..
Gian Carlo Scotuzzi
1° ottobre 2020
   
 
.

 

DAL SETTIMANALE FRANCESE MARIANNE

Confronto Thomas Guénolé/Jacques Attali: quanti morti ha causato la mondializzazione?

di Kevin Boucaud-Victoire

traduzione di Rachele Marmetti

Il saggista e politologo Guénolé pubblica Le livre noir de la mondialisation *. Un sistema economico che ha al passivo un costo umano elevatissimo. Troppo semplice? Ne discute con lo scrittore, economista e alto funzionario Attali.

Secondo Thomas Guénolé, la mondializzazione ha cinque caratteristiche: «l’esistenza di una rete commerciale planetaria; il fatto che una superpotenza ne impone le regole; l’egemonia di una corrente di pensiero economico che coincide con gli interessi di questa superpotenza; la predazione delle risorse materiali dei territori dei più deboli e l’asservimento delle loro popolazioni; un numero di morti estremamente elevato, calcolabile in milioni».

Marianne: Thomas Guénolé, lei ritiene che tra il 1992 e il 2018 la mondializzazione abbia fatto 400 milioni di morti. Può dirci di più in proposito?

Thomas Guénolé: Il mio saggio Le livre noir de la mondialisation è frutto di una lunga ricerca. Innanzitutto ci sono i 600 mila morti dell’economia d’aggressione degli Stati Uniti, la superpotenza che domina l’attuale mondializzazione. Cominciamo dalle vittime dell’invasione americana dell’Iraq, per predarne l’economia. Poi i 6,5 milioni di morti delle guerre di saccheggio delle risorse necessarie ad alcune industrie mondializzate, in particolare l’industria dello smartphone. Per esempio, nella seconda guerra del Congo, che da sola ha causato 5,4 milioni di morti, la posta mineraria era, in particolare, l’estrazione di cobalto e coltan, da cui si ricava il tantalo. Dobbiamo poi aggiungere gli 11 milioni di morti per fame. In realtà, produciamo cibo largamente sufficiente a sfamare l’intera umanità. La mondializzazione è responsabile anche delle morti per malnutrizione perché è un sistema gravemente squilibrato nella ripartizione degli alimenti. Per esempio, un etiope su cinque soffre di malnutrizione, mentre i Paesi ricchi sono soddisfacentemente approvvigionati in caffè e rose etiopi. Occorre poi aggiungere 56 milioni di morti per le condizioni di lavoro.
La mondializzazione è «un mercato mondiale senza regole di diritto mondiale», questa la definizione che lei, Attali, dà nel suo libro Une économie de la vie. Un fatto che produce un livellamento mondiale verso il basso delle condizioni sanitarie e di sicurezza della manodopera: sul mercato mondiale moltissimi Paesi sono competitivi al prezzo di condizioni di lavoro atroci, che permettono di abbassare drasticamente i costi. Prendiamo l’esempio di Foxconn, numero uno mondiale della produzione di componenti elettronici e fornitore, in passato e tuttora, di Apple, Sony, ecc. Nel 2010 una ricerca universitaria cinese è arrivata alla conclusione che le sue fabbriche sono - cito - «campi di lavoro». E il bilancio dei morti si appesantisce ulteriormente se si aggiungono i 69 milioni di vittime della catastrofe ecologica: la mondializzazione ne è responsabile in quanto sistema planetario consumistico e produttivo. «Mercato mondiale senza regole di diritto mondiale» significa livellamento verso il basso, su scala mondiale, delle condizioni ecologiche di produzione e di trasporto. Le vittime dell’inquinamento atmosferico sono quindi soprattutto là dove la mondializzazione ha trasferito le attività industriali più inquinanti. Per fare un solo esempio: l’inquinamento atmosferico di Nuova Deli del 2009 è parti a quello della Londra industriale del 1830; l’inquinamento atmosferico della Londra deindustrializzata del 2009 è invece molto flebile. A tutto questo bisogna aggiungere l’inquinamento dei prodotti di questo sistema consumistico, dovuto soprattutto alle emissioni dei veicoli termici. Per finire, si aggiungano i 256 milioni di morti per malattie curabili.
Quando una malattia facilmente curabile, come la tubercolosi, fa comunque milioni di morti, o quando esistono trattamenti che mantengono in vita pur senza guarire, come per l’AIDS, i morti sono causati dal diniego di accesso a cure e medicine. La mondializzazione è dunque responsabile di queste morti, in quanto sistema di ripartizione delle risorse in generale, nocnhé delle risorse sanitarie in particolare. Le due dimensioni sono concatenate tra loro. Prendiamo lo Zambia: interessa alla mondializzazione solo in quanto esportatore di rame. Ma i profitti del rame se li accaparra un pugno di multinazionali, come Glencore. Conseguenza: il sistema sanitario dello Zambia è atrocemente sottosviluppato, per mancanza di mezzi e risorse. Risultato: 200 mila morti in Zambia per tubercolosi nel periodo della mia ricerca.

Jacques Attali: Il libro contiene moltissime informazioni ed è, nei limiti del possibile, onestamente argomentato; lei stesso ammette che alcuni dati sono sovrastimati. Ogni anno nel mondo muoiono circa 60 milioni di persone. In vent’anni i morti sono 1,2 miliardi. Il libro perciò attribuisce alla mondializzazione 1/3 dei morti a livello mondiale. Secondo il mio punto di vista, i dati sono veri solo in parte. Penso tuttavia che molti non siano da mettere in relazione alla mondializzazione. Quando un Paese è industrialmente in crescita, le morti per inquinamento non sono causate dalla mondializzazione, non sono conseguenza dell’esportazione! A Nuova Deli, per esempio, gli indiani producono quasi esclusivamente per loro stessi, molto poco per il resto del mondo.
Quel che chiamiamo “mondializzazione” è di fatto la mondializzazione del mercato. È evidente che se la mondializzazione si riduce solo a questo è un disastro. Sono 35 anni che lo scrivo! Non credo però che trasformare 200 nazioni in 200 bunker sia la soluzione. Occorre al contrario una mondializzazione delle norme giuridiche, affinché ci sia un’armonizzazione verso l’alto dei diritti sociali e umani. Un protezionismo cieco non può portare a questo risultato e nemmeno a un miglioramento durevole del livello di vita delle persone, nonché dell’ambiente. Il protezionismo può essere in compenso utile in alcuni ambiti, a condizione che sia pensato come parte di una politica coerente. Per esempio, l’Europa dovrebbe avere una protezione doganale comune, efficace e selettiva, per far rinascere alcune industrie; per far questo occorrerebbe una vera politica industriale, sociale ed ecologica.
Secondo me, la vera risposta, sebbene utopistica, dovrebbe essere una normazione giuridica mondiale molto più forte. C’è un settore ove esiste un governo mondiale la cui benché minima decisione è applicata in tutti i Paesi del mondo: la FIFA [Fédération Internationale de Football Association]. Quel che vale per il calcio potrebbe valere anche per salute, diritto del lavoro, clima, protezione della biodiversità. Ecco perché non credo occorra meno mondializzazione, ma di più.

Come si potrebbe arrivare a questa normazione giuridica mondiale? Con un governo mondiale? Non è un’irrealizzabile chimera?

J.A. Non ho parlato di governo mondiale. Ma l’umanità è una, il COVID ce l’ha provato ancora una volta. La FIFA dimostra anche che una normativa giuridica mondiale può essere aggirata. Quest’organizzazione si è macchiata di corruzione, le regole del calcio non sono giuste, e così via. Una normativa giuridica mondiale può quindi essere negativa. Però non è impossibile che sia giusta. È quanto cerchiamo di fare con l’Unione Europea: una normativa giuridica comune in una piccola parte del pianeta.

T.G. La “mondializzazione sventurata” è il nostro sistema planetario di ripartizione delle risorse, il cui impatto su ciascuna vita umana è perciò considerevole. Se ammettiamo che il sistema è nefasto, è logico constatare che la mondializzazione è responsabile di una porzione elevata del totale dei morti dell’umanità del periodo preso in esame. Certo si può ammettere una mondializzazione in teoria benefica, ma il mio Livre noir studia la mondializzazione reale, attuale, che è mortifera.

J.A. Lei parla di mondializzazione, è invece capitalismo!

T.G. Vorrei attrarre la sua attenzione sui due punti più importanti punti che non ci trovano d’accordo: il protezionismo e la governance mondiale. Dal suo punto di vista, il protezionismo provoca guerre e non è nemmeno efficace. Le rispondo che molte guerre sono scoppiate prima del protezionismo. La prima guerra mondiale è invece scoppiata dopo diversi anni d’incremento del commercio mondiale. Specularmente, si può avere incremento del protezionismo senza che ne conseguano guerre. In questi ultimi decenni la Corea del Sud e il Brasile sono stati fortemente protezionisti, senza per questo provocare guerre né a livello nazionale né regionale.
Riguardo alla governance mondiale lei ha scritto in À tort ou à raison: «Il mercato diventa globale e senza regole a meno che la democrazia stessa si allarghi quanto il mercato - è la regola del diritto mondiale - o se la democrazia chiude il mercato con il protezionismo.» Concordo: occorre o l’una o l’altra condizione. E siccome penso che un governo mondiale dell’umanità non sia possibile in assenza di minaccia esterna, propongo il protezionismo, che altro non è che un libero-scambio regolato da dazi doganali, sufficientemente forti da eliminare ogni vantaggio concorrenziale fondato su condizioni sociali e ambientali atroci di produzione o di trasporto.

J.A.: Su questo siamo d’accordo. Credo però che il protezionismo debba essere un mezzo, non un fine.

T.G.: Sulla questione della normativa giuridica mondiale, in Une brève histoire de l’avenir lei ha preconizzato e ritenuto probabile, dopo un’orribile fase d’iper-impero dei mercati, la creazione di un governo democratico mondiale, accompagnato da un parlamento mondiale democraticamente eletto, il che consentirebbe regole giuridiche mondiali per disciplinare il mercato planetario e costruire - questo l’ha scritto in L’Économie de la vie - un’economia del mercato. Io propongo invece una coalizione di potenze, probabilmente senza gli Stati Uniti, che introduca una Tobin tax sulle transazioni finanziarie ed eserciti il protezionismo verso tutti i Paesi che non vi aderiscono. In tal caso il protezionismo è un mezzo, non un fine. Questa stessa coalizione creerebbe un Fondo Internazionale per lo Sviluppo Umano (FISU), finanziato dalla Tobin tax stessa. Inoltre il FISU finanzierebbe programmi di transizione ecologica nei Paesi poveri. I Paesi membri sarebbero quelli della coalizione oltre ai Paesi poveri; ogni Paese varrebbe un voto e nessuno avrebbe diritto di veto. I programmi sarebbero gestiti da branche specializzate delle Nazioni Unite e da ONG accreditate, con una clausola vincolante di posti di lavoro locali – almeno l’80% – e una trasparenza integrale dei flussi finanziari, come in Svezia.

J.A.: Quel che lei propone è utopico almeno quanto quello che propongo io! Ci sono ancor meno possibilità di veder nascere questa coalizione che di avere norme giuridiche mondiali. Lei però ha posto un problema interessante: per avere norme giuridiche comuni occorre un nemico comune? La risposta è sì, è per questo che sono molto ottimista sul futuro dell’Europa. Man mano che gli americani abbandoneranno l’Europa, saremo costretti a essere uniti contro il terrorismo. L’umanità ha un nemico comune? Oggi sì: il COVID, cui non si potrà che rispondere in comune, perché non basterà la chiusura delle frontiere. Vaccini e medicinali saranno mondiali. Dirò di più, l’umanità ha un altro nemico comune: essa stessa! Deve combattere i propri demoni. La risposta può trovarla nell’altruismo, nel farsi carico degli altri, soprattutto delle generazioni future. Ebbene, il protezionismo è negazione dell’altruismo. E l’altruismo non può che essere planetario.

T.G.: È strumento regolativo indispensabile. Senza protezionismo, non abbiamo alcun mezzo per impedire l’appiattimento mondiale verso il basso - in particolare in campo sociale ed ecologico - causato dalla “mondializzazione sventurata”.

J.A.: Per questo sostengo che il protezionismo possa tuttavia essere uno strumento. Da tempo dico che le regole dell’OMC [Organizzazione Mondiale del Commercio] e le regole dell’OIT [Organisation Internationale du Travail, Organizzazione Internazionale del Lavoro, ndt] dovrebbero essere indissociabili. In altre parole, nessuno dovrebbe avere libero accesso commerciale se non applica le norme dell’ONU.

T.G: Lei quindi difende un embargo per tutti quei Paesi che non applicano le norme che derivano dai diritti sociali, ambientali e umani fondamentali, così come definite dalle Nazioni Unite.

J.A.: Sì e dall’OIT.

T.G.: Lo sottoscriverei assolutamente.

J.A.: Questo darebbe un senso al protezionismo planetario.

T.G.: Mi sembra molto più fattibile per una grande coalizione che per le Nazioni Unite.

Nonostante il suo lato negativo, la mondializzazione non ci ha forse portato grandi progressi: innalzamento della speranza di vita e del livello di vita, liberazione dalla miseria di milioni di persone, un certo numero di libertà e così via?

J.A.: Stiamo ancora mescolando le cose. Stiamo parlando di mondializzazione o di capitalismo? Quest’ultimo può essere denigrato e allora lo chiamiamo “capitalismo”. Ma se vogliamo essere più soft lo chiamiamo “economia di mercato”. Oggi però non abbiamo di meglio. Il socialismo di Stato ha fallito. L’economia di mercato è la ripartizione dei beni per mezzo del denaro. È una geniale gestione della scarsità. Ma è spaventoso se non compensiamo con altri meccanismi quanto il mercato non è in grado di fare. Per la giustizia sociale, per la protezione delle generazioni future e del resto dei viventi. È il ruolo della democrazia, che permette il trasferimento tra persone della stessa generazione e tra generazioni. Lei parla di persone che la mondializzazione ha ucciso, io parlerei di persone che il capitalismo ha ucciso. Ma dobbiamo parlare anche delle persone che il capitalismo ha salvato. Sono moltissime. La speranza di vita si è innalzata ovunque. In molti Paesi la fame è stata ridimensionata e così via. Certamente provocando molti disastri ecologici, sociali e umani.

T.G.: La mondializzazione, poiché è un mercato mondiale in assenza di normativa giuridica mondiale, ha conseguenze atroci: ecologiche, sanitarie, alimentari, nuove forme di schiavitù, e altro ancora. Il mio Livre noir ne svela il costo umano. L’argomento del “bilancio globalmente positivo” non funziona: quando un sistema arriva fare 11 milioni di morti di fame, mentre c’è nutrimento sufficiente per tutti, è evidentemente indifendibile, quali ne siano gli aspetti positivi.
A chi dubita della responsabilità della mondializzazione per questi milioni di morti, rispondo che bisogna essere coerenti: non si possono attribuire alla mondializzazione tutte le conseguenze positive dell’economia-mondo e al tempo stesso rifiutarsi di attribuirle le conseguenze negative. Non sto dicendo che lei lo affermi, ma è un argomento ricorrente.

J.A.: Perché ci sono anche milioni di vite!

T.G.: Ma i 400 milioni di morti fanno sì che questo sistema sia indifendibile.

J.A. Ne ha pronto un altro?

T.G.: Abbiamo la necessità di un altro sistema; i suoi libri, così come i miei, tracciano piste. Siamo in disaccordo su molti aspetti rilevanti, ma abbiamo anche punti di convergenza. Quanto al fatto che in passato siano esistiti sistemi peggiori della mondializzazione, non rende più accettabile il bilancio di 400 milioni di morti.

Thomas Guénolé, il titolo del suo libro evoca il Libro nero del comunismo, diretto da Stéphane Courtois. Possiamo davvero mettere sullo stesso piano le morti della mondializzazione, risultato indiretto di decisioni umane, e le morti del comunismo, causate da decisioni politiche, come i gulag o le grandi purghe?

T.G.: Il titolo del mio libro riecheggia effettivamente il Libro nero del comunismo perché la metodologia usata è simile: il fine è valutare il costo umano di un sistema. Si giudica un sistema dall’impatto e dalle conseguenze. Come il sistema abbia esattamente causato i morti – in modo attivo o passivo, per negligenza, per indifferenza, per stupidità, per conformismo o per assenza di empatia – non fa differenza per i morti e per chi li amava. esempio, pePerr i genitori di 57 milioni di bambini nati-morti a causa del sottosviluppo sanitario.

J.A.: Sono d’accordo: i decessi causati da decisioni implicite sono altrettanto insopportabili di quelli provocati da decisioni esplicite.

*
Le Livre noir de la mondialisation: 400 millions de morts
, Thomas Guénolé, Plon, 2020.

 

TORNA ALLA PAGINA DI ACCOGLIENZA

 

 

 

 

gcs - GCS - G.C.S. - Scot - SCOT - Giancarlo Scotuzzi detto Scot - Giornale di bordo - Giornaledibordo - Aldo Curdinovis - Padre Aldo Curdinovis - Nino Lutero - Padre Nino Lutero