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Gian Carlo Scotuzzi detto Scot
10 novembre 2020
     
 
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da
der Freitag
n. 45/2020

 

GERMANIA: DOPO IL BOOM DELLA MIGRAZIONE DALL’EST ALL’OVEST

Il nuovo confine è tra città e campagna

Si parla molto della partenza delle donne dai territori dell’ex Repubblica Democratica a quelli dell’ex Repubblica Federale. Julia Gabler * indaga sulle donne che invece desiderano restare all’Est.

intervista di Helke Ellersiek

traduzione di Federica Bondioni

Der Freitag:
Signora Gabler, a 30 anni dalla riunificazione non si è riusciti a tamponare l’emorragia dall’ex Germania dell’Est di giovani donne qualificate. Cosa è successo dal 1990?

Julia Gabler:
Le destinazioni migratorie sono cambiate. Il confine non è più Est-Ovest, bensì città-campagna. Chi parte non va più necessariamente a Monaco, ma anche nelle grandi città dell’Est come Jena, Lipsia o Dresda. Quindi il problema oggi, qui come in ogni altro luogo, è l’esodo rurale. E ovviamente la mancanza d’immigrazione.

Chi se ne va più spesso?

Nel nostro studio Chi viene, chi va, chi resta? non siamo riusciti a stabilire chiari risultati di genere tra diplomati e studenti universitari. I giovani, soprattutto quelli nati dopo il calo delle nascite negli anni Novanta, non hanno gruppi di coetanei nelle zone rurali, mentre li trovano nelle città. La differenza di genere è più evidente tra i diplomati delle scuole superiori, tra cui le giovani donne vogliono andarsene tre volte più spesso degli uomini. 

Da cosa dipende?

Un problema risiede nella struttura dell’offerta formativa. Ci sono molti corsi di formazione professionale tecnica e anche le università rurali sono spesso dominate da discipline tecniche e scientifiche. Benché la situazione sia cambiata significativamente negli ultimi anni, perdura in molti luoghi la concezione tradizionale che vuole assegnare le occupazioni tecniche principalmente agli uomini, mentre le donne tendono a occupazioni sociali. L’ex Germania dell’Est invecchia e dunque esprime una forte domanda di professioni assistenziali. Ma è un settore dove le opportunità di qualifica e i posti di lavoro non sembrano attrarre le giovani donne. Negli ultimi anni l’offerta formativa va cambiando, ma troppo lentamente.

E le donne già qualificate?

Le donne che hanno completato la formazione o gli studi ambiscono a un lavoro migliore e a maggior riconoscimento. Le donne in posizioni di alta responsabilità in strutture aziendali lamentano una cultura patriarcale con poca propensione al cambiamento, dove non possono affermare la loro competenza.

Eppure l’ex Germania Est ha sempre avuto la reputazione di essere piuttosto progressista in tema di emancipazione…

La marginalizzazione delle donne sul posto di lavoro non è una faccenda limitata all’ex Germania Est. In Stiria, per esempio, si riscontra lo stesso fenomeno. Non sono solo i capi delle aziende locali, può anche essere il capo della Camera di commercio della metropoli più vicina a chiedersi: Perché dovrei sostenere le donne imprenditrici?
Logico che queste si organizzano spesso di propria iniziativa, fondando reti autonome. Anche perché i gruppi d’interesse locali sono spesso dominati dagli uomini.

Ciononostante le iniziative di ritorno stanno godendo di grande popolarità: attirano la gente in campagna. Non è un buon segno?

Sì, lo è. Ma non bisogna farsi ingannare: sebbene le iniziative di ritorno siano spesso presentate in pubblico da donne, sono gli uomini a rimpatriare più spesso. E per quanto riguarda le donne che fanno ritorno, bisogna constatare un dettaglio: finché le donne sono assenti, vengono desiderate, ma poi, quando ci sono e vogliono realizzarsi in qualcosa, fors’anche esprimere una critica, molte hanno la sensazione di sbattere contro un muro. 

Cosa dovrebbe cambiare per farle tornare?

Un passo per volta: cosa dovremmo fare per far sì che le donne rimangano? Cosa possiamo offrire loro? È irritante costatare come questo dibattito venga ignorato. Quando mi sono trasferita in Lusazia, conoscevo bene lo stereotipo secondo cui dopo la caduta del Muro le donne se ne sono andate, mentre gli uomini non qualificati sono rimasti indietro.  

Ma?

A Görlitz ho notato che ci sono donne impegnate e molto preparate. Non sono numerose, in compenso sono eccezionalmente brave. Ho trovato interessante la motivazione che le ha spinte all’immigrazione di ritorno o addirittura a non emigrare mai.

Non volevano o non potevano andarsene?

Spesso la migrazione è interpretata come una reazione alla mancanza di sviluppo, il rimanere come un atteggiamento passivo. Ma anche il restare può implicare essere attiva, non una resa automatica o una mancata partenza. È innanzitutto un processo: molti possono immaginare di trasferirsi di nuovo altrove, ma rimarrebbero volentieri se potessero svolgere un ruolo nello sviluppo della regione. Le donne non aspettano vengano loro offerte delle opportunità, si attivano indipendentemente. Molte fondano associazioni. Le donne sono incredibilmente agili nel trovare contatti e nel coinvolgere alleati per placare le loro preoccupazioni.

Quali sono queste preoccupazioni?

C’è un gran bisogno di migliori opportunità di aggiornamento. Molte desiderano maggiore influenza da parte delle università e maggior sostegno da parte delle imprese. Oltre all’ovvio fatto che mancano buone opportunità di lavoro. La mobilità è una questione importante per le donne, cruciale per la partecipazione sociale e la ricerca del lavoro o di un posto di formazione. Sia chiaro, non si tratta di costruire metropoli fuori dai paesini. Il parlare di “uniformare le condizioni di vita” è solo polvere negli occhi.

Che cosa intende dire?

L’obiettivo non può essere emulare le grandi città. La campagna ha vantaggi che molti sanno apprezzare. Si pensi, esempio banale, ai bambini che quando escono da scuola non sono esposti al traffico cittadino. Non è un’offerta travolgente, piuttosto orientata alle necessità. Abbiamo bisogno di un negozio bio di prossimità? Che c’è di meglio del fare la spesa direttamente dal contadino?

Ci sono tuttavia dei problemi con le infrastrutture in campagna.

Certo. Non è una gara a chi offre più mirabilia per attirare gente. Ci sono città in Lusazia che hanno investito molti dei loro profitti industriali, per esempio dell’industria di carbone, in infrastrutture. Si potrebbe dire che hanno tutto: strade adeguate, linee di autobus, banche…

Allora cosa manca?

È quanto si chiedono anche i sindaci: Che fare con le donne? Io rispondo provocatoriamente: Beh, visto che queste donne s’incontrano regolarmente, perché non va a bere un caffè con loro? Chiedete loro cosa fanno e di cosa hanno bisogno. È sempre stato importante per noi non essere scambiate per un opuscolo di raccomandazioni, ma sentirci chiedere: Come sono andate le cose sinora? Cosa funziona e cosa no? L’immagine che tutto sta andando male la trovo piuttosto tipica di questa regione.

Le regioni rurali della Germania orientale mancano di fiducia in se stesse?

Il fatto che le persone se ne vadano dai tempi della riunificazione è come una sorta di trauma. Quando io ho cambiato lavoro hanno dato tutti per scontato che me ne sarei andata di nuovo. Mi sono meravigliata: avrei sempre potuto fare la pendolare. Ma l’emigrazione è vista come un’attrazione così imbattibile che le alternative sembrano impensabili. Sempre quello sguardo che sembra significare: Non è abbastanza quello che c’è qui? Quelli che restano non contano?
È un atteggiamento che crea una bolla di sconforto che rende sempre più difficile l’agire.

Tuttavia c’è troppa poca gente che viene.

Non bisogna però lasciarsi sfuggire chi arriva. Quando a Görlitz ho chiesto quale fosse il rapporto tra i nuovi arrivati e gli studenti locali hanno risposto: «Oh, l’80% delle persone sono della regione, siamo tutti dei dintorni». Poi abbiamo guardato i numeri e stabilito che solo il 40% è della regione, il resto vi si è trasferito. Vedono ovviamente l’università come un punto d’attrazione. Non ci si accorge più della migrazione interna.

Al nocciolo: cosa deve cambiare?

Dobbiamo sviluppare delle strategie per rendere le donne più visibili a coloro che prendono le decisioni. Nella nostra esperienza, quando le persone sono isolate le une dalle altre pervengono a risultati contradditori. Ma se si aprono degli spazi di dibattito ove si scambiare idee, il potenziale organizzativo diventa evidente.

Hanno creato una piattaforma proprio a questo scopo: D come forza, cioè Donne come Forza [in tedesco: F(rauen) wie Kraft, ndt].

Per noi era importante non andare nei paesi con un atteggiamento femminista urbano e dire: Siamo venute a organizzare un corso di danza. Si tratta di partecipare attivamente al cambiamento – un cambiamento strutturale che sia compatibile con il genere e le piccole città. Questi sono i temi su cui le donne dovrebbero essere ascoltate. Invece di piangere le persone che si sono allontanate, dobbiamo finalmente ascoltare quelle che sono rimaste.

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Julia Gabler è ricercatrice presso l’Institut für transformative Nachhaltigkeitsforschung Potsdam (Istituto per la ricerca sulla sostenibilità di Potsdam). Vive a Görlitz e conduce ricerche sulle possibilità offerte alle donne qualificate nella Sassonia orientale e sui cambiamenti strutturali in Lusazia.

ORIGINALE
https://www.freitag.de/autoren/helkonie/stadt-land-ist-die-trennlinie

 

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