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27 luglio 2019
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NARRATIVA: INCIPIT DA

 

L’elisir di Torregialla

 

Racconto di Gian Carlo Scotuzzi

 

La parte ombrata della piazza di Torregialla tutela dai dardi roventi i tavolini del Bar Nella. Due sono stati accostati per fondere il parlafiacco di cinque avventori, tre uomini e due donne. Tutti oltre la quarantina.
A nord della piazza, oltre l’ombra, il semicerchio lastricato e bordato d’una catena a festoni su paracarri, fa da proscenio al fondale del municipio e della chiesa. Una viuzza minima presiede alla separazione dell’edificio amministrativo da quello profano. Disse un podestà negli anni Trenta del secolo scorso: «camicianera e tonaca, ciascuna al proprio attaccapanni».
E al proprio orologio. Quello della torre civica ha appena battuto il tocco, quello del prete lo farà tra sessanta secondi. Asincronia antica. Chiosò un sindaco comunista negli anni Sessanta del secolo scorso: «uno scarto cronologico minimo, un divario ideologico immenso». In oltre settant’anni i gestori della Casa di Stato e quelli della Casa di Dio non hanno mai sincronizzato i rispettivi orologi, bensì il loro anticipo e il loro ritardo.
Ligia alle sfere civiche e indifferente a quelle ecclesiastiche, Angelina, unica impiegata del municipio, ha smesso di lavorare all’orario prescritto, cioè alle 13.
Come d’abitudine s’è precipitata all’esterno per anticipare l’eco del tocco del campanile. Clangtrac, si è tirata dietro il portoncino a scatto. Volge il rituale sguardo a quelli ai tavolini prima di farsi inghiottire dalla viuzza.
I signori clienti:
– In tanti anni che vengo a bere da Nella, non ho mai visto l’Angelina perdere un colpo.
– Già, spacca il minuto!
– Fa bene! Perché dovrebbe lavorare gratis per il municipio? Se è pagata sino all’una…
Le signore clienti:
– Come sei fiscale, Andrea! Se mi mancassero cinque minuti per finire una pratica, non la lascerei a metà perché la torre suona la fine del turno!
– Che se poi volessimo fare i precisini sino in fondo, forse scopriremmo che è l’orologio parrocchiale a segnare l’ora giusta e che quindi l’Angelina esce in anticipo…
– Nooo! Guardate che macchina!
I cinque seduti portano sguardi sincroni nella direzione segnalata da Nella.
A ridosso del proscenio, col muso rivolto a una catenaria metallica, ha parcheggiato un’auto scoperta vecchia di parecchi decenni, con un mastodontico valigione cinghiato al cofano posteriore. Ne discende una coppia elegante.
Donne e uomini sussurrano in tono decrescente mentre la coppia si avvicina al bar:
– Questi sono fancazzisti pieni di soldi!
– Lui è carino, ma lei sembra sua madre.
– Però resta una gran figa, io un pensierino ce lo farei di corsa!
Il belloccio si rivolge deciso a Nella, palesemente l’ostessa, visto che ha il grembiule ed è l’unica in piedi.
– Possiamo mangiare?

Giunti al caffè con limoncello «questo ve lo offro io», che la signora declina, lui chiede a Nella:
– Signora, potrebbe indicarmi dove si trova la fonte?
– Intende quella di Sant’Agata?
– Se non ce ne sono altre…
– No, ch’io sappia. Comunque è mezzo chilometro verso Monte Merlo. La strada è brutta, ci si va a piedi o in fuoristrada. Ma la fontana è arida da quando ci han costruito l’acquedotto.
– Comunque sarà sempre la stessa acqua che bevete, no?
– Penso di sì.
Il belloccio scambia sguardo d’intesa con la compagna:
– Bene!
Una pausa e si ripete:
– Bene!

È mercoledì ma dalla parrucchiera Lucetta frizza clima prefestivo. Quattro donne, cioè la titolare, la shampista e tre clienti spettegolano a voce non attenuata dalla prossimità di potenziali nemiche. Oggi sono tutte amiche, queste quattro e ogni altra torregiallese che entrasse in negozio, tutte unite contro il nemico da bersagliare: la coppia arrivata l’altro giorno a bordo del macchinone «vecchio come il cucco, cioè come la tardona!». E via un rosario di battute. Fomite per infiammarle non manca, giacché lei, «che proprio sembra sua madre», meno di ventiquattr'ore fa è venuta a farsi pettinare qui.
– … dunque vi dicevo, ragazze, ieri, quando ti scorgo fuori dal negozio il bel giovanotto che l’accompagna qui, intuisco subito tutto: questa è una coi soldi che si porta dietro il trombadore a pagamento!
– Ma secondo te quanti anni può avere?
La stima anagrafica di Lucetta vortica a Torregialla ormai da parecchio, ma le tre ristanno rapite in attesa della replica:
– Almeno, dico almeno cinquanta!
– E lui?
– Ne dimostra non pià di trenta!
– Ma davvero lei è così su con gli anni?
– Ce li ho bene gli occhi, no? Di questa stagione la pelle maculata e cascante alle braccia non si può nascondere. E non vi dico le occhiaie e le zampe di gallina e tutto il resto!
– Chissà cosa ci sono venuti a fare a Torregialla! Il nostro albergo va bene per i rappresentanti di commercio e i mediatori, non per una fuga d’amore!
– Donne, lasciate parlare Lucetta che è l’unica ad averla incontrata a lungo.
– Sì, dài Lucetta, vogliamo sapere tutto!
– Io vi racconto volentieri, ma dovete tenerlo per voi perché la signora Clara, la tardona appunto, non vuole si sappia in giro, si è confidata con me perché sono brava a cavar fuori i segreti dalle persone…
– Forza, Lucetta, non farci stare sulle spine…
– Dunque, dicevo, il bell’uomo di mestiere fa l’alchimista…
– Cos’è che fa?!
– Clara mi ha spiegato che è una via di mezzo tra il farmacista e il mago, insomma uno che inventa pozioni, creme, sciroppi… tutta ‘sta roba che ti fa guarire e star meglio quando il medico della mutua non sa che fare…
[…]

Il testo completo è riservato.

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