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12 agosto 2019
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INCIPIT DA:

 

Io, giudice dei giudici

 

Racconto di Gian Carlo Scotuzzi

 

Il mio mestiere è giudicare i giudici. Ogni mattina vado a palazzo di giustizia, esamino l’elenco dei processi e scelgo quale seguire. Osservo il modo in cui il magistrato conduce il dibattimento, valuto la sua sentenza. Se il magistrato si comporta male, se la sua sentenza è iniqua, lo condanno.
Nello spazio riservato al pubblico non ci sono seggiole né panche. Unico conforto: una transenna, cui riesco sempre ad appoggiarmi perché sono tra i primi a entrare in aula.
Mi sono spesso chiesto perché il processo, rito pubblico, sia organizzato per svogliare il pubblico: il dibattimento può durare ore ed è difficile seguirlo in piedi, specie per chi non ha neppure il conforto di un appoggio alla transenna.
Frequento il palazzo di giustizia ormai da un anno, cioè da quando ho cominciato a fare questo mestiere. Carabinieri, poliziotti, avvocati, uscieri, cancellieri, magistrati si sono tutti abituati alla mia presenza. Mi considerano una superfetazione benigna della transenna, un’escrescenza innocua e ineludibile, un inestetismo ch’è prezzo irrisorio da pagare a un rito che si vuole plateale, esibito. Se a un processo pubblico non ci fosse il pubblico, il processo sarebbe soltanto potenzialemente pubblico. Invece, grazie alla mia presenza, il processo diventa realmente pubblico. Io sono il pubblico, io sono il popolo sovrano-spettatore che conferisce sacralità formale alla sostanza.
Ma questi sono ragionamenti da mente giuridica, da cultori della legge. Il braccio armato della legge e il braccio burocratico della giustizia mi considerano invece un pensionato che combatte la noia spiando le disgrazie altrui, un guardone preda della medesima meschinità e del medesimo sadismo con cui, in similari antichi riti, altri perdigiorno si procuravano un posto in prima fila a ridosso del rogo o della ghigliottina.
Nella scelta dei processi da seguire seguo due criteri. Il primo è quello della mia competenza. Lascio dunque perdere i dibattimenti tecnici oppure quelli che, essendo ignorati dalla stampa, mi negano di andare in aula con una minima conoscenza dei motivi del contendere e della personalità degl’imputati. Il secondo criterio è quello della rilevanza sociale del giudizio, vuoi per la personalità e il rango dell’imputato, vuoi per il capo d’imputazione: è infatti in questi due aspetti, cioè trattamento di favore o di sfavore riservato a un imputato e nel divario tra il diritto positivo e il diritto naturale che si manifestano l’iniquità e la dipendenza del giudice. E dunque è qui che è maggiormente richiesta la mia funzione di controllo.
Una funzione che – l’avrete capito – debbo svolgere in segreto. Se i protagonisti del dibattimento sospettassero il mio ruolo, potrebbero alterare i loro.
La mia copertura è a prova di delazione. Nessuno, a palazzo di giustizia, può sospettare chi sono in realtà e cosa ci faccio lì. Perché nessuno sa. La mia nomina a giudice dei giudici è nota soltanto a due persone: al diretto superiore da cui emana e a me stesso.
Sono stato nominato con discrezione estrema. Un anno fa, al tavolino di un bar poco affollato. Al sicuro da orecchi indiscreti, confessai al mio interlocutore il mio disgusto per una Giustizia che definii talmente inefficiente, ingiusta e corrotta da tradursi quasi sempre nel suo contrario.
Parlavo con cognizione di causa. Ho fatto il secondino per trent’anni. Ho raccolto le confidenze di migliaia di reclusi condannati ingiustamente. Ho letto le requisitorie degli avvocati pagati per difenderli, ho letto le sentenze di condanna dei giudici. Ho letto le lettere che i detenuti scrivevano agli avvocati e ai familiari, ho letto le lettere che i detenuti ricevevano.
Il mio interlocutore riconobbe la pertinenza delle mie critiche alla Giustizia, prese atto delle mie competenze da autodidatta, riconobbe la mia tensione morale e la mia vocazione a servire la Giustizia autentica. E convenne che, sì, ero la persona adatta a svolgere l’incarico cui aspiravo e che lui scalpitava di attribuire.
M’impegnai a sentenziare sempre in maniera equanime e distaccata, senza mai soccombere alle emozioni e al malanimo, giurai sulla segretezza della mia missione.
E già l’indomani di quel colloquio entrai in servizio.
Nei processi ove devo giudicare il giudice, quest’ultimo non ha veste di imputato, ma di “osservato”. Imputato lo diventa, eventualmente, quando le mie valutazioni su di lui fossero negative.
Il mio primo osservato fu un giudice di Palermo. Aveva iniziato la carriera in una città dell’Isola, come uditore, e l’aveva proseguita a Milano, vincendo un concorso in tribunale. Aveva 27 anni quando lo vidi per la prima volta. Barba ben curata, brevilineo, minuto, toga d’ottimo tessuto, cordonatura rutilante, gorgiera candida e ben plissettata.
Lesse il capo d’imputazione a bassa voce, in fretta, come riluttante a far arrivare fin oltre la transenna – sino a me, unico spettatore – le formule iniziatiche del suo ministero.
Dentro la gabbia dell’imputato, vigilata da gendarmi con bandoliere logore e sguardi spenti, c’era un uomo sulla quarantina. Accusato di furto aggravato e violenza privata. Il pubblico ministero raccontò…
[...]

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