storico ha le proprie idee politiche ma deve sottoporle alle prove dei documenti». Le opinioni politiche – al pari di ogni altra valutazione soggettiva – sono estranee al campo scientifico. Quando lo storico svolge il proprio ruolo di scienziato non può ricorrere ad argomentazioni opinabili, che possono valere il loro contrario nella testa dell’interlocutore, ma deve usare argomenti scientifici, riducibili all’opzione vero/falso. È vera la tesi storica che risulta veritiera perché verificata; sono false tutte le antitesi non probanti perché non documentate. La sintesi distillata dalla disputa fra tesi contrapposte non è una teoria, ma un evento, rivendicante rango di legge scientifica, per il semplice motivo di essere accaduto e secondo le modalità descritte dallo scopritore. Ecco perché la ricerca storica non è mai confronto tra opinioni, ma cernita tra diverse versioni dei fatti, con l’ambizione di scoprire l’unica vera. Cioè l’unica ricostruibile nella sua dinamica e l’unica collocabile in un certo punto dell’asse del tempo. Se un accadimento si svolge in un certo spazio temporale e in un certo spazio fisico, non possono esserne accaduti di diversi, men che meno di incompatibili.
(Lo storico ha diritto alla soggettività e al dissenso quando deborda nella critica della storia e veste soprattutto i panni del filosofo, o quando rivendica di dipingere un’epoca storica cogliendo aspetti soggettivi e particolari, come un pittore i colori: ma non è il caso della storia pura di cui stiamo parlando.)
Dal postulato scientifico della storia scaturisce che ogni evento accertato come vero è suscettibile in ogni momento di essere integrato, corretto, revisionato e addirittura bollato come interamente falso all’apparire di nuovi documenti, nuove scoperte e ogni altra prova che la comunità scientifica ritiene inconfutabilmente veri. Il problema sorge quando gli scienziati non riescono a mettersi d’accordo nella valutazione delle nuove prove, vuoi perché le ritengono taroccate, vuoi perché ne temono i devastanti effetti su convinzioni sociali radicate e coese. Per dirla con lo storico revisionista David Irving, «agli storici è dato un potere che persino agli dèi è precluso: quello di mutare a posteriori gli avvenimenti antecedentemente occorsi». [1]
Per illustrare le difficoltà di ridurre a sintesi scientifica le tesi contrapposte, ricorriamo a una disputa ancora in corso, suggerita dalla circostanza che Liliana Segre, co-estensore dell’Appello, ex vittima di persecuzione razziale, e dal passo dell’Appello lamentante «i ragazzi europei che giocano sui binari di Auschwitz», addotto a sostegno dell’ignoranza della storia da parte delle nuove generazioni e, a monte, delle manchevolezze della scuola nell’insegnargliela.
È storicamente accertato e da nessuno contraddetto che il regime nazista perseguitava gli ebrei e che per oltre un biennio, negli anni Quaranta, la regione di Auschwitz, nella Polonia occupata dai nazisti, ospitava quattro grossi campi di concentramento, nonché decine di minori. È altresì accertato che in questi campi, popolati da migliaia di zingari, omosessuali, prigionieri politici soprattutto comunisti, ebrei e prigionieri di guerra – quantitativamente in quest’ordine decrescente – si moriva parecchio, in armonia numerica con un conflitto totalizzante 56 milioni di morti, di cui 26 sovietici. E qui la ricostruzione condivisa della storia di Auschwitz si biforca in due teorie inconciliabili. L’una, che chiamiamo Primigenia perché codificata e dichiarata inscalfibile alla fine della guerra dal Tribunale di Norimberga, l’altra che chiamiamo Revisionista perché, divulgata a livello mondiale negli anni Settanta, menda e in gran parte smentisce la Primigenia [2].
Dice, in sostanza, la Primigenia: I nazisti concentrarono gli ebrei nei campi allo scopo di sterminarli. Alcuni li ammazzarono con il freddo, la fame, i maltrattamenti. Molti di più ne uccisero in camere a gas, alimentate con il gas Zyclon, per poi bruciarli in forni crematori. Le vittime furono complessivamente 6 milioni, di cui 4 concentrati ad Auschwitz, come recitava la targa all’ingresso del campo. «Nel 1994, [su stimolo del presidente della repubblica polacca, Lech Walesa], e su iniziativa del Comitato internazionale del Museo di Stato, presieduto dallo storico Wladislaw Bartoszewski, ad Auschwitz si sostituisce la targa commemorativa che indica 4 milioni di morti con una che parla di oltre un milione di morti. Questo episodio dimostra che la storia esige una perpetua revisione. O dunque essa è revisionista oppure è propaganda mascherata». [3]
Intendiamoci: dal punto di vista morale il crimine attribuito ai nazisti non si sminuisce di un grammo. Ma la credibilità attribuita al Tribunale di Norimberga sì. Se ha sbagliato a contare i morti, quasi moltiplicandoli per quattro, non si può escludere che i giudici, nessuno dei quali era uno storico e tutti ostili ad ascoltare le testimonianze dei tedeschi, abbiano commesso altri errori.
Dice, in sostanza, la Revisionista: I nazisti concentrarono prigionieri ad Auschwitz per farli lavorare, con mercedi da fame, nelle fabbriche vicine, dove si producevano armi e, dal carbone, gomma e petrolio. Il nazismo non si è mai prefisso di sterminare gli ebrei, se no lo avrebbe fatto subito e in ogni luogo, senza bisogno di sprecare guardie e risorse per trasportarli sino ad Auschwitz. È vero che ad Auschwitz si moriva parecchio, ma non più che in ogni altro campo allestito da ogni belligerante, anzi, in alcuni campi tenuti dagli Alleati morirono, in proporzione, molti più prigionieri tedeschi. Anche le cause di morte erano ovunque le stesse: epidemie di tifo, che venivano contrastate sterilizzando gli abiti e le baracche dei prigionieri con lo Zyclon, come del resto si faceva nelle case dei cittadini tedeschi; poi le ristrettezze conseguenti al razionamento bellico. A tutt’oggi (maggio 2019) non si è ancora trovato un solo documento nazista che ordini lo sterminio degli ebrei. E a tutt’oggi non si è ancora trovata una prova dell’esistenza delle camere a gas: non un solo progetto, non una sola foto. Soltanto le ricostruzioni fantasiose e non scientifiche prodotte da coloro che, dalla fine della guerra, gestiscono Auschwitz come baracconata del terrore, cui per fortuna molti giovani non credono, al punto da irridere il luogo giocando sui binari. Del resto, perché mai i nazisti avrebbero dovuto sterminare gli operai delle loro fabbriche? E perché, anche ammesso, avrebbero dovuto ricorrere allo Zyclon, costoso e pericoloso, giacché, essendo assai volatile, avrebbe ucciso anche molte guardie? E perché, poi, avrebbero dovuto dissipare l’equivalente di un pieno di carburante per alimentare per quattro ore un forno crematorio?
Certo, se i ricercatori storici facessero bene il loro mestiere troverebbero le prove per dimostrare la tesi Primigenia, consacrata circa 75 anni fa da un Tribunale che, lungi dall’esigere prove di colpevolezza, elevava a prove i resoconti dei vincitori. Per contro, si fa sempre più copiosa la messe probatoria addotta dalla tesi Revisionista: dalla mancanza di tracce di Zyclon (si disperdono dopo secoli) là ove la Primigenia colloca le camere a gas, le contraddizioni e le inverisimiglianze di coloro che dichiarano di aver visto le camere a gas e persino di avervi estratto a mani nude i cadaveri dei giustiziati (nel qual caso lo Zyclon si sarebbe depositato sui capelli e sui corpi dei gassati e sarebbe stato letale a contatto della pelle di chi li avesse movimentati…).
Insomma sul fronte scientifico la Primigenia è condannata da quota crescente di scienziati. È una non-storia. E si capisce perché molti Stati, allo scopo di mantenerla artificialmente in vita, sanzionino penalmente chi la contraddice. Ogni scienziato revisionista, cioè ogni storico che pretenda fare il proprio mestiere ricostruendo i fatti sulla base di prove, viene sistematicamente oscurato dai media e in molti Paesi rischiano il carcere sia l’autore sia quanti gli fanno eco.
Liliana Segre è ringhioso mastino della teoria Primigenia.
Se coloro che oggi si fanno paladini della storia sono gli stessi che hanno degenerato il confronto storico a persecuzione del dissenso in stile inquisitorial-carcerario, allora rigore scientifico e spirito libertario inducono a non aderire a un Appello ch’è contro la storia.

[1]
Cfr.: David Irving, La guerra di Hitler, EC, Edizioni Clandestine, 2010. Prima edizione in inglese: 1977.

[2]
Dal 29 dicembre 1978 al 26 febbraio 1979 il quotidiano francese Le Monde pubblica tre lettere dello storico Robert Faurisson che contestano modalità ed esiti del Processo di Norimberga. In particolare, è una frase di 60 parole [in francese] a scardinare la storiografia ufficiale e a porre le premesse delle legislazioni che manderanno in carcere gli storici revisionisti e condanneranno al rogo e all’oblio le loro opere: «Le pretese camere a gas hitleriane e il preteso genocidio degli ebrei formano un’unica e medesima menzogna storica che ha consentito una gigantesca truffa politico-finanziaria di cui i principali beneficiari sono lo Stato di Israele e il sionismo internazionale e di cui le principali vittime sono il popolo tedesco – ma non i suoi dirigenti – e l’intero popolo palestinese».

[3]
Roger Garaudy, Les mythes fondateurs de la politique israélienne, Samiszdat Roger Garaudy, 1996. I miti fondatori della politica israeliana, Graphos, 1996, Traduzione di Simonetta Littera e Corrado Basile.

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