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Gian Carlo Scotuzzi detto Scot
11 luglio 2022
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DA LE MONDE

L’odissea della chirurgia estetica

Da studio medico a fenomeno sociale: descritta dal 600 p.e.v., viluppatasi dopo la prima guerra mondiale, la chirurgia estetica si è molto perfezionata. È pieno boom da parecchi anni e la pandemia l’ha accelerato.

di Stéphanie Chayet
corrispondente da New York

traduzione di Rachele Marmetti

Quando, a giugno 2020 e al termine del primo confinamento, riapre lo studio su Park Avenue, la chirurga estetica Haideh Hirmand si aspetta di trovare la sala di attesa quasi vuota. La prima ondata di Covid-19 ha fatto quasi 25 mila morti a New York. La metropoli è sotto shock. «Tutti conoscevano qualcuno che era stato in terapia intensiva o anche peggio – ricorda Hirmand. Non c’era ancora il vaccino. Si pensava che la gente avrebbe messo la salute, la vita prima dell’aspetto fisico.» Invece no: come i suoi colleghi, anche la dottoressa Hirmand vede la domanda d’interventi estetici rimbalzare subito dopo la rimozione delle restrizioni.
La dottoressa di accorge quasi subito che i nuovi pazienti non si lamentano della propria immagine riflessa dallo specchio, ma di quella che appare sullo schermo. «Quando ci si guarda allo specchio si è immobili – spiega la chirurga. Con l’avvento del telelavoro, le persone hanno visto per la prima volta il loro volto in movimento. In base alla mia esperienza posso dire che ne hanno sofferto in particolare gli uomini, senz’altro perché meno abituati a specchiarsi. Uomini e donne, tutti abbiamo visto sullo schermo cose che prima non avevamo notato.»
La stampa americana ha battezzato Zoom boom - dal nome di una delle principali piattaforme di videoconferenza ­- la bramosia di chirurgia estetica che ha pervaso gli Stati Uniti dall’inizio della pandemia. Un’analisi delle tendenze Google, pubblicata a settembre 2021 sulla rivista Aesthetic Surgery Journal, sostiene che da febbraio 2020 le ricerche sugli interventi estetici del viso sono aumentate più di quelle per altre parti del corpo.

«Allineamento dei pianeti»

Senza che nessuno l’avesse previsto, «il nostro settore ha beneficiato di un allineamento dei pianeti», aggiunge il dottor Steven Williams, vicepresidente dell’Associazione Americana di Chirurgia Plastica: «Gli americani della classe media avevano annullato le vacanze. Avevano tempo libero e denaro da spendere, nonché bisogno di maschere sotto cui cicatrizzare i danni con discrezione e una grande voglia di risollevarsi il morale».
Le più recenti statistiche dell’Associazione Internazionale di Chirurgia Plastica Estetica (ISAPS) rivelano che si tratta di un fenomeno mondiale: nel 2020, nonostante l’interruzione delle cure mediche non essenziali in molti Paesi, non c’è stata contrazione del numero d’interventi estetici.
Gli istituti di ricerca che ogni anno auscultano il mercato della chirurgia estetica, ne valutano il volume d’affari in circa 45 miliardi di dollari (43,87 miliardi di euro). A titolo comparativo, il volume del mercato del lusso è di 300 miliardi: ancora oggi, l’homo sapiens dedica più risorse ad agghindare il proprio corpo che a modificarlo. Ma il desiderio di bellezza è in piena espansione. Una disciplina medica è diventata fenomeno sociale. Secondo i dati internazionali dell’ISAPS, dal 2010 il numero d’interventi annuali di chirurgia estetica a livello mondiale è aumentato da 14 a 24 milioni.
Gli interventi senza bisturi, cosiddetti non invasivi – laser, peeling, iniezioni – stanno conquistando una fetta sempre più importante della pratica estetica: 14,4 milioni nel 2020, rispetto a 10 milioni d’interventi chirurgici. Fra tutti primeggia il Botox estetico, di cui il laboratorio Allergan ha da poco festeggiato in pompa magna il ventesimo anniversario: da solo totalizza 6,2 milioni d’interventi non chirurgici.
Nel settore degli interventi chirurgici, predomina il rifacimento del seno (1,6 milioni), segue la lipoaspirazione (1,5 milioni), poi la chirurgia delle palpebre (1,2 milioni). Il lifting è al nono posto, prima del sollevamento delle natiche, che continua a scalare la classifica, con circa 400 mila interventi, ossia sette volte più del 2010. Raramente praticata dieci anni fa, la ninfoplastica chirurgica, o chirurgia estetica della vagina, ora ha un suo pubblico: 142 mila persone, per la precisione.

Brillanti profitti

La medicina di cui s’interessa questa serie estiva non ripara né le malformazioni congenite, né le stigmate accidentali della vita. Negli Stati Uniti, come in Francia, il confine fra chirurgia plastica ricostruttiva e chirurgia plastica estetica – che i pionieri definiscono «pura» – è stabilito dall’assistenza sanitaria pubblica: sebbene le due branche abbiano come fine il miglioramento dell’aspetto corporeo con strumenti talvolta identici, la collettività di fa carico soltanto della prima.
Sul mercato della libera concorrenza della chirurgia estetica, il paziente paga di tasca propria, a volte con finanziamenti di istituti di credito, e il medico fissa la tariffa. Negli Stati Uniti, ci vogliono in media 4.500 dollari per il rifarsi il seno e 8.000 dollari per un lifting. Grazie all’estetica, la chirurgia plastica è diventata la specialità più lucrativa oltre Atlantico, detronizzando la chirurgia ortopedica. La specializzazione, molto attrattiva, calamita studenti di alto profilo.
Ma la banalizzazione di questa chirurgia, che da sempre alletta opportunisti e ciarlatani, comporta automaticamente la banalizzazione di cattive pratiche, fiaschi, nonché processi. Favorisce anche il turismo sanitario, che non è senza rischi. L’ISAPS riporta che un quarto dei pazienti trattati in Messico arriva dall’estero, soprattutto da Stati Uniti e Canada. Gli europei invece vanno in Turchia, dove tedeschi, inglesi e francesi rappresentano il più nutrito contingente dei candidati stranieri al bisturi estetico.
La chirurgia plastica – dal greco antico plastikos, ossia relativo alla modellatura – è stata a lungo esclusivamente riparatrice, ci spiega il dottor Douglas Monasebian, chirurgo plastico e collezionista fanatico di libri antichi sulla disciplina. Descritte nel 600 p.e.v., in uno dei testi fondatori della medicina ayurvedica, il Trattato di Sushruta, le prime tecniche di modellatura del corpo erano finalizzate a rimediare alla punizione che l’India antica riservava a ladri e adultere: l’ablazione del naso.
Alla fine del Medio Evo il chirurgo bolognese Gaspare Tagliacozzi, che ricostruisce nasi amputati partendo da lembi di pelle prelevati dalla fronte o dal braccio e adattando il metodo indiano, dedica al “trapianto italiano” un libro illustrato. È il primo trattato di chirurgia plastica di tutti i tempi. «All’epoca si trattava di riparare corpi maltrattati dalla vita, non ancora di correggere le ingiustizie della genetica», commenta il bibliofilo Monasebian. A quel tempo era inconcepibile ritoccare l’opera divina. L’essere umano è perfetto, anche con il labbro leporino.

«Perseguire il proprio piacere»

Grande specialista americano della storia culturale della chirurgia estetica, lo storico Sander Gilman ritiene che per la nascita di questa pratica occorrevano tre condizioni: l’anestesia, l’asepsi e l’Illuminismo. «L’Illuminismo ha introdotto il concetto che Dio ci ha dotato di uno spirito razionale, di cui la medicina è prodotto, e che abbiamo l’obbligo di compiere scelte per noi stessi, persino l’obbligo di ricercare il piacere – spiega Gilman, citando la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti. Alla fine del XIX secolo, perseguire il proprio piacere sul tavolo chirurgico non mette in crisi la propria coscienza, e il rischio di morire di un’infezione diventa trascurabile».
Tra i miti fondatori della chirurgia estetica, Gilman predilige la storia del tedesco Jakob Joseph, che nel 1896 viene bruscamente cacciato dall’internato di chirurgia ortopedia per aver “rincollato” le orecchie a un ragazzino, complessato al punto da non andare più a scuola. Espulso dalla facoltà, il giovane medico apre una clinica privata dove inventa, a beneficio di un paziente complessato per il grosso naso, la rinoplastica senza cicatrici, ancora praticata ai giorni nostri. Davanti alla Società di Medicina di Berlino, questo pioniere difende una teoria radicale che non convince i suoi pari, racconta Gilman: «Certo il paziente aveva un naso sano: poteva inspirare ed espirare. Il naso era al posto giusto. Ma quest’uomo soffriva come un invalido, non aveva lavoro né vita sociale. Il chirurgo ha riaggiustato la psiche, più che il naso».
Jakob Joseph trova presto emuli negli Stati Uniti, dove una sfilza di praticanti dotati di una certa competenza tecnica e di acuto senso degli affari, fra i quali non mancano ciarlatani, fondano istituti di chirurgia estetica che si fanno conoscere a forza di pubblicità. Praticano i primi lifting: nel 1911 l’attrice teatrale Sarah Bernhardt attraversa l’Atlantico per farsi ringiovanire a Chicago da uno di questi beauty docs, Charles Miller. «La pratica è ancora rudimentale, precisa il dottor Monasebian. Si tratta solo di staccare la pelle, di distenderla e di tagliarne la parte eccedente.»

I soldati feriti alla testa

Le tecniche fanno un balzo in avanti con la prima guerra mondiale e le schiere di soldati feriti alla testa. Negli anni Venti del secolo scorso numerosi medici che hanno seguito corsi militari di chirurgia maxillo-facciale mettono le loro competenze a servizio della società, sull’esempio di Josif Ginsburg, chirurgo dell’esercito russo che si trasferisce a Los Angeles per partecipare alla nascita di Hollywood. La domanda femminile esplode, e non soltanto perché il cinema diventa la distrazione preferita dagli Occidentali, e le attrici, modelli da imitare.
«Siccome il 20% degli uomini europei della classe media sono morti in guerra, le donne devono fare i conti con una concorrenza feroce sul mercato matrimoniale», spiega Gilman. Conosciuta per le lotte femministe, la chirurga francese Suzanne Noël – esecutrice del secondo lifting di Sarah Bernhardt – è convinta che la chirurgia estetica rappresenti «un vero beneficio per la società».
Il cammino verso la legittimazione sarà ancora lungo e disseminato di ostacoli, come dimostra il processo di Charles Dujarier, un chirurgo francese accusato nel 1929 dalla casa di alta moda Paul Poiret di aver commesso un errore nello “sgrassamento” delle caviglie di una modella, causando l’amputazione della paziente, che ha anche rischiato di morire. Bisognerà aspettare la seconda metà del XX secolo perché questa «chirurgia futile», come la definiscono i detrattori, perda poco a poco la connotazione di pratica di cui vergognarsi, grazie alla creazione di società erudite, di riviste specializzate, ospedali specializzati, nonché cattedre universitarie.
Dalla metà degli anni Sessanta la chirurgia estetica viene lanciata dall’invenzione della protesi mammaria in gel di silicone incapsulato, sviluppata da due chirurghi texani, e in seguito della protesi rivale francese, riempita con siero fisiologico. È una rivoluzione: fino a quel momento i tentativi di aumentare o ricostruire seni avevano subito un’inaccettabile percentuale di complicazioni. Gli anni Settanta vedono l’avvento dei lifting “profondi”, che risollevano anche le fasce muscolari del viso. Il momento è propizio: i baby-boomer sono vicini alla crisi di mezza età.

«La regina delle iniezioni»

A New York, Patricia Wexler è conosciuta da oltre trent’anni come la «regina delle iniezioni». Questa dermatologa dal viso senza età ha capito già durante l’internato d’infettivologia all’ospedale Mount Sinai che la sua inclinazione era curare le ferite narcisistiche. «Si era agli inizi dell’Aids, spiega la dottoressa. I pazienti morivano, era molto deprimente. Si diventa medici perché si è ottimisti. Così ho cambiato strada e ho scelto la dermatologia.»
Quando Wexler apre il suo primo studio medico, in un interrato senza finestre del Village, nella New York degli anni Ottanta, la medicina estetica è ai primordi e la cassetta degli utensili piuttosto sguarnita. Per appiattire le rughe esisteva solo il collagene. «A un convegno ho simpatizzato con un collega americano della Costa Occidentale, che aveva appena terminato la formazione presso gli inventori francesi di un nuovo metodo formidabile per rimodellare il corpo: la liposuzione [ribattezzata in seguito lipoaspirazione]. Mi ha insegnato la tecnica, che ho subito testato sulla mia segretaria. All’epoca si aspirava tutto con la siringa, in anestesia locale. Occorrevano due o tre ore.»
Molto presto Wexler mette a punto un sistema per centrifugare il grasso e trasferirlo nel viso come mezzo di riempimento, con risultati «molto superiori» rispetto al collagene. La rivoluzione avviene quindi non negli studi dei chirurghi estetici, che ritengono questo tipo d’interventi non alla loro altezza, ma in quelli dei dermatologi. Dieci anni prima dell’introduzione sul mercato del Botox per fini estetici, Wexler già lo utilizzava per scopi eterodossi (era autorizzato solo per gli spasmi oculari): rialzare le sopracciglia, rimpolpare il collo, spianare le zampe di gallina e le rughe d’espressione.
Mentre i suoi colleghi riempiono le pieghe naso-labiali – i solchi che si formano sotto le narici a causa dell’afflosciamento delle guance – Wexler intuisce che si ottengono risultati migliori ripristinando i volumi alla periferia del viso per contrastarne il rilassamento: il suo famoso lifting liquido. «Già negli anni Novanta facevo ringiovanimenti completi del viso, così le persone si sono passate parola», si vanta la pioniera.
La sua prima paziente celebre, la modella Paulina Porizkova, l’aveva scelta per caso, vedendo per strada la sua targa di medico. Ne sono seguite altre, alcune accompagnate dalla guardia del corpo; la stampa femminile della fine del XX secolo si contendeva questa dermatologa piccola di statura su tacchi a spillo, che proclamava che era possibile prescindere dal bisturi. Venticinque anni dopo Wexler è ancora ferma nella sua convinzione. «Si possono fare talmente tante cose con l’acido ialuronico. Si possono restituire i lineamenti a visi emaciati. Si può tendere il decolleté, le natiche, le ginocchia. E ora abbiamo la radiofrequenza, il rifacimento frazionato, i laser al CO2. Abbiamo tanti tipi di laser!» Aggiunge: «Gli uomini preferiscono i laser alle iniezioni.» Nello studio è suo marito, l’ex urologo Eugene Wexler, alla manovra dei laser.

«Ottimizzazione facciale»

I chirurghi estetici, che giudicavano questi interventi troppo effimeri, queste tecniche troppo standardizzate, hanno finito per includerli nelle loro prassi. Stimolata dalla domanda, la corsa all’innovazione ha prodotto tecniche sempre più sofisticate di cui sarebbe stupido privarsi, giudica Lara Devgan, una chirurga estetica newyorchese di moda, che ci riceve bardata da blocco operatorio in una sala d’attesa che sembra la hall di un grande albergo. «Ho deciso di dedicare metà della mia attività a interventi non invasivi per mettere a frutto ogni progresso scientific0», afferma questa tecnofila.
Presentata a pagina intera come il menu di ristorante, la lista degli interventi proposti comprende, per esempio, la lipoaspirazione delle ginocchia, la riduzione del seno, il lifting del labbro superiore, la ninfoplastica, la posa di fili tensori riassorbibili, l’induzione di collagene per mezzo di micro punture, nonché innumerevoli usi del Botox e dell’acido ialuronico, fra cui la correzione del gummy smile (il sorriso che scopre la gengiva) o l’aumento delle natiche e del mento. «In passato i chirurghi estetici disponevano di pochi colori sulla tavolozza e soltanto di grossi pennelli, prosegue Devgan. Oggi si può lavorare di fino».
La specialità di Devgan è quella che viene chiamata «ottimizzazione facciale».
Il modo di procedere non consiste più nel correggere un difetto specifico, come una gobba sul naso o le borse sotto gli occhi, ma nel fare «diversi piccoli aggiustamenti» per abbellire l’insieme del viso, come si fa con Facetune, l’applicazione di Apple per ritoccare i selfie. «La chirurgia estetica pensata come strumento per diventare la migliore versione possibile di se stessi attrae particolarmente i giovani», spiega la chirurga.

«Picasso, Monet, Vinci»

Un approccio allettante anche per chi, uomini e donne, consultano Devgan perché hanno l’impressione di essere invecchiati di colpo. Per costruire un piano di trattamento personalizzato, Devgan propone loro un’«analisi facciale»: il paziente passa in rassegna ciò che lo preoccupa e la chirurga dice cosa «vede». «Concepisco il mio lavoro come quello di un artista cui si comanda un ritratto. Se la scelta cade su Picasso, Monet o Leonardo da Vinci è per la fiducia nel loro giudizio artistico. Si vuole il loro occhio, la loro mano.»
Come i grandi pionieri americani della chirurgia estetica, la dottoressa Devgan possiede il talento necessario a vendere la propria opera. Lei, che afferma di non aver «mai ambito essere un’influencer», ha 800 mila follower su Instagram, dove condivide foto di vita familiare (ha sei bambini piccoli) e i segreti della propria arte. Questa chirurga di 43 anni ha capito per prima che la generazione allevata a social network non si sarebbe accontentata di foto “prima-dopo”, come ne esistono dal XIX secolo: avrebbe voluto vedere il “durante”. «Tutte le cose misteriose che accadono negli studi chirurgici ora sono nelle storie su Instagram, si compiace. Si può vedere la marcatura del paziente, l’ago o lo scalpello entrare nella pelle, scorgerne i lividi, seguirne l’intero percorso. La fame d’informazione è immensa.»
Dal punto di vista di Devgan, questa nuova cultura della trasparenza presenta il doppio vantaggio di ampliare le conoscenze del pubblico su ciò che la chirurgia estetica può fare e al tempo stesso «ridurre considerevolmente la stigmatizzazione di questa disciplina». Ora ci sono pazienti che non si nascondono più e l’epoca in cui ogni medico si sentiva «moralmente in dovere di operare in Sudamerica labbra leporine un mese all’anno» - una frase dello storico Sander Gilman - sembra essere arrivata alla fine.

Fermare il tempo

Le produzioni culturali riflettono questa evoluzione. Da Yeux sans visage, di Georges Franju (1960), a La Piel que habito, di Pedro Aldomodovar (2011), passando per Fedora, di Billy Wilder (1978), la chirurgia estetica nel cinema fu a lungo oggetto di terrore. Con l’indimenticabile scena di lifting e la battuta-culto – «Ah, niente, la complicazione ha avuto una leggera complicazione!» –, il film Brazil (1985), di Terry Gilliam, aggiungeva l’irrisione all’orrore. Anche la serie televisiva Nip/Tuck, di Ryan Murphy, dove due chirurghi estetici di Miami si destreggiano tra pazienti e vita privata, si sforzava di mostrare il rovescio della medaglia.
Il reality show ha cambiato tutto. «Con programmi come Extreme Makeover, The Swan, The Real Housewives, la chirurgia estetica si è trasformata in oggetto di desiderio e di fascino», commenta la sociologa femminista Dana Berkowitz, docente all’università statale della Luisiana. Ottimizzati con tutti i mezzi a disposizione della medicina, il volto color caramello e la figura a clessidra della più grande star del genere, Kim Kardashian (321 milioni di follower su Instagram) sono diventati un ideale per le giovani generazioni.
Nel suo libro Botox Nation (NYU Press, 2017, non tradotto), Berkowitz registra la banalizzazione del ricorso alla tossina botulinica nelle trentenni – la sua classe d’età – non per cancellare le rughe, ma per impedirne la comparsa. Per fermare il tempo. Non ha faticato per trovare giovani donne di meno di 25 anni che se la fanno iniettare: «Cominciano con il Botox, talvolta su consiglio delle loro madri, poi passano all’aumento di volume delle labbra, degli zigomi o del mento. Sono molto più a loro agio con queste tecniche rispetto alla mia generazione. È diventato persino uno status symbol
Quando la sociologa chiede loro se riescono a immaginare un futuro in cui smettono di farsi fare le iniezioni, la stragrande maggioranza delle interlocutrici risponde negativamente. «Sono dipendenti per tutta la vita, e lo sanno, conclude Berkowitz. Del resto dicono spesso: “è tutta colpa di Kardashian”
».

(1 – continua)

 

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