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23 giugno 2019
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UCRAINA

 

Perché i golpisti di Kiev abbatterono un aereo di linea...

 

...e perché oggi la NATO accusa Vladimir Putin.

 

di Gian Carlo Scotuzzi

 

Quattro giorni fa il Joint Investigation Team (JIT), sodalizio internazionale poco credibile giacché impancato a giudice antirusso su viatico della NATO, ha preteso rinviare a giudizio tre russi e un ucraino. Li accusa di aver abbattuto, il 17 luglio 2014 e nel cielo dell’Ucraina, nei pressi della Repubblica Indipendente di Donetsk, un aereo di linea con livrea della Malesia, uccidendo tutti i 283 a bordo.
Questi giudici istruttori d’accatto hanno convocato a processo i quattro per il 9 marzo 2020. Dubito che gl’interessati ci vadano. Innanzitutto perché, da persone innocenti, l’unico processo cui sarebbero disposti a collaborare è quello contro i colpevoli. In secondo luogo perché la sedicente corte di giustizia che pretende giudicarli non ha alcuna legittimità. Ne fanno parte rappresentanti:
1. della Malesia, proprietaria dell’aereo abbattuto;
2. dell’Olanda, che ha dato i natali al maggior numero di vittime: 196 su 283;
3. del Belgio
4. dell’Austria;
5. dell’Ucraina, perché l’aereo è caduto sul suo territorio.
La prima vistosa incongruenza è la presenza, nel preteso collegio magistrale, proprio dell’imputato autentico. Secondo la Russia e molte inchieste indipendenti è stata proprio l’aviazione militare di Kiev ad abbattere l’aereo.
La seconda incongruenza è che, dal JIT è stata esclusa proprio la Russia, che è parte lesa in quanto da anni messa alla berlina quale protettrice della Repubblica di Donetsk, i cui militari avrebbero abbattuto l’aereo con un missile. In realtà la Russia e la Repubblica di Donetsk furono le prime a invocare, il giorno stesso della tragedia, il varo di una commissione d’inchiesta internazionale. Dunque la ragione della loro esclusione dall’inchiesta è palmare: i membri del JIT si sono insediati con il preciso mandato non già di cercare la verità, ma di condannare la Russia e la Repubblica di Donetsk, la quale, inciso acclarante, vuole aggregarsi alla Russia per le stesse ragioni della Crimea:  staccarsi dal governo golpista di Kiev, di cui aborrono metodi e fini di stampo nazista.
Qui mi propongo, oltre che di inserire la vicenda nel contesto politico internazionale che la strage ha propiziato, di dimostrare:
– che l’accusa contro i quattro imputati è infondata;
– chi sono i veri colpevoli;
– le mire dei burattinai della strage.

 

Ottobre 2001: l’antefatto

Fervono, di qua e di là dell’Atlantico, gli allestimenti per la Monumentale Impostura destinata a cambiare il corso della Storia. Negli Stati Uniti lo Stato Profondo, cioè il complesso militare-industriale-finanziario che fa e disfa i governi a esclusivo scopo di proprio tornaconto, da due anni, cioè dalla nomina di George W. Bush a presidente, ne lamenta la sciattezza gestionale. Peccato veniale, in un Paese dove l’inquilino della Casa Bianca è mero esecutore di ordini occulti. Ma il peccato si fa mortale quando la modestia cerebrale si associa a riottosità. Non che Bush Junior abbia superato la soglia di disobbedienza tollerata: gliene mancherebbero fegato e neuroni. Ma molti del suo staff sì. Urge uno strattone di redini.
Per fortuna dello Stato Profondo degli Stati Uniti, la colonia Europa è più ossequiente. In Italia, dall’11 giugno 2001, è tornato in sella Silvio Berlusconi, ligio al proconsole statunitense che, per statuto, sta sempre ai vertici della NATO. Berlusconi piace allo Stato Profondo da decenni. Almeno dal 1982, allorché fu cooptato in una loggia coperta di stelle e strisce. E il 13 maggio 2001 il Piduista d’Arcore ha mietuto pingue bottino da campagna elettorale dominata dalle sue tivù: ha preso il 29,4% dei voti, relegando i maggiori avversari, cioè gli apostati del comunismo, al 16,6%. [1]
In Gran Bretagna, dal 2 maggio 1997, comanda Tony Blair, che se potesse indosserebbe la divisa dei Marines, tanto si sente allineato al Pentagono. In Francia Jacques Chirac è buon continuatore di Charles De Gaulle, che simulò l’uscita dalla NATO al mero scopo di giustificare l’esclusivo ottenimento dal Pentagono della tecnologia per costruire l’atomica, negata ai membri minori della NATO. In Germania è cancelliere, dal 27 ottobre 1998, Gerhard Schröder, spacciatore avanti lettera del bellicismo camuffato da pacifismo.
All’opposto geopolitico c’è, dal 24 giugno 1989, Jiang Zemin, cui i ragionieri dello Stato nordamericano accendono ogni giorno una candelina: senza l’interessata generosità del partito comunista cinese, che pianifica poderosi investimenti in dollari, la catena di Borse guidata da Wall Street si spezzerebbe. Insomma, comunque si giri il mappamondo gli Zii d’America non trovano plaghe suscettibili d’irridere la Monumentale Impostura che sta per andare in scena. Anzi no: un potenziale resistente all’imminente crociata contro i nemici del Mondo Libero c’è: Vladimir Putin. Dal 31 dicembre 1999 ha sfrattato dal Cremlino i generalissimi che al soldo del Pentagono collassarono l’Unione Sovietica, offrendola al saccheggio multinazionale. Putin ha ordinato un riarmo a tappe forzate. Induce dirigenti cinesi e indiani e via elencando non-amerikani a far quadrato per imporre a Washington una partizione della torta ecumenica meno leonina. Insomma, prudenza impone allo Stato Profondo di tirargli le orecchie.
Della punizione ammonitrice viene incaricato un personaggio sciapo quanto vanaglorioso, collezionista di benemerenze internazionali. Il 3 maggio 1995 si fece persino bardare della patacca di cavaliere della repubblica italiana. E il 15 dicembre scorso (nel 2000 dunque) si pavoneggiò dinanzi alle telecamere nel gesto di premere il pulsante di spegnimento dell’ultimo reattore di Chernobyl, come se a 14 anni dal disastro qualcuno potesse pensare di continuare a suggervi energia nucleare.
Quest’ameba si chiama Leonid Kouchma: lo rincontreremo tra poco.
Il 30 giugno è l’Europa made in Usa tutt’intera che si prostra ai ragionieri della NATO venuti a incassare dividendo di guerra: riunita a Bruxelles, una sedicente Conferenza dei Donatori (sic!) decide di investire nella Federazione Jugoslava, smembrata dalle bombe della NATO. Vi spende 1,28 miliardi di dollari, allo scopo di ricostruire un Paese cui la stessa NATO ha appena causato danni per 50 miliardi di dollari. Gli jugoslavi sono felici di incassare un dollaro per ogni 39 persi.
Mancano due mesi all’apertura del sipario della Monumentale Impostura e l’ordine di scuderia impartito dai registi affacciati sul fiume Potomac è: i media tengano basso profilo. Vietato divulgare notizie suscettibili di stimolare testoline che è bene restino chete in attesa dello spettacolo. Così, a luglio, non filtra su alcune testate la notizia che il generale Ahmed Mahmud, direttore dell’ISI, cioè il servizio segreto del Pakistan, ha trasferito 100 mila dollari sul conto bancario di Mohammed Atta, un proprio agente spedito, chissà perché, negli Stati Uniti [2]. E neppure merita di finire in tivù la notizia che Osama Bin Laden, fondatore di quella Al-Qaeda che per conto del Pentagono vinse la guerra ai russi in Afghanistan, dal 4 al 14 luglio ammali gravemente e finisca in dialisi all’ospedale americano di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti. Durante il ricovero riceve la visita del rappresentante locale della CIA, che dopo aver consultato i medici comunica al governo americano che il paziente è «morente». Diagnosi subito secretata perché contrastante col ruolo affidato a Osama nello spettacolo programmato per l’11 settembre. Eppure è diagnosi pertinente: Bin Laden morirà in cinque mesi e a fine dicembre sarà seppellito in Afghanistan, presenti familiari e amici del servizio segreto britannico. [5]
Sempre a luglio di questo 2001 i giornalisti sono così ben chetati a valium da non accorgersi, o quantomeno da non riferire, che in Sudafrica, dinanzi alla Commissione Verità e Riconciliazione, il dottor Wouter Basson, inventore di veleni a selezione etnica – cioè letali soltanto per chi ha la pelle nera – esibisce prove filmate che gli Stati Uniti hanno usato armi biochimiche nella Guerra del Golfo.
In agosto sarà la stessa solfa soporifera. Al bando ogni notizia potenzialmente fomite di turbativa. Persino quella allarmante del giorno 12: il tenente Delmart Edward Vreeland, in un processo per altri fatti alla Corte superiore di Toronto, dichiara di essere a conoscenza di attentati in programma al World Trade Center di New York. Non viene creduto. Vreeland riversa quel che sa per iscritto e consegna in busta chiusa all’autorità penitenziaria. La busta verrà aperta solo il 14 settembre e il contenuto sarà confermato.
A fine agosto viene negletta un’altra rivelazione conturbante: gli Stati Uniti e la Gran Bretagna pianificano l’invasione dell’Afghanistan perché ritenuto responsabile di crimini che saranno commessi fra un mese e a questo fine concentrano le rispettive flotte nel mare di Oman, mentre la NATO, in occasione delle manovre Bright Star in Egitto, trasferisce 40 mila soldati nella regione. Le forze angloamericane si posizionano in vista degli attentati, diremo col senno di poi.
Un poi che scatta l’11 settembre. La rappresentazione dell’apocalisse presenta una ridda d’incongruenze, inverisimiglianze e smagliature. Ma lo spettacolo è stato troppo a lungo preparato e atteso perché si possano tollerare contestazioni e bassi indici di gradimento. Così i giornalisti che, come Thierry Meyssan, dimostrano la falsità della versione ufficiale e mettono sul banco degli imputati lo Stato Profondo, vengono censurati o volturati in burletta. Facile, in Paesi dove l’informazione è concentrata in poche e suddite mani. Quanto ai capi di Stato, o sono legati mani e piedi agli USA o hanno comunque interesse a tacerne le menzogne. Soltanto il discolo Putin potrebbe fischiare la sceneggiata dell’11 settembre. Dunque è ora di dargli una tiratina d’orecchi a scopo dissuasivo.
Il 4 ottobre il Tupolev 154 della Siberia Airlines decolla da Tel Aviv. A bordo ci sono 78 persone, di cui 12 d’equipaggio. Destinazione: Novosibirsk-Tolmacevo, in Russia. Giunto sul Mar Nero, in vista della città di Soci, viene abbattuto da un missile. Ci vuol poco agli investigatori di Putin per accertare che è stato lanciato da un aereo Sukhoi 25 dell’aviazione ucraina. Inizialmente l’ameba Leonid Kouchma spergiura che il suo Paese non c’entra. Quando Putin esibisce i filmati satellitari dove si vede benissimo il caccia ucraino abbattere l’aereo russo, Kouchma dà la colpa all’errore di un militare. «Scusa, compagno Putin, era in corso un’esercitazione e al pilota è scappato il dito sul pulsante di lancio».
Putin è uomo di mondo, non ne fa una tragedia, decifra il messaggio. Ma si segna gli estremi dell’abbattimento.
La verità sulla Monumentale Impostura allestita l’11 settembre aggalla. [3] Nessun aereo è caduto sul Pentagono, che invece è stato colpito dal missile lanciato da un caccia americano. A New York le Torri Gemelle sono state anche centrate da altrettanti aerei telepilotati con l’ausilio di un radiofaro collocato su una Torre, ma dopo essere state minate, indi svuotate di quasi tutti gli inquilini: ne rimasero meno di mille sacrificabili su quasi 50 mila. Indi vennero fatte brillare perché crollassero in verticale, a beneficio dei teleoperatori dislocati con largo anticipo su elicotteri nei pressi. Soltanto un regista hollywoodiano avrebbe saputo predisporre riprese tanto spettacolari e sincronizzate. I due aerei hanno danneggiato gli aerei, ma mai le avrebbero fatte crollare. Tant’è che un terzo grattacielo, minato in precedenza per accogliere un terzo aereo che non arrivò mai perché bloccato a terra da un guasto, crollò allo stesso modo delle prime due: a causa dell’esplosivo collocatovi dai demolitori del Pentagono. E durante questa spettacolare esibizione degli aerei kamikaze lo Stato Profondo sequestrava Bush e il suo staff, obbligando l’intera squadra presidenziale ad adeguarsi ai voleri dei veri padroni, che non sono né gli elettori né i loro eletti.
Ma, come detto, nessuno, tra i capi di Stati che avrebbero potuto smascherare il golpe mascherato da attacco terroristico, apre bocca. Soltanto il parlamento giapponese e qualche Stato tra i minori revoca in dubbio, con la chiarezza e l’efficacia richieste, la versione ufficiale dell’11 settembre. Non la Russia, in gara col tempo per conquistare tecnologicamente la preparazione militare per difendersi, analogamente a Stalin con Hitler col patto del 23 agosto 1939, e dunque attento a non anticipare uno scontro prematuro. Non la Cina, troppo impegnata a competere nell’agone neocapitalista per strappare anch’essa, quale conseguenza del balzo economico-finanziario, adeguata autodifesa militare, premessa d’indipendenza politica.

 

Luglio 2014: il fatto

Come nel 2001, la temperie politica internazionale volge al bello sul barometro americano. Alla Casa Bianca c’è, dal 20 gennaio 2009, Barack Obama, zerbino dello Stato Profondo sin da quando era funzionario in Africa, di cui peraltro ha dovuto abiurare i natali per accedere alla presidenza. L’Europa è sempre prona alla NATO. In Italia, dal 22 febbraio, è primo ministro Matteo Renzi. Indossa casacca postcomunista ma è stato insediato dalle tivù di Berlusconi, comandato dagli USA ad agevolare un’alternanza politica formale, più funzionale ad allocchire un popolo che, all’indomani di ogni delusione governativa, invoca «un cambiamento». Al pari di ogni predecessore, anche il candidato Renzi era stato convocato a Washington, per sostenervi l’esame di ammissione a Palazzo Chigi. Una prova banale: basta impegnarsi a mantenere la nostra Penisola, truppe italiane comprese, a disposizione di ogni guerra di aggressione della NATO. In Gran Bretagna è capo del governo, dall’11 maggio 2010, David Cameron, che se potesse indosserebbe la divisa di ufficiale dei Marines. In Germania è cancelliera Angela Merkel, a suo tempo benemerita infiltrata dalla CIA nell’apparato della Germania Est e oggi opportunamente sposata a un ingegnere che lavora per una società a libropaga del Pentagono. In Francia, dal 15 maggio 2012, è presidente François Hollande, il cui proclamato socialismo somiglia al comunismo indossato da Giorgio Napolitano quando, nel 1978 e ospite dei finanzieri americani, ne fu elogiato come campione del neoliberismo. Casacche esibite per allocchire i popoli. Dall’altra parte del mondo l’ordine capitalista internazionale è garantito da Xi Jinping, presidente della Cina dal 15 novembre 2012. Purtroppo, in Russia c’è sempre al potere Putin, che sembra non aver fatto tesoro della lezione impartitagli nel 2001. Sulle sponde del Potomac si medita di tirargli le orecchie una seconda volta. Non subito, perché adesso gli Amerikani sono impegnati a rimettere le cose a posto in Ucraina. Qui, dal 25 febbraio 2010, è presidente Viktor Janukovich. Che marca malissimo: va d’accordo con Putin al punto da disegnare alleanze con lui a scapito di quelle che legano l’Ucraina alla NATO sin dalla sua nascita sulle ceneri dell’URSS. Il 21 novembre scorso (cioè nel 2013) Janukovich ha rinunciato all’accordo che lo subordinava all’Unione Europea. La CIA è stata costretta a pianificarne il rovesciamento, mobilitando le sue riserve paramilitari addestrate, oltre che in Ucraina, anche in Polonia e in altri Stati limitrofi. Mercenari senza scrupoli arruolati a tremila euro al mese, la tariffa corrente in ogni Rivoluzione Colorata decisa sul Potomac e a Kiev colorata di arancione. Per fomentare anticomunismo viscerale nei confronti di Paesi ex-comunisti, gli Amerikani hanno ordinato ai media atlantisti una campagna stampa per distorcere e sfruttare l’Holodomor, la carestia che nel 1932-33 devastò, oltre all’Ucraina, anche altri Paesi dell’URSS, come il Kazakistan, ma che la propaganda NATO attribuisce alla volontà di Stalin di affamare i ribelli ucraini. E da dicembre scorso le televisioni atlantiste terrorizzano la popolazione ucraina : «Attenti, il vostro presidente è sulle orme di Stalin, vuole portarvi alla fame». Il 15 dicembre 2013 si è trasferito a Kiev il senatore americano John McCain a supervisionare i preparativi della Rivoluzione Arancione programmata per i primi mesi del 2014. McCain ha concionato la folla calamitata in Piazza Maidan, esibendo a fianco il leader nazista  Oleh Tyahnybok, popolarissmo in un Paese dove l’hitlerismo ha sempre avuto largo seguito.
Il 24 gennaio 2014 i mercenari della NATO passano dalle manifestazioni di protesta all’uso di tecniche belliche. Nelle loro file abbondano militari provenienti da vari eserciti europei e da Israele : difficile identificarli tutti perché indossano il casco militare e hanno il volto coperto. Alcuni indossano maschere a gas, per difendersi dai lacrimogeni che loro stessi lanciano sulla folla, postandosi da dietro lo schieramento di poliziotti, in modo che la colpa cada sul governo. I mercenari schierano anche cecchini, anche qui esecutori di provocazioni collaudate e affinate in Libia nel 2011 per liquidare Muhammar Gheddafi: sparano sia sui poliziotti sia sui manifestanti, creando l’illusione di una guerra civile. Le truppe galvanizzate da McCain gragnolano di bottiglie molotov i poliziotti e ricorrono a catapulte per lanciare bidoni incendiari. Nelle settimane successive la guerriglia si intensifica e degrada a ferocia : molti poliziotti e militari governativi sono bruciati vivi e mutilati prima di essere uccisi.  Eppure la stampa europea dipinge gli avvenimenti di Piazza Maidan come «pacifiche e sacrosante proteste contro un regime colpevole di tornare al comunismo» e plaude alla «resistenza del popolo contro la dittatura comunista», negligendo le regolarissime elezioni che portarono Janukovich alla presidenza. Dal 22 febbraio anche la ministra italiana degli Esteri, la postcomunista Federica Mogherini, alza i toni nel coro deplorante Janukovich: la donna deve conquistarsi la riconoscenza della NATO, che il prossimo 1° novembre ne favorirà l’ascesa alla carica di “Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza”.
La guerriglia dei mercenari dà frutti contro un governo e un’opinione pubblica impreparati a fronteggiarla. Mentre i guerriglieri sono preparatissimi: la NATO ha cominciato ad addestrarli sin dal 2006. Come il gruppo nazista Autodifesa Ucraina (UNA-UNSO), che ha seguito corsi di terrorismo in Estonia.
Il 7 febbraio la rivista Oriental Review, una delle rare non atlantiste, pubblica integralmente l’intercettazione della telefonata, registrata il 22 gennaio, tra il vicesegretario di Stato americano, Victoria Nuland, e il suo ambasciatore a Kiev, Geoffrey R. Pyatt, entrambi presenti in Piazza Maidan a fianco dei manifestanti.
Ordina, al nocciolo, la signora : «Dobbiamo dilagare il disordine sino al raggiungimento dei nostri obiettivi. Noi non ci contentiamo di un cambio di politica del governo ucraino e del suo riallineamento all’Europa. Noi vogliamo destituire il presidente e sostituirlo con uno fedele a noi».
Il 22 febbraio scatta il golpe. Sotto il controllo e la presenza dei diplomatici americani, la Verkhvna Rada, cioè il parlamento, calpesta la procedura prevista dalla Costituzione e obbliga alle dimissioni Janukovich, che in seguito dovrà riparare all’estero per evitare di essere ucciso. Al suo posto i golpisti piazzano un fantoccio di transizione: Olexandre Tourtchinov.
Non tutti gli ucraini si piegano al golpe. Il 17 marzo la Crimea va al referendum per decidere di staccarsi dall’Ucraina e tornare a far parte della Russia. Affluenza : 83,1%. Favorevoli al distacco : 96,77%. Pronunciamento analogo faranno gli ucraini del Donbass, che si ergeranno a Repubblica Indipendente del Donetsk.
Ma l’Europa atlantista, cioè quasi tutta, si schiera con i golpisti, l’italiana Federica Mogherini in testa. Pure con i golpisti si schiereranno i deputati italiani “di sinistra” eletti nel parlamento europeo.
Il 7 giugno Petro Poroshenko, il capo locale dei golpisti, diventa presidente. Tra i primi Paesi a felicitarsi con lui spicca la Cina, che spedisce propri rappresentanti alla cerimonia d’insediamento. Non stupisca la capacità di un regime che si proclama comunista di adattarsi a stringere la mano ai fascisti. Il governo di Pechino, all’indomani del golpe cileno del 1974, si congratulò con il generale Augusto Pinochet. Giustificandosi così: «Il nostro primo dovere e condizione per migliorare le condizioni del nostro popolo è sopravvivere. Non si può continuare sulla strada del comunismo se si viene abbattuti. E si può essere abbattuti soltanto da un nemico tecnologicamente più avanzato. Per questo siamo disposti a fare sacrifici sull’altare del capitalismo pur di non rimanere tecnologicamente arretrati e dunque militarmente vincibili. Di qui la nostra scelta obbligata di interagire anche con regimi totalitari e sanguinari, se questo è il prezzo per conquistarci indipendenza tecnologica e militare».
Ma Putin non la pensa così e condanna sia i burattini golpisti sia i burattinai. «La tirata d’orecchie va proprio a cercarsela» si commenta sul Potomac.
Il 17 luglio 2014 tocca ancora all’aviazione ucraina fare il lavoro sporco: abbattere il Boeing 777, sigla MH17, della Malaysian Airlines, decollato da Amsterdam e diretto a Kuala Lumpur, allo scopo di condannare la Russia all’esecrazione internazionale. Morti: 283, di cui 196 olandesi. Kiev accusa i separatisti «spalleggiati dalla Russia»; sostiene che hanno usato un missile BUK, terra-aria.
Lo stesso giorno il viceministro russo alla Difesa, Anatoly Antonov pone a Kiev una serie di domande, tra cui:
– dove sono le prove della colpevolezza dei separatisti?
– perché Kiev, poco prima dell’incidente, ha schierato in zona 27 sistemi di difesa BUK, che servono soltanto ad abbattere aerei, quando i separatisti non posseggono un solo aereo?
– perché non formiamo una commissione internazionale che faccia luce?
– si possono conoscere i movimenti degli aerei da guerra ucraini il giorno della tragedia?
– perché i controllori di volo ucraini hanno indotto l’MH17 a deviare dalla rotta programmata, da nord a est, così indirizzandolo in prossimità dell’area separatista, definita da Kiev «zona di operazioni antiterroriste»?
– perché questa zona è aperta ai voli civili quando non è coperta dai radar del sistema di navigazione?
– perché lo SBU, il servizio di sicurezza ucraino, ha iniziato a lavorare sulle registrazioni tra controllori di volo e il 777 nonché sui dati immagazzinati dai radar ucraini senza attendere la commissione internazionale?
Ecco la ricostruzione dell’attentato, effettuata attingendo a documentazioni pubbliche, credibili e verificabili, raccolte sia da investigatori ucraini sia russi sia della Repubblica di Donetsk sia da operatori internazionali del traffico aereo, e collazionando il tutto con i dati del nostro archivio.
Alle 10.14 del 17 luglio 2014 il volo MH17 decolla dall’aeroporto Schiphol di Amsterdam. Il piano di volo contempla l’attraversamento della Germania, della Polonia, dell’Ucraina e ogni altro Stato che lo separa dalla Malesia, dove l’atterraggio, all’aeroporto di Kuala Lumpur, è previsto alle 6.10 ora locale.
Alle ore 14 l’MH17 sorvola l’Ucraina, ma non segue la rotta programmata. I controllori di volo ucraini hanno indotto il comandante a una deviazione verso sud, per cui l’aereo si ritrova a qualche decina di chilometri dalla Repubblica di Donetsk. Una variazione di rotta che perplime, perché significa – vi abbiamo già accennato – inoltrarsi in un’area sulla quale i responsabili del traffico aereo ucraino non hanno radar. Dunque: per quale ragione i controllori di volo ucraini hanno spinto l’aereo là dove non possono più seguirlo? E perché, altra inquietante anomalia, al pilota viene prescritto di scendere da 35.000 a 32.000 metri di quota, soltanto 300 metri al di sopra dell’altezza minima consentita?
Ma lo seguono i controllori di volo russi, che ovviamente stanno dall’altra parte del confine. Così un controllore russo all’improvviso vede apparire sullo schermo, in prossimità dell’MH17, la sagoma di un aereo militare. Lo identifica elettronicamente: è un Sukhoi 25, velivolo da guerra monoposto, normalmente armato con cannoncini che sparano proiettili da 30 millimetri, ma potenzialmente dotabile anche di una coppia di missili aria-aria. Il controllore registra l’ascesa del Sukhoi 25 verso il Boeing 777, sino a una distanza di 4 chilometri e alla medesima quota: 30 mila piedi, corrispondenti a 10 chilometri e 100 metri. Poi il Sukhoi si piazza su una rotta che gli consente di intercettare il Boieng quasi di fronte, ma disassato di qualche decina di grado alla destra dell’aereo di linea. Quando il pilota ucraino si ritrova nel mirino la cabina del Boeing spara col cannoncino, centrando la cabina di pilotaggio e in parte attraversandola, tant’è che alcune pallottole colpiscono l’ala sinistra.
Questa dinamica sarà confermata dall’esame del relitto della cabina e di quello dell’ala. Il primo presenta, sul lato destro della cabina di pilotaggio, fori di 30 millimetri, per lo più raggruppati, molto regolari, con i lembi della lamiera piegati verso l’interno della cabina; sul lato opposto si riscontrano i fori di uscita, più larghi e irregolari, con i lembi piegati verso l’esterno. Analoghi i riscontri sull’ala sinistra.
A questo punto tutti i presenti nella cabina di pilotaggio sono morti o comunque non in grado di lanciare allarmi. Le comunicazioni con il Boeing si interrompono alle 14.15, a una distanza dal confine che Flightradar24, che dà conto di ogni movimento civile in ogni momento, calcola in 30 chilometri. [4]
Le pallottole hanno ucciso o ferito gravemente i piloti, che altrimenti sono storditi dal brusco calo di pressione; inoltre hanno messo fuori uso qualche apparecchiatura, pur non compromettendo la relativa stabilità e la funzionalità del Boeing, che procede sulla propria rotta, perdendo progressivamente quota.
Obietterete: ma a bordo i piloti non si sono accorti di avere alla loro sinistra un aereo da combattimento? No. Da almeno tre quarti d’ora hanno inserito il pilota automatico e quindi non devono manovrare i comandi tenendo d’occhio il radar di bordo. L’automatico è ausilio di routine sulle tratte lunghe, cui si ricorre per far riposare gli occhi e i riflessi dei piloti e a condizione che le condizioni meteorologiche lo consentono. Oggi non soffiano venti forti né si prevedono perturbazioni richiedenti impegno di guida. L’aereo procede stabilmente, qualche centinaio di metri sopra un cuscino di nubi che scherma la superficie terrestre. Per questo nessuno a bordo, né piloti né eventuali passeggeri al finestrino, potrebbero scorgere il Sukhoi alla loro destra.
Dopo la sparatoria col cannoncino, il Sukhoi 25 effettua una manovra che lo porta in coda al Boeing. Se ne lascia distanziare sino a circa quattro chilometri e poi stabilizza la velocità a quella dell’aereo che gli sta davanti: circa 900 chilometri orari.
Il pilota punta il Boeing. Bersaglio agevole da scorgere perché è grosso: lungo 63,73 metri e con un’apertura alare di 60,93, offre una superficie riflettente (di brillanza, in gergo) pari a 10, contro lo 0,5 di un Sukhoi. Il pilota militare lancia i missili verso il Boeing, che non ha alcun automatismo di difesa antiaerea (come ne hanno invece gli aerei di linea che trasportano personaggi importanti dal presidente degli Stati Uniti in giù). I missili sono programmati per esplodere non già contro il bersaglio, ma a una distanza oscillante da 50 a 100 metri. Deflagrando, i missili proiettano schegge all’ingiro, che colpiscono l’aereo in più punti. La struttura del Boeing collassa a causa del sovraccarico, la carlinga si spezza in due, indi tutto si frammenta. È un lancio di detriti, corpi e relitti che si sparpagliano in un’area di 15 chilometri quadri, a corolla del villaggio di Hrabove.
Al rientro dalla missione, il pilota del Sukhoi 25 scarica la tensione lasciandosi sfuggire il rammarico per quanto accaduto, ma connotando l’abbattimento di casualità: fa capire di aver lanciato i missili, che con ogni evidenza aveva al decollo e che ora non ha più, per errore. Pensava di colpire un aereo militare nemico. Una scusa smentita dal preventivo cannoneggiamento della cabina di pilotaggio.
(Si legga la testimonianza del meccanico con cui il pilota si è confidato dopo l’atterraggio.)
Subito il governo ucraino imputa l’abbattimento a un missile terra-aria modello BUK, che sarebbe stato lanciato da militari della Repubblica di Donetsk, con l’assistenza dell’alleato russo. Ma i russi non hanno mai fornito di missili le truppe di Donetsk. Che neppure possono essersene procurati in altra maniera: nei giorni successivi all’attentato il procuratore ucraino Vitaly Yarioma accerta che «i ribelli federalisti non sono mai riusciti a impadronirsi dei sistemi antiaerei ucraini» e che pertanto non possono essere stati loro ad abbattere il Boeing 777, per la buona ragione che non ne hanno mai avuto i mezzi. Lo comunica al presidente Poroshenko, che per tutta risposta dà ordine di censurare la notizia.
Se proprio volessimo dare la colpa a un BUK, dovremmo rilevare che gli unici a dislocare in zona questo genere di proietti sono gli ucraini: esattamente a Zarasichenske, a pochi chilometri dal luogo dell’abbattimento, dov’è schierata una batteria di BUK-M1.
Ma anche un tenente dell’artiglieria di prima nomina può confermare che un BUK, quando viene lanciato, provoca una fiammata iniziale di svariati metri, scatena un rumore udibile sino a dieci chilometri, e si lascia dietro una scia di fuoco visibile dalla stessa distanza. Per dire che, in una distesa di villaggi e fattorie il passaggio di un simile razzo luminoso da qualcuno sarebbe stato notato. Invece nessuno ha visto nulla.

 

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La NATO apprezza Berlusconi anche perché offre garanzie di censure a tenuta stagna: come proprietario di televisioni controlla direttamente o indirettamente la quasi totalità dell’emittenza privata, mentre, come gestore di quelle pubbliche, controlla la totalità di quella pubblica. Un monopolio mediatico suggellato dal coinvolgimento dei postcomunisti, che per esempio chinano il capo anche a questa colossale censura: a marzo il generale Gianadelio Maletti, ex capintesta del servizio segreto, accusa la CIA di aver organizzato, su ordine del presidente Richard Nixon, le stragi che dagli anni Sessanta hanno insanguinato l’Italia. Il silenzio su questa matrice fa gioco anche ai postcomunisti, che hanno sempre sostenuto la tesi del terrorismo nostrano, cui devono la loro cooptazione nell’area di governo. Gli USA saranno grati a Berlusconi anche per aver messo la censura a questa notizia, marginalmente e incautamente trapelata su RaiNews24: un veterano del Pentagono confessa che il 27 febbraio 1991 la US Air Force ha sganciato una bomba atomica tattica a Bassora, in Irak.

[2]
Mohammed Atta, agente dello spionaggio pachistano, è stato inserito dal governo americano tra i dirottatori degli aerei che l’11 settembre si schiantarono contro le Torri. Sempre secondo il governo americano, avrebbe imparato a guidare un aereo di linea prendendo lezioni su un aereo a elica e su un simulatore di volo; secondo l’FBI il suo passaporto sarebbe stato ritrovata intatto fra i detriti fumanti delle Torri! Sono favole che i media atlantisti continuano a corroborare e replicare anche nel 2019. Per contro, gli stessi media censurano l’intervista rilasciata dal padre di Atta a pochi giorni dall’attentato: «Il 12 settembre, cioè l’indomani degli attentati, ho parlato al telefono con mio figlio Mohammed».

[3] Giova ricordare il libro-inchiesta che, per primo e con dovizia di prove e profondità di analisi, denunciò la messinscena:  L’effroyable imposture, del francese Thierry Meyssan, Carnot, 2002.

[4]
Tutti gli aerei civili sono dotati di un emettitore (transponder) che rivela la loro presenza sugli schermi radar. Per contro, gli aerei militari ne sono sprovvisti.

[5]
La notizia di Bin Laden moribondo è incompatibile con quella divulgata l’8 maggio dal governo degli Stati Uniti, secondo il quale Bin Laden «sta assemblando una bomba atomica e lanciando un satellite», notizia che, del resto, all’indomani dell’invasione dell’Afganistan si rivelerà del tutto inventata.

 

Articoli di Réseau Voltaire utilizzati tra le fonti:

Tutto sulla fonte di Bellingcat e dell’inchiesta ufficiale sull’abbattimento dell’aereo MH17, di Jürgen Cain Külbel, 5 aprile 2019

Analisi delle cause del disastro del volo MH17, di Ivan A. Andrievskii, 6 novembre 2014

 

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