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Gian Carlo Scotuzzi detto Scot
17 luglio 2022
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DA LE MONDE

I FRANCESI E IL RISCALDAMENTO GLOBALE

Così Parigi si prepara a vivere a 50 C°

La capitale, impreparata ad affrontare il moltiplicarsi delle ondate di caldo estremo, tenta di accelerare la piantumazione, la ristrutturazione dei fabbricati nonché la riduzione delle aree asfaltate.

di Ermeline Cazi e Audrey Garric

traduzione di Rachele Marmetti

Parigi cuoce. Sotto i tetti di zinco o lungo le grandi arterie asfaltate, gli abitanti sono nuovamente colpiti in pieno dalla canicola che ha investito la Francia da inizio settimana. Sebbene da tempo cerchi di adattarsi agli effetti del cambiamento climatico - il primo piano per il clima risale al 2007 - la capitale non è comunque sufficientemente preparata. Per far fronte al peggio, il 5 luglio il Consiglio di Parigi ha votato all’unanimità l’istituzione di una Missione conoscitiva e di valutazione, denominata Parigi a 50 °C, la prima mai organizzata sul clima.
«Non è una profezia né un’intuizione, non è nemmeno un’ipotesi. Siamo in un nuovo regime climatico dove già molti soffrono e che si degraderà ancora di più» avverte Alexandre Florentin, eletto nelle fila degli Ecologisti, nonché presidente della Missione, che dovrebbe partire a settembre. La prova sono i picchi estremi raggiunti all’estero nel 2021: 49,6 C° in Canada, 48,8 in Italia e 47,4 in Spagna.
«Se non si fa qualcosa, a medio termine Parigi dovrà far fronte al problema dell’inabitabilità» ammonisce Florentin, direttore della Carbone 4 Académie, che prepara le imprese al cambiamento climatico. Ritenendo la città «non pronta», Florentin invita ad approntare una «risposta sistemica per ogni elemento di vulnerabilità: «Gli studenti che a giugno soffrono in classi roventi, i rivestimenti della rete elettrica che fondono, i binari della RER o dei tram che si deformano, nonché i sistemi di climatizzazione degli ospedali che potrebbero bloccarsi con temperature superiori ai 42 gradi».
A marzo 2023, dopo sei mesi di audizioni, la missione esporrà le proprie conclusioni, che verranno inglobate nella strategia di resilienza e nel Piano per il clima di Parigi, in corso di revisione. Il Comune prevede anche un’esercitazione di crisi che simula la città a 50 gradi. «Il moltiplicarsi delle ondate di caldo è la sfida climatica più grande» sostiene Dan Lert, assessore alla Transizione ecologica e al Piano per il clima. Secondo uno studio pubblicato a settembre 2021, a Parigi la temperatura è aumentata di 2,3 gradi rispetto all’era preindustriale, più della media francese (1,7 gradi).
Il futuro si tingerà in gradazioni di rosso. Le canicole saranno più frequenti, più intense e dureranno più a lungo. Nel 2050 Parigi potrebbe registrare temperature superiori a 30 gradi per 22 giorni, per 34 giorni nel 2085; potrebbe dover affrontare notti tropicali (temperature oltre i 20 gradi) rispettivamente tre e sei volte rispetto al 2010. «Le estati come quella del 2003 saranno la norma e nei prossimi decenni non si escludono picchi di 50 gradi» conferma il climatologo Robert Vautard, direttore dell’Istituto Pierre-Simon Laplace. Il record storico nella capitale, registrato oltre settant’anni fa, è stato battuto a luglio 2019, con 42,6 gradi.

Isola di calore urbana

Parigi è particolarmente vulnerabile a causa del fenomeno dell’“isola di calore urbana”. Le strade impermeabili e scure, nonché la densità delle costruzioni accumulano calore. Le attività umane (circolazione, climatizzazione…) aggravano il fenomeno, provocando differenze fino a 10 gradi di temperatura fra quartieri centrali e periferici.
È perciò urgente accelerare l’adattamento della città: una sfida per il benessere, ma anche per la salute, «soprattutto nei quartieri popolari, i più vulnerabili» precisa Dan Lert. Il Comune ha avviato la piantumazione di 170 mila alberi, formidabili climatizzatori naturali, entro il 2026; conta altresì d’istallare entro il 2024 cento nuove fontane di acqua potabile e nebulizzanti, nonché una decina di tettoie all’anno per procurare ombra in ogni arrondissement [dipartimento amministrativo]. Un programma di rimozione dell’asfalto è stato studiato per consentire un migliore assorbimento dell’acqua piovana da parte del terreno, per rinfrescare l’aria e contenere le inondazioni, pure un grave rischio per la capitale.
Altro cantiere titanico nonché cruciale: una ristrutturazione degli immobili che tenga conto del benessere in estate. Il programma è partito per gli alloggi sociali (cinquemila ogni anno) e le strutture pubbliche, con la parola d’ordine: usare nei nuovi cantieri solo isolanti di origine biologica: fibra di legno, lana di canapa, e così via. Il parco edilizio privato parte invece da molto lontano e i privati dovranno fare i conti soprattutto con l’equazione finanziaria.
Per questo motivo, il 6 luglio Parigi ha annunciato di voler triplicare i sostegni alle ristrutturazioni condominiali, per un importo che raggiungerà i 59 milioni di euro nel periodo 2022-2026. Il Comune si prefigge di raggiungere nel 2026 seimila ristrutturazioni di abitazioni private all’anno, contro le duemila attuali. «Ma se si volesse rispettare il Piano per il clima bisognerebbe ristrutturare 40 mila edifici l’anno» avverte Jacques Baudrier, assessore (PCF, Partito Comunista Francese) alla Transizione ecologica degli edifici. «Contiamo di ottenere risparmi energetici del 30 o 40%, ma i progetti sono accettati a partire dal 15%.»
L’amministrazione comunale vuole triplicare anche la rete pubblica del freddo: attualmente sono climatizzati uffici pubblici, alberghi, musei, ma la rete è ancora poco sviluppata rispetto a quella del caldo. Il Comune è inoltre impegnato da due anni nella revisione del Piano Locale di Urbanizzazione (PLU) per stabilire nuove regole di costruzione e ristrutturazione che entreranno in vigore nel 2024, finalizzate all’adattamento a condizioni climatiche estreme.

Schiarire i tetti

In questa città, che ambisce raggiungere zero emissioni nel 2050, «c’è una vera presa di coscienza politica» del problema, afferma Jacline Mouraud.
«Ma ci sono difficoltà nella realizzazione dei progetti. Riconosciamo che ci sono ostacoli tecnici, soprattutto se si vuole conservare l’estetica parigina. Ma conservare la bellezza di una città dove più nessuno può vivere è un controsenso» afferma Frank Lirzin, Polytechnicien [ex allievo dell’École Polythecnique, Grande École di Parigi che forma ingegneri, ndt] ex consigliere di Emmanuel Macron a Bercy [sede del ministero dell’Economia e delle Finanze, ndt]. Secondo Lirzin è necessario acquisire una «cultura del clima»; riflettere, per esempio, su come realizzare la copertura vegetale dei tetti di zinco, aumentare lo spessore delle facciate…
Gli alberi devono essere considerati «infrastrutture urbane», non più arredamento urbano, insiste Lirzin. Gli ecologisti, che hanno spinto per una minore densità abitativa e più verde per due futuri interventi urbani (Bercy-Charenton e l’ultima tranche della ZAC Rive Gauche [Zone d’aménagement concerté: zona la cui sistemazione deve essere concertata in base a una legge di orientamento fondiario, ndt]), si battono anche per la creazione di un ettaro di parco in ogni arrondissement. Ma niente è semplice a Parigi: «Non si può de-impermeabilizzare ovunque, si rischiano infiltrazioni nelle reti sotterranee», spiega la geografa Magali Reghezza-Zitt, membro dell’Haut Conseil pour le Climat.
Altra soluzione «a basso costo», proposta da Raphaël Ménard, presidente di Arep, il più importante ente di architettura francese: schiarire i tetti affinché riflettano maggiormente i raggi solari. Una misura che le nuove norme energetiche per le costruzioni non prevedono, deplora Ménard. In un intervento pubblicato su Lemonde.fr, propone di rimediarvi «ora che i termini “pianificazione” e “sobrietà” sono di moda» con uno «schema di progettazione di schiarimento» che «permetterebbe di contenere in parte gli effetti del riscaldamento climatico». A Parigi, la revisione del PLU potrebbe essere l’occasione per «imporre un criterio di albedo sulle superfici esposte». Un criterio - come molti altri collegati al riscaldamento climatico - che interventi urbanistici talvolta concepiti diversi decenni fa, ma che solo ora vedono la luce, non prendono in considerazione
L’adattamento climatico implica anche un allargamento dell’orizzonte, il pensare su scala del Grand Paris [territorio metropolitano che comprende 131 comuni e che ha un’estensione otto volte quella di Parigi]. I territori più esposti, più ancora dei quartieri intra-muros, sono quelli della Petite Couronne [cerchia immediatamente vicina alla città, ndt], in particolare quelli del dipartimento di Seine-Saint-Denis, ove le diseguaglianze climatiche si sommano alle diseguaglianze sociali. «Andrebbe considerato anche l’aspetto della solidarietà, di cui invece non si tiene conto, insiste Lirzin. Sono Comuni che dovrebbero investire ma non ne hanno i mezzi. Il territorio metropolitano ha un vero ruolo da svolgere.» Perché alla fin fine il costo dell’inazione sarà molto superiore a quello dell’azione.

 

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