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Gian Carlo Scotuzzi detto Scot
10 gennaio 2021
 
da Le Monde datato 11 gennaio 2021
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CAMPIDOGLIO VIOLATO

La caduta dell’idolo statunitense

di Thomas Piketty *

traduzione di Rachele Marmetti

Dopo l’invasione del Campidoglio, il mondo si chiede sbalordito come il Paese che per tanto tempo si è presentato come il leader del mondo “libero” abbia potuto cadere tanto in basso. Per capire l’accaduto è urgente uscire dalla mitologia e dall’idolatria per tornare alla Storia.
In realtà la repubblica statunitense è attraversata sin dalla nascita da fragilità, violenze e diseguaglianze considerevoli.
Emblema del Sud schiavista durante la guerra civile del 1861-1865, la bandiera confederata, brandita pochi giorni fa dai rivoltosi nel cuore del parlamento federale, non era lì per caso. È un simbolo che rinvia a pesantissimi conflitti che devono essere guardati in faccia. Lo schiavismo ha svolto un ruolo centrale nello sviluppo degli Stati Uniti, come, del resto, dell’insieme del capitalismo industriale occidentale. Dei 15 presidenti che si sono succeduti prima dell’elezione nel 1860 di Lincoln, ben 12 erano proprietari di schiavi, compresi Washington e Jefferson, entrambi nativi della Virginia, che nel 1790 contava 750 mila abitanti (di cui il 40% schiavi), tanti quanto la somma dei due Stati nordisti più popolosi, la Pennsylvania e il Massachusetts. 
Dopo la rivolta del 1791 di Santo Domingo – gioiello coloniale francese e all’epoca la più grande concentrazione mondiale di schiavi – il Sud degli Stati Uniti diventa il cuore mondiale dell’economia delle piantagioni e conosce un rapido sviluppo. Tra il 1800 e il 1860 il numero di schiavi è quadruplicato, mentre la produzione di cotone è decuplicata e alimenta l’industria tessile europea. Ma il Nordest, e soprattutto il Midwest (donde proviene Lincoln), si sviluppano ancor più rapidamente. Questi due agglomerati poggiano su un modello economico diverso, fondato sulla colonizzazione dei territori dell’Ovest e sul lavoro libero, e vogliono bloccare l’espansione dello schiavismo nei nuovi territori occupati.

Il grande rovesciamento di alleanze

Dopo la vittoria del 1860, il repubblicano Lincoln è pronto a negoziare una fine pacifica e graduale dello schiavismo, con indennizzo dei proprietari di schiavi, come accadde con le abolizioni britannica e francese, rispettivamente nel 1833 e nel 1848. Per preservare il proprio mondo, i sudisti però preferiscono tentare la carta della secessione, come faranno nel XX secolo parte dei coloni bianchi del Sudafrica e dell’Algeria. I nordisti si oppongono e nel 1861 la guerra comincia. Quattro anni dopo, e dopo 600 mila morti (quanti quelli di tutti gli altri conflitti cui il Paese ha partecipato, comprese le due guerre mondiali, la guerra di Corea, il Vietnam e l’Iraq), a maggio 1865 il conflitto si conclude con la resa dell’esercito dei confederati. Ma i nordisti non ritengono i neri pronti a diventare cittadini, tantomeno proprietari, e consentono ai bianchi di riprendere il controllo del Sud per imporvi un rigido sistema di segregazione razziale, che consentirà loro di mantenere il potere ancora per un secolo, fino al 1965.
Nel frattempo gli Stati Uniti diventano la prima potenza militare mondiale e sono capaci di mettere fine al ciclo autodistruttivo, nazionalista e genocida, che dal 1914 al 1945 oppone fra loro le potenze coloniali europee. I democratici, che erano il partito dello schiavismo, diventano il partito del New Deal. Spinti dalla concorrenza comunista e dalla mobilitazione afroamericana, concedono i diritti civili ai neri, senza tuttavia risarcirli.
Ma dal 1968 il repubblicano Nixon recupera il voto bianco sudista, denunciando le elargizioni sociali che i democratici concederebbero ai neri per clientelismo (un po’ come la destra francese sospetta di islamo-sinistrismo la sinistra perché parla di discriminazioni contro i mussulmani). Ha così inizio un grande rovesciamento di alleanze, amplificato nel 1980 da Reagan e nel 2016 da Trump. Dal 1964, in tutte le elezioni presidenziali i repubblicani sono stati votati dalla netta maggioranza dei bianchi, mentre i democratici hanno raccolto il 90% del voto dei neri e il 60-70% di quello dei latini. La percentuale dei bianchi nell’elettorato ha continuato però a ridursi: è passata dall’89% del 1972 al 70% del 2016 e al 67% del 2020 (contro il 12% dei neri e il 21% dei latini e altre minoranze), fatto che ha alimentato l’inasprimento dei trumpisti del Campidoglio e minaccia di far precipitare la repubblica statunitense in un conflitto etnico-razziale senz’uscita.
Che conclusione trarne? Secondo una lettura pessimista, sostenuta da buona parte dei gruppi più istruiti, che votano ormai per i democratici (il che permette ai repubblicani di presentarsi come contrari alle élite, sebbene, incapaci di sedurre l’élite intellettuale, radunino ancora buona parte dell’élite degli affari), gli elettori repubblicani sarebbero «deplorevoli» e irrecuperabili. Le amministrazioni democratiche avrebbero fatto tutto il possibile per migliorare le condizioni dei più svantaggiati, ma, accecate dal razzismo e dall’astio, le classi popolari bianche non se ne accorgono.
Ma questa visione lascia poco spazio a una soluzione democratica.
Propongo un approccio più ottimista sulla natura umana. Per secoli, i contatti fra persone di differenti origini etnico-razziali sono passati attraverso l’intermediazione di dominazioni militari e coloniali. Il fatto che da pochi anni tutti coabitino nelle stesse comunità politiche costituisce un importante progresso di civiltà. Ma questa coabitazione continua a far nascere pregiudizi e prevaricazioni, che possono essere sconfitti solo da maggior democrazia e uguaglianza. Se i democratici vogliono riconquistare il voto popolare, quale ne sia la provenienza, dovranno fare molto di più sul piano della giustizia sociale e della redistribuzione della ricchezza. La strada sarà lunga e ardua. Ragione in più per imboccarla subito.

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Direttore di studi all’Ecole des hautes études en sciences sociales e docente all’Ecole d’économie di Parigi.

 

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