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11 agosto 2019
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INCIPIT DA:

 

L’ultima mano

 

Racconto giallo di Gian Carlo Scotuzzi

 

– Scommetto che vende orologi.
L’uomo che due ore prima era entrato sudaticcio all’albergo Della Posta con una valigia e una borsa a tracolla era alto almeno un metro e 85. Sulla quarantina. Capelli neri, fitti e tagliati a spazzola. Un bell’uomo, se non fosse per le vistose orecchie a sventola. Ora stava scendendo le scale dell’albergo con la borsa a tracolla. Di qui la deduzione della donna al banco del bar. I rappresentanti di orologi non si fidano a lasciare il campionario in camera. Né ad affidarlo alla reception. Quindi la borsa a tracolla, troppo grande per contenere un semplice computer portatile da rappresentante, doveva contenere un campionario di oggetti; e, viste le dimensioni della borsa, non poteva trattarsi che di orologi. O di preziosi. La donna aveva puntato sugli orologi perché l’infima classe dell’albergo Della Posta suggeriva stime pacate sulla professione e sul reddito dei clienti.
– Sei d’accordo, Jasmine?
Jasmine era la giovanissima cameriera. Immigrata dall’Algeria. Si era salvata dal marciapiede perché troppo grassa e troppo brutta anche per i pezzenti arrapati che raccattano attorno alla Stazione Centrale. Non essere piacente ha i suoi vantaggi. Era raro che un cliente dell’albergo la infastidisse.
– Trattalo bene, Jumbo, perché è a soldi.
Risero entrambe per la pertinenza del nomignolo. Poi Rita, la barista che aveva puntato sugli orologi, si dimenticò della domanda iniziale e si dedicò all’argomento denaro.
– Perché dici che ha soldi?
– Quando gli ho portato in camera l’acqua minerale l’ho visto uscire dal bagno...
– Nudo?
– Scema! In canottiera. Con quella borsa a tracolla. Dunque, escludendo che si porti gli orologi in bagno, dentro lì ci sono un fracco di soldi.
Un tipo vicino alla sessantina, in abito scuro e cravatta attirò l’attenzione delle bariste con un battito di mani:
– Ragazze, preparate i salatini. Servizio alla grande. E tu – si rivolse a Rita, ritenendola più affidabile per la mansione che stava per attribuire – tira fuori la bacinella per l’aperitivo della casa.
– Ma, signor Filippo, non viene mai nessuno!
– Stasera sì! E vedete di darvi una mossa. E tu – l’ordine era per la receptionist-telefonista – chiama subito Amilcare: che si metta in giacca bianca e farfallino, subito!
Il direttore si sistemò il nodo della cravatta dinanzi a una specchiera. Recuperò un tovagliolino e tolse la polvere dai mocassini. Cafonaggini e risate erano consentite quando nella hall non c’erano clienti.
– ... ha detto di scendere subito, subitissimo! – la receptionist chiuse la comunicazione con Amilcare e urlò verso lo slargo del bar, che non vedeva ma che supponeva ospitare il direttore:
– Che cavolo succede, Filippo?
Un quesito confidenziale che la diceva lunga sui rapporti intimi tra i due.
– La comitiva dei rappresentanti del terzo piano ha chiesto un rinfresco.
– Ma quali rappresentanti! Quelli sono imbroglioni! Ma lo sai che fanno?
– Non mi interessa ed è bene non interessi neppure te.
La receptionist scosse la testa e rinunciò a continuare.

I venditori erano una dozzina e si erano messi in tiro. Cravatte di seta, vistosi gemelli ai polsini ed esibizione di orologi rutilanti. Il capocomitiva si rivolse alla receptionist:
– Aspettiamo un gruppo di clienti, forse dieci, forse venti, non so. Chiederanno della società Britannia, che siamo noi. Sia gentile, prima di indirizzarli verso il bar, dica loro che sono fortunati perché stasera c’è con noi il presidente.
Il capocomitiva allungò alla receptionist una banconota che valeva l’ambasceria richiesta.
Mano a mano che i clienti della Britannia arrivavano e subito lusingati dalla prospettiva d’incontrare nientemeno che il presidente, venivano accolti dall’«onoratissimo, sono il capoarea della Britannia». Stretta di mano molto sussiegosa e rapida introduzione al cospetto del presidente. I clienti, intimoriti da un sapiente gioco delle parti, erano indotti a pensare che sarebbe stato peccato mortale, oltre che somma scortesia, deludere quei bravi signori e mandare a monte l’affarone che veniva loro prospettato.
Il direttore dell’albergo era stomacato da questi raggiri. Anni addietro ne aveva parlato con il proprietario:
– Scusi, dottore, non dovremmo prestarci a questi imbrogli, la reputazione dell’albergo...
– Ma vaffanculo Pippo, provati a farmi perdere i clienti e ti caccio sui due piedi, direttori del cazzo come te ne trovo a ogni angolo di strada. Sanno anche le lingue e mi costerebbero meno...
La protesta contro gl’imbroglioni era finita lì e non era stata più rinnovata.
Gli uomini della Britannia seducevano da oltre un’ora quando la receptionist abbandonò la sua postazione e si avvicinò agitata al direttore dell’albergo.
– Filippo, devi salire subito alla 22 – si guardò intorno e ammutolì il tempo di verificare di non essere stata udita dal contesto, indi riprese a voce molto bassa – lo spilungone con le orecchie a sventola, sai, quello strano...
– Ebbene?
– Sembra sia morto... Ha chiesto un’aspirina con urgenza, è salita Jasmine e l’ha trovato per terra...
– Càlmati, silenzio assoluto, di’ a Jasmine di tenere la bocca chiusa sino a quando lo dico io e chiama il dottor Ricoli. Prendi il mio posto con questi balordi. Io salgo.
Il direttore imprecò fra sé in ascensore. Sapeva per esperienza che un morto in albergo è una seccatura che si protrae per giorni. I clienti fuggono e alcuni non tornano più. Per scaramanzia, probabilmente: forse temono di finire nella stanza che fu occupata dal defunto.
Jumbo era steso sulla lercia moquette, supino, il corpo sbilenco, come se prima di morire fosse stato scosso da spasmi. Filippo si chiuse la porta alle spalle e cominciò a ispezionare la stanza. Aveva soltanto pochi minuti prima che arrivasse il medico, subito dopo o forse insieme alla polizia. Un lasso di tempo più che sufficiente a far sparire eventuali tracce di attività suscettibili di compromettere l’albergo. Come la droga, per esempio. O armi. La borsa nera da cui il cliente non si separava mai era sul letto. Filippo aprì la cerniera che divideva i due scomparti, poi le cerniere di questi. In un primo scomparto c’erano fasci di banconote usate e di grosso taglio. Insieme al denaro, una busta. Filippo l’avrebbe esaminata in seguito. Ora non c’era tempo. Dallo scomparto di destra della borsa uscirono due pistole: un’automatica Beretta e un vecchio revolver Astra. Con due silenziatori. Due scatole di munizioni. Guanti di cotone. Una maschera di plastica trasparente del tipo che da lontano non si nota, così da non attirare l’attenzione, mentre a distanza ravvicinata rende irriconoscibile chi la indossa perché deforma i tratti del viso.
Filippo aprì con cautela la porta e spiò nel corridoio. Nessuno. Si mise la borsa a tracolla e imboccò le scale di sicurezza, salì all’ultimo piano e nascose il contenuto della borsa nel vano ascensore. Ma non la busta, che si mise in tasca. Ridiscese, entrò nella stanza 22, rimise la borsa sul letto e attese.

Il medico dell’albergo aveva imputato la morte a infarto. La polizia aveva trovato in tasca al cadavere una confezione di compresse contro il mal di cuore. Nessuna ferita, nessuna traccia di collusione. Non c’era motivo di sospettare alcunché. Il portafogli della vittima era al suo posto, nella tasca interna della giacca, corredato di documenti, carte di credito, biglietto da visita di un cardiologo e una discreta somma in contanti.
Il commissario aveva svolto un’indagine superficiale e molto rapida, rivolgendo al direttore e alla cameriera che aveva scoperto il cadavere domande del tutto formali. Filippo aveva avuto un unico timore: che la polizia scoprisse che l’uomo non si separava mai dalla sacca, nel qual caso si sarebbe chiesta perché questa fosse vuota. Ma il timore si dimostrò infondato.
Filippo decise di non avere fretta a recuperare il bottino dal vano ascensore, per poi buttare le armi e tenersi il denaro. Avrebbe atteso un po’ di tempo prima di spenderlo e comunque avrebbe provato a smerciare una sola banconota per verificare se era denaro sporco o falso.
Fu allora che si decise ad aprire la busta trovata insieme alle banconote. Conteneva un foglio scritto a biro e normografo:
Venerdì ore 15, piazzale della stazione di Brescia, accanto all’edicola, esibire il Giornale del Pescatore.
Venerdì era domani. Che significava?
Andò in banca e depositò sul proprio conto cinque banconote del medesimo taglio. Una proveniva dalla borsa della camera 22. Il cassiere le conto, le esaminò come di consueto, le infilò sotto la molla del rispettivo scomparto del cassetto e rilasciò la ricevuta di versamento. Tutto liscio. Il denaro era buono.
Dunque il morto gli aveva lasciato il valsente di un’auto molto lussuosa.
Perché lo spilungone si portava appresso tanti quattrini? Aveva riscosso un credito? Doveva saldare un debito? Erano il frutto di una rapina?
Ripensò ai guanti, ai silenziatori, alla maschera: attrezzatura da killer. Quando mai s’è visto un rapinatore che si preoccupa di non far rumore?
Poi pensò all’appuntamento bresciano…
[…]

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