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22 luglio 2019
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NARRATIVA: INCIPIT DA

 

Luglio 1930

 

Racconto giallo di Henry McRoy

Traduzione dall'inglese americano di Natalina Crotti Vancini

 

Quell’estate afosa del 1930 fuggivo dalla miseria e dal dolore. Quando arrivai in città l’orologio sul cruscotto segnava le 15. Adoro le ore tonde, senza fronzoli di minuti. Mi piacciono i momenti chiari, i quesiti precisi, le scelte drastiche, le risposte secche.
Imboccai la strada principale della città, una pista polverosa come tutto e tutti. L’insegna sul saloon diceva Red Dragon. Ero arrivato. Al capolinea, forse. O alle soglie della mia nuova vita da nababbo. Puntai il muso della Buick rossorame verso i battenti d’ingresso e parcheggiai a trenta pollici dal tavolato del portico. Spensi il motore ed emersi dall’abitacolo rovente. Esposi al sole inclemente i miei novanta chili, in gran parte coperti da un abito di lino stazzonato e macchiato di sudore nei punti critici. Sospettai che il sole volesse stordirmi. Così mandai lo Stetson a dare una mano alla scarsa chioma che mi tutela il cranio.
Sudavo come una spugna fradicia spremuta da pugno incazzato.
Nel saloon l’aria calda e appiccicosa come burro fuso era mossa da due ventilatori a pale penduli dal soffitto. Le pale giravano sonnolente e pigre, flabelliferi esausti che nemmeno la frusta e la minaccia del patibolo avrebbe sveltito. Imploravano comprensione con un penoso frinio agonico.
Avrei voluto togliermi la giacca ma giudicai prematuro esibire la mia armeria ai due avventori fusi sul bancone. Sembravano ancor più spossati delle pale e si aggrappavano ai boccali vuoti. «Abbiamo appena finito di bere – sembravano dire le loro facce – dunque abbiamo diritto a tenere i gomiti su questo bancone.»
Il barista reggeva l’asciugatoio come un atleta madido l’asciugamano zuppo.
– Una birra ghiacciata, la bevo dalla bottiglia – ordinai.
Non volevo ritrovarmi tra le mani un boccale passato sotto quell’asciugatoio.
Stappò la mia birra inclinandola in un cavatappi a muro e la fece scorrere lungo il bancone di metallo, con la precisione di un giocatore di bocce che si approssima virtuosamente al pallino. La bottiglia si fermò esattamente nel punto in cui mi ero issato su uno sgabello.
Il barista mi squadrava socchiudendo gli occhi. Forse gli evocavo qualcuno che non riusciva a ricordare. O strizzava gli occhi semplicemente perché faticava a mettermi a fuoco controluce.
Sgolai la birra in poche sorsate e posai la bottiglia con un sospiro di appagamento.
– Caldo, eh? – osò il barista.
– Già – convenni.
– Ha viaggiato parecchio?
– Dammene un’altra.
Replicò la sua performance: ghiiiii e ghiiiiò del portello della ghiacciaia sotto il bancone, splut dello stappo, frrrrsh dello scorrere della bottiglia sul metallo. Andò di nuovo a punto. Chissà se giocava a bocce o se aveva talento innato per il tiro della birra.
– Dev’essere terribile viaggiare con questo caldo – insistette il barista – Sono qui dal Ventidue e non ho mai visto un sole tanto bastardo.
– Ben detto, Clay, ci sta prosciugando come il Joy River. Vuole vederci tutti schiattare – disse l’avventore con il cappello di paglia. Se potessi me ne andrei da quest’inferno.
Tutti e tre non mi toglievano gli occhi di dosso. Mi avevano educatamente omaggiato dei loro convenevoli, ora toccava a me ricambiare la cortesia.
– Cerco Franky Ottodita – dissi, a bassa voce e rivolto alla bottiglia che avevo svuotato a metà.
Percepii la tensione della loro immobilità silenziosa e prolungata. Avevo toccato un tasto pericoloso. E i tre, da bravi spettatori non paganti di una rappresentazione che rischiava di diventare spiacevole, ora badavano a non lasciarsi coinvolgere. Presto uno di loro sarebbe corso da Franky, sperando in una ricompensa, o forse perché una delazione è la miglior polizza contro accuse di correo.
– Ehi! Franky, al Red Dragon c’è uno straniero che ti cerca.
– E tu che gli hai detto? avrebbe chiesto Franky.
Franky non gradisce né le parole né i silenzi sbagliati.
I tre aspettavano, ansiosi e forse anche spaventati. Mi avevano accolto come un provvido diversivo alla noia. Ed ecco che mi rivelavo un promettente animatore di spettacoli pirotecnici e pericolosi, del genere che ogni spettatore pavido preferisce. Ma non osavano portare a Franky un’ambasceria monca.
Volsi lo sguardo ai miei tre osservatori. Mi ricambiarono con una fissità che confermò le mie supposizioni.
– Ditegli che lo aspetterò fino a domattina. Poi andrò io da lui.
– Franky non si fa vedere da parecchio e non so se… – attaccò il barista.
– Qual è l’albergo meno cesso di questo cesso di città? – chiesi.
– Ce n’è uno soltanto, il Mary Rose.

Il Mary Rose inalberava un’insegna scalcinata e squallida come il resto della città, ma aveva mura spesse, che tenevano in rispetto gli eccessi della canicola.
I ventilatori a soffitto erano immobili. Li guardai con rimprovero e subito mossero le pale.
– Vuole una camera? – echeggiò una voce di donna.
Mi volsi in tempo per vedere la sua mano staccarsi dall’interruttore a parete.
– Pensavo di averle messe in moto con il mio sguardo magnetico – dissi, ammiccando alle pale.
Sorrise. Bocca appena passabile, resto del viso meno che passabile. Ma corpo da sballo.
– Come sono le camere?
– Confortevoli – interloquì un ometto lentigginoso spuntato alle spalle di Corpodasballo.
[...]

Il testo completo è riservato.

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