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Gian Carlo Scotuzzi detto Scot
2 ottobre 2020
   
 
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DA LE MONDE

Robert Boyer: «La pandemia fa bene al capitalismo»

Intervista di Antoine Reverchon

traduzione di Rachele Marmetti

Lungi dal prevedere l’avvento di un “giorno dopo” ecologicamente e socialmente più giusto, l’economista, uno dei fondatori negli anni Settanta della Scuola della Regolazione, prevede uno scontro tra il capitalismo digitale e finanziario dei GAFA e i capitalismi di Stato.

Il 1° ottobre è uscito per le edizioni La Découverte l’ultimo lavoro dell’economista Robert Boyer, analista delle evoluzioni storiche divergenti dei capitalismi – preferisce usare il termine al plurale.  Les capitalismes à l’épreuve de la pandémie è un saggio che farà epoca: è la diagnosi dello shock che oggi scuote l’economia e delinea le possibili transizioni.

Reverchon:
Per descrivere la crisi che stiamo attraversando gli economisti parlano di «crisi senza precedenti», della «più grave recessione dal 1929», nonché di «terza crisi del secolo» dopo quella dei subprime del 2008 e dell’euro del 2010. Che ne pensa?

Boyer:
Non si possono applicare a nuove realtà termini ereditati da crisi precedenti. Si tratta, più che di un errore, di una colpa, perché dimostra come si speri di ricorrere a rimedi sperimentati, che saranno perciò inefficaci.
Il termine “recessione” si applica al momento in cui un ciclo economico, arrivato a un certo stadio, inverte la rotta per ragioni endogene, il che presuppone che la tappa successiva sarà automaticamente una ripresa – anch’essa innescata per ragioni endogene – che riporterà l’economia allo stadio anteriore. La crisi attuale non è una recessione, ma deriva dalla decisione delle istanze politiche di sospendere ogni attività economica non indispensabile alla lotta contro la pandemia e alla vita quotidiana.
L’insistenza a usare un vocabolario economico per designare una realtà politica è stupefacente. Si parla di “sostegno” alle attività, mentre si tratta piuttosto di un congelamento dell’economia. Il piano di “rilancio” è in realtà un programma d’indennizzo per le perdite subite dalle imprese, possibile grazie all’esplosione delle spese finanziarie e all’allentamento dell’obbligo di rifinanziamento da parte delle banche centrali. È una “cura palliativa” che avrà senso solo se epidemiologi, medici e biologi troveranno la soluzione alla crisi sanitaria. Ma questo non dipende né dai modelli né dalle politiche economiche.
L’arresto brutale e consapevole della produzione provoca, anche in ragione della durata, cambiamenti – non solo economici ma anche istituzionali, politici, sociologici, psicologici – tali da rendere impossibile un ritorno alla situazione antecedente. Un terzo della capacità produttiva si è rivelato non socialmente “indispensabile”. Alcuni settori sono sconvolti da una modificazione strutturale della modalità di consumo (turismo, trasporti, aeronautica, pubblicità, industria culturale…), come pure dall’interruzione della rete dei subappalti e dalla sparizione d’imprese in punti diversi della catena del valore.
Già ora l’abbattimento dei capitali e delle entrate è colossale. Occorre quindi prepararsi a un abbassamento rilevante del tenore di vita medio. E non si può nemmeno contare sulla repentina liberazione del risparmio bloccato durante il confinamento perché, con l’accumulo delle perdite e la conseguente trasformazione della cassa integrazione in disoccupazione, si muterà in risparmio di precauzione, e sarà liberato solo quando si riacquisterà fiducia.
L’arresto dell’economia ha danneggiato gli accomodamenti istituzionali, le regole che, senza che se ne abbia coscienza, garantiscono il coordinamento dei diversi settori: la sicurezza sanitaria, la fiducia nelle istituzioni pubbliche, la prevedibilità dei mercati, la complementarietà delle attività economiche, la sincronizzazione dei tempi sociali – scuola, trasporto, lavoro, tempo libero – la definizione delle responsabilità giuridiche…
La strategia economica guidata dall’idea che si tratti di recessione - e che per ritornare alla situazione precedente (la famosa ripresa a “V”) basti rimettere in funzione quel che resta dell’economia e rilanciare l’attività - è intrinsecamente destinata al fallimento. Il 2020 potrebbe passare alla storia non soltanto come l’anno d’uno shock economico dovuto a colossali perdite del PIL e all’impoverimento di settori importanti della società, ma anche come il momento in cui regimi socio-economici, incapaci di porre le condizioni per la propria riproduzione, hanno raggiunto il limite. Non ci sarà “uscita dalla crisi” finché la trasformazione strutturale dell’economia che ora abbiamo sotto gli occhi non avrà progredito a sufficienza.

Una trasformazione verso un’economia più rispettosa dell’ambiente, meno ineguale?

Nient’affatto, purtroppo! Non partecipo alla gara del “giorno dopo”, ove ogni specialista, con l’occhio puntato su questo o quest’altro difetto del sistema, propone di correggerlo: meno diseguaglianze attraverso il rialzo della fiscalità e della spesa pubblica, più ecologia attraverso una strategia affermata e coerente di protezione del clima e della biodiversità, più innovazione attraverso la “distruzione creatrice” delle attività obsolete, maggiore competitività attraverso l’abbassamento della contribuzione per il settore produttivo, e così via. Contrariamente al mito della tabula rasa creata da una situazione “senza precedenti”, la ricomposizione era già in atto. La pandemia non ha fatto che rafforzarla.

Ma allora di che trasformazione si tratta?

Il “congelamento” dell’economia ha accelerato il riversamento del valore dalle industrie in declino a un’economia di piattaforme in piena crescita. Per rendere l’idea: si passa dall’ingegnere aeronautico al fattorino di Amazon. L’economia di piattaforme offre pochissimo valore aggiunto, un mediocre livello di qualificazione alla maggior parte di chi vi lavora e genera bassissimi incrementi di produttività. A lungo ho pensato che queste caratteristiche sarebbero sfociate in una crisi strutturale del capitalismo; oggi riconosco di essermi sbagliato.
I protagonisti di questa economia di piattaforme, i GAFA (Google, Apple, Facebook, Amazon), attirano le rendite del capitalismo finanziario molto più dell’investimento “verde”, mettendolo al riparo dagli errori che lo portarono al tracollo delle start-up del digitale nel 2000 e al crack immobiliare del 2008. Mentre gli ecologisti vogliono vietare i pini per l’albero di Natale, i GAFA investono nel futuro. In poche parole: il capitalismo non è affatto in crisi: al contrario, esce dalla pandemia considerevolmente rafforzato.
Però l’economia di piattaforme rafforza le ineguaglianze economiche. Le start-up innovative, le industrie e i servizi tradizionali soffriranno considerevolmente. Le piattaforme offrono remunerazioni mediocri a chi lavora per loro, eccezion fatta per i dipendenti - molto pochi - e, naturalmente, per gli azionisti. I GAFA non si preoccupano né della produzione né del miglioramento né del livello qualitativo: agiscono da predatori sul mercato delle competenze su scala transnazionale. La pandemia, il confinamento e le misure di sostegno all’economia hanno solo rafforzato fenomeni come l’incremento della sottoccupazione, la diminuzione del reddito dei lavoratori meno qualificati, l’allargamento del fossato informatico sia tra imprese sia tra individui, nonché l’ineguaglianza dell’accesso all’educazione.
I perdenti di quest’economia – e sono molti – sono indotti a rivolgersi agli Stati, i soli in grado di proteggerli dalla miseria e dal declassamento sociale, di fronte all’onnipotenza delle società transnazionali del digitale e della finanza; Stati che la “magia” della pandemia riabilita nelle loro funzioni sovrane e regolatrici. La potenza dei GAFA produce quindi una controspinta dialettica: l’impulso dei differenti capitalismi di Stato, pronti a difendere le proprie prerogative – nonché le proprie imprese – dentro i confini nazionali. Il modello più avanzato oggi è la Cina.
La crescente concorrenza tra queste due forme di capitalismo è un fattore di destabilizzazione delle relazioni internazionali, come dimostra la rivalità tra Cina e Stati Uniti, che la crisi del Covid-19 ha esacerbato e il cui esito oggi è imprevedibile.
Il consolidamento dei poteri economici in poteri politici - imperiali o nazionali - potrebbe mandare in frantumi i tentativi di gestione multilaterale delle relazioni internazionali, proprio ora che la pandemia dimostra ancora una volta la necessità di una gestione a livello mondiale, per esempio dei problemi sanitari. L’ascesa di quelli che chiamiamo “populismi” può fare abortire i progetti di coordinamento regionale, come quelli dell’Unione Europea, a vantaggio di un’esplosione di Stati sovrani, bramosi di «riprendere il controllo», come proclama Boris Johnson, in ciò aiutato da tutta la panoplia degli strumenti digitali. Si potrebbe dover “scegliere”, oserei dire, tra un potere digitale esercitato da multinazionali e un potere digitale esercitato da Stati sovrani rivali.
Ma anche in questo caso, come dimostra l’incertezza dell’esito delle elezioni americane del 3 novembre, la storia non è ancora scritta. Coalizioni politiche potrebbero ottenere lo smantellamento dei GAFA - come accadde alla fine del XIX secolo negli Stati Uniti con le ferrovie e il petrolio - oppure il regime cinese potrebbe essere contestato da una repentina rivolta sociale.
La contingenza degli accadimenti dovrebbe quindi spronare economisti e politologi a diffidare di previsioni, elaborate a partire da modelli teorici cui la realtà storica dovrebbe avere il buon gusto di piegarsi… cosa che raramente succede. In cinquant’anni di pratica della teoria della regolazione ho imparato che bisogna sempre alimentare l’analisi con le nuove contingenti combinazioni istituzionali e politiche, create dal cammino della storia. Come diceva Keynes [1883-1946] «gli economisti ora sono al volante della società, mentre dovrebbero stare sul sedile posteriore».

Del resto lei è estremamente critico nei confronti della sua professione come pure delle élite politiche e tecnocratiche, in generale, e della gestione della crisi attuale in particolare.

Non sbaglia… Farei un unico esempio, nient’affatto casuale: l’economia della sanità. Per i macroeconomisti, il sistema sanitario rappresenta un costo che pesa sulla “ricchezza nazionale”, quindi deve essere ridotto; i politici si sono accodati. Sono vent’anni che i ministri dell’Economia puntano lo sguardo sullo spread, ossia lo scarto tra i prestiti di Stato delle diverse nazioni. L’obiettivo è che l’economia nazionale invogli il capitale a investire nel Paese invece che altrove. Non è sbagliato di per sé, ma se n’è tratta la conclusione che [per attirare capitali] occorre limitare la spesa pubblica per sanità, educazione, impianti…
Le parole hanno un peso: gli economisti nonché i politici chiedono di finanziare questi “oneri” con “prelievi obbligatori”, mentre questi ultimi dovrebbero essere la contropartita di servizi resi alla collettività. È una mentalità che priva amministrazioni e politici di buoni strumenti di valutazione. È una visione che ha comportato l’applicazione agli ospedali della gestione per attività [gestione dell’impresa attraverso il controllo delle attività e dei processi, ndt], che ha generato incredibili sperperi rispetto a quello che dovrebbe essere l’indicatore di una buona politica sanitaria – gli anni di vita in buona salute – e alla buona gestione, che dovrebbe consentire il coordinamento efficace delle équipe sanitarie.
Con la pandemia abbiamo assistito a un bell’esempio di come una contingenza – l’irruzione di un virus – possa rovesciare una mentalità. Prima la finanza era la cornice dell’azione pubblica, anche in ambito sanitario, oggi è la situazione sanitaria del Paese che determina il livello di attività economica; la finanza nel frattempo attende come un messia il vaccino o una cura per decidere dove investire i miliardi di liquidità. La scelta di privilegiare la vita umana ha rovesciato la tradizionale gerarchia delle temporalità, istituita dai programmi di liberalizzazione a spese del sistema sanitario, e ha generato una serie di aggiustamenti nella sfera economica: panico delle borse, crollo del prezzo del petrolio, arresto del credito bancario e degli investimenti, abbandono dell’ortodossia budgetaria, e così via.
La crisi ha quindi svelato, come una radiografia, il ruolo veritiero di un’istituzione, la sanità pubblica, il cui funzionamento era sottostimato dall’ideologia sottesa alla teoria economica di riferimento. Quest’ultima infatti prevede che la sanità incrementi i ricavi grazie alle innovazioni tecnologiche. Ebbene, la sanità è l’unico settore dove il progresso tecnico fa lievitare i costi, perché, anche se il costo unitario di una cura diminuisce, il costo globale aumenta, dato che bisogna assicurare a tutti l’accesso alla cura e che ci sono sempre nuove malattie da combattere. È perciò un errore di fondo voler “abbassare il costo della salute”. Non lo vogliono né l’opinione pubblica né gli operatori del settore; lo vogliono soltanto gli economisti, col sostegno finora dei politici.
La pandemia ha anche avuto ragione di un dogma fondamentale della teoria economica: il mercato, meglio che il potere pubblico, avrebbe la capacità di riportare in equilibrio i costi in modo “naturale”, perché sarebbe in grado di diffondere e sintetizzare le informazioni disseminate nella società e organizzare così le anticipazioni degli attori economici, in vista dell’efficace collocamento del capitale.
Ebbene, con la pandemia siamo passati da un’economia del rischio a un’economia di radicale incertezza, sul modello stesso dell’epidemiologia. La gestione dell’epidemia consiste infatti nella gestione dell’incertezza, che tiene conto delle nuove informazioni, immediatamente elaborate in modelli probabilistici… a loro volta messi in discussione dall’apparizione di nuovi dati.
Inizialmente i governi si sono trovati a dover affrontare un dilemma: scegliere tra la vita umana e l’attività economica. Di fronte al rischio di milioni di morti, calcolati sul modello di epidemie del passato, la scelta è stata rapida: si salvano le vite e si tralascia il resto. Si è poi creduto che il momento di far cessare il confinamento potesse essere stabilito con un semplice calcolo: il momento in cui il costo economico, in aumento, diventava superiore al valore delle vite umane da salvare.
I governi hanno creduto di potersi appoggiare agli scienziati per fare accettare queste scelte in quanto certezze. Ma la gestione dell’epidemia pone, come dimostra la storia, problemi che vanno oltre le conoscenze scientifiche del momento: ogni virus è nuovo, presenta caratteristiche inedite che si possono scoprire soltanto mentre si diffonde e che demoliscono i modelli ereditati dal passato. E allora: come decidere oggi, quando si ha solo la certezza di non sapere ancora quello che si saprà domani? Ne risulta un mimetismo generale: meglio sbagliarsi tutti insieme che avere ragione da soli.
Appoggiarsi sulle “certezze” della scienza significa confondere lo stato della conoscenza esposta nei manuali con la scienza in divenire. Ed è così che l’incertezza intrinseca della scienza epidemiologica ha fatto perdere alla gente fiducia nei politici. L’oscillare tra ingiunzioni contraddittorie – per esempio su mascherine e accesso ai test – non può che destabilizzare la capacità di chi deve agire, di anticipare quel che potrà accadere. I governi sono ora di fronte a un trilemma: alla tutela della salute e al sostegno all’economia s’è aggiunto il rischio di attentare alla libertà personale, temuto da un’opinione pubblica diffidente.
Lo Stato, come il mercato, è in grado di gestire i rischi, ma è posto di fronte alla sfida dell’incertezza radicale. Anche i finanzieri detestano i “cigni neri”, quegli accadimenti estremi che si discostano dalle distribuzioni statistiche, su cui si basa la valorizzazione dei loro strumenti, e che paralizzano la capacità previsionale, dunque le decisioni d’investimento. E gli epidemiologi, come i meteorologi, non possono che promettere la moltiplicazione di simili eventi…

Nel suo libro non ci sono solo scenari foschi. Dice anche che la pandemia ha fatto emergere istituzioni e bisogni fino a oggi “nascosti” dalle ideologie economico-tecnocratiche, come la salute…

Viaggio molto in Giappone, dove l’assenza di crescita da oltre vent’anni - nonostante i ripetuti “piani di rilancio” - è considerata dai macro-economisti un’anomalia. E se invece il Giappone stesse esplorando un modello economico per il XXI secolo, dove i dividenti dell’innovazione tecnologica non sono messi al servizio della crescita, bensì del benessere d’una popolazione che invecchia? Dopotutto, quali sono i bisogni essenziali dei Paesi sviluppati? L’accesso a un’educazione di qualità garantito a tutti in età scolare, una vita in buona salute per gli adulti, compresi i più anziani, e infine la cultura, condizione per una vita in società: non siamo esseri biologici che devono soltanto nutrirsi, vestirsi e avere un luogo dove abitare. Dobbiamo essere capaci di creare un modello di produzione dell’umano attraverso l’umano. È quel che nel libro chiamo un’economia «antropogenetica».
È un modello già all’opera, ma che passa inosservato. Negli Stati Uniti non c’è stata riduzione della spesa sanitaria dal 1930: la sanità è il primo settore dell’economia, viene molto prima dell’industria automobilistica, digitale e così via. I settori nell’educazione, della sanità e del tempo libero assorbono la parte più importante di manodopera, e sono in costante espansione. I posti di lavoro nell’industria e, in quest’ultimo decennio, nella finanza continuano a decrescere. Perché dovremmo trovare “naturale” rinnovare continuamente la nostra automobile e il nostro smartphone, non invece il nostro accesso all’educazione, alle cure sanitarie, al divertimento e alla cultura? Le innovazioni in questi settori sono al cuore della vita sociale e del suo miglioramento, ben più delle tecnologie del digitale.
La crisi del Covid-19, facendoci prendere coscienza della fragilità della vita umana, potrebbe cambiare le nostre priorità: perché accumulare capitale? Perché consumare sempre più oggetti che devono essere in continuazione rinnovati? Perché, come scrisse Keynes in Prospettive economiche per i nostri nipoti (1930), in una società dove la povertà è stata sconfitta la prospettiva d’una vita in buona salute, aperta alla cultura e allo sviluppo di talenti non dovrebbe essere seducente e realizzabile? Stiamo appena cominciando ad acquisire la consapevolezza che «le spese di produzione dell’umano» sono diventate la parte più importante delle economie sviluppate; il Covid-19 ha imposto allo Stato la priorità della protezione della vita e l’ha costretto a investirvi, avviando di fatto una “biopolitica”: un obbligo oggi, ma una scelta domani.
Ma, per fare dello stato di cose attuale un progetto, occorrerebbero una coalizione politica e istituzioni nuove. Sfortunatamente potrebbe accadere che altre coalizioni – al servizio di una società del controllo, incarnata dal capitalismo di piattaforma o da capitalismi di Stati sovrani – abbiano la meglio. Lo dirà la storia.

Robert Boyer, nato il 25 marzo 1943 a Nizza, vive a Parigi. È direttore di studi all’École des Hautes Études en Sciences Sociales (EHESS).

robertboyer.org

 

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