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Gian Carlo Scotuzzi detto Scot
19 luglio 2022
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DA LE MONDE

Sri Lanka, violenze e crimini sull’Isola Splendente

Dietro l’immagine di paradiso tropicale, la storia recente dell’isola, che un tempo si chiamava Ceylon, è un elenco interminabile di guerre, attentati, insurrezioni e violenze politiche, costate in quarant’anni la vita a oltre duecentomila persone.

di Bruno Philip

Traduzione di Rachele Marmetti

I viaggiatori l’hanno soprannominata la Perla dell’Oceano Indiano, ma lo Sri Lanka, a dispetto della fama di paradiso tropicale, porta con sé una trista reputazione di capitale del terrore: gli ultimi quattro decenni hanno visto sfilare nell’ex Ceylon una sinistra coorte di despoti, separatisti sanguinari, chitarristi illuminati, politici corrotti ed ebbri di potere, che hanno depredato l’isola del tesoro: zaffiri, rubini, topazi, per non dire dell’altro “gioiello”, il tè, uno dei migliori al mondo.
Il crollo economico, detonatore di un movimento senza precedenti e causa della fuga del presidente Gotabaya Rajapaksa, segna una nuova tappa nella lunga serie di convulsioni del Paese. E questo tre anni dopo lo shock collettivo provocato da un episodio inedito fra gli attentati jihadisti: il giorno di Pasqua 2019 otto membri di un commando suicida d’islamisti srilankesi si fanno saltare in aria in alcune chiese della minoranza cristiana. Il pluriattentato causa 268 morti e 500 feriti.
Il bilancio globale degli ultimi quarant’anni è funesto, ma al tempo stesso paradossale: prima che la guerra civile (1983-2009) tra la maggioranza cingalese e la minoranza tamil portasse lo Sri Lanka sulla via della tragedia, questo Paese di 22 milioni di abitanti era invidiato dai vicini dell’Asia del Sud per la relativa prosperità, l’economia per certi aspetti fiorente, nonché per l’indicibile bellezza naturale. Sri Lanka, o l’“isola splendente”. Per non parlare di un sistema di rappresentanza parlamentare, che dopo l’indipendenza del 1948 ha permesso alternanza politica e parentesi realmente democratiche.

Orrori della guerra civile

Nonostante che l’uccisione nel 1959 del primo ministro Salomon Bandaranaïke per mano di un monaco buddista non abbia fatto precipitare il Paese nella violenza, una decina di anni dopo lo Sri Lanka è dilaniato da una prima insurrezione d’ispirazione marxista-leninista. La rivolta è guidata dai rivoluzionari armati del Fronte di Liberazione del Popolo – JVP, acronimo in cingalese –, che nel 1971 per un breve periodo minacciano il potere del capo del governo, Sirimavo Bandaranaïke, vedova del primo ministro assassinato. I combattenti di questo movimento radicale riescono a impadronirsi di alcune città e di qualche zona rurale, ma Bandaranaïke, prima donna capo di governo della storia moderna, riesce a riprendere il controllo della situazione.
Segue un decennio senza incidenti politici di rilievo, nonostante le difficoltà economiche ricorrenti. La situazione si degrada agli inizi degli anni Ottanta, quando lo Sri Lanka precipita negli orrori di una guerra civile che durerà fino alla fine del primo decennio del XXI secolo: i rapporti tra la maggioranza cingalese, prevalentemente buddista, e la minoranza tamil (15% della popolazione), di religione induista o cristiana, si fanno sempre più tesi; a luglio 1983 l’attacco a una pattuglia dell’esercito srilankese da parte di guerriglieri separatisti tamil provoca nella capitale Colombo e in molte altre città un susseguirsi di uccisioni e cieche vendette.
Centinaia di appartenenti alla comunità minoritaria sono uccisi da una popolazione cingalese incollerita che, sostenuta sottobanco da delinquenti al soldo del partito al potere, pugnala, lincia e brucia vivo ogni cittadino tamil a portata di coltelli da cucina e di taniche di benzina. La follia del terribile Black July dura una settimana. Giorni spaventosi, considerati la scintilla che fa scoppiare una guerra fratricida che in poco più di un quarto di secolo farà tra 80 mila e 100 mila morti.

Poco preparati ad affrontare la guerriglia

Due sono essenzialmente i protagonisti degli scontri: l’esercito srilankese e i guerriglieri tamil che si battono per l’Eelam, la patria di cui si nutre la fantasia di radicali bramosi di secessione. Tra i diversi gruppi armati, alla fine s’impongono le Tigri di Liberazione dell’Eelam Tamil (LTTE). La violenza politica è il loro credo. Il capo del movimento, il carismatico e misterioso Vellupilaï Prabakharam, elimina gli avversari a colpi di mitra e scoppi di granate. I separatisti, ben armati, sono sostenuti finanziariamente e politicamente dalla rilevante diaspora tamil nel mondo, in particolare dai “cugini” della vicina India (dove vivono 50 milioni di tamil), nonché, sebbene per un breve periodo, dai servizi segreti di New Dehli.
I soldati srilankesi non sono preparati ad affrontare la guerriglia di combattenti feroci e totalmente votati alla causa. Le Tigri muoiono ma non si arrendono: i combattenti hanno appesa al collo una capsula di cianuro che mordono prima di cadere nelle mani del nemico. L’LTTE è organizzato come un vero e proprio esercito. Ha una marina: i Sea tigers, che dispongono di gommoni zodiac, altri battelli, sottomarini tascabili; possiede anche un’aviazione, gli Air tigers, che attaccano a sorpresa con aerei leggeri o con ULM [ultraleggeri]: è dotata anche di una sezione di commandos suicidi, che organizzano molte missioni kamikaze, nonché attentati contro caserme e simboli dello Stato.
Per anni la guerra farà strage a nord e a est dell’isola, nelle zone a maggioranza tamil. La grande città del nord, Jaffna, culla della cultura tamil srilankese è presa, riconquistata e infine semidistrutta. Solo per un istante, quando l’esercito srilankese marca il passo, sarà “capitale” dell’Eelam.
La guerra travalica i confini dello Sri Lanka: nel 1987 l’India viene coinvolta nel conflitto e invia una forza d’interposizione nelle zone dei combattimenti. Ufficialmente per separare i belligeranti. Ma di fatto l’insurrezione è diventata per l’India una questione di politica interna e New Dehli si è schierata con i tamil. Ma poco dopo l’arrivo sull’isola dell’Indian Peace Keeping Force (IPKF), la tensione tra indiani e Tigri sale, giacché i tamil non sono disposti ad alcuna concessione. Si rivoltano contro i soldati indiani; inizia così un’altra guerra. Alcuni membri del corpo di spedizione indiano sperduti in una zona a loro sconosciuta sono massacrati dai separatisti lungo gli stretti sentieri della penisola settentrionale dell’isola. L’ex primo ministro Rajiv Ghandi pagherà con la vita il coinvolgimento dell’esercito indiano: il 24 maggio 1991 viene ucciso nel sud dell’India per mano di una kamikaze dell’LTTE.

Resistenza annientata

Il presidente srilankese dell’epoca, Ranasinghe Premadasa (anch’egli ucciso dalle Tigri nel 1993), fomenta il contrasto tra separatisti tamil e indiani: da buon nazionalista cingalese vuole vedere l’esercito di “occupazione” lasciare il Paese. Farà arrivare sottobanco armi ai ribelli tamil, i suoi nemici più feroci, per aiutarli a combattere gli indiani. La strategia fallisce e causa una nuova rivolta: i marxisti del JVP, quelli che nel 1971 attaccarono il governo, ripartono all’assalto, scioccati dal “tradimento” del presidente. Stavolta hanno il sostegno degli ambienti nazionalisti e persino di alcuni membri del clero buddista. La strategia dello JVP consiste in attacchi lampo contro le forze di sicurezza, in uccisioni di poliziotti, di soldati e di ufficiali. Le Tigri a nord, i marxisti-nazionalisti a sud: lo Sri Lanka vacilla.
In fatto di violenze il governo non è da meno: scriverà quella che resterà nella storia dell’isola come una delle pagine più nere di un libro che già ne sovrabbonda: combattenti o semplici simpatizzanti dello JVP sono arrestati, torturati, giustiziati; le detenzioni arbitrarie si moltiplicano, così come i regolamenti di conti fra vicini, che si denunciano reciprocamente come partigiani dell’insurrezione. Il terrore regna nelle città costiere della parte occidentale e del sud del Paese, dove, all’alba, capita che il visitatore sia accolto dallo sguardo vuoto di teste mozzate infilzate su pali. Tra aprile 1987 e dicembre 1989 il numero di morti, fra insorti, soldati, militari e civili, oscilla tra 60 mila e 80 mila. Oltre a circa 20 mila dispersi…
La guerra contro l’LTTE – che ha imposto un ordine quasi fascista nelle zone controllate – finirà nel 2009, in un’esplosione di violenza nel corso della quale i soldati srilankesi, agli ordini del segretario alla Difesa, un certo Gotabaya Rajapaksa – il presidente oggi detronizzato –, schiacceranno la resistenza della guerriglia, con operazioni che, afferma l’ONU, negli ultimi mesi di conflitto sarebbero costatate la vita a 40 mila civili tamil.
Il potere dei Rajapaksa non si esplicherà solo nell’annientamento di esaltati separatisti e di altri rivoluzionari dell’Isola Splendente: durante il suo regno, la “famiglia” farà sparire 34 giornalisti, di cui trenta tamil e un mussulmano, senza contare attivisti e militanti scomparsi nei tormentati anni del regime di Gota, soprannome del presidente in disgrazia, e del suo predecessore, il fratello Mahinda. Ossia gli anni dal 2005 al 2022. I fratelli despota, che hanno trasformato un Paese democratico in una satrapia al loro servizio, non hanno risparmiato nessuno, salvo poi conoscere la sorte talvolta riservata ai tiranni: una fuga ignominiosa sotto gli insulti di una folla di cingalesi, che in altri tempi li avevano portati in trionfo e che ora distruggono ciò che un tempo avevano adorato.

 

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