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Gian Carlo Scotuzzi detto Scot
12 ottobre 2020
   
 
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DA JUNGE WELT

LA BOLIVIA ALLE ELEZIONI

Lotta per il futuro

La sinistra potrebbe vincere. Ma incombe il golpe della destra a stelle e strisce.

di Volker Hermsdorf

traduzione di Federica Bondioni

Le elezioni parlamentari e presidenziali di domenica possono decidere una svolta epocale. Come ha spiegato sabato su Twitter il presidente di sinistra Evo Morales – rovesciato a novembre scorso – oltre sette milioni di aventi diritto al voto dovranno scegliere tra lo stato sociale e la democrazia da un lato e la ricaduta nel neoliberalismo e la dittatura dall’altro.
Da che parte stiano i rappresentati del regime golpista lo si è capito venerdì, allorché hanno onorato gli assassini del rivoluzionario Ernesto Che Guevara, ucciso 53 anni fa su ordine della CIA.
«La lezione che abbiamo trasmesso al mondo con la morte di Che Guevara è che la dittatura comunista non ha alcuna possibilità in Bolivia», ha detto l’autoproclamata presidente ad interim Jeanine Áñez a una cerimonia per i militari nel dipartimento di Santa Cruz.
Il 9 ottobre 1967 spararono a Guevara qui, nel villaggio di La Higuera. Il virtuale ministro della Difesa, Luis Fernando López, alla manifestazione ha definito Morales un «nemico del proprio Paese», poiché, con la sua ammirazione per Che Guevara, avrebbe provato a «distorcere la storia della nostra vittoria» e a scambiare «l’orgoglio per la vergogna».
Il plauso ai sicari della CIA, ostentato alla vigilia delle elezioni, è un ulteriore indizio che la destra non è pronta a rinunciare pacificamente al potere. Áñez aveva ripetutamente invitato i propri elettori a impedire un «ritorno dei selvaggi» al governo. Un auspicio che domenica le urne potrebbero smentire, visto che Luis Arce, ex ministro dell’Economia e attuale candidato di punta del Movimento per il Socialismo (MAS, Movimiento al Socialismo), è molto più avanti in tutti i sondaggi dei suoi più promettenti concorrenti, cioè l’ex presidente conservatore Carlos Mesa della Comunidad Ciudadana e il milionario clerico-fascista Luis Camacho, dell’alleanza Creemos.
Invece di controbattere con argomenti alle accuse mosse da Arce, il regime replica con insinuazioni e con una denuncia giudiziaria per presunto “arricchimento indebito”. L’emittente televisiva latinoamericana Telesur ha riferito che il leader del MAS ha intenzione di presentare a sua volta una controdenuncia a carico di coloro che vogliono screditarlo con false accuse. Anche se lunedì scorso la Corte Costituzionale ha respinto una mozione presentata dai politici di destra alla Corte Suprema Elettorale (TSE) per vietare ai MAS di partecipare alle elezioni, la sinistra teme che nuovi colpi di mano la privino della vittoria, come un anno fa.
Innanzitutto Morales paventa anche stavolta l’intromissione dell’OAS, l’Organizzazione degli Stati Sudamericani, dominata dagli USA, con conseguente colpo di Stato.  L’ex presidente mercoledì ha accusato il regime di aver speso, da gennaio, 15,2 milioni di dollari in nuove armi per la polizia, mentre il Paese soffre la pandemia e la severa crisi economica. È una cifra 18 volte superiore agli 850 mila dollari spesi nel 2019. I rappresentanti del governo di Áñez hanno giustificato l’acquisto di armi con la «necessità di difendere la democrazia». Rafael Quispe, responsabile del collegamento con i movimenti sociali nel governo golpista, mercoledì è stato esplicito: «Se dobbiamo dare la vita perché il MAS non torni, io lo farò», come ne riferisce l’agenzia stampa cubana Prensa Latina.
Le dichiarazioni dei rappresentanti del regime s’intonano con le notizie degli ultimi giorni secondo le quali i paramilitari di estrema destra, che hanno collegamenti con la polizia e l’esercito, stanno pianificando, in caso di sconfitta elettorale, attacchi terroristici contro i propri sostenitori ma da imputare al MAS. L’obiettivo è quello solito delle operazioni sotto falsa bandiera: suscitare un clima favorevole a un nuovo golpe contro un legittimo governo di sinistra. Sabato il viceministro della Sicurezza pubblica, Wilson Santamaría, ha annunciato all’agenzia di stampa statale ABI che, all’indomani delle elezioni presidenziali, «sarà proibito ogni tipo di protesta». Per far rispettare il divieto il governo mobiliterà la polizia e le forze armate.

 

Retroscena: il golpe contro Morales

Con le elezioni parlamentari e presidenziali del 20 ottobre 2019 il MAS, al governo dal 2006, raggiunse la maggioranza in entrambe le camere del parlamento. Il candidato di punta, Evo Morales, dopo lo spoglio dei voti era in testa con il 47,1% dei voti, davanti allo sfidante di destra; Carlos Mesa, di Comunidad Ciudadana, fermo al 36,5%. Con un divario di oltre dieci punti il primo presidente indigeno del Paese venne rieletto capo di Stato e di governo al primo turno. 
Ma i partiti di destra avevano già dichiarato prima delle elezioni che non avrebbero accettato la loro sconfitta. Poco dopo l’inizio del conteggio dei voti, Mesa aveva già affermato: «Possiamo dire con assoluta certezza che andremo al secondo turno». Allo stesso tempo, vale a dire durante lo spoglio, i rappresentanti di destra avevano invitato i loro sostenitori a «ribellarsi» e ad «agire per le strade». I membri dell’opposizione a Morales organizzarono violenti disordini in diverse città. I dimostranti scandirono lo slogan «morte a Evo», incendiarono urne nonché locali dello spoglio elettorale, attaccarono un centro elaborazione dati e distrussero sedi del MAS.
La teppaglia fascista ricevette in seguito il sostegno dell’OAS, cioè di Washington. Gli osservatori elettorali dell’OAS accusarono le sinistre di brogli elettorali, così creando il pretesto al colpo di Stato, che scattò tre settimane dopo le elezioni.
In seguito le accuse dell’OAS furono smentite da numerose indagini, ma ormai i falsi rapporti sui pretesi brogli avevano raggiunto il loro compito: avevano «contribuito a rovesciare un presidente», come confermò persino il quotidiano statunitense New York Times del 7 giugno.  
Finché i  rappresentanti dell’opposizione hanno minacciato la guerra civile e settori delle forze armate si sono opposti al presidente legittimo: a questo punto, il 10 novembre, Morales è stato costretto a dimettersi. Due giorni dopo essere stato democraticamente eletto, il presidente ha dovuto fuggire in esilio. Prima in Messico, poi in Argentina. Ha accusato i reparti dissidenti delle forze armate «di essere insorti contro un presidente che rappresenta il popolo comune e di sostenere invece un colpo di Stato da parte di politici neoliberali che hanno nelle loro mani il potere economico».
Mentre il regime golpista cercava di affermare il proprio potere con il terrore, il presidente statunitense Donald Trump ha celebrato la caduta di Morales, in una dichiarazione dell’11 novembre 2019, come un «momento significativo per la democrazia» in America Latina. Il leader della Casa Bianca ha descritto il golpe come un «forte segnale per i regimi illegittimi del Venezuela e del Nicaragua».

 

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