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23 giugno 2019
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NARRATIVA: INCIPIT DA

 

Suinel numero 5

 

dalla raccolta Cronache della Pianura, di Gian Carlo Scotuzzi, 1979

 

C’era una volta, quasi nell’ombelico della nostra Pianura, un paesello di tremila anime e seimila maiali: Belbello. Proprio così: la comunità dei suini era il doppio di quella degli umani. Precisiamo che la popolazione maiala non era sempre la stessa, giacché le porcilaie sono una specie di collegi, luoghi di soggiorno temporaneo, degli andirivieni. Vi si scaricano i maialini dai camion, li si ingozzano e li si rispediscono quando sono obesi per il macello. Ma siccome le porcilaie avevano complessivamente seimila posti e scontando che i porcilai le sfruttassero al massimo delle capienze, ci sembra assennato far coincidere il numero delle postazioni all’ingrasso con quello degl’ingrassandi.
E fin qui niente di male. Anzi, buon per i belbellesi, che tra occupazione diretta nelle porcilaie e indotto si ritrovavano con un solido baluardo contro la disoccupazione, che in passato tanti giovani aveva condannato alla migrazione. Il guaio è che umani e maiali, invece di abitare gli uni di qua e gli altri ben distanti di là, vivevano fianco a fianco. Le tre porcilaie di Belbello erano incistate nel cuore del paese.
La ragione di questa contiguità sta nell’avidità degli allevatori. Due generazioni addietro si contavano decine e decine di porcilaie, giacché chiunque avesse un cortile e risorse per nutrire un maiale ve lo nutriva. Ed erano porcilaie piccole, spesso occupate da una o un paio di bestie. Soltanto le famiglie più benestanti tenevano un numero di maiali che comunque contavi sulle dita di due mani. Ma ecco che fra tre di questi benestanti, i Guendalini, i Micale e i Parenzo, accomunati da spiccato senso degli affari, iniziò una gara non dichiarata a chi ne smaialava di più. Cominciarono col dilagare il porcile nella stalla delle mucche, sfrattandovele, e poi nel pollaio, così rinunciando a galline e uova, e poi nell’aia, adattandosi a far seccare il grano nelle aie altrui e a negare la propria al gioco dei bimbi quando non c’era nulla da esporre al sole. E poi, saturato ogni loro originale possedimento, le tre famiglie in gara si accaparrarono crescenti spazi contigui, comprando la porcilaia e l’aia e l’intera proprietà dei vicini. E, via via allargandosi le tre porcilaie a chiazza d’olio, finirono, da una parte, con l’affacciarsi sulla strada provinciale e sui vicoli del paese, e dall’altra col confinare tra loro. Avevano raggiungo il limite massimo di estensione. Non paghi, i tre Grandi Porcari, come ormai li chiamavano in paese, eressero, nelle porzioni di porcilaie collocate in quelle che un tempo erano case di abitazione, e dunque alte almeno il doppio di una porcilaia nata tale, dei soppalchi, su cui alloggiare altri maiali. In tal modo la popolazione delle tre superporcilaie si gonfiò, come detto, a seimila porcelli. E la loro non equa partizione stabilì la gerarchia porcara del paese: prima i Guendalini, con 3.000 maiali, poi i Micale con 2.000, poi i Parenzo con 1.000. Questa proporzione tra le stazze suine dei tre allevatori si specchiava nelle rispettive nuove dimore che si erano costruiti lontano dal paese, quasi al confine coi borghi contermini, e in una zona a preponderante sopravvento. Lussuosa e vasta la villa di Parenzo, molto lussuosa e molto vasta quella dei Micale, spudoratamente fastosa e faraonica la reggia dei Guendalini.
Gli altri belbellesi assistettero alla suinizzazione del paese con atteggiamenti diversi, riflettenti l’interesse e l’indole di ognuno. Gli iniziali confinanti delle tre porcilaie, cui avevano ceduto la casa a prezzi che i mediatori discretamente rivelarono, al Bar Commercio, «almeno il triplo del valore di mercato», gioivano della fortuna dei Grandi Porcari, perché in parte l’avevano condivisa. Altri belbellesi, soprattutto avventori del Bar Sport, osservavano il fenomeno con occhio agonistico, senza andare oltre i rilievi numerici che limitano l’orizzonte intellettuale di ogni tifoso: «I Guendalini conducono stabilmente la classifica per 3 a 2 sui Micale e per 3 a 1 sui Parenzo»; oppure: «I Guenda sopravanzano di tre lunghezze i Mica e di cinque lunghezze i Pare». Si sa, il gergo agonistico si alimenta di comparazioni e non lesina abbreviazioni ai campioni.
Altri belbellesi ancora guatavano il gigantismo suino dei tre per cercarvi un varco in cui inserirsi e agguantare almeno un brincello di tanta manna: chi voleva farsi assumere come porcaro, chi ambiva investirci i propri risparmi e incrementarli dei pingui interessi che i Grandi Porcari sapevano spremere dai maiali.
C’erano anche i belbellesi che militavano nell’inconfessabile partito degl’invidiosi, sempre lì ad aspettare che sui Grandi Porcari cadesse una delle invocate sciagure che avrebbero messo le cose a posto: un incendio, un’epidemia, uno sciopero a oltranza dei porcari che accoppasse d’inedia tutte le seimila bestie.
C’era poi il partito dei sadici gaudenti, stagionalmente infoltito dall’afa. Con il caldo estremo il fetore costringeva i rari forestieri a portarsi il fazzoletto al naso e a sforzarsi di reprimere conati. E quando uno di loro sbottava, ai perdigiorno seduti fuori dai bar o alle signore con la borsa della spesa o allo spazzino comunale: «Ma come fate a resistere?», ogni sadico replicava la spiegazione che sempre suscitava ilarità fra gli autoctoni: «Non bisogna avere lo stomaco da signorine!»
Il dileggio dei giovanotti verso i forestieri insofferenti alla puzza si caricava di rivalsa per le umiliazioni subite quando i panni dei forestieri li indossavano loro. Ovunque approdassero nei paesi del circondario, fosse a cercar morose o per una forchettata in trattoria, quelli di Belbello suscitavano repulsione. I locandieri non erano entusiasti di accogliere clienti puzzolenti, perché avrebbero fatto scappare gli altri; le ragazze stavano lontano da ragazzi che magari erano anche carini ma pregni d’un lezzo ch’era il marchio di ogni belbellese. Ecco, il marchio: forse i belbellesi, che prima di uscire a cena o a donne certamente si facevano un bagno e si cambiavano indumenti, quantomeno in tali circostanze non puzzavano. Eppure si portavano appresso la taccia di essere pregni della puzza dei porci. E siccome l’olfatto ha anche una componente psicologica, finivano col puzzare davvero.
Ma il grosso dei belbellesi stava dinanzi ai tre allevamenti con atteggiamento che oscillava tra il fremente e il mugugnante. Erano stomacati dalla puzza. La ritenevano maledizione ingiusta. Ma non osavano lamentarsi apertamente. Troppo potenti erano a Belbello i Grandi Porcari.
Ma era così terribile convivere coi porci?
Chi ha dimestichezza con gli allevamenti di maiali vi confermerà due inconvenienti. Primo, i maiali puzzano più e peggio di ogni animale da ingrasso. Il fetore è insopportabile. E quello di Belbello era, per concentrazione nell’aria e per vicinanza della fonte, prossimo a provocare il vomito anche a chi, dopo anni, doveva esserci abituato. Il secondo inconveniente è che le deiezioni (le cacche, per dirla in belbellese) di seimila maiali finiscono anche nelle fogne. E da queste scendono, per inevitabili perdite dei condotti, nelle falde freatiche, dove i tubi dell’acquedotto comunale scendono a succhiare l’acqua da bere e da cucinare.
Il puzzo dei maiali era a Belbello talmente forte che il paese era storpiato nell’intera Pianura in Porcibello e segnalato come infrequentabile.
A nessun camionista o rappresentante di commercio che si trovasse a transitare in questa parte della Pianura sarebbe mai venuto in mente di far tappa a Belbello, neppure per un caffè o per far benzina, figurarsi a pranzo. Chi si fermava a Belbello era proprio perché non poteva farne a meno, come i fornitori dei porcari, dei bar e dei negozi, gli ambulanti il giorno di mercato, l’ufficiale giudiziario. I belbellesi vedevano i forestieri di passaggio esclusivamente dietro vetri sigillati di auto, nell’atteggiamento solito: la mano a tenere un fazzoletto al naso, la bocca — quando non coperta dal fazzoletto — atteggiata a smorfia di disgusto, gli sguardi di compatimento posati sugli autoctoni. Approssimandosi a Belbello, gli automobilisti facevano il contrario di quello che l’istinto suggerisce in vista di un centro abitato: acceleravano invece di rallentare. Via, scappiamo in fretta da questi miasmi mefitici, e peggio per i pedoni di Belbello, non abbiamo scelto noi di far passare la strada provinciale in mezzo ai suini!
Alcune categorie di belbellesi pativano più di altre della coabitazione con i porci. Per esempio gli asmatici e quanti spesso respiravano a bocca aperta, dagli anziani ai bambini ai sofferenti di riniti e sinusiti; si ritrovavano i polmoni foderati della patina depositata da quello che un giovane consigliere comunale — che presto diventerà il protagonista di questa cronaca — aveva battezzato «aerosol alla cacca suina».
Se in inverno le basse temperature e la frequente nebbia, che sembrava annacquare insieme ai fiati anche i fetori, attenuava il disagio, in estate i belbellesi erano martoriati nelle nari e nei polmoni ai limiti della sopportazione. A volte oltre: non di rado qualcuno, come sferzavano i Grandi Porcari per minimizzare il fenomeno, dava fuori di matto «per il caldo» (non potendoci essere altra ragione, secondo i padroni dei maiali) e prorompeva in imprecazioni del tipo «non ne posso più di vivere in questo paese di merda, se non me ne vado finisce che mi sento un maiale anch’io»; altri traduceva i propositi in azioni e traslocava «altrove, il più lontano possibile da qui».
Vi chiederete: ma i partiti politici, quelli che sono supposti fare gli interessi del popolo, e che dunque si dovrebbero preoccupare anche del benessere olfattivo-respiratorio, che facevano?
[...]

Il testo completo è riservato.

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