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21 luglio 2019
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NARRATIVA: INCIPIT DA

 

La guardia giurata

 

Racconto di Gian Carlo Scotuzzi

 

L’ho visto per anni dietro il bancone del bar aziendale. Io entravo facendo il clown, come sempre. Esordivo urlando una battuta obsoleta, dicevo sempre le stesse, ma avendo cura di farle  ruotare e prima di averle esaurite ci voleva del tempo. Così, uno che mi vedesse di rado e mi conoscesse poco poteva pensare fossi un tipo spiritoso con inventiva illimitata. Invece mi ripetevo alla noia.
Facevo un po’ il clown con la cassiera, ritiravo lo scontrino del caffè, lo depositavo sul bancone e urlavo, mimando gli ordini sillabati che si dànno ai bambini e insieme il linguaggio rapido che i baristi usavano tra loro nelle ore di punta:
– Un caf-fè, di-co u-no.
Nevio accennava un sorriso, al pari degli altri due camerieri. All’esordio di ogni mia battuta il sorriso dei baristi era spontaneo. Poi, a ogni mia replica, diventava una manifestazione di complicità con un cliente che, come loro, prendeva la vita, ma soprattutto il lavoro, in ridere; poi, quando le mie battute cominciavano a diventare puntuali e scontate come l’accalcarsi al bancone durante le ore di punta, il sorriso dei baristi perdeva schiettezza e si connotava di compiacenza e tolleranza.
A volte, quando il bar era deserto o quasi, riuscivo a scambiare con i baristi battute autentiche, che potevano evolvere in frammenti di conversazione. La prendevo alla larga, per esempio informandomi sulle loro preferenze in tema di calcio o di donne, incassavo risposte irrilevanti o scontate e poi buttavo lì, al barista più prossimo:
– Dimmi, qual è il sogno della tua vita?
Lui rallentava quel che stava facendo, fissava la vaschetta di acciaio inox in cui ammassava tazzine e bicchieri prima di trasferirli nella lavastoviglie. Sorrideva allocchito per dissimulare la sua battaglia interiore fra la tentazione di confidarsi e il sospetto che gli stessi appioppando il ruolo di spalla in quella che si sarebbe presto rivelata una barzelletta o una gag.
Il primo round era del sospetto. Agitava le dita riunite a pigna e inquisiva:
– Che intendi dire per sogno?
– Poniamo che trovi la lampada di Aladino, la sfreghi e ti esce un gigante pronto a soddisfare un tuo desiderio. Che gli chiedi?
– Di vincere alla lotteria.
– A chiedere soldi son buoni tutti. Non hai un desiderio più realizzabile, per esempio, non ti piacerebbe fare un lavoro che ti gratificasse? Che so, mettere su un bar tutto tuo?
– Eh! Ma per comprare un bar ci vuole una barca di soldi, e poi sono stufo di fare il barista, vorrei cambiare mestiere.
– Che ti piacerebbe fare?
– Non so… un mestiere pagato bene, che non mi annoiasse troppo.
– E perché non un mestiere di grande soddisfazione morale, che ti facesse sentire utile alla società, che ti consentisse di far del bene alla gente…
Si appoggiava al bancone con la schiena arcuata sulle braccia tese, mi sorrideva, annuiva di condivisione con una riflessione tutta sua e che mi piaceva supporre contraria alle sue parole, forse ovvie in quel contesto:
– Gli altri non mi hanno mai aiutato, dunque perché dovrei aiutarli?

Nevio se n’è andato non so quando, perché all’assenza di un barista non si fa caso, specie se viene rimpiazzato da uno nuovo. E, se ci badi, lo pensi in ferie o malato. Solo dopo molto tempo ci si sorprende a chiedere, a tutti e a nessuno dei baristi:
– Che fine ha fatto Nevio?
Un barista smuove l’aria con la mano e risponde:
– Si è licenziato due mesi fa.
– Dove lavora?
– Non so, ma mi aveva detto che avrebbe cambiato mestiere.

Rieccolo, Nevio. Lo scorgo all’ingresso di un grande magazzino, in centrocittà. Quando mi vede attira la mia attenzione, mi saluta con un sorriso dei suoi migliori. Indossa la divisa di guardia giurata, ha una pistola al fianco e l’auricolare con il filo che sparisce nella divisa.
Racconta:
– Ho fatto il colloquio, mi hanno assunto subito, poi ho fatto le pratiche per il porto d’armi e adesso lavoro un po’ dappertutto.
– A che ti serve quello? – addito l’auricolare.
– Ci sono telecamere ovunque, non le noti perché non sembrano telecamere, sono mezze sfere rossocupo fissate al soffitto come plafoniere. All’ultimo piano gli addetti alla sorveglianza tengono d’occhio i clienti sospetti. Se uno ruba o dà noia agli altri clienti me lo descrivono via radio e io intervengo o lo blocco all’uscita.
– E poi?
– Lo accompagno in quella saletta, gli facciamo restituire quel che ha rubato e, se fa storie o se l’ha combinata grossa, chiamiamo la polizia.
– Grossa quanto, per esempio?
– Becchiamo un sacco di pedofili ed esibizionisti, qui c’è pieno di ragazzini e ragazze, soprattutto al reparto dei videogiochi e dei cellulari.
– Poi che succede al pedofilo?
– La polizia lo segnala, ma di solito risulta già segnalato. È raro venga denunciato, perché poi è difficile fare testimoniare i ragazzini. Ci limitiamo a individuarlo e a tenerlo alla larga. Così vanno a importunare i ragazzini fuori di qui.
Scuote la testa e dice:
– Mi sembra tutto una gran porcata.

Ci siamo dati appuntamento, insieme alle rispettive compagne, per una pizza. Alla seconda birra, dopo che le donne si sono allontanate con un pretesto che ho suggerito in precedenza alla mia, propongo a Nevio…
[…]

Il testo completo è riservato.

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