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4 giugno 2019
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FRANCIA

 

Lo Stato distribuisce antidoti a eventuali incidenti nucleari

 

di Gian Carlo Scotuzzi

 

Dal prossimo settembre 2,2 milioni di cittadini francesi riceveranno per posta un buono, con il quale andranno in farmacia a ritirare gratis una confezione di pastiglie di iodio stabile, cioè ioduro di potassio. Le terranno sempre a portata di mano, nel cassetto del comodino o in tasca ogni volta che usciranno di casa. Tutti: dai bambini piccoli ai nonni. Dopo di che non dovranno più perdersi un notiziario radiofonico o televisivo, perché da qui potrebbe venire l’allarme: è scoppiata la centrale nucleare. E dovranno sempre tendere l’orecchio all’eventuale botto esplosivo, visto che tutte queste persone comandate a portarsi sempre appresso la pastiglietta di iodio – come un gendarme a someggiarsi la pistola – vivono nei pressi di una centrale. A non più di 20 chilometri.
È infatti questo il criterio con cui lo Stato ha selezionato i destinatari del buono-pastiglietta. Ha puntato il compasso su ciascuno del 19 siti nucleari – ove ronzano nel complesso 59 reattori – lo ha aperto appunto di 20 chilometri e ne ha ricavato altrettanti cerchi a rischio, dentro i quali hanno la sfortuna di vivere o di lavorare 2,2 milioni di francesi.
Intendiamoci, misurata con il metro della fissione nucleare una distanza di 20 chilometri è ridicola: basti pensare che dopo l’incidente di Chernobyl, ad aprile 1986, il governo italiano invitò i veneti a lavare bene la verdura del loro orto prima di mangiarla. E il Triveneto dista da Chernobyl oltre 1.500 chilometri. Ma, ancorché risibile sul piano dell’efficacia, l’odierna cautela palesata dai gestori francesi la dice lunga su quanto si sentano la coscienza tranquilla.
I francesi sono di radicata e antica conversione nucleare. Le prime centrali, di Chusclan e Codolet, furono avviate nel 1956, con tre reattori, l’ultimo chiuso nel 1984.
Oggi il reticolo nucleare transalpino produce il 71,61% dell’energia necessaria al Paese [1]. E molta ne esporta. Anche in Italia, che dunque partecipa a pieno titolo al business del nucleare. Costretto da un referendum a chiudere le centrali nucleari costruite in Italia, il governo italiano ha iniziato a sfruttare le centrali d’Oltralpe, quelle francesi come – a breve – anche quella alla cui costruzione sta partecipando nella ex Jugoslavia, a poche centinaia di chilometri da Trieste [2]. Se quest’ultima centrale si guastasse, la nostra Penisola sarebbe radioattiva almeno sino a Roma.
Ma torniamo in Francia, dove la maggioranza dei cittadini, cioè quelli che vanno a votare, non ha mai avuto da ridire sulle centrali nucleari, altrimenti avrebbe ostracizzato i governi che le edificano. Tanta tolleranza si spiega con la convenienza economica dei reattori nucleari, che riducono parecchio la bolletta energetica. Per questo in Francia sono così diffuse le cucine e i radiatori elettrici per riscaldamento: costano assai meno dei fornelli a gas e delle caldaie a nafta. E inquinano infinitamente meno, anzi, quasi niente.
Fin che non si inceppano, per negligenza costruttiva, per incuria manutentiva o per calamità naturali, come successe a Fukushima, in Giappone, l’11 marzo 2011. Furono evacuate soltanto 184 mila persone perché il governo di Tokio aprì il compasso molto meno di quanto oggi fa la Francia e dunque ridusse il numero dei residenti considerati a rischio. L’anno successivo, il 5 luglio 2012, una commissione parlamentare provò che le cause dell’incidente, cioè la combinata maremoto-terremoto, era prevedibile in un Paese che da sempre è sismicamente ballerino, ma che i costruttori non adottarono misure di sicurezza e di prevenzione adeguate. Fu una negligenza criminale perché motivata esclusivamente dalla tensione al massimo lucro, giacché la sicurezza e la prevenzione costano e un costruttore incosciente e imprevidente è indubbiamente un criminale ma risparmia un sacco di soldi. Una centrale insicura gratifica i propri azionisti – dai colossi finanziari sino al piccolo risparmiatore – che valutano la bontà di una centrale da un unico, assillante punto di vista: quanto mi rende?
Fukushima spaventò il mondo intero. Molto più di Chernobyl, in Ucraina, dove tragedia analoga fu messa sul conto delle nefandezze imputate all’Unione Sovietica. Ma in Giappone non si può dar la colpa ai comunisti, che qui non hanno mai comandato, anzi: sono talmente marginali da non essere mai affiorati in alcuna competizione elettorale. Ed è questa assenza del capro espiatorio politico a spaventare a morte, oltre i cittadini del Giappone, anche quelli di ogni altro Paese similare: «Se è successo a Fukushima, può accedere anche da noi, che abbiamo affidato la costruzione delle centrali nucleari a governi ideologicamente simili a quello di Tokio».
Così, all’indomani del disastro di Fukushima, tutti i Paesi occidentali hanno imposto regole più severe per migliorare la sicurezza delle centrali. Cioè: progetti più rigorosi, materiali più affidabili, controlli più stringenti. E hanno dilatato l’area potenzialmente interessata dalle prime conseguenze di un incidente. Prima l’hanno calcolata con un raggio di 10 chilometri. Ora, come detto, l’hanno raddoppiata. Rendendosi anche conto che le radiazioni vanno contrastate subito, prima che intacchino gli organi immediatamente più a rischio, come la tiroide: da qui la prescrizione di pastiglie di iodio a tutti i residenti.
L’annuncio della distribuzione del kit di sopravvivenza alla catastrofe nucleare non ha creato eccessivo allarmismo in Francia. Per la buona ragione che la stampa lo ha in gran parte negletto e, quando non lo ha fatto, vi ha dato modesto pondo, considerandolo precauzione teorica, di pura routine, del genere: sono adempimenti imposti dalla solita legge bislacca, roba che sta nelle nuvole. E il popolo, si sa, freme soltanto a comando mediatico. Ignora tutto ciò che la tivù e i cartacei di massa gli tacciono. Eppoi, quando sa, freme e s’infiamma soltanto se viene scosso da toni apocalittici. La pillola può essere amarissima, ma se gliela indori l’ingoia come caramella. E non è proprio il caso di allarmare i francesi proprio alla vigilia del varo di una nuova centrale nucleare, a Flamanville [3]. È un bestione che costa oltre 12 miliardi di euro e produrrà 1.600 MW, assai più di quelli di Chernobyl e Fukushima.
Flamanville, sulla costa orientale della penisola di Cotentin, che si protunde nella Manica, è borgo di 1.800 anime. Se gli tracciamo intorno il cerchio con prescritto raggio di 20 chilometri si inglobano, a sud, Barneville-Carteret, che ha meno di 2.500 abitanti, e a nord Omonville-la-Petite, piccola appunto 128 anime, mentre a est si delibano i confini di Cherbourg, che supera i 40 mila residenti. Sommando svariate decine di comuni si perviene a un totale cospicuo, che va a maggiorare i 2,2 milioni di destinatari della pillola Speriamo-di-no.

[1]
Fonte: Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, dati relativi al 2017, ultimi disponibili.

[2]
Il referendum che impose la chiusura delle centrali nucleari italiane si svolse l’8-9 novembre 1987, sull’onda emotiva suscitata dal disastro di Chernobyl l’anno precedente. Vi partecipò il 65,1% degli elettori, che all’80,57% votarono no all’energia atomica.

[3]
La centrale francese più vicina all’Italia è a Saint-Vulbas, a 110 chilometri dal confine valdostano e a 207 da Torino. La centrale più prossima in assoluto all’Italia è a Krsko, in Slovenia, a 130 chilometri da Trieste.

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