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28 luglio 2019
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NARRATIVA

 

La moglie

 

Racconto di Gian Carlo Scotuzzi

 

– Mi ha telefonato Cinzia, la mia collega…
Continuo ad avvolgere con la forchetta le tagliatelle al ragù facendo perno nel cucchiaio e alzo gli occhi su mia moglie. È segretaria dirigenziale, le capita spesso di pranzare con i capi, sa come stare a tavola. C’è stato un tempo in cui ha tentato d’insegnare anche a me le finezze del galateo, «caro, non è educato aiutarsi col cucchiaio mangiando la pasta che si sforchetta, anche se è lunga». L’ho sempre mandata a quel paese. Io pranzo alla mensa operaia e ci piace decidere da soli come prendere la roba dal piatto.
– … e così pensavo di fare un salto da lei, domani. Visto che quest’anno non andiamo in ferie, ne profitto per darle una mano, poverina. È sempre stata molto gentile con me, all’inizio fu l’unica ad accogliermi con benevolenza in quell’ufficio dove volano coltelli. Non ti spiace, vero?
– Sta male?
– Ma allora non mi ascolti, Momo! Ti ho appena detto che dopodomani la operano di ernia e non ha nessuno intorno che le dia una mano.
– Se è un’emergenza, non vedo come tu possa esimerti. Una buona azione è sempre la cosa giusta.
– Magari prima di partire ti preparo le lasagne…
– Non stare a cucinare con questo caldo torrido! Faccio un salto al supermercato, mi arrangio.
– Ma no, ci vado io, così le lasagne le prendo bell’e pronte, ti basterà inserirle nel microonde.
– Mi spiace di questo secondo imprevisto. Accidenti! Quando penso a quanto abbiamo faticato per ottenere le ferie nello stesso periodo! L’unica consolazione è che comunque la prenotazione al mare era annullata.
Già: due giorni prima della partenza lei è andata a sbattere con la nuova Golf. Colpa sua, niente risarcimento dell’assicurazione, 12 mila euro di danni. Addio soggiorno a Rimini!

Ho accompagnato Rosaria alla stazione del metrò.
– Ma quanta roba ti porti appresso? – le avevo chiesto vedendola uscire dalla camera col valigione che di solito ci basta per entrambi e per le due settimane di ferie.
– Quando si va per malati è prudente prevedere tutto! Ah! Dimenticavo: quando darai da bere alle fioriere, ricordati che il rosmarino…
– Sono le 9 passate, Rosaria, devi sbrigarti se vuoi prendere il treno.

Stamane non ho nulla da fare ma mi sono alzato presto, come se dovessi andare al magazzino. Questione di abitudine. Mi succede anche quando valo al mare. Mi ritrovo in spiaggia prima che il bagnino abbia aperto gli ombrelloni.
La giornata si annuncia torrida. Se voglio sistemare l’antenna mi conviene farlo subito. Tra poche ore il tetto sarà un forno.
Calzo a bandoliera la valigetta degli attrezzi, cappello da pesca in testa e mi avvio al solaio. L’antenna è ancorata al camino, un paio di metri dall’abbaino.
All’improvviso ho paura. Di scivolare sulle tegole e precipitare di sotto. La nostra villetta popolare è l’ultima d’una sfilza di dieci. Se cadessi dal tetto finirei nell’orto. Dunque a est, verso i campi. Mi rompessi una gamba o avessi comunque bisogno d’aiuto, nessuno mi vedrebbe né sentirebbe. Non certo gli inquilini dell’unica costruzione, azzurro pastello, che s’intravede oltre i campi. Dista qualche centinaio di metri ed è protetta da un alto muro dal quale spuntano alberi che negano la vista delle finestre. Quanto ai vicini sul nostro lato ovest, sono in ferie. Beppe non ha una moglie che sfascia l’auto prima di partire in vacanza, lui!
Mi sento a disagio. Non è da me avere paura. Non questo genere di paura, almeno. Sono salito altre volte sul tetto, per sistemare tegole divelte dal temporale, o per pulire le grondaie dalle foglie… E mai ho temuto di cadere di sotto. Ho 42 anni, ho sempre fatto l’operaio di fatica, prima in una fornace a sollevar mattoni poi a movimentare merce in magazzino. Sono in eccellente forma fisica. Non ho mai sofferto di vertigini. Ho già risalito due ferrate nel Comasco, sempre mettendo la cintura di sicurezza per dovere, mai per paura di cader di sotto. Forse che prima di Pasqua, quando in fabbrica c’era da sistemare la nuova insegna, non mi sono arrampicato senza tante storie al sommo del capannone grande? Ci sono salito senza cintura, ad almeno 15 metri dall’asfalto del parcheggio. Ma allora che mi succede adesso?
Trovo una sola spiegazione: mi spaventa l’essere solo. Temo di ferirmi e di non poter contare su alcuno che mi soccorra. Perché qui, all’estremità di questa fila di casette vuote circondate dal nulla non ci sono rimasto che io…
Mi scuoto da questa deriva con uno scatto del volto a labbra serrate. Ma che mi prende?
Scendo in cantina a recuperare la cintura di sicurezza e la corda. Salgo all’abbaino e, prima di uscirne, l’annodo a un trave. Mi sento infantile e ridicolo, ma la solitudine ti affranca dalla vergogna.
Comincio a forare il camino per inserirvi due tasselli, cui ancorare le fascette che stringerò attorno al sostegno verticale dell’antenna. Un lavoretto facile, che diventa ripetitivo alla seconda fascetta. Consento allo sguardo di alzarsi verso l’orizzonte. Verso la casa azzurro pastello. Che, da questa prospettiva, rivela una piscina al centro di un cortile. Ci sono una dozzina di lettini prendisole allineati perpendicolari alla vasca. Corpi distesi e teste in acqua.
Oggi la casa è tutta mia e sono in ferie. Provo un senso di libertà comprensiva anche di atteggiamenti infantili e sciocchi sino allo svacco totale. Provo il desiderio di spiare quei corpi attorno la piscina. Il binocolo! È uno di pregio, me lo regalò Rosaria per l’ultimo compleanno. Ricevendolo, m’infiammai d’entusiasmo come un bimbo che non si capacita del sogno appagato. Desideravo da tempo un binocolo da portarmi appresso sui monti. Ma questo andava oltre le aspettative. «Uno Zeiss! Ma sei matta!? Deve costare un occhio della testa… Vacca di quella miseria, ma ha un fracco di ingrandimenti!» Lei mi disse che era stato regalato al suo capo e che questi, possedendone già uno e cogliendo lo sguardo d’interesse di lei, glielo aveva ceduto «per una miseria, guarda, Momo, proprio una cifra simbolica, il mio capo è molto generoso»…
La prospettiva di fare il guardone mi prona a sveltire il lavoro. Scendo a recuperare lo Zeiss e mi apposto a ridosso del camino, la cintura di sicurezza agganciata alla corda ben tesa. Metto a fuoco.
Caspita! Le ragazze sono tutte a seno nudo. E quella che sta uscendo dall’acqua e mi volge la spalle ha un tanga che si segnala soltanto per il triangolino colorato all’attaccatura delle natiche! Quelle sdraiate si proteggono la testa con il parasole snodabile che sormonta il lettino. Vorrà dire che mi contenterò del resto. Le conto: cinque, una più piacente dell’altra. No… ne arrivano altre due. Mi chi sono i fortunati che possono circondarsi di tanto bendidio? Un mastodonte con la pancia gonfia… un altro non-giovane… questo sdraiato bocconi ha uno slippino da checca… questo che avanza con un bicchierone verde è un atleta asciutto… Ullallà! Ecco una valchiria che…
[…]

Il testo completo è riservato.

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