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26 giugno 2019
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DAL QUOTIDIANO FRANCESE LE MONDE, EDIZIONE PER ABBONATI

 

Marie-Jo Thiel: «I preti non avrebbero dovuto avere pulsioni»

 

Mentre papa Francesco sta per annunciare la riforma della curia vaticana, la teologa analizza le cause, segnatamente storiche, della deriva pedofila di parte del clero.

 

Intervista di Florent Georgesco

Traduzione di Rachele Marmetti

 

Medico, docente di etica alla facoltà di teologia di Strasburgo, presidente dell’Associazione Europea di Teologia Cattolica, Marie-Jo Thiel è stata una delle prime personalità cattoliche a lanciare l’allerta per gli atti pedofili dei preti. Thiel ha di recente pubblicato L’Église catholique face aux abus sexuels sur mineurs (Bayard, 300 p., 24,90 euro), uno studio in cui traccia un quadro storico, fattuale, giuridico, psicologico, nonché teologico del problema. A pochi giorni dall’annuncio di papa Francesco di una riforma della curia vaticana, questo saggio, unico nel suo genere, offre l’occasione di riflettere sulle cause profonde di derive che, secondo la teologa, mettono in discussione la struttura stessa della Chiesa.

Le sue ricerche le hanno consentito di farsi un’idea precisa del numero di preti implicati?

È difficile ricavare numeri certi, le vittime ne parlano ancora con molta difficoltà. Si può affermare che, a livello mondiale, il numero di preti che hanno commesso abusi varia dal 4 al 10%, in alcuni casi raggiunge persino il 15% – questo dato riguarda l’Australia. In Francia penso che siamo intorno al 4-5%.

Quando la Chiesa di Francia ne ha preso coscienza?

Le cose hanno cominciato a muoversi alla fine degli anni Novanta, ne sono stata direttamente coinvolta. In quegli anni le vittime mi sollecitavano regolarmente, così mi sono resa conto che non avevo risposte da dare. Nel 1998 ho proposto alla Conferenza Episcopale di Francia un articolo sull’argomento. Con mia sorpresa è stato subito pubblicato nel bollettino dei vescovi, Documents Episcopat. Fu poi istituita una commissione, di cui ho fatto parte: abbiamo fatto molte ricerche e dal nostro rapporto di novembre 2000 è scaturita la prima dichiarazione ufficiale sul problema, in cui i vescovi di Francia affermavano che non si poteva continuare a tacere e che bisognava puntare sulla trasparenza. Due anni dopo è uscito il fascicolo Lutter contre la pédophilie, che ha avuto un’ampia diffusione.

L’affare Barbarin [l’arcivescovo di Lione che ha coperto gli abusi commessi negli anni ’70/’80 dal sacerdote Preynat, ndt] non dimostra che quanto fatto non è stato sufficiente?

La vicenda di padre Bernard Preynat, all’origine dell’affare Barbarin, è stata gestita male. Nel Duemila i vescovi hanno aperto gli occhi su quanto stava accadendo, senza però dare la giusta importanza ai fatti anteriori e ai rischi di recidiva.
Altra deficienza: io credevo che, mentre parlavo delle vittime, si comprendesse il dramma umano sottostante, invece non ci si rendeva nemmeno conto dell’enormità dei traumi. La Conferenza Episcopale, in quanto tale, ha incontrato per la prima volta le vittime nel 2018!

Cosa può arrecare, al di là della presa di coscienza, l’approccio teologico?

La crisi degli abusi sessuali non riguarda poche pecore nere. È legata a funzionamenti sistemici del governo della Chiesa. La struttura gerarchica presenta sicuramente vantaggi, ma una distinzione troppo netta fra clero e laici, una concezione del sacerdozio talvolta falsata, un’importanza eccessiva accordata alla segretezza, tutto questo ha prodotto quel che papa Francesco chiama «cultura dell’abuso», non nel senso che i malfunzionamenti sistemici provochino abusi, ma perché li propiziano. È su questo piano, sul piano teologico, che va fatto un riesame.

Lei incentra la sua riflessione su una nozione chiave: il clericalismo…

Questo termine non è di oggi. Cito Gambetta [Léon Gambetta, distintosi nella guerra franco-prussiana del 1870, a capo di un governo riformatore nel 1881, ndt], che nel 1877 ha dichiarato: «Il clericalismo, ecco il nemico!». Ma bisogna risalire ancora più in là per capire la nozione di clero: al Concilio di Trento [1545-1563], che, in contrasto con il protestantesimo che privilegia la parola di Dio, pone l’accento sulla liturgia, soprattutto sul sacrificio eucaristico.
Ne è scaturita un’immagine sacralizzata del prete che prevarrà fino al XX secolo. Se ne trovano tracce ancora oggi. Il ruolo di mediatore della parola di Dio è messo in secondo piano. Il prete è innanzitutto legato ai sacramenti, viene “consacrato”, che significa “reso sacro con”, dunque “messo su un piano diverso”. Così, poco per volta – ci vorrà circa un secolo ­ – si istituiscono i seminari, destinati a formare i preti in questo spirito; si tratta di infondere nei postulanti una nuova identità. E in questa identità la verginità ha un ruolo capitale. È una virtù in qualche modo angelica. Mette il prete molto al di sopra degli uomini comuni. Il sacerdote si ritrova così detentore di un’immunità pressoché totale rispetto a una massa di laici, privi di qualunque facoltà decisionale.

In che modo questo ideale angelico finisce – come lei dimostra – per creare un terreno fertile agli abusi?

Fino a tempi recenti ­– la regolamentazione è in corso ­– la formazione dei seminaristi si fondava sulla messa tra parentesi della dimensione sessuata del corpo del prete. Il che ha causato grandi danni. Il prete non era formato a dominare le proprie pulsioni, dal momento che si riteneva non avrebbe potuto averne, o quasi.

Lei cita un prete colpevole di aggressioni sessuali che dice: «Dato che la masturbazione è vietata, tanto vale accarezzare e farsi accarezzare da un ragazzo, è il medesimo peccato».

Nelle ricerche s’incontrano spesso affermazioni del genere. Chi compie abusi elabora una lista mentale di quel gli è possibile fare. Si arrangia come può per adattare la norma alle proprie pulsioni. Può farlo perché ha una concezione “eteronoma” della legge: la legge è imposta dall’esterno, non scaturisce dall’intimo della persona.

Lei contrappone a questo rapporto con la legge la teoria dell’autonomia di Tommaso d’Aquino (1225-1274), a lungo trascurata dalla Chiesa, nonostante l’importanza attribuita al tomismo…

È una dimensione da sempre fondamentale del cristianesimo. In fondo, non ci può essere atto se non c’è intenzione. Per Tommaso è un concetto estremamente chiaro. Il discernimento passa da una triangolazione: la coscienza interroga una legge in riferimento a una data situazione. Questa triangolazione poggia sull’autonomia del soggetto. La legge non si applica da sola. Sono io che ritengo che essa valga per me come legge, al servizio della mia umanità. In una prospettiva eteronoma la legge s’impone perché è tale. Ebbene, se sono consapevole che la legge è al servizio del perfezionamento del mio essere uomo, sarò molto meno tentato di trasgredirla, perché la trasgressione non sarà soltanto disobbedienza, bensì anche un attentato alla mia propria umanità.

Cosa fare allora? Lei mette in primo piano quel che chiama il funzionamento sinodale della Chiesa. Cos’è?

Syn significa “con”; odos, “cammino”. Synodos significa perciò “camminare insieme”. Papa Francesco dice che la Chiesa, nel suo insieme, è sinodale. Questo significa grosso modo che la Chiesa è popolo di Dio. Bisogna parlarsi, camminare insieme, procedere nella comunione, a tutti i livelli. È una delle sfide della riforma della curia [il governo della Chiesa] che dovrebbe essere annunciata nei prossimi giorni. Si potrebbero avere laici a capo di alcuni dicasteri [le suddivisioni amministrative della curia]. Il funzionamento dovrebbe essere molto più “comunionale”, dovrebbe favorire maggiormente il dialogo. Spero che si deciderà di mettere delle donne in posti decisionali. Va da sé che ci sarà sempre differenza tra preti e laici. I ruoli non sono gli stessi. La comunione però si fonda sull’uguaglianza fra battezzati. In documenti come La lettera al popolo di Dio [agosto 2018], il papa ricorda che il popolo di Dio, quando prende decisioni in quanto tale, quando è unito – preti, laici, uomini, donne, tutti insieme – non può sbagliarsi nella fede.

Non c’è una dimensione quasi magica nel credere in una purezza naturale del popolo?

Non parlerei di purezza. Credere nella Trinità, significa credere nella congiunzione “e”: abbiamo un Dio che è uno e trino nel medesimo tempo. E la Chiesa è al tempo stesso una e plurale, santa e peccatrice. È solo essendo uniti nei fondamenti della fede, rileggendo la Scrittura, rileggendo la tradizione – viva solo a condizione di essere rielaborata continuamente – che emergerà quel che occorre fare. Si tratta di qualcosa di molto diverso da una prospettiva dove l’alto impone al basso, o viceversa. Bisogna ritrovare la via della comunione tra tutti i membri della Chiesa; non credo che si possa ambire a trattare in profondità il dramma degli abusi sui minori senza un rinnovamento di simile portata. Da Benedetto XVI, ma soprattutto con papa Francesco, la Chiesa ha preso coscienza della specifica gravità di questi atti; credo sia risoluta a cambiare le cose. Ora non le resta cambiare cambiare sé stessa.

 

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